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sabato 3 ottobre 2015

Cosa ci aspetta con il governo Renzi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e MEF

Che cosa ci prospetta la Nota di aggiornamento del DEF per i prossimi anni? Al di là della propaganda diffusa a piene mani dal governo Renzi e dai media compiacenti, la pressione fiscale aumenterà e la spesa pubblica al netto degli interessi rispetto al pil verrà tagliata.


La pressione fiscale passerà dal 43,7% del pil previsto per quest’anno (43,5 nel 2014) al 44% nel 2019, dopo aver raggiunto il 44,3 sia nel 2017 che nel 2018.

L’aumento arriverà dalle imposte indirette che saliranno dal 15% del pil di quest’anno al 16 di fine scenario previsivo, più che sufficiente per compensare il calo delle imposte dirette (dal 15,2 al 14,9%) e dei contributi sociali (da 13,3 a 13,1).  In altri termini, il sistema fiscale diverrà più regressivo, mentre le imprese potranno giovarsi della riduzione degli oneri sociali (tra il 2009 e il 2017, dovrebbero ridursi di mezzo punto percentuale di pil). E’ la teoria della svalutazione fiscale, secondo la quale – non potendo agire sul tasso di cambio – si riducono le aliquote fiscali per le imprese (consentendo di ricostituire i margini di profitto e quindi incentivare gli investimenti), per poi recuperare il gettito fiscale mediante un aumento delle imposte indirette (ad esempio iva e accise), che non incidono sulle esportazioni, mentre si applicano su i prodotti e servizi importati.


Dal lato della spesa, circa la metà dei 3,7 punti in meno verrà dai redditi dei dipendenti pubblici (che passerà dal 10,1 di quest'anno al 9% del pil nel 2019) e dalle prestazioni sociali (dal 20,5 al 19,8%).

Se pensate che ciò deve servire per rilanciare gli investimenti, vi sbagliate. Anch’essi scenderanno, sia pur di poco (-0,1 tra il 2015 e il 2019), al 2,2%.


L’altra metà dei tagli riguarderà i consumi intermedi e le altre spese al netto degli interessi. Difficile credere che siano tutti sprechi. Di fatto sarà un calo della domanda pubblica al settore privato, con inevitabile impatto negativo sulla crescita del pil.

Tenendo conto di di queste politiche di bilancio, si noti che la crescita prevista dal governo per quest’anno (+0,9%) è di fatto imputabile all’effetto espansivo della spesa pubblica al netto degli interessi (oltre un punto e mezzo di pil), frenata dall’aumento della pressione fiscale (0,6 punti).


Senza invocare moltiplicatori della spesa (o delle entrate), l’impatto algebrico del DEF predisposto dal governo Renzi –Padoan diverrà recessivo a partire dal prossimo anno e varrà circa 1,7 punti percentuali di pil nel 2017.

Vi è quindi da temere che l’entusiasmo del governo per la ripresa debba essere preso con beneficio d’inventario: il tasso medio annuo di crescita per il periodo 2016-19, pari all’1,5%, potrebbe in realtà rivelarsi inferiore di quasi un punto percentuale.


lunedì 3 agosto 2015

Wagner, chi era costui?

Nei giorni scorsi il Financial Times ha pubblicato i dati della spesa pubblica per abitante, ove si mostra che quella italiana non è poi così elevata come si suole dire.


Qui se ne era dato conto il 7 luglio scorso. Mentre avevo espresso un commento sulla significatività di questo tipo di statistiche il 20 febbraio.

Ora vi ritorno perché ai liberisti questo tipo di statistiche non piacciono. Vi sono dei professori alla Bocconi  che hanno argomentato che la spesa pro capite non è significativa perché mancherebbe il denominatore, ovvero un altro parametro di raffronto, rappresentato dal pil pro capite. 

Capite ora che tipo di laureati possano uscire da un’università di questo tipo!  

