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giovedì 31 marzo 2016

Risparmio e prezzi delle case in crescita fanno lievitare la ricchezza delle famiglie americane

Nel 2015, il reddito delle famiglie americane al netto delle imposte personali è stato di 13.575 miliardi di dollari, a fronte di consumi per 12.445 miliardi. Ne consegue che il risparmio (l’8,4% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere la ricchezza delle famiglie di oltre  1.130 miliardi e rappresenta la quasi totalità dei 1.170 miliardi di incremento delle attività  finanziarie possedute. Le attività non finanziarie, ovvero immobili e altri beni di valore, sono parimenti cresciuti per poco meno di 1.800 miliardi.  A fine 2015, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 101.300 miliardi di dollari, in crescita rispetto al 2014 di oltre 2.950 miliardi (+3%).

Dei 1.130 miliardi di capitali freschi, oltre 490 sono rimasti parcheggiati nei depositi. Nel complesso questi rappresentano oltre il 15% delle attività finanziarie.


A parte il risparmio gestito nelle sue varie forme (dai fondi comuni alle gestioni patrimoniali, dalle formule assicurative ai fondi pensione) che rappresentano la principale forma di impiego (46% delle attività finanziarie), gli investimenti azionari costituiscono un’attività significativa delle famiglie, sebbene nel 2015 il mercato azionario sia stato avaro di soddisfazioni (l’indice S&P500 è sceso dello 0,7%), procurando una perdita di 416 miliardi.  L’esposizione è stata quindi ridotta di  157 miliardi, ma rappresenta comunque quasi il  19% delle attività finanziarie.


Importanti sono anche le partecipazioni in attività imprenditoriali e commerciali non azionarie. La loro consistenza è aumentata di oltre 570 miliardi e valgono il 15,3%.

Il valore dei titoli obbligazionari in portafoglio è sceso invece di 13,8 miliardi, ma  i titoli del Tesoro americano sono aumentati di quasi 400 miliardi. La quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie sale di mezzo punto percentuale, all’1,8%.


Tra le attività reali, che contano più del 30% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni ha registrato un aumento in termini nominali di 1.560 miliardi  di dollari (+6,6%). Detto incremento è per buona parte riconducibile ai prezzi che, in base  all’indice  S&P Case-Shiller, sarebbero aumentati del 5,3%. D’altra parte, secondo i dati della FED, le famiglie avrebbero incrementato il patrimonio immobiliare di almeno 500  miliardi.

L’ampliamento del patrimonio residenziale si è accompagnato alla crescita dell’indebitamento delle famiglie, dopo sette anni consecutivi di  cali. Ciò nonostante, l’incidenza percentuale dei mutui scende dal 39,6 al 37,5%, grazie alla rivalutazione del patrimonio edilizio.

E’ cresciuto anche l’indebitamento legato ai consumi (+5,4%). Nel complesso l'indebitamento aumenta del 2,4% e rappresenta il 14,3% della ricchezza complessiva delle famiglie.

La ricchezza netta, pari a più di 86.800 miliardi di dollari, è aumenta del 3,1%. Mediamente i 320 milioni di americani possiedono oltre 270 mila dollari a testa (ovvero 250 mila euro). 

lunedì 28 marzo 2016

L'economia americana nel 2015

Nel 2015 i profitti delle imprese americane sono scesi del 3,1%. Il calo è stato particolarmente forte su quelli conseguiti all’estero (-7%), in seguito al rafforzamento del dollaro (10,7%), ma anche quelli interni non sono sfuggiti ad un ridimensionamento del 2,1%.


Il calo dei profitti è stato indotto dalla riduzione dei margini unitari così come si deduce da un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) dell’1,9% a fronte di una crescita del deflatore del pil dell’1%.


Il tasso di profitto, misurato come rapporto tra gli utili lordi e il capitale investito, rappresentato dagli investimenti e dal costo del lavoro, è conseguentemente diminuito dal 17,2 del 2014 al 16% (nel 2012 era al 18,1).


