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sabato 9 gennaio 2016

Redditi, Consumi, Risparmi e Investimenti delle Famiglie a settembre 2015

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

A settembre, il reddito annuo delle famiglie diverse da quelle degli imprenditori ammontava secondo l’Istat a poco più di 1.074 miliardi, in aumento rispetto ad un anno prima dello 0,9%.

Il contributo maggiore alla crescita viene dalle prestazioni sociali, aumentate nel periodo del 2,5%, più per l’invecchiamento della popolazione, che per un'effettiva crescita degli assegni pensionistici.

Analogo andamento si può riscontrare per i redditi da lavoro dipendente: gli occupati aumentano dell’1,1%, mentre le retribuzioni individuali limitano la crescita allo 0,5%.

Decisamente male vanno invece gli altri redditi, prevalentemente da capitale e impresa, che calano di oltre due punti percentuali.

I consumi delle famiglie nei dodici mesi hanno superato i 983 miliardi, pari al 91,5% del reddito lordo disponibile. In termini reali, la crescita è stata dello 0,7%. L’incremento della spesa inferiore a quello dei redditi permette, dopo quattro trimestri negativi, di ampliare il risparmio del 2,3%.

Gli investimenti, prevalentemente residenziali, hanno continuato a scendere (-0,5) e rappresentano il 72,3% del risparmio annuo (74,3 nel settembre 2014).


Dalla fine del 2007 il reddito delle famiglie è crollato del 10% in termini reali. Rispetto all'inizio del secolo è sotto di oltre un punto e mezzo.

Per quanto le famiglie abbiano cercato di difendere il proprio tenore di vita, i consumi sono dovuti arretrare dall’inizio della crisi del 7% in termini reali.

La frenesia per gli investimenti immobiliari nel periodo che va dal 1999 al 2008 (+77,8%) si è dissolta, ma resta ancora elevata rispetto all’inizio del millennio,  ma soprattutto a confronto con le dinamiche che guidano la generazione del risparmio.



Gli imprenditori

A settembre, il reddito annuo delle famiglie produttrici, ovvero degli imprenditori, ammontava secondo l’Istat a poco meno di 36 miliardi, in calo rispetto ad un anno prima dello 0,7%.

La propensione al consumo delle famiglie degli imprenditori è del 25,3%. Ne consegue che la spesa per consumi è stata di 9,1 miliardi annui, in calo dello 0,5% in termini reali.

Gli imprenditori hanno risparmiato nell’arco degli ultimi dodici mesi poco meno di 26,9 miliardi.

Gli investimenti produttivi e residenziali (o in altri beni durevoli e di valore) sono ammontati a 28,9 miliardi. Hanno dovuto pertanto ricorrere per i 2 miliardi eccedenti il risparmio all’indebitamento o all’utilizzo del patrimonio finanziario pre-esistente.


Dalla fine del 2007, le famiglie degli imprenditori hanno cercato di mantenere inalterato il tenore di vita (i consumi reali sono scesi solo del 3,9%, ma restano di oltre il 12% superiori a quelli del 1999) nonostante il reddito deflazionato sia diminuito del 15% dall’inizio della crisi e sia attualmente inferiore di quasi il 3% rispetto ai livelli del 1999.

Parallelamente, dal 2007 gli investimenti sono crollati di oltre il 30%, permettendo di accumulare risorse finanziarie o ripagare debiti contratti in precedenza, nonostante il risparmio complessivo sia sceso nello stesso periodo dell’8,7%. Peraltro il livello di accantonamento delle famiglie degli imprenditori resta di oltre il 26% superiore a quello del 1999.

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Altri grafici qui

venerdì 27 novembre 2015

Ma è attendibile il clima di fiducia dei consumatori?



Da parte mia faccio notare il notevole scostamento tra il clima di fiducia e i consumi, di fatto stagnanti da oltre due anni, e nuovamente l'indice di fiducia con le aspettative dell'economia, sempre secondo i consumatori.


venerdì 2 ottobre 2015

Redditi delle famiglie e delle imprese a fine giugno. E' questa la ripresa?

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Il reddito annuo delle famiglie a fine giugno è stato di quasi 1.107 miliardi ed è cresciuto rispetto allo stesso periodo del trimestre precedente ad un tasso annualizzato dell’1,3%. L’aumento è derivato soprattutto  dalle retribuzioni lorde (+1,8) e dalle prestazioni sociali, cresciute dell’1,5%. I redditi da capitale e impresa sono invece aumentati dello 0,3%.


Non vi è sostanziale differenza rispetto alla tipologia dei percettori: i redditi delle famiglie dei dipendenti, dei pensionati e degli inoccupati (famiglie consumatrici) sono aumentati dell’1,3%, mentre quello dei lavoratori autonomi e degli imprenditori (famiglie produttrici) è nel complesso cresciuto dell’1,2%. Al netto dell’inflazione, i redditi reali delle famiglie sono aumentati dell’1,1% rispetto al trimestre precedente in termini annualizzati.


Tuttavia, la propensione al consumo media annua scende tra il primo e il secondo trimestre di un punto base (all’89,3%) determinando un aumento reale dei consumi (+0,6) inferiore alla crescita dei redditi.


Pertanto, il risparmio aumenta del 5.8%, soprattutto per merito delle famiglie consumatrici (+7,1), mentre per quelle produttrici l’aumento si ferma all’1,7%.