Occorre spiegarlo? Spieghiamolo allora. Il denominatore esiste ed è la popolazione. Si parla infatti di spesa pubblica per abitante, ovvero di G/P se con G indichiamo la spesa pubblica e con P la popolazione. Il rapporto che Carlo Alberto Maffè riterrebbe significativo, ovvero

G/P
Y/P

non sarebbe altro infatti che il rapporto tra spesa pubblica e pil:


G . P  =  G
P    Y       Y

Rapporto significativo, ma non è quello di cui si stava parlando.


In apparenza, più sofisticato è il richiamo di Riccardo Puglisi, che invoca una meritatamente sconosciuta legge di Wagner.


In sintesi questa sofisticata teoria sostiene che la spesa pubblica aumenta con la crescita del reddito pro capite, per cui non vi sarebbe nulla di particolarmente straordinario nelle statistiche appena diffuse.

Se così fosse, di che si  lamentano i liberisti? Se la spesa pubblica è alta sarebe allora merito di un reddito più elevato. O forse vogliono ridurre i redditi dei cittadini al solo scopo di ridurre la spesa pubblica?

Questi sono i paradossi a cui si giunge partendo da correlazioni errate. La spesa pubblica non aumenta per il solo fatto che il reddito aumenta. Il reddito pro capite americano è sicuramente più elevato, ma l’incidenza della spesa pubblica è inferiore a quella europea. Si deve pertanto prendere atto che la spesa pubblica è una spesa autonoma, non strettamente dipendente dal reddito. Ne è prova il caso greco, ove la spesa pubblica è stata drasticamente tagliata e il pil è crollato (e non certo viceversa, dato che i tagli sono stati imposti da organismi esteri, la troika, ai legittimi governi ellenici).

venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.


mercoledì 10 settembre 2014

Gli effetti della spending review

Ieri sera mi è capitato di guardare uno spezzone di “Porta a Porta”, ove era ospite Matteo Renzi. In particolare quel momento in cui spiega perché è bene che si faccia la spending review. E lo fa più o meno in questi termini (vado a memoria): se a un cittadino che guadagna 1000 euro al mese si chiede di tagliare il 3%, si tratta di risparmiare 30 euro, un caffé al giorno. Ma i cittadini l’hanno già fatta la spending review; ora è lo Stato che la deve fareee (un po’ come quando Crozza imita Conte).

Quale modo migliore per convincere gli italiani che occorre tagliare la spesa pubblica? Basta dire che non si chiedono altri sacrifici ai cittadini, ma all’odiata pubblica amministrazione, agli sprechi e alle inefficienze.

Su questo discorsetto si aprono alcune interessanti riflessioni.

La prima, di carattere prettamente politico, è che mentre si dice che si vogliono tagliare gli sprechi e le inefficienze si bloccano per l’ennesima volta gli stipendi dei lavoratori pubblici, i quali – fino a prova contraria – sono cittadini italiani come gli altri (ma è un classico delle classi dominanti contrapporre i sudditi, divide et impera). Così mentre si dice che si tagliano gli sprechi, in realtà si tagliano gli stipendi e i servizi pubblici, mentre gli sprechi e le inefficienze restano lì dove sono.

La seconda, riguarda la solita riproposizione del luogo comune di voler paragonare lo Stato ad una famiglia. Non spenderò molte parole: è un parallelo del tutto assurdo, per la semplice ragione che mentre una persona non può – salvo rischiare di perdere la libertà – stampare le banconote che le tornerebbero utili e deve affidarsi alle entrate che derivano dal proprio lavoro, lo Stato (volendo) può sempre affrontare le proprie spese e il debito espresso nella valuta nazionale aumentando l’offerta di moneta.

La terza riflessione riguarda le implicazioni economiche della spending review. Matteo Renzi ha ragione quando dice che i cittadini hanno già rinunciato al loro caffè di metà mattina (o ad una uscita in pizzeria). Ma il guaio del presidente del consiglio è che non si chiede cosa è successo dopo: hanno chiuso delle attività commerciali, sono diminuiti i consumi e quindi le vendite delle imprese, così quest’ultime non hanno ritenuto conveniente fare nuovi investimenti ed hanno ridotto l’occupazione. In poche parole, la spendig review del settore privato ha condotto ad un aumento della disoccupazione.