Ciò nonostante gli investimenti sono aumentati del 4%. Un ritmo inferiore rispetto al 5,3 dell’anno precedente, ma comunque significativamente positivo. Hanno sostenuto gli investimenti soprattutto quelli  residenziali (che passano dal +1,8 a +8,9%). Dimezzano il tasso di crescita invece gli altri investimenti (dal +6,1 al +3%).


I profitti hanno potenzialmente coperto il 69% degli investimenti. Il 27,2% di quest’ultimi  sono stati effettuati ricorrendo all’indebitamento e il restante 3,8% immettendo capitale fresco derivante dai risparmi accumulati.


La forte espansione degli investimenti residenziali si può ricondurre sia al significativo aumento dei prezzi delle case nuove (+4,7%) sia all’aumento della domanda (+14,1% il numero delle nuove abitazioni vendute).

Quanto all’intensità di capitale dei nuovi investimenti, misurata dal rapporto tra gli stessi investimenti e il capitale impiegato (investimenti + costo lavoro), è aumentata leggermente dal 23,1 al 23,2%, ma rimane significativamente al di sotto dei valori pre crisi (prossimi al 25%).


L’occupazione è cresciuta  dell’1,7% e dell’1,8  per i dipendenti. I compensi individuali sono aumentati del 2,5%, sicché i redditi complessivi da lavoro sono cresciuti del 4,4%. Tenendo conto che i prezzi al consumo sono aumentati solamente dello 0,3%, i redditi reali individuali crescono del 2,2% e di oltre il 4% quelli complessivi.

I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 5%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 3,7% in termini nominali, ovvero del 3,3 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie aumenta del 4,1% e del 3,4 al netto delle imposte sui redditi individuali.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 3,1%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+6%), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,5% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto oltre il 16% degli acquisti di beni durevoli.


Le esportazioni sono aumentate per poco più dell’1% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore provato (+3%).  Positivo anche l’apporto della domanda pubblica (0,7%), nonostante il taglio alla spesa militare (-1,2%).


Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,6% e favorisce una crescita delle importazioni di poco inferiore al 5%, indotta anche – come si è visto – dalla forza del dollaro. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,3%. Un leggero accumulo di scorte, porta la crescita del pil al 2,4%.

Le ultime previsioni per il 2016 stimano un rallentamento della crescita del pil al 2,1%.


mercoledì 16 settembre 2015

USA, povertà in aumento dal 1999 e ricchi sempre più ricchi

Fonte: US Census Bureau

Tasso di povertà dal 1999 per razza

Distribuzione % del reddito delle famiglie per quintile

2014 - valori % di reddito percepito

Primo quintile (20% delle famiglie) 3,1
Secondo quintile 8,2
Terzo quintile 14,3
Quarto quintile 23,2            
Quinto quintile 51,2

Top 5% delle famiglie 21,9

giovedì 27 agosto 2015

Usa, pil nel secondo trimestre a +2,7% annuo, ma in calo le principali voci della domanda

Nel secondo trimestre il pil degli Stati Uniti è cresciuto del 2,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, in rallentamento  dal 2,9 messo a segno nel primo quarto dell'anno.


Il passo ridotto del pil è dovuto per lo più agli investimenti, che passano da una crescita del 4,8 al 4,4% tra il primo e il secondo trimestre, e alle esportazioni (da +2,6 a +1,5).

Mentre le esportazioni americane risentono della forza del biglietto verde, gli investimenti sono influenzati negativamente dalle aspettative sui profitti, espresse come rapporto degli utili per azione delle società considerate dall'indice S&P500 e i prezzi delle stesse.


Rallenta anche la crescita dei consumi delle famiglie, dal 3,3 al 3,1%, per l'affievolirsi dell'espansione occupazionale (dal 2,3 al 2,1% nel confronto annuo), mentre i redditi reali dei lavoratori restano invariati a +1,6%.


