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venerdì 6 febbraio 2015

Come Krugman spiega una possibile ripresa dell'economia mondiale

Ciò che segue è la traduzione-adattamento di alcuni passi essenziali del post di Paul Krugman.


In tempi normali, cioè con tassi significativamente maggiori di zero, la domanda è determinata dalla curva IS, ove la spesa reale è più alta quanto più bassi sono i tassi di interesse.

Supponiamo che la banca centrale adegui i tassi di interesse e stabilizzi l’economia rispetto alla piena occupazione.




Che succede se c’è un aumento della domanda, diciamo per un miglioramento dei bilanci delle famiglie? La curva IS si sposta verso destra. Ma se la banca centrale ha fatto il suo lavoro, l’economia è già in piena occupazione. In tal caso un aumento della domanda non si rifletterà in un aumento della produzione, ma in un aumento dei tassi di interesse.

In un sistema internazionale aperto agli scambi con l’estero ci aspettiamo che l’afflusso di capitali eguagli il rendimento tra i diversi paesi. 

Ora, l’aumento della domanda negli Stati Uniti ha aumentato i tassi, ma non all’estero.

Quindi che succede? Che la valuta si rafforza, causando o ampliando il deficit commerciale. Se lo shock iniziale è percepito come permanente, questo processo andrà avanti e l’aumento della domanda negli Stati Uniti condurrà ad un aumento dei tassi di interesse nel resto del mondo, in quando aumenterà la domanda (e quindi la curva IS si sposterà a destra) anche negli altri paesi.

Guardiamo ora ai tempi anormali che stiamo vivendo. La politica monetaria è ingabbiata nella trappola della liquidità (tassi zero) e siamo sotto il livello di piena occupazione.

Che cosa determina il tasso di cambio? Se i rendimenti attesi devono essere uguali sia all’interno che all’estero e i tassi di interesse sono parimenti a zero, il tasso di cambio corrente deve essere eguale alle aspettative future del tasso di cambio, che come abbiamo visto è strettamente connesso all’equilibrio tra i tassi di interesse  necessari per raggiungere la piena occupazione.

Ora consideriamo due casi di aumento della domanda americana.

Nel primo caso, vi è la convinzione diffusa che l’aumento della domanda sia temporanea o che l’aumento interno avvenga più o meno contemporaneamente con un aumento della domanda interna negli altri paesi. In questo caso il dollaro non si muoverà e l’aumento della domanda americana si riverserà prevalentemente all’interno degli Stati Uniti.

Nel secondo caso, è diffusa la convinzione che sia permanente rispetto agli altri paesi.
In tal caso il dollaro si rafforzerà rapidamente e la domanda sarà condivisa con il resto del mondo.

Pertanto, che cosa sta accadendo? Che il dollaro si sta rafforzando. Ciò suggerisce che i mercati considerano l’aumento della domanda americana come un fenomeno duraturo. Si deve pertanto concludere che l’incremento della domanda verrà condiviso con gli altri paesi. In altre parole, la forza del dollaro probabilmente sarà il principale motore della ripresa internazionale.

domenica 25 gennaio 2015

Gli effetti incerti del QE

Ieri Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo di Jeffrey D. Sachs, originariamente uscito sul sito Project Syndacate, intitolandolo I pessimisti hanno torto, la politica monetaria funziona.

Infatti, il professore della Columbia University nel suo intervento afferma:

La buona notizia è che, anche in prossimità dello ZLB (Zero lower boundtassi di interesse zero,, ndr), la politica monetaria funziona. Il QE aumenta i prezzi azionari; abbassa i tassi di interesse a lungo termine; induce le valute a deprezzarsi; e allenta le strette creditizie, anche quando i tassi di interesse sono quasi a zero.

Inoltre:

lo stimolo fiscale è uno strumento debole per la gestione della domanda a breve termine. (…) in un influente documento del 1998, Krugman aveva spiegato perché. A quel tempo sosteneva, e a ragione a mio avviso, che gli sgravi fiscali a breve termine e i trasferimenti sarebbero stati in parte risparmiati, e non spesi, e che il debito pubblico si sarebbe moltiplicato e avrebbe creato un’ombra a lungo termine sul bilancio fiscale e sull’economia. 


Esaminiamo innanzi tutto la prima citazione, quella relativa alla trappola della liquidità.

Conviene innanzi tutto ricordare che tale situazione fu teorizzata da John M. Keynes. Si determina quando i tassi di interesse scendono verso lo zero, al punto che per gli investitori non è più vantaggioso impiegare le proprie disponibilità liquide e preferiscono mantenerle presso di sé. Se questa preferenza è diffusa e generalizzata, si ha il fenomeno della trappola della liquidità e questa costituisce un ostacolo agli investimenti, dato che viene meno l’incentivo ad impiegare la liquidità.


Il modello IS-LM

Per quanto  non rappresenti fedelmente la teoria keynesiana, il modello IS-LM è utile per rappresentare graficamente ciò che succede in questo caso particolare.

In una situazione normale, il modello afferma che il tasso di interesse (i) sarà determinato dall’incrocio tra la curva IS, quella degli investimenti e del risparmio, con la curva LM, della domanda e dell’offerta di moneta.


La IS rappresenta da un lato la domanda di investimenti (I) in funzione del tasso di interesse (più il costo del denaro è elevato, minore sarà l’incentivo ad investire in attrezzature e macchinari, e viceversa), e dall’altro la stessa curva rappresenta il risparmio (S) in funzione del reddito (più il reddito Y cresce, maggiore sarà il livello del risparmio, e viceversa). 

La LM, parallelamente, rappresenta la domanda di moneta (L) in funzione del reddito (più il reddito è elevato maggiori saranno le necessità del sistema di detenere moneta), nonché l’offerta di moneta (M) in funzione del tasso di interesse (più è elevato maggiore sarà la disponibilità ad offrire la liquidità, e viceversa).

L’incrocio tra le curve IS-LM determina sia il tasso di interesse che il livello del reddito. Il risparmio, determinato dal livello del reddito andrà a soddisfare gli investimenti che saranno intrapresi a quel livello di tasso  (S=I). Contestualmente, il tasso di interesse determinerà l’offerta di moneta che sarà eguale a quella che il sistema domanda in funzione del reddito (L=M)



Cosa succede se i tassi tendono verso lo zero? In base alla teoria keynesiana, la preferenza per la liquidità diventa anelastica: i tassi sono talmente bassi (o nulli) che gli operatori preferiscono restare liquidi ed  ogni aumento dell’offerta di moneta da parte della Banca Centrale (LM à LM’) non avrà altro effetto che accrescere le scorte di liquidità.