I consumi delle famiglie sono scesi dell’8% in termini reali dal 2008 (altro che 3%), con quelli durevoli (auto, tv, mobili, ecc.) crollati del 24%.


E di pari passo sono crollate le vendite delle imprese e la produzione. 



E con il crollo dell’attività produttiva si è ridotta l’occupazione ed è aumentata la disoccupazione.


Non sembra che sia sta una buona cosa questa spending review imposta al settore privato. E se non lo è stata per le famiglie perché dovrebbe essere un bene per la domanda pubblica? 

Ah … gli sprechi.

Certo ci sono funzionari pubblici che guadagnano in misura spropositata. Peccato che questi alti dirigenti abbiano contratti al di fuori dei normali accordi stabiliti con i sindacati e che il blocco degli stipendi riguardi questi ultimi. D’altra parte anche il limite ai compensi agli alti burocrati, per quanto possa sembrare una misura di equità, potrebbe essere conseguito con più efficacia ridisegnando le curve delle aliquote fiscali sui redditi personali, oggi troppo pesanti per i redditi bassi e troppo leggere per i redditi più alti (e non discriminerebbe tra settore pubblico e privato).

Quanto agli altri sprechi, come il costo tra le varie regioni della classica siringa che viene portata ad esempio, si abbia il coraggio di dire che se una pubblica amministrazione paga più del dovuto l’acquisto di beni e servizi sta consentendo un extra-profitto alle imprese. Abbiamo quindi a che fare o con un’errata organizzazione del servizio (e non si capisce perché vi debbano essere 20 centri di spesa regionale per un servizio come quello sanitario che per qualità ed efficienza deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale) o con fenomeni di collusione e corruzione a danno della pubblica amministrazione (in quest’ultimo caso abbiamo a che fare più con il codice penale che con il miglioramento delle procedure).

Ma al di là dei singoli casi che possono essere portati ad esempio e che possono essere soggetti indubbiamente a miglioramenti, resta il fatto che la spesa pubblica al netto degli interessi negli ultimi anni è scesa in termini reali (non è aumentata). E la cosa peggiore è che il contributo della domanda pubblica è diminuito in coincidenza della recessione, ampliandone la caduta.



Quindi, non solo sono stati tagliati i redditi del settore privato, ma anche la spesa pubblica è stata tagliata. Ma guarda caso gli sprechi – ovvero gli extra profitti delle imprese – sono sempre lì, nonostante le uscite al netto degli interessi siano diminuite del 3% rispetto al 2008 e del 6,2 sul 2010.


Forse bisognerebbe chiedersi se le politiche finora attuate siano quelle giuste. La risposta sarebbe ovviamente negativa. Ma non si fanno queste politiche per incapacità o ignoranza. Il fine è quello di “ammorbidire” le richieste dei lavoratori. E ciò è possibile solo ampliando la disoccupazione e la precarietà, perché in tal modo diventa possibile ridurre il costo del lavoro. 

Peccato che questa politica, volta in teoria a rilanciare la competitività delle imprese sui mercati esteri, si sia riflessa principalmente sulla domanda interna (perché riducendo i redditi interni si riduce la capacità di spesa delle famiglie), con il paradossale risultato di ottenere un calo del pil del 9%, ovvero una perdita di oltre 130 miliardi in termini di redditi reali per le famiglie e le imprese.

Per le imprese equivale a quanto è rappresentato nel seguente grafico, ove emerge chiaramente che puntare sulle esportazioni è stata una scelta fallimentare.



Nel frattempo, tutte queste politiche di austerità non hanno impedito – per chi è ossessionato dal debito pubblico – che questo salisse dal 103,3% del 2007 al 132,6% del 2013.

