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sabato 19 dicembre 2015

L'Europa delle banche

Se le banche falliscono, a risponderne – su norme imposte dalla Commissione Europea - sono chiamati i clienti, con i loro risparmi.

Visto quello che è successo ai correntisti delle quattro banche sottoposte al cosiddetto bail-in, ossia l’azzeramento degli investimenti in obbligazioni emesse dalle stesse banche oggetto di salvataggio, si potrebbe pensare che l’unico modo per restare tranquilli sia di lasciare tutti i soldi sul conto corrente.

Sbagliato. Perché se convertite i vostri titoli (bancari o meno) in depositi, dal 1° gennaio potranno essere aggrediti, se superate i 100 mila euro.

Il risparmio privato è posto a garanzia del sistema bancario.

Ma questo non basta. Secondo il Sole 24 Ore il risparmio privato è chiamato a fornire la garanzia che il debito pubblico sia ripagato.



In altri termini le famiglie e in minor misura le imprese pur possedendo meno dell’8% del debito pubblico (circa 168 mila miliardi) dovrebbero risponderne per 2.200 miliardi.

E chi detiene gli altri 2.032 miliardi? Ma è ovvio: il sistema finanziario nazionale (più della metà) e internazionale (35%).

Hanno accusato i correntisti delle quattro banche di essere degli speculatori perché avevano acquistato i titoli a reddito fisso emessi dalla loro stessa banca e si è ritenuto giusto – in base alle norme europee – che fossero chiamati a ripianare le perdite, di cui non avevano alcuna responsabilità.

Ed ora, come se nulla fosse, si dice che  il risparmio privato dovrebbe essere chiamato a ripagare i titoli pubblici che le banche possiedono.

Cosa si dovrebbe fare invece?

Un intervento pubblico, tanto per la risoluzione delle crisi bancarie (nazionalizzazione, nuovi vertici bancari e nuova gestione seguita da eventuale rivendita della banca risanata), quanto per il debito pubblico, come è sempre stato ed è sempre avvenuto, almeno fino a quando è denominato nella moneta nazionale (per il 99,8% è in euro).

L’euro non è la moneta nazionale? E allora qualcuno ci ha raccontato delle balle e vuole farci pagare i suoi errori.

E' l’Europa delle banche, bellezza!




Addendum del 20 dicembre 2015

Il Corriere della Sera di oggi riporta un editoriale del duo Alesina & Giavazzi in cui si può leggere:

Nel novembre del 2008 la Federal Reserve e il governo di Washington salvarono Citibank impiegando 45 miliardi di dollari. Solo dodici mesi dopo Citibank era tornata in attivo e restituì allo Stato 20 miliardi. Nei due anni successivi tutto il credito fu ripagato con un utile, per i contribuenti americani, pari a 12,3 miliardi. Salvare Citi si rivelò ex post un ottimo investimento: un rendimento del 27 per cento in tre anni. Insomma la Fed e l’amministrazione Usa in due anni hanno risolto il problema Citibank. 


Come si vede, non è impossibile né folle che una crisi bancaria sia risolta mediante l'intervento pubblico. Anzi è il modo normale di procedere.
A chi pone l'accento sull'elevato debito pubblico italiano (ad esempio il giornalista del Sole 24 Ore questa mattina ad Omnibus su La7), quale causa dell'impossibilità dell'intervento, vorrei far notare che

1) la citazione sopra riportata evidenzia che l'intervento pubblico può procurare anche un vantaggio per i tanto invocati contribuenti

2) che i limiti imposti al livello del debito pubblico derivano da norme europee che non hanno alcun fondamento teorico ed empirico: il debito pubblico non è andato fuori controllo negli Usa, come non è andato fuori controllo in Italia quando è stata chiamata - sempre per le norme europee - a dare 60 miliardi  per salvare le banche tedesche che si erano esposte troppo in quelle spagnole e greche.

lunedì 14 dicembre 2015

Crisi bancaria, le considerazioni della Banca d'Italia

Riporto i passi più interessanti di un intervento alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia, in merito alla soluzione adottata per la crisi di quattro banche locali.

E' un documento molto interessante, che non richiede molti commenti.

Come è stata affrontata la crisi bancaria a partire dal 2008?