Il rallentamento della domanda del settore privato (da +3,5 a +3,1 tra il primo e il secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2014) e la già accennata forza del dollaro, che comporta un aumento dei prezzi dei prodotti finiti importati, spiegano il ripiegamento del tasso di crescita delle importazioni (da 6,5 al 4,8%).

L'unica voce in espansione è la domanda del settore pubblico (da +0,4 a +0,7), soprattutto per la spesa non militare (+1,4), mentre quella per la difesa diminuisce dell'1,3%.

Nel primo semestre il pil americano è  cresciuto del 2,8%. Le attuali previsioni asseriscono che il 2015 si chiuderà con un aumento del 2,3%. Se fosse confermato, il semestre in corso vedrebbe una crescita del pil non superiore all'1,8%.

Altri grafici sull'economia americana qui

sabato 28 marzo 2015

L'economia americana nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati BEA, FED


Il pil degli Stati Uniti è aumentato nel 2014 del 2,4% (+2,2 nel 2013). Rispetto al secondo trimestre del 2009, il momento più acuto della crisi, è aumentato del 13,5%. 


La crescita del pil è stata ottenuta con un aumento dell’occupazione dell’1,6% (+1,9 per i dipendenti non agricoli) che si è abbinata ad un aumento della produttività dello 0,7%.


Il reddito nominale per dipendente è cresciuto del 2,3%. Al netto della variazione dei prezzi al consumo (1,3), il potere d’acquisto è aumentato in media meno dell’1%. Abbinandolo all’espansione dell’occupazione, si ottiene una crescita dei redditi reali dei lavoratori del 2,9%.


I trasferimenti di reddito (prevalentemente pensioni e prestazioni sociali) sono aumentati in termini reali di oltre il 3%, mentre l’aumento dei redditi da capitale e impresa si ferma all’1,3%.

Nel complesso, il reddito delle famiglie aumenta del 4% in termini nominali e del 2,6 in termini reali. Al netto dell’imposizione fiscale, i redditi reali crescono del 2,5%. 

La propensione al consumo è rimasta di fatto invariata al 91,9%, consentendo una crescita della spesa delle famiglie analoga al reddito netto (+2,5).  Molto più dinamici sono apparsi i consumi durevoli, in aumento del 6,9%, potendo contare da un lato sul calo dei prezzi per questa categoria di prodotti (-2,5% nel 2014; ma quasi -8,8 dal secondo trimestre del 2009) e dall’altro sulla facilità di accesso ai finanziamenti, abbinata ai ridotti oneri finanziari. L’indebitamento delle famiglie connesso ai consumi è pertanto cresciuto del 7%. In rapporto al reddito netto è passato dal 23,3 del 2009 al 25% (tenendo conto dei mutui per l'acquisto dell'abitazione si arriva al 109%, ma era il 137% nel 2007).


La domanda del settore pubblico è scesa per il quarto anno consecutivo: solamente dello 0,2% nel 2014, ma del 6,4 rispetto al secondo trimestre del 2009. Il calo è stato particolarmente forte nel settore della difesa (-2,1 nel 2014 e -11,4 dalla metà del 2009), ma ha riguardato anche le altre voci di spesa, sia pur con minor intensità (-4,7 rispetto a cinque anni fa e + 0,5 nel 2014).

Nonostante il tasso di cambio effettivo reale del dollaro si sia apprezzato del 9,5% nel corso del 2014 le esportazioni sono cresciute del 3,2%. Parallelamente, le importazioni hanno tratto giovamento dal calo dei prezzi indotto dalla rivalutazione del biglietto verde e segnano un incremento del 4%, pur in presenza di una crescita della domanda aggregata del 2,6.

Sorprende la crescita degli investimenti (+5,3) innanzi ad una espansione della domanda effettiva al netto della spesa per investimenti dell’1,8%. Nelle decisioni delle imprese deve aver giocato il buon andamento dei profitti degli ultimi cinque anni (+64,5% sul secondo trimestre 2009). 