Forse dal presidente del consiglio ci si aspetterebbe meno luoghi comuni e più serietà. Ma un paese che ha mandato al governo Berlusconi e Monti, Renzi rappresenta la naturale continuità. Un passo in più verso il baratro.

Spese per l'istruzione

Fonte: Ocse

Riporto alcuni grafici del rapporto Ocse dedicato all'istruzione.

Il primo riguarda la spesa per studente sostenuta da vari paesi nel 2011.

cliccare per ingrandire

Il secondo esprime la spesa per l'istruzione in percentuale del pil



L'ultimo grafico mostra la quota della spesa per l'istruzione in rapporto alla spesa pubblica complessiva

cliccare per ingrandire

sabato 29 marzo 2014

Il rapporto spesa pubblica / pil non definisce l'efficienza della spesa

E’ opinione diffusa che la spesa pubblica italiana sia inefficiente e troppo elevata. Non è raro sentire i liberisti lamentarsi per il fatto che sia superiore al 50% del pil.

Che la qualità della spesa possa essere migliorata non vi è ombra di dubbio, sia in termine di funzioni (destinazione della spesa), sia in termini di efficacia e di efficienza.

Ma il più delle volte, anche quando si parla di spending review, non si chiede altro che sia ridotta, pensando in tal modo di costringere i nostri amministratori a tagliare il superfluo e gli sprechi.

Abbiamo più di una prova che i tagli (lineari o meno) non incidono in realtà sulle inefficienze (e tanto meno sui privilegi di chi è chiamato ad esercitare la funzione pubblica). I tagli finiscono immancabilmente per ripercuotersi sulla qualità dei servizi, sulle prestazioni sociali e sul blocco degli stipendi pubblici. Inoltre, non è raro che si parta con l’idea di tagliare e si finisca con introdurre nuove imposte.

Ma questo furore ideologico contro la spesa pubblica non ha alcun fondamento economico, poiché la spesa del settore pubblico è un’entrata per il settore privato, in termini di stipendi (i dipendenti pubblici sono dei privati cittadini come tutti gli altri), di pensioni e di acquisto di beni e servizi alle imprese. La spesa pubblica sostiene i redditi del settore privato.

Per rendersene conto si può dare un’occhiata a questo grafico che riporta la spesa pubblica per abitante e il pil procapite in parità di potere d’acquisto.


Come è evidente, più è elevata la spesa pubblica più è elevato il pil (vi è una correlazione di poco inferiore al 90%).

Si scopre poi che la spesa pubblica italiana è praticamente in media con quella dell’Unione Europea (a 28 paesi). Spendono più di noi la Germania, l’Irlanda, la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Austria e la Finlandia (per restare  tra i maggiori paesi dell’area euro).

Ma il grafico ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica procapite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. 

Va da sé che il pil può essere più elevato o più basso per altre ragioni. Ma resta il fatto che la spesa pubblica italiana – oltre che essere quantitativamente in linea – non è meno “efficiente”  di quella media europea.

Può essere migliorata e resa più efficiente? Certo, ma non è il livello della spesa (il 50% del pil, gli 800 miliardi tanto citati) che ci può dire se è stata spesa bene o male.

Si può spendere malissimo pur spendendo poco e spendere bene pur spendendo molto di più.

Guardiamo questo grafico.


La spesa pubblica è messa a raffronto sia in termini procapite sia in percentuale del pil. Tracciando i quadranti rispetto alla media dell’Unione Europea, si nota ancora un volta che l’Italia è sostanzialmente in linea su entrambi i fronti. Spendono molto più di noi, sia in termini procapite che in percentuale del pil, l’Austria, il Belgio, la Francia e la Finlandia.

Se provate a chiedere qual è il settore pubblico più efficiente tra quello olandese e quello italiano è quasi certo che tutti vi diranno che quello olandese è migliore. Eppure, con una spesa in rapporto al pil identica alla nostra (50,4% quella olandese, 50,6% quella italiana), il settore pubblico olandese spende quasi il 40% in più per ogni cittadino rispetto a quanto spende il settore pubblico italiano (18 mila contro 13 mila, nel 2012).
Come può essere più efficiente un sistema che ha lo stesso impatto sul pil, spendendo il 40% in più?