La Banca d'Italia sostiene di aver proposto una soluzione meno traumatica per le quattro banche coinvolte nella crisi, ma incontrò il diniego europeo:


Quindi, pur avendo risolto senza alcun danno per i bilanci pubblici le precedenti crisi bancarie, è stato sufficiente un diniego della Commissione Europea per dare avvio al Bail-in, ossia  all'azzeramento  dei titoli bancari emessi dalle stesse banche oggetto di salvataggio.

Così, mentre alla Germania, per citare un paese a caso, veniva concesso di usufruire effettivamente degli aiuti di Stato per 238 miliardi di euro,  l'Italia avrebbe violato i sacri principi del libero mercato se si fosse fatto ricorso al Fondo Interbancario per un intervento di 3,6 miliardi.


Ma dal 2016 andrà anche peggio, perché una crisi bancaria analoga a quelle delle quattro banche coinvolgerà ...


Un milione di risparmiatori coinvolti per quattro banche che operano a livello locale!

Come si può avere fiducia in un sistema che pensa di risolvere le crisi aggredendo i risparmi? Non si può.


Peraltro, questa storia dei costi delle crisi addossate ai contribuenti non ha alcun fondamento, sia perché - come abbiamo visto - non vi è stato alcun costo sopportato dai bilanci pubblici, sia perché 

La nostra classe politica e dirigenziale ha abdicato alla difesa degli interessi nazionali. Non ha mai "sbattuto i pugni sul tavolo", come amano ripetere, né ha "rovesciato tavoli". Ha accettato supinamente una direttiva europea iniqua e punitiva per l'Italia. 

Come del resto il presidente del consiglio ammette candidamente:

Questa classe politica e dirigente pensa in tal modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Ma non fa altro che certificare, se non il tradimento degli interessi nazionali, certamente la propria inettitudine e incapacità.


lunedì 3 agosto 2015

Per gli amici liberisti, per i quali le statistiche scomode non significano nulla.

Per quelli che lo Stato è brutto e cattivo, riporto questo sondaggio d'opinione effettuato in Inghilterra, ove l'energia e le ferrovie sono state privatizzate.



A quanto pare il mercato non ha dato il meglio di sè (per usare un eufemismo).

Immagino che in qualche altro blog si avrà il coraggio di dire che anche questa statistica non dimostra nulla.

Qualcun altro dirà che assecondare i desideri della gente  è .... populismo.

Ecco, seguite le indicazioni che giungono dai banchieri, che hanno avuto il merito di portarci in questa situazione di ...bip.

Un ringraziamento per la segnalazione del tweet a @alexdelprete 

Wagner, chi era costui?

Nei giorni scorsi il Financial Times ha pubblicato i dati della spesa pubblica per abitante, ove si mostra che quella italiana non è poi così elevata come si suole dire.


Qui se ne era dato conto il 7 luglio scorso. Mentre avevo espresso un commento sulla significatività di questo tipo di statistiche il 20 febbraio.

Ora vi ritorno perché ai liberisti questo tipo di statistiche non piacciono. Vi sono dei professori alla Bocconi  che hanno argomentato che la spesa pro capite non è significativa perché mancherebbe il denominatore, ovvero un altro parametro di raffronto, rappresentato dal pil pro capite. 

Capite ora che tipo di laureati possano uscire da un’università di questo tipo!  

Occorre spiegarlo? Spieghiamolo allora. Il denominatore esiste ed è la popolazione. Si parla infatti di spesa pubblica per abitante, ovvero di G/P se con G indichiamo la spesa pubblica e con P la popolazione. Il rapporto che Carlo Alberto Maffè riterrebbe significativo, ovvero

G/P
Y/P

non sarebbe altro infatti che il rapporto tra spesa pubblica e pil:


G . P  =  G
P    Y       Y

Rapporto significativo, ma non è quello di cui si stava parlando.


In apparenza, più sofisticato è il richiamo di Riccardo Puglisi, che invoca una meritatamente sconosciuta legge di Wagner.


In sintesi questa sofisticata teoria sostiene che la spesa pubblica aumenta con la crescita del reddito pro capite, per cui non vi sarebbe nulla di particolarmente straordinario nelle statistiche appena diffuse.