Ma il settore finanziario ha dovuto registrare un calo degli utili dell'8,5%, mentre il rafforzamento del dollaro ha ridotto i profitti conseguiti all’estero del 2,2%. E' andata meglio alle imprese non finanziarie, che sulle attività interne accrescono gli utili del 2,7% (+100% dal secondo trimestre del 2009).

Nel complesso i profitti in rapporto al pil scendono dal 12,6 al 12%. 


Anche gli investimenti, come è avvenuto per i consumi, sono stati facilitati dall’accesso al credito. L’indebitamento delle imprese è aumentato del 5,9% ed ha coperto circa ¼ delle spese in conto capitale.


Gli investimenti permettono di innalzare la crescita della domanda effettiva dall'1,8 al 2,3%, leggermente meno della crescita del prodotto (2,4).

Le previsioni per il 2015 confidano in una crescita del 2,9%. Ma il calo dei profitti potrebbe mettere in dubbio la necessità di espandere ulteriormente il livello degli investimenti, soprattutto se si tiene conto che la domanda interna, per quanto positiva, potrebbe continuare a privilegiare i prodotti importati e che quella estera potrebbe venir smorzata dal rafforzamento del dollaro. In un simile contesto, con la persistente funzione anti-ciclica della domanda pubblica, non si può escludere una revisione dei programmi di investimento delle imprese, in misura tale da far apparire eccessivamente ottimistiche le aspettative che si ripongono per l'anno in corso.

domenica 15 marzo 2015

Mercato azionario e immobiliare sostengono la ricchezza delle famiglie americane

Fonte: Elaborazioni su dati FED

A fine 2014, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 97 mila miliardi di dollari, in crescita rispetto al 2013 di oltre 4.400 miliardi (+4,8%).  Gli strumenti finanziari vi hanno contribuito per 3.000 miliardi e per poco meno di 1.400 le attività non finanziarie.

Nel 2014, il reddito delle famiglie al netto delle imposte personali è stato di quasi 12.990 miliardi di dollari, a fronte di consumi per 11.930 miliardi. Ne consegue che il risparmio (l’8,1% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere le disponibilità delle famiglie per  quasi 1.060 miliardi. Al netto del  risparmio generato dalle famiglie, la ricchezza è aumentata di 3.370 miliardi (+3,6%).

Tra le attività reali, che contano il 30% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni registra un aumento in termini nominali di 1.220 miliardi  di dollari (+5,5%). Detto incremento è riconducibile alla crescita dei prezzi pari, in base all’indice  S&P Case-Shiller, al 4,9%. Se ne deduce che le famiglie abbiano incrementato il patrimonio immobiliare di almeno 130 miliardi.


I mutui espressi ai valori correnti sono diminuiti per il settimo anno consecutivo e la loro incidenza percentuale  passa dal 55,6% delle proprietà immobiliari delle famiglie del 2009 al 39,8%.

Tale evoluzione è connessa al livello medio-alto degli acquirenti, i quali possono fare a meno di indebitarsi. Se ne ha prova anche dalle vendite delle case di nuova costruzione: nel 2014  sono aumentate solamente del 2,6%, ma quelle con un valore superiore a 500 mila dollari, segnano un balzo del 39%. Le vendite di case nuove con un valore  inferiore a 200 mila dollari sono invece diminuite del 15,5%.  Quelle di valore intermedio sono aumentate poco meno del 4%.


Il buon andamento delle attività finanziarie, collocate per il 46,6% presso gestori o società finanziarie, è da attribuirsi al comparto azionario. Nel 2014, l’indice S&P500 è aumentato di oltre l’11%, consentendo una rivalutazione delle azioni in portafoglio di 1.000 miliardi. Le famiglie hanno colto l’occasione per vendere 47 miliardi di azioni.  La quota sul totale delle attività finanziarie si avvicina comunque al 20%.