E’ non è un caso. Si prenda la Grecia (ove la spesa pubblica conta il 53,6% del pil) e l’Austria (51,7%). Se si conviene che il settore pubblico austriaco sia migliore di quello greco (e non è così difficile di questi tempi, viste le draconiane misure che sono state imposte a quel paese), come è possibile che il settore pubblico austriaco spenda più del doppio (18.800 contro 9.200 euro)? Dove sta l’efficienza nello spendere il doppio per ottenere un impatto sul pil perfino inferiore?

Se le cose stanno in questi termini, vi è solo un’altra possibile spiegazione: il rapporto spesa pubblica / pil non racconta tutta la storia che ci vogliono far credere. Forse il problema non è nella spesa pubblica (quella italiana e greca, ma anche spagnola e portoghese), ma nel pil. Se in percentuale la spesa pubblica è alta, pur con una spesa per abitante inferiore, forse il problema sta in un pil troppo basso.

E guarda caso, ad avere problemi recessivi sono soprattutto i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Un alto rapporto spesa pubblica / pil può quindi indicare non tanto un eccesso di spesa, quanto una carenza o un’incapacità del sistema economico a generare un alto volume di reddito. Ma, come abbiamo visto, i redditi aumentano in parallelo con l’aumento della spesa pubblica (non con i tagli).

Eppure, per una stupida ideologia liberista, si è fatto l’opposto. E i risultati si vedono: disoccupazione al 13% in Italia e oltre il 25% in Grecia e in Spagna. Olè! 


*     *     *

Aggiornamenti del 1° Aprile 2014

1) Si veda anche l'intervento a quattro mani di Stefano Perri e Riccardo Realfonzo, Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta, pubblicato su Economia e Politica.

2) Il Bruegel Policy Brief di aprile pubblica i seguenti grafici:



Il primo mette in relazione la spesa sociale in percentuale del pil (sebbene sarebbe stata più utile la spesa procapite) con la riduzione della diseguaglianza dei redditi.
Questo grafico è comunque utile per determinare l'efficacia o meno della spesa. Infatti, l'Italia pur avendo una spesa sociale simile all'Olanda (circa il 20% del pil) riesce a ridurre le disuguaglianze del 28% circa, contro il 36 del paese nord-europeo.
Si noti che spendono in spesa sociale più dell'Italia, il Belgio, la Francia, l'Austria e la Germania (che destina a tale finalità il 26% del pil).

Il secondo grafico mette in relazione la pressione fiscale sempre con la riduzione della diseguaglianza dei redditi. Pertanto, a rigore, non si può attribuire precisamente quanto sia efficace o meno la spesa sociale,  piuttosto che il sistema fiscale.
Tuttavia, si noti che l'Italia pur avendo una pressione fiscale simile alla Finlandia, ha un effetto redistributivo decisamente inferiore (il 41% contro il nostro 28%).

sabato 22 marzo 2014

L'importante è fare un polverone

Renzi vuole spendere di più in modo da rilanciare la domanda e la crescita economica. La sua speranza è che questo sia un modo più facile per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil
Lui sembra più determinato di ogni recente primo ministro italiano nell’usare i tagli alla spesa, non gli aumenti delle tasse, per far quadrare i conti pubblici


E' quanto si può leggere sul settimanale The Economist e ripreso dal FQ.

Non notate anche voi una leggera contraddizione?

Beh, certo, si può sempre dire che taglia la spesa pubblica improduttiva per dare spazio a quella buona.

Quindi dare 80 euro ai lavoratori e tagliare 85 mila dipendenti pubblici sarebbero le due facce della stessa medaglia (sorvolando sul fatto che i primi sono delle minor entrate, più che un aumento di spesa).