Se così fosse, di che si  lamentano i liberisti? Se la spesa pubblica è alta sarebe allora merito di un reddito più elevato. O forse vogliono ridurre i redditi dei cittadini al solo scopo di ridurre la spesa pubblica?

Questi sono i paradossi a cui si giunge partendo da correlazioni errate. La spesa pubblica non aumenta per il solo fatto che il reddito aumenta. Il reddito pro capite americano è sicuramente più elevato, ma l’incidenza della spesa pubblica è inferiore a quella europea. Si deve pertanto prendere atto che la spesa pubblica è una spesa autonoma, non strettamente dipendente dal reddito. Ne è prova il caso greco, ove la spesa pubblica è stata drasticamente tagliata e il pil è crollato (e non certo viceversa, dato che i tagli sono stati imposti da organismi esteri, la troika, ai legittimi governi ellenici).

venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

_________

(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

mercoledì 9 aprile 2014

I twitter-epistemologi

Bene ha imparato "correlazione non è causa-effetto"

E' l'ultimo che su twitter ha voluto precisarmi che un grafico non dimostra scientificamente nulla, perché vi possono essere altri fattori, che non è un'analisi multivariata, che una correlazione non necessariamente implica una relazione di causalità.

Vero. Peccato che quelli che si fanno belli con i principi epistemologici od econometrici quasi sempre nei loro tweet non citano quasi mai un dato, ma solo affermazioni sulla cui bontà si potrebbe discutere a lungo.

Sono perfino capaci di dirti che gli argomenti che tratti richiedono dei paper.

E quand'anche si mettesse un link, quanti di questi twitter-epistmologi riuscirebbero a comprendere uno studio econometrico?

Se vogliamo riservare agli econometrici l'uso esclusivo di twitter non ho problemi a farmi da parte ed assistere ai duelli sugli R quadro o i t-student. Oppure, anziché continuare a ripetere che un grafico non è una analisi multivariata, si abbia la bontà di portare una tesi (anche monovariata) alternativa. Perché 

a) un grafico o una tabella può non essere sufficiente a dimostrare una relazione funzionale tra due variabili, ma può essere in grado di smentire un'affermazione

b) perché non può significare il contrario di quello che rappresenta 

c) perché se le variabili rappresentate in un grafico o in una tabella hanno un minimo di coerenza logica (economica) e vi è una relazione tra i due fenomeni, per quanto non esaustiva, quella relazione ha un fondamento.

L'alternativa, altrimenti, è che su twitter i dati e i grafici non sono scientifici, ma i luoghi comuni assurgono a verità rivelate. Mi pare un po' troppo.

Nessuno in 140 caratteri può sviscerare un argomento sotto tutti i punti di vista e analizzare ogni singola sfaccettatura. Non è facile nemmeno in un blog (ci vuole come minimo un paper). Ma tra le cazzate in libertà e un'affermazione supportata da un  singolo dato, spirito scientifico vuole che si esamini la seconda e si lasci perdere la prima. 

Inoltre non è una confutazione  dire che una tabella è monovariata. Confutazione è quando altro dato o altra analisi smentisce la tesi o ne dà una spiegazione migliore.  





lunedì 17 marzo 2014

Euro ... o non Euro? Questo è il problema

Ieri, discutendo su twitter a proposito dell’uscita o meno dall’euro, ho trovato un interlocutore secondo il quale il calo della produzione industriale (-25% dal 2007) era riconducibile, tra le altre cause citate prive di fondamento (es.: colpa della svalutazione della lira degli anni precedenti), alla chiusura di imprese che producevano magliette, in quanto messe fuori mercato da produzioni cinesi o perché avevano delocalizzato in Tunisia o altri paesi.

Ora, quando un indice cade del 25%, difficilmente il problema si concentra in uno o pochi settori. Ma un conto è avere una sensazione è un conto è averne la certezza. E così mi sono preso la briga di andare verificare.

Ma prima di esporvi il risultato della mia ricerca, non voglio dare l’impressione di sfuggire alle tesi dell’intercultore eurista.