In questa situazione, il tasso di interesse e il reddito saranno determinati dalla curva IS, dato che la preferenza per la liquidità assorbirà tutta la moneta che viene immessa nel sistema.


Gli effetti del QE

Ora non è dato sapere da Sachs perché in una situazione di trappola della liquidità la politica monetaria dovrebbe funzionare. E’ vero: il quantitative easing (QE) dovrebbe in prima battuta ridurre i tassi di interesse a lungo termine dei titoli obbligazionari, offrendo liquidità al sistema bancario. Ma se il sistema bancario investe in altri mercati finanziari (azioni, esteri, metalli preziosi) non vi è garanzia che venga meno la stretta creditizia, tanto più in un periodo in cui le insolvenze sono particolarmente elevate (le sofferenze sui prestiti a società non finanziarie e famiglie sono al 12,7%).

D’altra parte l’eventuale  impiego della liquidità da parte del sistema bancario nei mercati azionari innalzerà certamente i valori dei titoli e muoverà la liquidità verso altri operatori e alla lunga potrebbe creare un effetto ricchezza tra le famiglie e i risparmiatori, inducendoli a spendere più volentieri il reddito corrente (sempre che non si provveda ad inasprire la pressione fiscale per rispettare i criteri europei sul deficit pubblico). Ma in Italia, nel 2012, i titoli obbligazionari, azionari e i fondi comuni  (ossia gli strumenti più sensibili ai movimenti di mercato) erano meno del 30% delle attività finanziarie delle famiglie; sicché oltre ad essere ritardato nel tempo, l’effetto ricchezza potrebbe essere notevolmente smorzato. In tal caso il beneficio previsto dall’economista americano apparirà alquanto inconsistente.

Abbiamo visto tuttavia che anche in una situazione di ZLB, il reddito può aumentare se la curva IS si sposta verso destra (da IS a IS”). Ma che cosa dovrebbe indurre, nella situazione attuale, un aumento degli investimenti. Certo, il sistema bancario potrebbe ritornare a finanziare le imprese, anche se – come si è detto – si esporrebbe a forti rischi di insolvenza a fronte di ritorni sui mercati finanziari che appaiono alquanto scontati. Ma la vera domanda è perché le imprese dovrebbero investire in un contesto di conclamata recessione (da gennaio a novembre 2014, il fatturato delle imprese industriali è sceso del 2,2% in termini reali); perché dovrebbero ampliare la capacità produttiva quando non riescono a saturare gli impianti (nel terzo trimestre 2014 il grado di utilizzo degli impianti era al 72,3%).

Un canale che potrebbe spingere la domanda è quello delle esportazioni. Se – come si è detto – il sistema bancario dirotterà la liquidità derivante dal QE anche sui mercati finanziari esteri o sui metalli preziosi si rafforzerà la domanda di valuta estera, in primis del dollaro. Avremo quindi un indebolimento dell’euro (come è successo subito dopo l’annuncio della BCE del programma di acquisti per 60 miliardi al mese a partire da marzo fino al settembre 2016 ed anche oltre se le attese di inflazione non si riporteranno su valori prossimi al 2%). Ciò dovrebbe favorire le esportazioni e penalizzare i concorrenti al di fuori dell’area dell’euro. Sarà sufficiente per far ripartire l’economia?

Al contrario di ciò che pensa Sachs l’unica voce certa in grado di rilanciare la domanda (far spostare la curva da IS ad IS”) è la spesa pubblica. Le altre (consumi, investimenti ed esportazioni nette) hanno diversi gradi di incertezza e tempi relativamente lunghi per esplicitarsi. Ma ovviamente l'intervento pubblico è ancor più eretico dello stampar moneta.  

Quanto alle argomentazioni di Krugman, vanno riferite a quale leva sia più efficace: se una riduzione delle tasse o un aumento degli investimenti. Nel primo caso, gli sgravi fiscali (e tali sono anche i provvedimenti come gli 80 euro di Renzi) spesso si trasformano  in risparmi, ossia non danno origine a quella domanda supplementare in grado di rilanciare l'economia. Invece l’aumento della spesa pubblica, soprattutto mediante gli investimenti, oltre che innalzare direttamente il pil innesca un effetto moltiplicativo grazie agli acquisti di materiali e attrezzature delle imprese chiamate a realizzare le opere pubbliche presso i fornitori, e così via risalendo a monte nella catena produttiva; parallelamente i lavoratori assunti dalle imprese per la realizzazione degli investimenti pubblici, spendendo quanto ricevono come retribuzione, avviano un altro circolo virtuoso dal lato dei consumi. Se questi investimenti sono  di una misura tale da innescare le dinamiche sopra descritte, il sistema economico si rivitalizza, gli impianti tornano a girare  e migliora il clima di fiducia delle imprese, inducendole a  intraprendere nuovi investimenti. Tutto ciò innalzerà il reddito nazionale e conseguentemente aumenterà il gettito fiscale, andando a ripagare la spesa pubblica iniziale.

Ma ovviamente nell’attuale contesto europeo, ove conta di più rispettare  i parametri privi di ogni fondamento scientifico, come quelli del 3% (o addirittura il pareggio di bilancio), piuttosto che preoccuparsi di ridurre la disoccupazione offrendo un’opportunità di lavoro a chi lo cerca, è nella migliore delle ipotesi una pia illusione. Più realisticamente è un disegno nemmeno tanto nascosto volto a determinare una precisa distribuzione del reddito tra lavoro e capitale, a favore del secondo. 

venerdì 24 ottobre 2014

I saldi settoriali dal 2007 ad oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia (nuovi criteri statistici)

Il vantaggio che doveva offrire l’euro ad un paese come l’Italia era di poter allentare il vincolo esterno. La cronica situazione deficitaria della bilancia commerciale poteva diventare meno preoccupante se le importazioni fossero state pagate con una valuta accettata internazionalmente.



Purtroppo, a partire dal 2008 e ancor più dal 2010, con la crisi del debito greco, abbiamo scoperto che avevamo solo rinunciato ad un altro pezzo della nostra sovranità.

Fino a quel momento ci eravamo illusi di aver fatto evaporare il problema del debito estero, dato che si pensava che il debito pubblico convertito in euro sarebbe stato garantito dalla BCE.

Su questa falsa premessa (o promessa) il saldo del settore pubblico ha superato la formazione del risparmio del settore privato, fino a determinare un deficit delle partite correnti nel 2010 vicino al 4% del pil.