Ma se, per gli 85 mila pubblici che saranno licenziati, non si andrà tanto per il sottile, con Mauro Moretti, Amministratore Delegato delle Ferrovie dello Stato (che ha minacciato di dimettersi se gli tagliano lo stipendio di 850 mila euro), Renzi indosserà il guanto di velluto e portandogli una mano all'orecchio lo convincerà a restare, per la gioia dei pendolari costretti ogni giorno a viaggiare come se fossero in carri bestiame.

Può essere che 85 mila dipendenti siano di troppo, ma in tal caso c'è da chiedersi perché si assumano delle persone con contratti precari. Per risparmiare? 

Ma in tal caso è conforme allo spirito costituzionale una pubblica amministrazione che tratta in maniera differente persone chiamate a svolgere lo stesso lavoro? (art. 36, primo comma).

Se la pubblica amministrazione assume delle persone perché gli organici sono carenti, come è possibile che ve ne siano 85 mila di troppo? Non sarebbe forse il caso di riorganizzare gli uffici? Forse varrebbe la pena di convocare le organizzazioni sindacali.

Anche perché ho il sospetto che se la pubblica amministrazione non è così efficiente, oltre che per le numerose leggi e regolamenti che è chiamata a rispettare (e a far rispettare), dipenda dal fatto che le risorse sono state tagliate in tutti i settori. 

Al contrario di quanto comunemente si crede, la spesa pubblica al netto degli interessi e deflazionata dell'aumento dei prezzi, è in realtà scesa di quasi il 5% rispetto alla fine del 2009. 


Ma mentre si invocano tagli alla spesa pubblica, con il risultato di avere scuole, strade e ospedali fatiscenti, nonché una rete internet da terzo mondo e un assetto idrogeologico da aver paura ad ogni temporale più forte del solito, gli sprechi restano sempre lì. A vantaggio di chi? Quali sono le aziende che traggono extra-profitti grazie ad un sistema di appalti che definire borbonico è fare un complimento? 

Perché se ci sono degli sprechi vuol dire che ci sono delle aziende private che fanno dei guadagni illeciti. Ma il governo chi ascolta? la Confindustria o gli utenti dei servizi? Ascolta i genitori degli studenti, le organizzazioni che rappresentano i pazienti, i cittadini o le imprese? Chi siede al tavolo con il governo?

Quindi è troppo facile parlare di deficit del 3%, se i provvedimenti lasciano alle imprese gli extra profitti, mentre si continua a tagliare i fondi per la scuola,  la ricerca, i servizi ospedalieri e a licenziare 85 mila persone.

Alla fine, la maggior spesa per gli 80 euro verrà assorbita da altre minori spese altrettanto essenziali e il risultato netto sarà nullo. E se, come al solito, ad un aumento di 80 euro seguiranno aumenti di accise, addizionali irpef e alte imposte sulla casa, il risultato sarà negativo, con un effetto recessivo sull'economia, come recessive sono state le manovre dei governi Monti e Letta.

Ma questo l'Istat ce lo dirà tra un anno. Adesso ci sono le europee. E se gli 80 euro non bastano, si sollevi un bel polverone (come un pseudo scontro con la Commissione Ue sul rispetto o meno del 3%: non dovete dircelo voi che dobbiamo rispettare i vincoli, dobbiamo essere noi a dirlo), in modo che  gli elettori per non sbagliare siano indotti a votare come hanno sempre votato (salvo poi lamentarsi il giorno dopo di come va il paese).



mercoledì 19 marzo 2014

Istruzione, Spesa sanitaria e ineguaglianze in Italia e nei paesi Ocse

Fonte: Ocse

Il grado di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi può essere misurato dall'indice del Gini, che varia da zero a uno. Più l'indice è basso più si ha equidistribuzione del reddito; più è alto più il reddito del paese è concentrato in poche persone.


La spesa sanitaria per abitante. Nonostante tutto il male che si può dire, quella italiana è non solo inferiore a quella media dei paesi più sviluppati (Ocse), ma è inferiore di circa un terzo rispetto a quella tedesca.