Il discorso della svalutazione della lira non sta in piedi per due ragioni: la prima, perché tendenzialmente le svalutazioni favoriscono le esportazioni e quindi l’aumento dell’attività produttiva; la seconda è che l’euro c’è da quando è stata fissata la parità della lira a 1936,27, ossia dal 1999. E non è concepibile  sostenere che una crisi avvenuta nel 2007 tragga origine da fatti avvenuti più di dieci anni prima. Nemmeno se si volesse sostenere (come sembra da qualche suo tweet) che l’euro avrebbe solo evidenziato le difficoltà di un sistema industriale non competitivo (le famose magliette che continuava a citarmi). Perché, se anche fosse, bisognerebbe allora riconoscere che l’euro è comunque stato un danno per le nostre imprese.

Ma è vero che la crisi ha fatto chiudere le imprese non competitive, come quelle del tessile-abbigliamento?


Ora, va da sé che le imprese che chiudono sono quelle meno competitive (banalità), ma quando un paese perde un quarto dell’attività produttiva non è più così banale. Inoltre se ne dovrebbe desumere che, se sono venute meno solo le imprese meno competitive, la produttività del sistema ne abbia  tratto giovamento. E’ cosi?


I dati sembrano raccontare un’altra storia. La produttività, tanto per l’economia nel suo complesso quanto per il settore industriale, è inferiore a quella del 2007 (o, se vogliamo essere generosi, uguale). Se fossero sparite solo le imprese non competitive, come mai la produttività per occupato non è aumentata?

Forse perché la crisi ha coinvolto tutti, non solo i produttori di magliette e non solo le imprese più traballanti. Infatti ecco cosa è successo alla produzione industriale per settore dal 2007:


Su 15 comparti industriali, solo uno è riuscito ad aumentare la produzione, quello farmaceutico. Tutti gli altri hanno perso produzione: l’alimentare del 3%, due settori subiscono perdite tra il 10 e il 20%,  altri sette accusano un calo compreso tra il 20 e il 30% e vi sono infine ben quattro settori che crollano di oltre il 30%.

Altro che magliette! (per inciso il settore tessile-abbigliamento è uno di quelli che ha perso meno, “solo” il 21%). Quello che ha perso di più è stato quelle delle apparecchiature elettriche (-36,4%).

Quando gli ho fatto notare che la Fiat non produce magliette e che la produzione italiana di automobili è inferiore a 500 mila (e i dati del 2013 pubblicati dall’OICA dicono meno di 390 mila) era già abbastanza tardi (circa l’una e mezza di notte) e mi risponde ricordandomi il costo del lavoro.

Ora, ammesso e non concesso (perché come vedremo non è così) che il costo del lavoro in Italia sia il più alto di tutti, non mi pare di vedere tutto questo benessere in giro: non credo che i lavoratori siano contenti del loro tenore di vita. E ne hanno ben donde. Ma fin qui siamo alle impressioni e alle opinioni.

Vediamo allora i dati del costo del lavoro:


Ora sarà pure vero che i cinesi e i tunisini abbiano messo fuori mercato i produttori di magliette e questi abbiano chiuso o delocalizzato.  E sarà pure vero che la Fiat preferisce produrre in Polonia piuttosto che in Italia (senza peraltro apprezzabili miglioramenti nelle quote di mercato a livello di UE, dato che queste scendono dal 6,5 al 6,1%, facendosi scavalcare dalla BMW). Ma resta il fatto che il costo del lavoro italiano non è quello più alto in assoluto. Quindi delle due l’una: o il resto del mondo ce l’ha a morte con l’Italia (solo a noi fa concorrenza?) o non è un problema di costo del lavoro, dato che Canada, Regno Unito, Germania, Usa e Francia pur avendo un costo del lavoro per dipendente più elevato dell’Italia stanno sicuramente meglio di noi.  

Qui si potrebbe invocare la diversa specializzazione produttiva in termini di valore aggiunto rispetto ai nostri competitor più ricchi. Ma il crollo della produzione è avvenuto di schianto nel 2008/2009 ed ha riguardato - come si è visto - contemporaneamente tutti i settori, anche quelli più avanzati. Quindi, per quanto vi siano delle responsabilità nella classe imprenditoriale nostrana, non può essere questa la causa scatenante (sebbene sia una causa complementare all’intensità della crisi).

A difesa dell’euro, il mio interlocutore sosteneva che il problema era la domanda interna, mentre le esportazioni andrebbero bene (ovviamente in contraddizione con l’affermazione che il problema sia il  costo del lavoro; ma a quanto pare su twitter non è richiesta la logica).

