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giovedì 12 febbraio 2015

Imprese High Tech 2010-2012, calano di numero ma sono più produttive

Eurostat aggiorna i dati delle imprese High Tech al 2012. Rispetto a due anni prima le imprese manifatturiere più avanzate tecnologicamente sono diminuite del 5,5%. Tra i maggiori paesi, il calo maggiore è avvenuto in Italia, ove sono state letteralmente decimate (-10,4%). Sembrerebbe tuttavia che siano sopravvissute quelle più robuste, dato che il fatturato medio passa da 7,3 a 7,9 milioni di euro (+7,9%).


Le imprese manifatturiere High Tech sono diminuite anche in Germania (-8,1%) e in Francia (-5,2). Ed anche in questo caso, il fatturato medio aumenta rispettivamente del 13,4 e del 3,7%.


Al di fuori della zona euro, notevole è il progresso del fatturato medio delle imprese svizzere (+33,2%), che superano per dimensione quelle finlandesi, titolari del podio più alto nel 2010.

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

domenica 3 febbraio 2013

Le "troppe illusioni" di A&G


L'Italia degli anni Cinquanta era un Paese «emergente» lontano dalla frontiera tecnologica. Bastavano grandi imprese pubbliche che copiassero quello che altri facevano. Oggi l'Italia è un Paese alla frontiera della tecnologia. In questo mondo per crescere servono creatività e flessibilità, non una politica industriale che affida le scelte allo Stato.
Così termina l’editoriale del duo Alesina e Giavazzi sul Corriere di oggi, sotto un titolo alquanto paradossale: “Troppe illusioni sull’innovazione”. Infatti, se il nostro sistema è nella trincea della frontiera tecnologica, di cui il duo A&G sembrano andare fieri, non si capisce quali siano gli elementi che possono indurre a prendere degli abbagli. 
Ma tralasciamo: può essere che il titolo sia stato messo da un redattore che andava di fretta e si era stufato di leggere l’articolo dopo poche righe.

La cosa veramente paradossale è la fede di A&G nelle capacità innovative del nostro sistema industriale ed economico. E’ noto infatti che l’Italia investe molto poco in Ricerca e Sviluppo (R&S).



Come emerge chiaramente dal grafico, basato su dati Eurostat, l’Italia è impegnata in una feroce lotta di  frontiera  con l’Ungheria e la Polonia. 
Per di più, dell’1,26% del pil speso in R&S solo lo 0,67 è imputabile alle imprese (il resto è opera della spesa pubblica e delle università). E se si tiene conto che di questo 0,67 circa ¼ è ad opera di imprese straniere presenti sul territorio nazionale, il fenomenale spirito innovativo della nostra classe imprenditoriale si riduce allo 0,51% del pil.
 
Sarebbe sufficiente questo per smentire le “Troppe illusioni” di Alesina e Giavazzi. Ma cercando tra le statistiche internazionali dell’Ocse, mi sono imbattuto in alcuni grafici molto interssanti, che delineano chiaramente quale sia la frontiera del sistema industriale italiano.

Il primo indica la quota percentuale delle imprese ad alta crescita (in termini occupazionali) sul totale delle imprese,  dal quale si evince che difendiamo la frontiera dall’arrembante Romania.

 
Quello seguente indica la percentuale di investimenti in capitali basati sulla conoscenza (knowledge-based capital, KBC) rispetto al pil e confrontati con quelli tangibili. In questo caso siamo chiamati a difendere la frontiera tecnologica dalla temibilissima Grecia. 

  
Infine,  la quota di fatturato destinata dalle imprese a R&S.

 
Insomma, A&G non solo si fanno “troppe illusioni” sullo spirito innovativo della nostra classe imprenditoriale, ma direi che vivono nel mondo dei sogni.  


Aggiornamento del 12 marzo 2014
Ed anche l'Ungheria ci ha superato nelle spese in R&S in rapporto al pil (2012)



mercoledì 12 dicembre 2012

Spese in R&S

Fonte: Eurostat e Istat

Le spese in ricerca e sviluppo (R&S) effettuate dall'Italia nel 2010 erano in rapporto al pil meno della metà di quelle tedesche e del 40% più basse rispetto alla media della zona euro .

La quota 2011 delle imprese italiane in R&S era  inferiore al 60% di quella complessiva, contro i 2/3 delle imprese tedesche (nel 2010).

Significativo il contributo delle nostre università (il 28,6%), per altro in calo a causa dei tagli dei fondi, se messo a raffronto con il 2008 (30,5%).



martedì 2 ottobre 2012

La classe imprenditoriale italiana

Fonte: Banca d'Italia


Che il nostro tessuto industriale sia dominato dalle piccole imprese è un fatto noto. Nel 2007 la dimensione media era di 4 addetti, inferiore anche alla Spagna (5,3), per non parlare ovviamente della Germania (13,3).
Non è una novità nemmeno che spendano molto poco in ricerca e sviluppo, solo l’1,25% del pil, posizionandosi all'ultimo posto tra i paesi considerati in questo grafico.
Ma i dati forse più interessanti dell’indagine condotta dalla Banca d’Italia sono altri.




Innanzi tutto, le imprese di proprietà familiare sul totale delle imprese sono in termini percentuali in linea con gli altri paesi europei. In Italia sono l’85,6%. Né sorprende che l’amministratore delegato (il Ceo) sia oltre quattro volte su cinque della famiglia che controlla la proprietà. Succede anche in Germania.

L’anomalia italiana è che anche il management è in due imprese su tre composto da membri della famiglia che controlla la proprietà. Non è così in Spagna, ove avviene una volta su tre, o in Francia e Germania (una volta su cinque), per non parlare del Regno Unito (una volta su dieci). Visto l’andamento degli utili delle medie imprese, pubblicati da R&S-Mediobanca, che scendono tra il 2002 e il 2011 dal 4,3 al 3,7% del fatturato, è lecito dubitare che tale scelta derivi da particolari doti manageriali dei membri della famiglia e non sia piuttosto un modo per assicurare ai figli e ai parenti un reddito.
Ma ognuno è giustamente libero di governare la propria impresa.

Andiamo allora a vedere se la remunerazione del management è almeno legata ai risultati conseguiti. Ebbene, solo il 16,4% delle imprese italiane condiziona i riconoscimenti economici dei dirigenti alle performance aziendali. La Spagna ci supera ancora una volta,  avviene nel 25% dei casi e quasi una volta su due in Francia, Germania e Regno Unito.
Chi parla di funzionari pubblici come burocrati che sarebbero pagati indipendentemente dalla bontà della spesa pubblica, dovrebbe cominciare a chiedersi se ciò non sia soprattutto vero per le imprese private, trattate come un bancomat, a scapito dell’efficienza e del futuro delle risorse professionali aziendali. Nelle imprese ove il  management proviene dalla famiglia proprietaria, nove volte su dieci le remunerazioni sono indipendenti dai risultati conseguiti.

Questa struttura imprenditoriale, che favorisce il management familiare, ha un altro  effetto perverso sulle capacità innovative delle imprese italiane ed aiuta a spiegare la modesta propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo.
Gli imprenditori italiani con più di 64 anni sono il doppio, in percentuale, di quelli presenti negli altri paesi. E dubito che ciò possa essere un elemento propulsivo per le innovazioni. In secondo luogo, il personale laureato è solo il 6,5% della forza lavoro, venendo superati ovviamente da tutti i più importanti paesi europei. Ed anche questa circostanza, che limita la possibilità di introdurre nelle imprese forze qualificate e preparate, costituisce indubbiamente un freno alla possibilità di sviluppo.