Quando la BCE dichiara di non aver alcuna intenzione di garantire il debito pubblico greco, come pure quello degli altri paesi, riappare in tutta la sua drammaticità il problema del vincolo esterno.

Da quel momento in poi le politiche restrittive diventano inevitabili, se non si vuole andare in default. E poiché la Germania e la Francia non avevano alcuna intenzione di perdere i capitali investiti nei titoli di Stato italiani, Monti è chiamato a riportare in equilibrio i nostri conti con l’estero, nell’unica maniera possibile: riducendo la domanda interna. La qual cosa è stata ottenuta, da lato del settore pubblico, tagliando la spesa e inasprendo la pressione fiscale e, dal lato del settore privato, comprimendo il costo del lavoro, mediante una riduzione delle tutele per i nuovi assunti (con i contratti a tempo determinato), nonché andando ad erodere il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Le politiche economiche di austerità, decurtando i redditi delle famiglie, hanno fatto calare  la domanda e di pari passo le importazioni. A metà del 2013 la missione poteva essere considerata conclusa: l’Italia riconquistava il surplus nelle partite correnti.




Tuttavia, le politiche restrittive hanno avuto l’effetto non tanto di rilanciare il risparmio, quanto di deprimere gli investimenti, per la semplice ragione che non ha molto senso investire quando la domanda effettiva nel giro di sei anni cala dell’8% e quella interna quasi dell’11%.



Come il miglioramento del saldo con l’estero non è avvenuto grazie ad un aumento delle esportazioni, ma attraverso una contrazione delle importazioni, così la ripresa del saldo del settore privato non è merito di una maggiore accumulazione del risparmio, ma della forte contrazione degli investimenti (-27,4% dal primo trimestre 2008).


Oggi abbiamo quindi un surplus delle partite correnti e conseguentemente un saldo del settore pubblico inferiore a quello del settore privato. Ma ciò vuol dire che vi sarebbe spazio per allentare la morsa delle politiche di austerità.

Ma il problema fondamentale che deve affrontare il nostro paese deriva comunque da come è stato costruito l'Eurosistema: non ci ha sgravato dal vincolo esterno e ci ha depredato di un pezzo della nostra sovranità, con la quale avremmo potuto gestire in maniera meno traumatica la crisi iniziata nel 2008.

E ciò che è peggio è che questo scenario – stando così le cose – impedirà di intraprendere le politiche espansive necessarie per ridurre la disoccupazione e si riproporrà nel futuro ogni qualvolta l’Italia si troverà ad avere un deficit delle partite correnti, ovvero ogni qualvolta il saldo del settore pubblico sarà superiore all’eccedenza del risparmio sugli investimenti (1).


__________ 
1) La teoria potrebbe tornare utile per comprendere quanto affermato. Partiamo dalla classica equazione del reddito:

Y = C + I + (G-T) + (X-M)

ove Y è il reddito, C i consumi delle famiglie, I gli investimenti, G la spesa pubblica, T le entrate del settore pubblico, X le esportazioni ed M le importazioni.

Y-C rappresenta il risparmio S, quindi

S = I + (G-T) + (X-M)

L’eccedenza del risparmio sugli investimenti, ovvero S-I, al netto del saldo del settore pubblico (G-T) determina il saldo con l’estero (X-M):

(S-I) – (G-T) = (X-M).

Se (G-T) è maggiore di (S-I), allora le partite correnti (X-M) sono in deficit (e viceversa):

(S-I) < (G-T) --> (X-M) < 0
(S-I) > (G-T) --> (X-M) > 0

Quella che segue è la rappresentazione grafica dal 2007 del saldo privato, pubblico ed estero in rapporto al pil.


E’ pertanto evidente che si porrà un problema di solvibilità del debito estero (fin tanto che la BCE non garantirà il debito pubblico dei paesi membri) ogni qualvolta l’Italia avrà un deficit delle partite correnti prolungato nel tempo o particolarmente pesante.  Non potendo decidere gli acquisti dei clienti esteri (ossia il volume delle esportazioni) e non potendo adeguare il cambio alle condizioni delle nostre partite correnti, l’unico modo per riequilibrare i conti (a parte il default) sarà la compressione della domanda interna mediante politiche di austerità, che intaccheranno i redditi delle famiglie e i livelli occupazionali.

venerdì 6 giugno 2014

Emiliano Brancaccio sulla MMT

Si è discusso negli ultimi tempi della cosiddetta “Modern Money Theory” (MMT). Ispirata da alcune intuizioni del finanziere Warren Mosler e sistematizzata in campo accademico da Randall Wray ed altri, la MMT può essere in realtà considerata un caso particolare della teoria Post-Keynesiana. Si tratta di un caso fondato su alcune estremizzazioni teoriche, che danno luogo a risultati peculiari anche sul versante della politica economica. Una delle critiche che possono essere rivolte alla MMT verte sul fatto che, almeno nelle sue versioni più elementari, questa teoria sembra supporre che la semplice flessibilità del tasso di cambio sia in grado di risolvere i problemi derivanti dall’attuazione di politiche espansive a livello nazionale e dal possibile accumulo conseguente di disavanzi verso l’estero. In realtà la storia ci dice che il cambio flessibile non rappresenta uno strumento sufficiente per tenere in equilibrio i conti verso l’estero. In assenza di coordinamento internazionale, una politica espansiva nazionale dovrebbe essere accompagnata da meccanismi di controllo dei movimenti di capitali e, laddove necessario, anche di merci. 

Una intervista di VoxPopuli a Emiliano Brancaccio.

martedì 10 dicembre 2013

La propensione al consumo dei ricchi è diversa da quella dei poveri

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Interessante. La differenza tra ricchi e poveri non è così grande come pensavamo 

Il fallimento delle previsioni economiche deriva da errati moltiplicatori della spesa. A loro volta i moltiplicatori sono determinati in misura significativa dalla propensione al consumo, diversa tra ricchi e poveri. Un articolo pubblicato da Keynes Blog ne ricostruisce la storia. 

mercoledì 31 luglio 2013

L'Italia anti-keynesiana

All'intervento odierno di Keynes Blog, aggiungo l'introduzione dei contratti a tempo determinato, con il risultato che pur in presenza di una maggiore "liberalizzazione", tanto auspicata dai liberisti della domenica, la disoccupazione non è per nulla diminuita.