Peccato che le esportazioni pur riprendendosi dalla botta del 20% cumulata a fine 2009 siano tutt’ora sotto i livelli pre-crisi.


E se vi è un problema delle esportazioni e la causa non è imputabile al costo del lavoro (salvo per scopi strumentali e di classe), vi è solo un altro fattore che può aiutare a spiegare ciò che è successo: il tasso di cambio o, meglio, l'impossibilità per l'Italia di usufruire di quell'aggiustamento fisiologico che deriva dagli squilibri nei rapporti con l'estero. Infatti, da quando è entrato in vigore l'euro, il tasso di cambio effettivo deflazionato con i prezzi al consumo segnala permanentemente una sopravvalutazione rispetto al tasso di cambio effettivo tedesco.

Inutilmente ho cercato di far comprendere che con un tasso di cambio sopravvalutato le esportazioni vengono penalizzate.



E’ poi vero che il calo è stato particolarmente forte  per la domanda interna (oltre il 12% rispetto al 2007), ma ciò è dovuto soprattutto al calo dell’occupazione (quasi il 7%), a sua volta riconducibile alla crisi scoppiata dopo il 2007 che ha decurtato il pil dell’8,5%.

E’ ovvio che sia una crisi da domanda. Ma che cosa l’ha generata? Non certo i subprime (anche questo ho dovuto leggere!). In Italia il fenomeno è stato praticamente inesistente, mentre sono state coinvolte le banche tedesche e inglesi; ma non mi pare che loro stiano peggio di noi.

Un’altra risposta del mio interlocutore (è sempre così, tu rispondi su un punto, loro ne tirano fuori un altro che ha meno fondamenti del primo e via così all’infinito) è che la crisi ha coinvolto quelle imprese che hanno crediti verso la Pubblica Amministrazione (la quale non paga gli imprenditori!) o per l’alta tassazione.

Se fosse così, e non ho dubbi che in Italia la tassazione sia elevata e che la P.A. paghi con tempi eccessivamente lunghi, bisognerebbe allora trarne le conclusioni: l’alta pressione fiscale da una  parte e il mancato pagamenti dei debiti della P.A. sono il frutto delle politiche e dei vincoli che l’Eurosistema (BCE, Commissione ed euro) ci impongono.

Se ossessivamente bisogna ridurre il deficit sotto il 3%, quale che sia l'andamento del ciclo economico, è inevitabile che la politica fiscale diventi più restrittiva. Se si continua a dire che occorre ridurre il debito pubblico è inevitabile che i governi cerchino di non far emergere un debito che li espone ai richiami e alle infrazioni punite dalla Commissione UE. 

Insomma, se volete l’euro, vi dovete prendere pure i vincoli e le politiche economiche e fiscali conseguenti.

Immagino già, a questo punto, la classica obiezione che viene sollevata contro l'alta tassazione: riduciamo la spesa pubblica e si potranno ridurre le tasse (anche se il mio interlocutore non l’ha sollevata anche perché, vista l’ora, ho terminato lo scambio di tweet).

Non risponderò a questa fantasiosa teoria con gli argomenti dei manuali di economia del primo anno, ove si dimostra che l’effetto è recessivo.

Risponderò con i dati, che sono lì dal 1992: abbiamo un avanzo primario, non un deficit. In altri termini da 22 anni il settore pubblico, al netto degli interessi,  spende meno di quello che incassa (non di più). E ciò deprime il settore privato che si vede prelevare più di quanto ritorna in termini di servizi pubblici, pensioni, stipendi, investimenti e acquisti di beni e servizi alle imprese.

Se il debito pubblico avesse seguito solamente il saldo primario, i 750 miliardi del 1991 sarebbero scesi a 65 nel 2013. Se invece è a 2.070 miliardi lo si deve agli interessi (1.830 miliardi quelli pagati in questo periodo).


Ma questa storia inizia nel 1981, quando ci fu il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro. Da allora, il settore pubblico ha dovuto fare affidamento al mercato finanziario e noi abbiamo pagato non solo tassi di interesse sempre più alti dell’inflazione, ma anche della crescita del pil, sia che l’economia andasse bene sia che fosse in recessione.