Dell’andamento dei mercati si giovano, oltreché il risparmio gestito (+5,6%), anche le stime delle partecipazioni in società e imprese non quotate (+3,7%). Il peso di questo asset vale il 9,6% del totale delle attività finanziarie.

Il valore dei titoli obbligazionari in portafoglio scende invece di 519 miliardi, con  i titoli del Tesoro americano in calo per poco meno di 250 miliardi. La quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie scende di mezzo punto percentuale, all’1%.

Visti i modesti rendimenti dei titoli, le famiglie hanno preferito incrementare la liquidità. I depositi sono cresciuti di  oltre 575 miliardi (+6% rispetto al 2013).


Quanto alle passività delle famiglie, se i mutui sono stati ridotti, è cresciuto l’indebitamento legato ai consumi (+8,9%). Nel complesso l'indebitamento aumenta del 2,6% e rappresenta meno del 15% della ricchezza complessiva delle famiglie.

La ricchezza netta, pari a più di 82.900 miliardi, aumenta del 5,2%. Mediamente i 320 milioni di americani possono contare su oltre 259 mila dollari a testa (213.400 euro).

sabato 10 gennaio 2015

Occupazione e Disoccupazione negli Stati Uniti nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati US BLS

Nel 2014 l’occupazione negli Stati Uniti è aumentata di 2,8 milioni di unità (tutti con orario a tempo pieno). Equivale ad un aumento dell’1,9% innanzi ad una crescita prevista del pil del 2,3%.

La crescita occupazionale dell’ultimo anno è attribuibile pressoché interamente al settore privato non agricolo (2,7 su 2,8 milioni).

Il tasso di occupazione, ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa, è salito dal 58,6 al 59,2%, ma rimane ben distante dalla situazione pre crisi: nel dicembre 2006 era al 63,4%. Se quest’ultimo valore fosse applicato all’attuale popolazione, avremmo avuto 157,9 milioni di occupati contro i 147,4 odierni.  La differenza, oltre 10 milioni di posti di lavoro, indica “il mancato guadagno” occupazionale inferto dalla crisi del 2007.


Tuttavia, dal dicembre 2009, punto più buio della recessione per l’occupazione, 9,4 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro. 

I disoccupati ufficialmente censiti sono 8,7 milioni, pari al 5,6%, contro i 15,4 dell’ottobre 2009, quando erano il 10% della forza lavoro.

Nei dodici mesi che portano al dicembre 2014, i disoccupati sono diminuiti di 1,7 milioni. Ma i tempi di attesa prima di trovare un nuovo lavoro permangono elevati: mediamente passano oltre 32 settimane (quattro in meno rispetto al dicembre 2013). Ed è per questa ragione che, nonostante il buon momento dell’economia americana, aumenta il numero di coloro che hanno rinunciato a cercare un’occupazione pur essendo disponibili a lavorare. E’ il fenomeno degli sfiduciati, che riguarda 6,4 milioni di persone (300 mila in più rispetto ad un anno prima). Se si tenesse conto anche di loro, il tasso di disoccupazione salirebbe al 9,3%.


Ma negli Stati Uniti la disoccupazione ha una forte connotazione razziale. Mentre tra i bianchi è al 4,8%, quella tra gli afroamericani è al 10,4%. Valore quest’ultimo superiore a quello tra i disoccupati che non hanno conseguito nemmeno un diploma (8,6%).  La disoccupazione tra gli ispanici è al 6,5%, oltre un punto più rispetto ai disoccupati che hanno conseguito un diploma (5,3%). 

Tra i laureati la disoccupazione è al 2,9%. Tenendo conto degli alti costi universitari, la posizione economica della famiglia di origine determina il divario del tasso di disoccupazione tra i bianchi in funzione degli studi effettuati.


venerdì 26 dicembre 2014

I motori della ripresa americana

Il dato finale del terzo trimestre relativo alla crescita del pil americano, pari al 5% in termini annui, ha messo a tacere gli scettici sulla reale consistenza della ripresa economica  al di là dell’Atlantico.