Sul grado di flessibilità del mercato del lavoro, si possono vedere i seguenti grafici:


Come si vede, la quota dei giovani assunti con contratti a tempo determinato non solo ha superato il livello dell'Unione Europea, ma tale forma contrattuale è imposta a più di un giovane su due.
Ciò nonostante, la disoccupazione giovanile in Italia supera il 39% (15,7 punti percentuali in più rispetto alla media UE).




Segmento rosso: protezione dal licenziamento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Segmento blu: regolamentazioni per gli occupati a tempo determinato. Segmento giallo: requisiti richiesti per i licenziamenti collettivi


Sul grado di "tutela" dei lavoratori è interessante notare che nonostante i soliti lamenti dei liberisti, sempre pronti ad invocare maggiore flessibilità, in realtà il mercato del lavoro italiano è sostanzialmente analogo a quello tedesco e che per i lavoratori a tempo indeterminato le "protezioni" sono inferiori a quelle vigenti in Germania e in molti altri paesi con cui ci confrontiamo.

Se poi si pensasse che il problema dipenda dal costo del lavoro, si vada a vedere il post del 10 aprile scorso e si scoprirà che il costo orario italiano nel 2012 era quasi dell'11% inferiore a quello tedesco. 

Infine, che il mercato del lavoro risponda perfettamente alle logiche della domanda e dell'offerta lo si può desumere dal grafico seguente, ove emerge chiaramente che le retribuzioni reali calano in corrispondenza di un "eccesso di offerta" (ovvero di disoccupazione). Non si vede quindi dove stiano le rigidità del mercato del lavoro.


Se l'occupazione non cresce, non dipende da presunte rigidità del mercato del lavoro, ma da politiche economiche che deprimono la domanda effettiva. Si torni a far crescere la domanda e l'occupazione tornerà a crescere (se aumentano le vendite delle imprese, attuali e in prospettiva, potranno aumentare i livelli produttivi e con essi - forse - anche i posti di lavoro). 

domenica 21 luglio 2013

Due piccioni con una fava

Il reddito Y di un paese può essere sostanzialmente diviso tra redditi dei lavoratori W e profitti delle imprese S.

I redditi dei lavoratori W possono essere posti eguale al numero N degli occupati per il loro reddito medio w.

Il reddito Y è generato dalle vendite complessive che derivano dalla domanda dei beni di consumo C, dagli investimenti delle imprese I (ad esempio, in macchinari e attrezzature), dalla domanda pubblica netta (D= G-T, ove G è la spesa pubblica e T le entrate fiscali) e dalle esportazioni nette (X-M, con X che rappresenta le esportazioni ed M le importazioni).

Y = W + S
Y = C + I + D + (X-M)

Se si suppone che i redditi dei lavoratori W siano totalmente spesi per acquistare i beni di consumo, ovvero se

C = W = wN

si ha che i profitti delle imprese sono pari a

S = Y – C

e quindi

S = I + D + (X-M)


I profitti delle imprese sono pertanto determinati dagli investimenti delle imprese, dalla domanda pubblica netta e dalle esportazioni nette.

Le prescrizioni della politica economica keynesiana vorrebbero che, in presenza di disoccupazione e comunque nelle fasi recessive del ciclo, i profitti S (necessari per incentivare gli investimenti e lo sviluppo economico del paese) siano sostenuti – innanzi alle reticenze dei privati ad intraprendere nuove iniziative imprenditoriali – da un maggior intervento pubblico. Eventualmente potrebbe aiutare anche la svalutazione del tasso di cambio, con il fine di accrescere le esportazioni e deprimere le importazioni. Ma nell’attuale contesto (euro) è una misura che non rientra nelle possibilità del governo nazionale. Sicché le esportazioni debbono essere date per quelle che sono, poiché dipendono dalle decisioni di spesa dei clienti esteri.

Le importazioni possono essere definite come un funzione della spesa interna, che per semplicità limitiamo ai consumi (ovviamente sono  connesse anche agli investimenti, alla domanda pubblica e alle stesse esportazioni; ma complicando lo schema il risultato non cambia):

M = mC

ove m è la propensione alle importazioni.

Sostituendo M si ha

S = I + D + X – mC

ovvero

S = I + D + X –m(wN).

L’attuale politica economica, imposta dalle ideologie mercatiste dominanti, che impone ai governi politiche di rigore nei conti pubblici, ovvero una riduzione di D, ha quale unico mezzo per sostenere i profitti delle imprese la riduzione dei redditi dei lavoratori (wN) o mediante una riduzione degli stipendi (w) o, se ciò non è possibile, mediante la riduzione dell’occupazione N (che a sua volta mitigherà le pretese salariali).

In questo modo, se il calo di m(wN) sarà eguale al calo di D,  i profitti non verranno intaccati dalla manovra messa in atto.

Il guaio di questa assurda politica, che mira esplicitamente alla riduzione dei redditi da lavoro, è che la crescita viene lasciata da un lato alle esportazioni (e quindi al ciclo economico internazionale) e dall’altro alle decisioni di investimento delle imprese, le quali in una situazione di crisi potrebbero non avere alcun motivo per avviare nuovi investimenti.

Ma gli effetti di questa politica sono ben maggiori di quanto si potrebbe immaginare. Se per ottenere il pareggio di bilancio si deve ridurre ad esempio di tre punti percentuali la domanda pubblica netta, per non influire negativamente sui profitti si dovrà comprimere i redditi dei lavoratori ben più di tre punti. Un esempio chiarirà il concetto.

Supponiamo che Y = C+ I + D + X – M 

in termini percentuali siano pari a

100 = 72 + 20 + 3+ 30 - 25.

e quindi i profitti S saranno pari a

S = I + D + X - mC = 20+3+30-25 = 28

Se D deve essere eguale a zero, M deve scendere a 22, per non intaccare i profitti S. Ma essendo

M = mC = mW= 25 = 72*0,347 

(ove m = M/C, ossia il 34,7% della spesa per consumi è importata: 25/72)

per ottenere il risultato “desiderato”, W dovrà scendere a 63,4 (63,4*34,7% = 22; -8,6 punti percentuali di pil), ferma restando la “propensione per i prodotti stranieri” (una loro discesa mitigherebbe l’aggiustamento richiesto).