La realtà è che dal 1980 la classe dirigente di questo paese, impregnata dalle ideologie liberiste, ha sistematicamente lavorato per ridurre le conquiste e i diritti dei lavoratori (culminati con la Statuto dei Lavoratori del 1970 e la scala mobile nel 1975). 

I punti salienti di questa rivincita sono: 
- il divorzio Bankitalia-Tesoro, con la funzione di condizionare e limitare la crescita del settore pubblico. 
- l’abolizione della scala mobile,  privando i lavoratori di uno strumento nato per tutelare il potere d’acquisto
- l'introduzione del precariato con la legge Treu 
l’ingresso nell'euro, con il quale - mediante una valuta sopravvalutata - si impone da un lato la deflazione salariale, quale unico modo per recuperare competitività, e dall'altro la Commissione Ue e la BCE che provvedono ad impedire qualsiasi politica espansiva, sia esse monetaria o di bilancio.

Concludendo, è paradossale che Giorgio La Malfa (che aveva come padre, Ugo La Malfa, l'alfiere dell’austerità) abbia scavalcato a sinistra le formazioni che dicono di voler difendere i lavoratori. Per i danni inferti con le loro scelte politiche, queste ultime si dovranno assumere le loro responsabilità.

sabato 15 marzo 2014

Puglisi: salari legati alla produttività. Allora siano aumentati del 10,7% in termini reali




































Riccardo Puglisi, in ossequio alla sua teoria neoclassica, propone che i salari siano legati alla produttività.

Magari fosse vero! I lavoratori avrebbero diritto ad un aumento dei redditi reali del 10,7%.

Ma forse voleva fare solo lo spiritoso. Peccato che non vi sia nulla di cui sorridere: chi lavora ha i redditi reali fermi al livello del 2007 e  le persone che non hanno un lavoro sono oltre 6 milioni.

venerdì 31 gennaio 2014

Uscire dall'euro: è giusto guardare alla posizione netta verso l'estero?

Da un po’ di tempo su twitter è in corso un furioso scambio di opinioni tra coloro che, pur essendo critici verso l’attuale sistema dell’euro, si dividono tra chi vuole ritornare alla lira tout court e chi propone posizioni più sfumate (come l’adozione di un sistema simile al Bancor proposto da Keynes in occasione degli accordi di Bretton Woods ed ora rilanciato ad esempio da Keynes Blog).

Il tema del contendere verte non tanto sul nucleo della questione, che è chiaramente inconciliabile, ma su aspetti di contorno (ma non di poco conto). Si è concentrato in particolare sui problemi che potrebbero derivare in caso di uscita unilaterale dall’euro da parte dell’Italia rispetto al debito estero (escluso ovviamente il debito pubblico, che sarebbe convertito senza problemi nelle nuove lire).

Vediamo di fare il punto della situazione. Cominciamo con definire l’entità del problema. Quant’è il debito verso l’estero? La situazione è sinteticamente illustrata da questa nota della Banca d’Italia, aggiornata a settembre 2013.


Il debito estero lordo ammonta a 1.914,5 miliardi. Subito scatta la reazione e si afferma che occorre tener conto delle attività che vantiamo verso l’estero. 

Sotto trovate un'altra nota della Banca d’Italia in cui si riportano le attività che vantiamo sull’estero e la conseguente posizione netta (negativa), pari a 450,1 miliardi  di euro.


Ora l'assunzione della posizione netta verso l’estero non è l'indicatore più opportuno per valutare l'impatto di una uscita dall'euro. Andrebbe infatti certamente escluso dal computo delle passività il debito pubblico. Questo significa che da un debito estero netto  si passa ad un credito netto di 296,3 miliardi? Non proprio. Perché è sbagliato considerare la posizione netta.


In fase di conversione dei rapporti di debito con l’estero, le attività estere sono poco significative ai fini di un eventuale contestazione internazionale. Se queste sono espresse in valuta estera (da leggersi: in euro, lapsus evidenziato il 2/2/14), la svalutazione che si suppone vi sia in caso di uscita dall’euro, non farà che avvantaggiare il creditore italiano: se vanto un credito di 1€ e la nuova lira passa (per semplicità di calcolo) da 1 a 2 lire per euro, la svalutazione rende le attività estere espresse in lire più vantaggiose, senza che sia danneggiato il debitore estero (che pagherà il suo euro).