Per chi vive negli Stati Uniti, ove vi sono ancora più di 9 milioni di disoccupati e altri 6 milioni e mezzo di persone disposte a lavorare ma che hanno rinunciato a cercare un’occupazione, la crescita del pil può anche non impressionare: un economista come Paul Krugman può giustamente insistere sulle politiche espansive fin tanto che non verrà assorbito l’output gap.

Tuttavia, dal punto più acuto della crisi, più di 9 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro e ciò ha permesso un aumento del reddito complessivo di oltre 3.250 miliardi di dollari. Più del 90% di questo incremento, ovvero quasi 2.980 miliardi, è stato speso, consentendo una crescita dei volumi produttivi (al netto dell'inflazione) di 1.576 miliardi.


Quali sono stati i motori della ripresa americana?

A prima vista, il merito va dato ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. I consumi sono aumentati in termini reali di quasi 1.200 miliardi. Vale a dire che i ¾ dell’aumento della domanda effettiva sono attribuibili ai consumi. Gli investimenti contano per il 40%. Mentre negativi sono stati gli apporti della domanda pubblica e degli scambi con l’estero.


La domanda pubblica è diventata restrittiva a partire dalla fine del 2010. Ma nel 2009, con un deficit prossimo al 10% del pil, aveva contribuito a fermare una caduta che sembrava inarrestabile. Nel 2010 il deficit fu ridotto all’8,9% e all’8,6 nel 2011. Quest’anno sarà solamente del 2,8%.


Merito della ripresa va quindi attribuito anche al settore pubblico. Merito dell’Amministrazione Obama è di aver tirato le redini del bilancio gradualmente.

Chi parla di crescita ma dice che occorre rispettare il vincolo del 3% non fa altro che perpetuare la recessione, come il caso italiano ben dimostra (-8,6% il pil dal 2007).

Un altro motore della crescita è stata la politica monetaria. I famosi QE (quantitative easing) non solo hanno salvato il sistema finanziario americano, ma hanno sostenuto la scalata ai 2000 punti dello S&P. In parte ne hanno beneficiato anche le famiglie, la cui ricchezza finanziaria è cresciuta in termini reali del 31,6% rispetto al secondo trimestre del 2009. Ciò si è riflesso sul clima di fiducia, tanto che i consumi sono aumentati più dei redditi reali, sostenuti da un ritorno all’indebitamento, soprattutto a partire dal 2013.


Gli investimenti più che essere il motore della ripresa sono stati l’acceleratore, ma solo dopo che la domanda era ripartita. Il loro ruolo rimane marginale fino alla fine del 2011. Solo dopo il loro contributo raggiunge il 50% dell’apporto dei consumi.

La scintilla fu quindi innescata dalla crescita dei redditi reali per occupato e quando questa incominciò ad affievolirsi nel 2011 il testimone era già stato preso dalla crescita degli occupati indotti dalla domanda.


La ripresa americana è quindi il frutto di diversi fattori: un massiccio intervento pubblico a sostegno dell’economia e dei redditi delle famiglie, che ha permesso di arrestare prima il declino e poi rilanciare la domanda, coadiuvata da una politica monetaria che ha infuso fiducia e sicurezza. Avviato il motore della ripresa, tutto ha cominciato a girare per il verso giusto e ad un fattore se ne affiancava un altro che rafforzava e rinvigoriva il ciclo: il sostegno dei redditi attraverso la spesa pubblica veniva ampliato dall’aumento degli occupati i quali portavano ad una ripresa degli investimenti. Il tutto in un clima di ritrovata fiducia, indotta da una politica monetaria accomodante che permetteva non solo alle famiglie di guardare con più ottimismo al futuro, ma consentiva alle imprese di ampliare i profitti.