I fautori del pareggio di bilancio sono perfettamente consapevoli delle conseguenze a cui conducono le loro politiche ed è quello che vogliono. Spingere per il pareggio di bilancio è molto più suadente che non chiedere una riduzione dei salari o dell’occupazione. E’ come voler prendere due piccioni con una fava. Senonchè le loro politiche non sono utili a risolvere i problemi che affliggono il paese, indipendentemente dai danni e dalle sofferenze che queste scellerate politiche economiche infliggeranno alle famiglie. Non sono utili perché non hanno nulla che possano stimolare i profitti. Quand’anche il loro risultato fosse raggiunto (pareggio di bilancio accompagnato da un corrispondente calo dei redditi dei lavoratori), l’effetto sui profitti sarà nullo. Le imprese non avranno motivo di cambiare atteggiamento, perché queste manovre nella migliore delle ipotesi non intaccano il ciclo recessivo (ed è anzi probabile che lo peggiorino, dato che gli aggiustamenti non possono essere automatici). Per cui, se le aziende ritengono che le cose continueranno a procedere nella stessa maniera in cui sono proseguite durante la recessione, non vi sarà ragione per intraprendere nuovi investimenti, i profitti caleranno e altre imprese lasceranno a casa altri lavoratori.

Ma se questa politica è inutile, è non di meno dannosa. Nessuno ripagherà i lavoratori dei danni subiti (economici e umani) in seguito alla perdita del posto di lavoro. Nè  i giovani saranno compensati per aver visto bruciare il loro futuro, inseguendo lavori precari e mal pagati.

Questo è ciò che ci aspetta fintanto che ci lasceremo imbambolare dal mito del rigore fiscale e dal  bilancio in pareggio.

mercoledì 12 giugno 2013

domenica 2 giugno 2013

Joseph Stiglitz: La disuguaglianza uccide la crescita
Un articolo di Roberto Petrini su "la Repubblica" illustra il teorema del premio Nobel.



venerdì 15 febbraio 2013

La recessione è per 2/3 colpa del governo Monti. Debito Pubblico al 127%.

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il debito pubblico a fine 2012 era di 1.988 miliardi, in calo di oltre 32 miliardi su novembre. In un anno è aumentato di 81,6 miliardi.

Scorporando quello acceso per il sostegno dei Paesi Euro in difficoltà, pari a 42,6 miliardi, il “debito interno” scende a poco meno di 1.946 miliardi. L'anno scorso è  aumentato di oltre 52 mld.


martedì 12 febbraio 2013

MPS, la propaganda tedesca e il modello della FED

Voci dalla Germania riferisce che la stampa tedesca ha sferrato un nuovo attacco a Mario Draghi. Qual è l’accusa? Il presidente della Bce nell’ottobre 2011, quando era ancora governatore della Banca d’Italia,

Ha trasferito sul proprio bilancio (della Banca d’Italia, ndr) prestiti e garanzie ipotecarie di dubbio valore (in capo a MPS, ndr) e in cambio ha fornito titoli di stato italiani molto più liquidi per un valore di 2 miliardi di Euro. Con i titoli di stato MPS è stata in grado di procurarsi 2 miliardi di liquidità presso la BCE.
(…)
Con la transazione fra MPS e Banca d'Italia Draghi ha gettato le basi per un sistema bancario ombra sotto la guida delle banche centrali nazionali. Un sistema progettato principalmente per proteggere le banche commerciali e i loro proprietari dal fallimento e dalla nazionalizzazione, tutto a spese del contribuente.

martedì 4 dicembre 2012

Un intervento di Emiliano Brancaccio sulla crisi dell'euro

Intervento alla Conferenza MMT Calabria Europa (30 novembre 2012)
di Emiliano Brancaccio

“Mezzogiornificazione” europea: Paul Krugman (1991) l’aveva preannunciata in tempi non sospetti ed altri, poi, l’hanno riesaminata e ne hanno studiato gli sviluppi. Con questa espressione possiamo intendere, sinteticamente, quei processi  di desertificazione produttiva, annientamento o assorbimento estero dei capitali nazionali, ed emigrazione di massa dei lavoratori, che soprattutto a seguito della crisi economica stanno determinando profondi mutamenti nella struttura produttiva dei paesi periferici dell’Unione monetaria europea. La “mezzogiornificazione” indica, in sostanza, che il dualismo economico che ha duramente segnato la storia dei rapporti tra Nord e Sud Italia non costituisce più un caso particolare limitato al nostro paese, ma andrebbe ormai riletto come caso anticipatore ed emblematico di un dualismo molto più ampio, che si riproduce oggi su scala continentale tra i paesi del Nord e del Sud dell’Europa, e che rischia di compromettere gravemente i loro futuri rapporti economici e politici.
(...)