Ben diverso è il discorso del debito. Avere un debito di 1 € verso l’estero non è la stessa cosa di un debito di una nuova lira. Il creditore estero vorrà essere pagato con moneta buona (l’euro); noi diremo che avendo riconvertito il debito in lire (1 a 1) dovremo pagare con la nostra nuova moneta. Sicché se il debito scade tra dieci anni e nel frattempo (sempre per semplicità di calcolo) ci vorranno 2 lire per un euro, il debitore italiano penserà di estinguere il suo debito con una nuova lira, ma il creditore estero si vedrà arrivare ½ euro. 

Come si risolve la questione? Vale la lex monetae. Questa afferma che i debiti si pagano con la moneta nel tempo valida per estinguere un debito di denaro (artt. 1277 c.c.). Quindi il creditore estero che si rivolge alla giurisdizione italiana andrà incontro ad una cocente delusione. A meno che ….

A meno che il contratto tra le parti faccia esplicito riferimento ad una legislazione diversa da quella italiana. In quel caso, i guai saranno del debitore italiano che dovrà pagare 2 lire anziché una lira per estinguere il suo debito. Ma su questo ci torniamo dopo.

Avevamo detto che conta il debito lordo (al netto del debito pubblico e a questo punto al netto anche di tutti i debiti privati sotto la legge italiana) e non la posizione netta perché un debito verso l’estero è diverso da un credito vantato verso l’estero.

E’ diverso perché non è possibile compensare i debiti esteri con i crediti esteri. Supponiamo che la banca italiana UC  vanti un credito verso la banca inglese RBS e che l’impresa italiana Mario Rossi sia debitrice verso l’azienda inglese John Smith in euro. E’ evidente che l’impresa Rossi dovrà affrontare il problema del suo debito con l’impresa Smith indipendentemente dal fatto che la banca italiana UC vanti un credito verso RBS. Se il debito segue la legge italiana, Rossi sarà protetto dalla lex monetae, altrimenti dovrà sottostare alla legge inglese che gli imporra di pagare in euro (quale che sia diventato nel frattempo il rapporto di cambio).

I discorsi del tipo che se un azienda ha debiti esteri potrebbe avere anche dei crediti, possono essere utili per valutare la posizione netta di quella azienda (se ci perde o ci guadagna dall’uscita dall’euro), ma non sono utili per determinare l’entità dei problemi a cui occorre far fronte in caso di ritorno alla lira. A livello macro, a livello di paese, i problemi arriveranno dal debito lordo, non dalla posizione netta verso l’estero.

Se è il debito lordo che conta (al netto del debito pubblico e del debito estero sotto legislazione italiana) occorre valutare il debito estero contratto facendo riferimento a legislazioni diverse da quella italiana.

Keynes Blog ha messo su twitter questa tabella. 



Questa tabella ci è utile per evidenziare quella parte del debito che è sotto legislazione estera o non noto. Ha tuttavia un difetto: non ci dice quanto di questo debito, valorizzato in euro, è effettivamente espresso in euro. Ad esempio, il debito del settore finanziario italiano sotto legislazione estera, pari a 173 miliardi, non evidenzia quanto potrebbe essere espresso in $. Nel qual caso, per quanto si ritorni alla lira, non verrà coinvolto da problemi legali, perché dovrà comunque essere pagato in $, sia che sia sotto legge straniera o italiana. Ma tralasciamo questo aspetto e domandiamoci: quant’è il debito che potrebbe generare controversie legali?

Secondo Keynes Blog è quello sotto le colonne Foreign Law (legge straniera). Il totale per l’Italia fa 792 miliardi di euro.

Temo tuttavia che questo debito, comunque sia espresso (in euro, in dollari o altro), proprio perché regolamentato da legge straniera non possa costituire un problema,  almeno da un punto di vista legale: dovrà essere pagato in euro (o in dollari, ecc.). 