Dal prossimo anno la FED dovrebbe iniziare a tirare le redini della politica monetaria.  L’impressione che il settore finanziario sia salito troppo giustificherebbe un aumento dei tassi.  Bisognerà però vedere se, dopo aver tolto la stampella dell’intervento pubblico, il sistema si reggerà in piedi anche senza la stampella della politica monetaria.

Se così non fosse, Krugman avrà avuto ragione nel mettere in guardia dall’eccessiva fretta di porre fine ai QE, quando il rischio di una caduta è ancora troppo forte rispetto al rischio di una ripresa dell’inflazione.

Ciò che Krugman non considera è che non è detto che si voglia raggiungere a tutti i costi la piena occupazione, poiché per il sistema capitalistico è bene che vi sia sempre ... un esercito industriale di riserva.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

_________

(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

venerdì 26 settembre 2014

Pil Usa +2,2% nel primo semestre

Fonte: Elaborazioni su dati BEA

Il clima di fiducia delle imprese americane dovrebbe essere tornato sui massimi se si guarda ai profitti conseguiti nel secondo trimestre di quest’anno, soprattutto per quelli generati all’interno degli Stati Uniti, pari ad un valore annuo superiore ai 1.700 miliardi di dollari, a cui si aggiungono i quasi 400 derivanti dalle attività estere. Nel complesso le imprese americane incassano oltre 2.100 miliardi, l’8,4% in più di quanto conseguito nel trimestre precedente.


Ciò spiega in parte il buon andamento di Wall Street, che ha raggiunto nuovi record.


Ma l’incertezza degli ultimi mesi nel mercato azionario americano si spiega non solo per aver assorbito il gap che si era aperto tra le due variabili dopo la crisi del 2008, ma anche con il calo del tasso di profitto, tanto rispetto al capitale impiegato (investimenti + monte salari), quanto rispetto al pil.



D’altra parte, se si guarda all’intero primo semestre, i profitti risultano in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso del 2,3% e ciò riguarda sia il settore finanziario (-7,9%) che quello non finanziario (-1,3%).


Pur con queste incertezze sul futuro, gli investimenti fissi sono cresciuti nel primo semestre del 5% in termini reali, trainati soprattutto dagli investimenti non residenziali (+5,7), mentre quelli residenziali hanno limitato la corsa al 2,3%.

Nell’ultimo anno la quota degli investimenti finanziata mediante indebitamento è passata dal 23 al 24%.


Quanto all’intensità di capitale, la quota degli investimenti sul totale della spesa delle imprese in investimenti e monte salari è poco al di sotto del 23%.



Ciò ha permesso di espandere l’occupazione nel primo semestre dell’1,4% rispetto allo stesso periodo del 2013, che sale all’1,7 per i lavoratori dipendenti non agricoli.

La crescita del pil, pari al 2,2% nella prima metà di quest’anno, si è quindi tradotta in un aumento della produttività per occupato dello 0,8%.


Con la crescita dell’occupazione dipendente sono aumentati anche i salari reali individuali dell’1,1%. Complessivamente, per effetto dell'aumento dell'occupazione e dei redditi individuali, i redditi reali da lavoro dipendente crescono nel semestre del 2,9%.



I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 2,4%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 2,6% in termini nominali, ovvero dell’1,2 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie è aumento del 2,5% sul primo semestre dell’anno scorso.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 2,3%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+5,7% in termini reali annui), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,4% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto il 16% degli acquisti di beni durevoli.

Le esportazioni sono aumentate nel primo semestre del 3,3% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore privato (+2,9%).  Permane invece negativo l’apporto della domanda pubblica (-0,9%), soprattutto per il forte taglio alla spesa militare (-4%).

Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,3% e favorisce una crescita delle importazioni del 3,4%. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,1%. Un leggero accumulo di scorte porta la crescita del pil nel primo semestre al 2,2%.



Al momento si prevede che il pil 2014 possa aumentare del 2%. Perché questa previsione si realizzi è sufficiente che in questo semsetre cresca dell’1,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, ovvero del 2,6% annualizzato rispetto al primo semsetre del 2014.