In quel che segue mi limiterò ad accennare solo ad alcuni degli snodi concettuali e delle questioni aperte riguardanti la “modern money theory” (MMT), la “teoria della moneta moderna”, definita anche “teoria monetaria moderna”.
La prima questione verte sul concetto di “novità”. E’ lecito definire la teoria monetaria moderna una novità assoluta nel campo della teoria economica? Io credo di no: la teoria monetaria moderna non rappresenta un inedito. La mia posizione riflette per certi versi quella dell’economista canadese Marc Lavoie (2011). Secondo Lavoie le proposizioni chiave della teoria monetaria moderna possono essere ricavate dagli schemi tipici della tradizione Post-Keynesiana; in particolare, dalle versioni di quegli schemi dette del “circuito monetario”, che in Italia hanno avuto una certa diffusione grazie soprattutto al contributo dell’economista Augusto Graziani (2003).
Va ricordato, inoltre, che la teoria monetaria moderna eredita dalla più ampia tradizione dei filoni di pensiero economico critico una tesi cruciale, direi attualissima: una economia capitalistica di mercato, lasciata a sé stessa, non è in grado di garantire stabilmente la piena occupazione del lavoro e delle altre forze produttive esistenti, né nel “breve” né nel “lungo periodo”. Tra le numerose implicazioni di questa tesi vi è l’idea che il finanziamento monetario della spesa pubblica, a date condizioni, può determinare aumenti duraturi della produzione fisica e della stessa capacità produttiva, con effetti sull’inflazione che solo per caso risulterebbero proporzionali all’entità del finanziamento monetario della spesa.
Credo sia utile ricordare che questa tesi trova un rigoroso fondamento di teoria dei prezzi relativi e della distribuzione negli sviluppi della cosiddetta teoria della produzione, alla quale, tra gli altri, Leontief e soprattutto Sraffa hanno dato fondamentali contributi (cfr. Pasinetti 1975; Kurz e Salvadori 1995; Petri 2004). In particolare, è proprio alla luce della teoria della produzione che la tesi suddetta e le sue implicazioni possono essere estese al cosiddetto “lungo periodo”, e le obiezioni di Krugman (2011) alla MMT possono quindi essere efficacemente criticate.
(...)
In un interessante documento a supporto della teoria monetaria moderna, leggo che «nell’economia reale le importazioni sono un beneficio, mentre le esportazioni sono un costo» (Mosler et al. 2012). Ora, intendiamoci bene: se questo vuole essere un modo per criticare l’odierno assetto capitalistico mondiale, che induce interi paesi a deflazionare l’economia e a creare disoccupazione interna nello strenuo tentativo di gareggiare sui mercati internazionali, io apprezzo le buone intenzioni. Al tempo stesso, però, credo che questa modalità di avanzare la critica all’assetto vigente sia potenzialmente fuorviante.
Sotto questo aspetto, c’è un punto della teoria monetaria moderna che appare ancora opaco, e che rischia di rivelarsi debole se non viene meglio approfondito: si tratta dei rapporti che un paese sovrano ha con il resto del mondo, che vengono sinteticamente espressi proprio dall’andamento delle importazioni e delle esportazioni, e più in generale della bilancia dei pagamenti verso l’estero.
A me pare che su questo punto alcuni elementi di debolezza della MMT emergano non solo nei documenti di propaganda, inevitabilmente limitati dalle necessità della sintesi, ma anche in contributi accademici caratterizzati da un livello di raffinatezza superiore: per esempio, quando uno dei più autorevoli esponenti della teoria monetaria moderna sembra suggerire che la soluzione chiave per gestire i problemi di bilancia dei pagamenti risiede in un tasso di cambio flessibile (Wray 1998). Ebbene, io non credo che le cose stiano esattamente in questi termini. Mi spiego.
L’obiettivo principale della MMT è di fare in modo che un paese sovrano usi il finanziamento monetario della spesa pubblica per rendere praticabile l’attuazione di un programma nazionale per la piena occupazione. Alcuni esponenti della MMT parlano in questo senso dello stato come “occupatore di ultima istanza” (Wray, cit.), proponendo così una feconda parafrasi del concetto di “prestatore di ultima istanza” di Bagehot. Prendendo spunto da Leontief, invece, personalmente credo che un programma per la piena occupazione dovrebbe farsi carico di alcuni problemi tipici della pianificazione, tra cui l’esigenza di intervenire sugli squilibri strutturali fra i territori. Per questo preferisco parlare dello stato come “occupatore di prima istanza”. Tali differenze però possono essere affrontate anche a un secondo livello di analisi. L’idea preliminare della MMT, di finanziare con moneta la spesa pubblica, è a mio avviso corretta e condivisibile. Tuttavia, è necessario soffermarsi sul fatto che tale politica farebbe aumentare anche le importazioni dall’estero. Ed è difficilmente contestabile che tale aumento delle importazioni potrebbe creare problemi rilevanti alla bilancia dei pagamenti e, più in generale, all’intera struttura del sistema produttivo nazionale. Problemi che vanno ben al di là delle scelte intorno alla mera gestione del tasso di cambio e alla stessa sovranità monetaria.
Gli italiani, i latino americani, gli stessi britannici, sanno benissimo, per esperienza diretta, che i problemi di bilancia dei pagamenti non possono essere gestiti tramite la mera dinamica del cambio. Anzi, dal punto di vista del nesso tra bilancia dei pagamenti e sovranità, al pari e anche più rapidamente della deflazione interna, un cambio flessibile può ridurre il valore dei capitali nazionali, può quindi esporre a facili acquisizioni estere e può dunque diminuire, anziché aumentare, il grado di sovranità. Ecco perché in passato, in Italia, in America Latina e in Gran Bretagna, anche in periodi di fluttuazione dei cambi, venivano evocati e talvolta venivano anche realizzati dei programmi detti di “sostituzione delle importazioni”: cioè dei programmi più o meno protezionistici, di limitazione dei movimenti di capitali, di disciplinamento degli investimenti esteri e, laddove necessario, di controllo dei movimenti di merci.
Verrebbe a questo punto da chiedersi per quale motivo alcuni esponenti statunitensi della MMT tendono a sottovalutare questi problemi, e talvolta arrivano per questa via a giudicare in termini acriticamente ottimistici gli stessi investimenti diretti esteri. Questo in un certo senso è un paradosso, se si considera che il finanziamento monetario della spesa pubblica è stato adoperato, in molti casi storici, proprio per scongiurare la perdita di sovranità che può derivare dalle acquisizioni estere. In una fase in cui il tema dell’inserimento di capitali esteri negli assetti proprietari e di controllo sembra travalicare l’ambito degli ultimi asset strategici in mano pubblica e arriva a lambire persino il sistema bancario, sarebbe bene fare molta più chiarezza, su questo punto. Ma se mi dilungassi qui pure su questi aspetti finirei per prendere troppo tempo.
Ciò che conta stabilire immediatamente, in questa sede, è che la teoria e la storia ci dicono che se davvero si vuol ripristinare un certo grado di sovranità – e a fortiori di sovranità democratica - allora la bilancia dei pagamenti verso l’estero diventa una variabile cruciale. Ed è opportuno aggiungere che per controllare questa variabile bisogna passare per forza tra Scilla e Cariddi: o si attua un coordinamento internazionale tra paesi, oppure si attuano forme più o meno stringenti di protezionismo finanziario e  commerciale, oppure ancora si realizza una combinazione tra le due opzioni. Le scelte sui cambi fanno senz’altro parte del problema ma di certo non lo esauriscono, né possono esser considerate l’aspetto decisivo.
E qui veniamo alla questione politica fondamentale. E’ la questione della scelta tra una strategia di profonda revisione del palinsesto della moneta unica e del mercato unico europeo da un lato, e una strategia alternativa, che sia basata non soltanto sullo sganciamento dalla moneta unica ma anche, se necessario, su una revisione critica del mercato unico europeo. In Italia e altrove, come voi sapete, si stanno formando due fronti, su questo tema. Curiosamente, noto che persino tra i sostenitori della teoria monetaria moderna sono emerse posizioni diversificate, a questo riguardo.
Ebbene, in un libro recente abbiamo provato a suggerire una via dialettica per cercare di affrontare questo decisivo snodo politico (Brancaccio e Passarella 2012). La nostra proposta parte da una serie di evidenze, che provo qui ad esporre in estrema sintesi.