Può essere un problema economico? Certo per le imprese italiane che hanno fatto ricorso alla legislazione estera non sarà uno scherzo un’eventuale uscita dall’euro. Il danno potrebbe essere pesante. Però mi si deve spiegare perché una banca o una società debba emettere titoli in euro con legislazione lussemburghese, irlandese, inglese o olandese, quando poteva farlo benissimo con la legislazione italiana (l’euro non è per sempre come i diamanti? Mario Draghi dixit). Se vi hanno visto dei vantaggi (fiscali od altro), quella banca o quella società si dovrà assumere anche i rischi connessi ad un’uscita dell’Italia dall’euro (o all'eventuale dissoluzione della moneta comune da chiunque provocata). E’ inconcepibile che siano accollati ai conti pubblici italiani le posizioni debitorie andate a male da parte di imprese private nel tentativo di ottenere vantaggi offerti da altri sistemi fiscali.

Il vero problema, legale (ma conseguentemente economico), sarà dato dal debito estero in euro che è stato contratto senza aver definito la legge competente per risolvere le controversie (le colonne Unknown). Secondo la tabella ripresa da Keynes Blog sarebbe pari a 332 miliardi. Non è poco. Una svalutazione del 20% - se fosse tutto in euro (ma probabilmente non lo è) – comporterebbe una perdita sui conti delle imprese superiore ai 66 miliardi, ovvero il 4,2% del pil attuale (ma bisogna vedere come si diluisce nel tempo). E’ accettabile? E' una domanda a cui ognuno di noi può rispondere come meglio crede.



Aggiornamento del 1° febbraio

Se tralasciamo le possibili controversie legali in caso di uscita dall'euro e guardiamo invece esclusivamente agli effetti economici complessivi sul sistema economico, allora occorre considerare sia il debito estero (lordo) ma al netto del debito (pubblico e privato) sotto legge italiana sia il credito estero.

Si ritorna in tal modo alla posizione netta? No, ma piuttosto alla posizione netta verso l'estero al netto del debito (pubblico e privato) sotto la legge nazionale.

Quindi dal lato delle passività, facendo riferimento alla tabella ripresa da Keynes Blog, si dovrà tener conto sia dei 792 miliardi che dei 332 miliardi con giurisdizione non ben definita. Il totale del debito estero da considerare è quindi pari a 1.124 miliardi (al lordo del debito espresso in valute diverse dall’euro).

Dal lato dell’attività vi saranno tutti gli asset detenuti all’estero o emessi da operatori esteri. Stando alla Banca d’Italia si tratterebbe di 1.907,8 miliardi (anche qui al lordo delle attività espresse in valute diverse dall’euro).

Nell’ipotesi che sia assunta la tesi degli euristi che paventa una svalutazione generale della lira verso tutte le valute, ci semplifichiamo la vita poiché quale che sia la svalutazione, i vantaggi saranno superiori agli svantaggi.

Se invece la banca centrale con un'opportuna politica valutaria riuscisse a contenere, se non a mantenere stabile, il rapporto con il dollaro e guardasse con benevolenza alla svalutazione della lira verso l’euro(marco), il vantaggio potrebbe non essere così schiacciante.

Ad esempio, gli investimenti diretti all’estero dei primi nove paesi dell’area euro contano per circa il 62% degli investimenti diretti totali (fonte app. Relazione Banca d’Italia 2012 su dati 2011, pp. 100-101). Ora, non è detto che questa percentuale sia valida, per esempio, anche per i titoli esteri posseduti dagli operatori italiani e per gli altri crediti esteri. Ma se fosse un’approssimazione accettabile (lascio ad altri il compito di accertarsene; ma la Banca d’Italia sicuramente conosce bene i dati), le attività estere dell’Italia coinvolte in una ridenominazione si ridurrebbero a  1.183 miliardi.

Viceversa, gli investimenti diretti esteri in Italia dei primi nove paesi dell’euro sono il 78,5% del totale. Applicando la stessa ipotesi, il debito estero (al netto di quello pubblico e di quello privato sotto legge italiana) coinvolto in un possibile aggravio in seguito alla svalutazione sarebbe pari a  882 miliardi.

Pertanto, per ogni punto percentuale di svalutazione verso l’area dell’euro(marco) il sistema economico italiano nel suo insieme potrebbe trarre un giovamento di circa 3 miliardi di euro (in caso di una svalutazione del 20% verso l’area dell’euro-marco si tratterebbe di un vantaggio netto nei rapporti con l’estero in termini di debito/credito di circa 60 miliardi, ovvero il 3,8% sul pil, ma anch’esso da diluirsi nel tempo).

Insomma, molto rumore per nulla?