La spesa per l'istruzione per studente


giovedì 19 dicembre 2013

Investimenti Pubblici negli Usa

Riporto alcuni grafici presi dal report del CBO dedicato agli investimenti pubblici federali americani.

Investimenti pubblici federali per finalità di impiego, distinti tra quelli destinati alla difesa e quelli non militari.



Evoluzione degli investimenti pubblici dal 1962 al 2012



Investimenti pubblici in Ricerca & Sviluppo non militare


lunedì 25 novembre 2013

L'economia italiana vista dai tedeschi

Tobias Piller, corrispondente della FAZ in Italia, in un articolo appena pubblicato racconta ai propri connazionali le vicende politiche e il dibattito economico che è in corso nel Belpaese. Ovviamente il giudizio non è molto lusinghiero. A parte le considerazioni politiche sul governo Letta (inconcludente), i rilievi più forti riguardano la situazione economica.

Secondo quanto riporta il sito Voci dalla Germania, per il giornalista tedesco 
Non serve a molto che il Presidente del consiglio Letta vada all'estero a parlare di riforme, a dire che l'Italia ha rimesso a posto le finanze pubbliche con le proprie forze, "senza aver ricevuto un solo Euro di aiuti dall'Europa". Il primo ministro italiano trascura le garanzie messe sul tavolo da Francoforte e Bruxelles per non far sprofondare l'Italia nel circolo vizioso della sfiducia degli investitori e della speculazione dei mercati. Il premio al rischio italiano è stato contenuto solo grazie alle garanzie del presidente BCE Mario Draghi, all'acquisto dei titoli di stato italiani e al generoso finanziamento delle banche europee. Allo stesso tempo l'Italia ha beneficiato della creazione dei fondi di salvataggio e dei meccanismi per limitare il rendimento dei titoli di stato.
Piller fa passare in tal modo l’idea, del tutto falsa, che l’Italia abbia beneficiato del Fondo Salva-Stati, quando è vero esattamente il contrario. Tra finanziamenti bilaterali e quote di competenza ai fondi europei a sostegno dei paesi in difficoltà, l’Italia ha sborsato (non preso) oltre 50 miliardi. E se qualche banca europea ha acquistato i titoli di Stato italiani (sebbene dal 2010 la quota del debito estero sia scesa – non aumentata – dal 43 al 34%) l’ha fatto non per misericordia o pietà, ma per i rendimenti che si assicurava. 

E’ vero invece che il differenziale con titoli tedeschi è sceso grazie agli annunci – perché tali sono stati e non altro – di Mario Draghi. Il quale nel luglio di un anno fa dichiarava che la BCE avrebbe fatto quanto è necessario per salvare l’euro. Accusare Draghi per queste esternazioni equivale a sostenere che la BCE doveva restare impassibile mentre il sistema monetario europeo andava in frantumi. Se è questo quel che  vuole Piller - che non perde occasione in Italia per difendere l’euro - è bene che si chiarisca le idee.

Contro chi propone politiche di tipo keynesiano, scrive:  
Si dimentica che i politici orientati alle clientele e corrotti in questo modo cercavano solo di legittimare la loro spesa eccessiva. Soprattutto la spesa pubblica irresponsabile dal 1980 al 1992 ha fatto crescere il rapporto deficit/PIL dal 60 al 120%.
Come mai si è fermato al 1992? Sembra quasi che sprechi e privilegi non vi siano più stati da allora. Eppure solo un anno fa esplodeva lo scandalo dei consiglieri regionali laziali, che si davano alla pazza gioia con i soldi messi a disposizione dalla Regione. E non è l’unico caso. Ieri sul Corriere Michele Ainis inizia il suo editoriale elencando le spese più bizzarre che i consiglieri regionali si sono fatti rimborsare. Nel complesso  “le inchieste giudiziarie chiamano in causa 17 Regioni e oltre 300 consiglieri regionali”.