Osserviamo in primo luogo che la “mezzogiornificazione” europea ha fatto registrare una forte accelerazione a seguito della crisi economica. I portatori degli interessi prevalenti, in Germania e nei paesi “centrali” dell’Unione, traggono grandi vantaggi, relativi e assoluti, da questo processo. La crisi ovviamente colpisce anche tali paesi, ma in termini comparati il suo impatto su di essi è più modesto, il che accresce la forbice rispetto alle aree “periferiche” dell’Unione. Basti guardare allo spread, non solo tra i tassi d’interesse ma anche tra le bancarotte aziendali e, soprattutto, tra i livelli di occupazione: dal 2007 al 2012 i paesi del Sud Europa hanno perso quasi quattro milioni di posti di lavoro, mentre la Germania ha addirittura accresciuto l’occupazione di circa un milione e mezzo di unità. Ma c’è di più: la miscela di mezzogiornificazione e crisi, in ultima istanza, implica “centralizzazione” dei capitali nel senso di Marx, e di Hilferding (2011). Rilevo, a questo proposito, che a seguito della crisi gli indici azionari della Germania da un lato, e dei paesi del Sud Europa dall’altro, si sono chiaramente divaricati. La forbice, si badi bene, in termini relativi caratterizza anche il settore bancario. Questo aumento generalizzato della varianza dei valori azionari contribuisce a spiegare perché il rapporto tra investimenti diretti esteri netti e formazione lorda di capitale fisso della Germania verso l’Italia sia mutato di segno a cavallo del 2008-2009. Mentre nei primi anni dell’euro i proprietari tedeschi sono risultati venditori netti di capitale, dopo la crisi essi hanno nuovamente assunto il ruolo storico di acquirenti netti.
I dati insomma segnalano che siamo al cospetto di una tremenda accelerazione del processo di centralizzazione dei capitali e di “egemonizzazione” tedesca dell’Unione europea. Un processo che ovviamente genera contraddizioni e conflitti, che a un certo punto potrebbero rivelarsi ingestibili. A tale riguardo, i portatori degli interessi prevalenti in Germania sanno che l’allargamento dei divari economici e i connessi meccanismi di centralizzazione dei capitali potrebbero a un certo punto rivelarsi politicamente insostenibili per le nazioni periferiche. Questi fenomeni dunque accrescono la probabilità di una deflagrazione della moneta unica europea. E’ interessante notare, sotto questo aspetto, che ai vertici delle istituzioni tedesche sembra piuttosto diffuso lo scetticismo intorno alla reale efficacia della strategia di riequilibrio deflazionistico a carico dei soli paesi debitori che viene perseguita dalla Banca centrale europea. In effetti, benché gli ultimi dati sugli spread e sulle bilance commerciali sembrano rinnovare le speranze tra le file degli ottimisti (cfr. Congiuntura Ref. 2012), allo stato dei fatti ritengo anche io, con molti altri, che vi siano tuttora valide ragioni per  nutrire forti dubbi sulla tenuta futura dell’eurozona (...).
Sarà forse la memoria del fallimento delle politiche di Bruning, o magari un sussulto di “cattiva coscienza” politica, ma in Germania sembrano in effetti più consapevoli di noi della difficoltà di aggiustare gli squilibri intra-europei a colpi di deflazione nei paesi debitori. Ecco perché le autorità tedesche non nascondono di attendersi una crescita delle tensioni politiche future, e una ulteriore accentuazione della fragilità dell’eurozona. Non è un caso, del resto, che abbiano messo in conto prima di tutti l’eventualità di una sua deflagrazione. La forza dei tedeschi, ai tavoli delle trattative europee, deriva anche da questa capacità di anticipazione degli eventi. E’ evidente cioè che essi sono già pronti a sostenere i costi di una implosione della moneta unica, anche perché dal tracollo potrebbero trarre persino dei vantaggi ulteriori: infatti, come abbiamo cercato di mostrare, il solo mutamento dei rapporti di cambio tra le valute non frenerebbe il processo di centralizzazione in atto, ma anzi potrebbe addirittura intensificarlo (Brancaccio e Fontana 2011).
L’unica vera paura che agita i portatori degli interessi prevalenti in Germania è che una eventuale crisi della moneta unica sia accompagnata anche da una crisi del mercato unico europeo. Essi cioè temono che i paesi periferici siano a un certo punto tentati dall’adozione di soluzioni di tipo “neo-protezionistico”, sui mercati finanziari ed anche sui mercati delle merci. In Germania discutono animatamente di questo pericolo, poiché sanno che il processo di egemonizzazione tedesca dell’Unione europea subirebbe una pesante battuta d’arresto se venisse messa in discussione la libera circolazione dei flussi finanziari e delle merci. Il dibattito interno alle associazioni imprenditoriali, in Germania, ci pare emblematico in questo senso.
Una volta che si tenga conto di tutti questi elementi, diventa a nostro avviso ragionevole tentare di tratteggiare una linea d’azione politica. La nostra proposta, in questo senso, si dispiega lungo due traiettorie interconnesse, e può essere sintetizzata nei seguenti termini.
Da un lato, ai tavoli delle trattative europee, le autorità italiane e degli altri paesi periferici dell’Unione dovrebbero riunirsi intorno a un progetto organico di riforma dell’Unione monetaria europea, che si proponga di affrontare alla radice, in termini strutturali e non assistenzialistici, gli squilibri tra le economie del continente. I contributi alla definizione di un piano sostenibile di riforma, in questo senso, sono già numerosi (cfr. per esempio il Manifesto per l’Europa del Sole 24 Ore, nonché la www.letteradeglieconomisti.it del 2010; si veda anche la proposta di “standard retributivo europeo”, in Brancaccio 2012b).
Dall’altro lato, per far sì che simili progetti non siano destinati alla critica roditrice dei topi, è indispensabile che le autorità di quegli stessi paesi dichiarino esplicitamente che, se in Europa non dovesse farsi largo una generale volontà riformatrice nel senso indicato, il rischio che esse reagiscano non solo con una uscita dall’euro ma anche con una svolta di tipo neo-protezionista, dovrà ritenersi concreto.
Questa, a nostro avviso, è l’unica carta politica di cui i paesi periferici reamente dispongono oggi in sede europea. Tale strategia, si badi bene, è valida in ogni caso: sia per indurre le autorità tedesche a riconsiderare l’entità dei costi di una eventuale deflagrazione, e quindi a non ostacolare una eventuale riforma dell’Unione, sia eventualmente per far sì che i paesi periferici si attrezzino al meglio per uscire da un’eurozona eventualmente irriformabile.
(...)
Beninteso, sappiamo tutti che fino ad oggi le autorità italiane e degli altri paesi periferici hanno agito in direzione esattamente opposta a quella che ho cercato qui di tratteggiare. Basti notare che negli ultimi mesi le redini degli esecutivi dei paesi periferici dell’eurozona sono state affidate ad alcuni tra i più risoluti fautori del liberoscambismo europeo. Sotto questo aspetto Mario Monti rappresenta l’antitesi ideale di una opzione neo-protezionista: egli mai si sognerebbe di evocarla in sede di trattativa, nemmeno di fronte alla prospettiva di una depressione di lungo periodo. E forse nemmeno di fronte a un assorbimento delle banche nazionali ad opera di capitali esteri. In questo senso, potremmo dire che il Professor Monti incarna una clausola di salvaguardia non solo e non tanto della moneta unica, ma anche e soprattutto del mercato unico europeo.
Il mondo però si muove, e la crisi avanza in fretta. Vale la pena di ricordare che la stessa Commissione europea ravvisa numerosi sintomi di revisione della politica del libero scambio già in varie parti del mondo (EU Commission 2012). Inoltre, è interessante notare che anche all’interno del mainstream svariati studiosi, tra cui Dani Rodrik (2011), hanno avviato una critica all’ideologia liberoscambista.
Il messaggio di fondo di questa nota è dunque il seguente: ci sono buoni motivi per ritenere che alle numerose critiche alla perdita di sovranità sulla moneta sia giunto il tempo di affiancare anche una critica più generale al liberoscambismo europeo.
In tal senso domando: la MMT è liberoscambista o neo-protezionista? La mia opinione è che la coerenza logico-politica della MMT richieda un impianto di tipo neo-protezionista. Per quel che mi è dato sapere, alcuni suoi esponenti la pensano così. Non tutti, però. O sbaglio?
Naturalmente, questo cruciale interrogativo dovrebbe porsi in ambito non solo scientifico ma anche e soprattutto politico. Per esempio, tutti i partiti eredi più o meno diretti della tradizione del movimento dei lavoratori dovrebbero prender coscienza, in Europa, che il liberoscambismo, in particolare il liberoscambismo di sinistra, deve essere abbandonato in fretta. Il rischio maggiore, invece, è che tali forze politiche scelgano di restare arroccate a tutti i costi in difesa dell’euro e del mercato unico (Brancaccio, Bragantini, Pianta 2012). Così facendo, tuttavia, esse lasceranno praterie sempre più vaste di potenziali consensi nelle mani di forme nuove di nazionalismo ideologico, e al limite di nuove formulazioni dell’orrida triade di suolo, sangue e razza. Con il tracollo del Pasok e l’ascesa di Alba Dorata, e con le incertezze della stessa Syriza sull’euro, la Grecia costituisce in questo senso l’immagine più nitida del possibile futuro europeo che tanti aborriscono ma che pochi, in questo momento, si preoccupano di scongiurare. Occorrerà lavorare molto, io credo, affinché l’Europa non si tramuti entro qualche anno in un laboratorio sociale in cui magari verificare, questa volta, che la tesi storiografica del fascismo quale mera “reazione” era sbagliata, e che aggregazioni di stampo neofascista possono in realtà espandersi anche nell’assenza totale di movimenti rivoluzionari di matrice comunista. Qualsiasi possibile apporto a questo durissimo lavoro che ci attende dovrà ritenersi, a mio avviso, benvenuto.

Versione riveduta e ampliata dell’intervento audio di Emiliano Brancaccio alla conferenza “MMT Calabria Europa” del 30 novembre 2012. L’autore ringrazia il blog http://vocidallestero.blogspot.it/ per l’aiuto nella fase di trascrizione. La riproduzione è consentita citando la fonte.

Bibliografia
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Brancaccio, E. (2012a), Quale austerità?, Il Sole 24 Ore, 13 maggio. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/05/13/botta-e-risposta-quale-austerita
Brancaccio, E. (2012b). Current account imbalances, the Eurozone crisis and a proposal for a European wage standard, International Journal of Political Economy, vol. 41-1. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/09/14/lo-standard-retributivo-europeo-sullinternational-journal-of-political-economy/
Brancaccio, E., Bragantini, S., Pianta, M. (2012). Dibattito sull’euro e sulla crisi, Micromega, n. 5. http://www.emilianobrancaccio.it/wp-content/uploads/2012/09/micromega-luglio-2012-brancaccio1.pdf
Brancaccio, E., Fontana, G. (2011), The Taylor Rule, the Solvency Rule and capital centralisation in a monetary union, Fmm Conference, Berlino, 28-29 ottobre.
Brancaccio, E., Passarella M. (2012). L’austerità è di destra. E sta distruggendo l’Europa, Il Saggiatore, Milano. http://www.emilianobrancaccio.it/2012/04/04/lausterita-e-di-destra-2/
Congiuntura Ref. (2012). Cambiamenti della posizione competitiva dei paesi europei, anno XIX, n. 19, 13 novembre.
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Mosler, W., Forstater M., Parguez A., Barnard P. (2012). Programma ME-MMT di salvezza economica per il Paese,  www.memmt.info.
Pasinetti, L. (1975), Lezioni di teoria della produzione, Il Mulino, Bologna.
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Rodrik, D. (2011). La globalizzazione intelligente, Laterza, Roma.
Wray, R. (1998). Understanding modern money, Edward Elgar, Cheltenham.

mercoledì 21 novembre 2012

ARRA, quando le politiche keynesiane funzionano

Fonte: Elaborazioni su dati US CBO

Il CBO, ossia l’organismo bipartisan del Congresso degli Stati Uniti che si occupa dei conti pubblici, ha reso noto gli effetti sull’occupazione e sul pil dell’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA)  del 2009, uno dei primi provvedimenti dell’Amministrazione Obama per contrastare la crisi economica e finanziaria scoppiata con il fallimento della Lehman Brothers.

Grazie a quei provvedimenti, che prevedevano aumenti di spesa in beni e servizi alle imprese, trasferimenti pubblici agli Stati e agli enti locali per le infrastrutture, nonchè il sostegno ai redditi individuali, la crisi economica americana è stata significativamente attenuata.

venerdì 24 agosto 2012

ARRA e il moltiplicatore keynesiano

Il CBO, lo stesso organismo che alcuni giorni fa aveva avvisato che se non si  interviene per evitare il c.d. “fiscal cliff”, gli Usa rischiano il prossimo anno di finire in recessione, oggi pubblica un report dedicato all’American Recovery and Reinvestment Act (ARRA), uno dei primi provvedimenti dell’Amministrazione Obama nel cercare di rilanciare l’economia e uscire dalla crisi.