L’Italia è in mano ad una classe politica sfacciata, incapace e collusa. E gli italiani hanno le loro responsabilità nel confermare voto dopo voto l’attuale assetto politico. Ma resta il fatto che il debito pubblico dal 1992 non è cresciuto per una spesa pubblica incontenibile. In tutti questi anni le uscite al netto degli interessi sono state inferiori alle entrate. L’avanzo primario (sì, avanzo, non deficit) avrebbe potuto ridurre il debito dai 750 miliardi  di euro del 1991 a 65 miliardi. Peccato che gli interessi pagati siano stati nello stesso periodo superiori a 1.820 miliardi.

D’altra parte, la spesa pubblica procapite italiana (includendo gli interessi) è inferiore a quella tedesca di circa il 10%, mentre la spesa sociale lo è del 17; quella sanitaria del 30%.



Sull'Italia restano pero' grandi dubbi, data l'estrema inefficienza dell'organizzazione statale. Ogni Euro gestito dal settore privato, di conseguenza, porterebbe maggiori benefici alla crescita economica.
Infatti l’abbiamo vista l’efficienza dei privati: Fonsai, Ilva, Telecom, Alitalia. E’ una gara a chi fa peggio. Ma soprattutto si dimentica che senza la domanda pubblica, il settore privato starebbe peggio, non meglio. Infatti, dal secondo trimestre del 2011 la domanda pubblica è diminuita del 3% in termini reali e il settore privato ha accentuato la caduta dal 5 all’8%.


Per Piller è da escludere anche un aumento dei consumi, perché
se gli italiani continuano a comprare sempre piu' auto e dispositivi tecnici stranieri oppure fanno viaggi all'estero, l'aumento dei consumi porterà con sé un aumento anche dell'import.
Parla contro i propri interessi? Non credo proprio. Si vuole semplicemente favorire l’altra grande voce che compone il reddito di un paese: i profitti. Ma in Italia abbiamo la paradossale situazione che sia il reddito delle famiglie che i margini di profitto sono in calo. Le prime sono scese del 10% dal 2007 e i secondi sono passati dal 44 a meno del 39% del valore aggiunto delle società non finanziarie (SNF). Come è possibile? La risposta è in questo grafico.


Il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) balza del 13,6% non a causa del monte salari, che resta sostanzialmente invariato (+2,8% sul 2008), ma per il crollo del valore aggiunto, ossia della domanda (quasi il 10% in meno).

Non vi può essere aumento di competitività o dei margini di profitto, se le vendite continuano a diminuire. Uno dei modi per far crescere la domanda sta in un rapporto di cambio più favorevole, ovvero nella svalutazione (uno strumento di politica economica che però non è nelle disponibilità del governo).

Ma per Piller
con una svalutazione dei prodotti italiani non sarebbe cosi' semplice aumentare le vendite, perché in questo segmento di mercato a basso prezzo si affollano concorrenti provenienti da altri continenti.
Una logica veramente stringente: è forse in grado di spiegare come un cambio sopravvalutato favorisca le esportazioni? Perché anche escludendo facili automatismi derivanti dalla svalutazione, a maggior ragione  non si vede come un'euro-lira forte possa favorire la domanda estera.

Ma la cosa veramente paradossale è che la Germania, da tutti riconosciuta come  tecnologicamente avanzata e che quindi non avrebbe avuto bisogno di "aiutini" sui tassi di cambio, ha usufruito abbondantemente della svalutazione. Dal 1999, anno in cui sono state fissate irrevocabilmente le parità delle monete nazionali con l’euro, il tasso di cambio reale tedesco (deflazionato con i prezzi al consumo) è stato quasi costantemente sottovalutato e a tutt’oggi gode di un vantaggio comparativo verso l’Italia superiore al 9%.


Spesa pubblica procapite superiore alla nostra e svalutazione implicita dell’euro-marco. Eppure sono qui a darci lezioni di politica economica.

Dagli amici ci guardi Iddio, che dai nemici …
Bisogna solo stabilire se sono amici o no.