L’aumento del risparmio più che un effetto del ritrovato benessere sembra piuttosto il riflesso dei timori e delle incertezze sul futuro, come si evince anche dalla spesa per investimenti, che rimane invariata rispetto al trimestre precedente. L'andamento degli investimenti delle famiglie è tuttavia molto differenziato: per le famiglie consumatrici scende da 17 trimestri consecutivi (-0,5% a giugno), mentre per le famiglie produttrici sale per il secondo trimestre consecutivo (+1,1 a giugno), sebbene il loro livello di spesa sia inferiore a quello di inizio millennio.



Se gli investimenti delle famiglie languono, quelli delle imprese non fanno di meglio: nei dodici mesi terminanti a giugno sono diminuiti dello 0,1% annualizzato rispetto allo stesso periodo del primo trimestre e dello 0,5 per le società non finanziarie (SNF). Nel complesso, il settore privato ha ridotto gli investimenti dello 0,2%. Solo quelli pubblici crescono del 3,6% in termini annui rispetto a marzo.


Il calo degli investimenti si spiega con la debolezza della domanda, che per le SNF è durata 14 trimestri consecutivi, tornando a crescere solo nel secondo trimestre di quest’anno (+0,6%).


In termini nominali, il valore aggiunto annuo delle SNF è cresciuto a giugno dell’1,3% annuo rispetto allo stesso periodo del trimestre precedente. Il costo del lavoro è aumentato dell’1,6  e  il margine operativo lordo (MOL) dell’1, rappresentando poco meno del 40% del valore aggiunto.



sabato 4 aprile 2015

Pil e saldi settoriali dopo la crisi del 2008

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2007 il prodotto interno lordo italiano è sceso del 9,6%. Il 2014 vi ha contribuito per lo 0,4%.


L’occupazione nello stesso periodo è scesa di circa 780 mila unità, pari al 3,4%. Nonostante ciò la produttività risente del calo del prodotto e arretra del 6,5%.


Le famiglie, redditi e consumi

I redditi delle famiglie, deflazionati con i prezzi al consumo, sono caduti dai livelli del 2008 del 10,6%, il ché implica una caduta dei redditi reali anche per chi ha mantenuto il posto di lavoro in media del 7,5%.

I consumi delle famiglie nel loro insieme calano di oltre il 7%.  Sono i beni durevoli a subire il maggior colpo, -21,7%, sebbene nel 2014 siano rimbalzati del 3,2%, grazie soprattutto alle auto (le immatricolazioni sono aumentate del 4,3%).

Per quanto modesto, l’unico segno positivo nel periodo considerato viene dai servizi (+0,8), dato che gli altri beni di consumo vengono tagliati del 13,4% rispetto a 7 anni prima.


Il reddito reale per le famiglie dei lavoratori autonomi e degli imprenditori nel complesso è sceso dell’11,5%, contro il 10,5 subito dai dipendenti, i pensionati  e gli inoccupati. Tuttavia, il reddito reale di quest’ultimi è inferiore a quello del 1999, mentre per i primi è del 4,5% superiore.


Il calo dei redditi dei dipendenti e dei pensionati (con le retribuzioni complessive reali che scendono del 7%) è stato compensato  aumentando la propensione al consumo dall’88,8 al 91,7%. Ciò nonostante i consumi sono stati tagliati del 7,7% (-0,3 nel 2014). I risparmi sono conseguentemente crollati del 26,9% in termini nominali e gli investimenti (prevalentemente immobiliari) del 22,7%. Peraltro, mentre i risparmi sono ritornati sugli stessi livelli di 15 anni prima, gli investimenti sono del 36% più elevati. La differenza presuppone una maggiore esposizione debitoria e/o l’impiego di risorse finanziarie in precedenza accumulate.


Anche gli autonomi e gli imprenditori compensano il crollo dei redditi reali innalzando la propensione al consumo, dal 20,7 al 22,5%. I consumi si riducono solo del 3,7% (e restano invariati rispetto al 2013). La creazione di risparmio si riduce del 4,7% in termini nominali, mentre gli investimenti sono stati tagliati del 21,8. Ciò ha consentito di ridurre l’indebitamento e/o di accumulare risorse finanziarie.


Nel complesso, il risparmio delle famiglie si contrae del 22,2%. Rispetto al pil passa dal 9,4 al 7,3%. Analogamente gli investimenti delle famiglie scendono dal 7,3 al 5,7%. L’eccesso di risparmio si riduce dal 2,1 all’1,6%.


Le imprese e gli investimenti

Il valore aggiunto ai prezzi correnti del settore economico privato, ossia il valore della produzione, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al primo trimestre 2008 (-0,5%). Depurato dell’andamento dei prezzi si traduce in un calo del 9,5%. Per le società non finanziarie (SNF) la produzione arretra dell’11,4%.

Il costo del lavoro aumenta solamente del 4,4% (3,5 per SNF), ma il calo della produzione innalza il clup del 15,4% (16,7 per le SNF).


Il margine operativo lordo (MOL) si riduce del 3,2% (-13,4 per le SNF ) ed equivale al 62,8% del valore aggiunto (40,6 per le SNF).  All’inizio del 2008 era al 64,6 per il settore privato (e al 45% per le SNF).


Per quanto la contrazione dei margini appaia molto più pesante per le SNF rispetto agli altri agenti dell’area business, sono proprio quest’ultimi che operano un drammatico taglio agli investimenti, del 56,3%. Pesante è comunque il taglio anche per le SNF (-26,4%).

Valutando gli investimenti del settore business nel suo insieme risulta un calo del 27,4%, leggermente meglio di quanto fatto dal settore pubblico (-29,9).

Vi sono infine gli investimenti delle famiglie, prevalentemente in nuove abitazioni e ristrutturazioni, crollati di quasi  1/3.


Nel complesso gli investimenti crollano del 29,5%, con le opere pubbliche e l’edilizia non residenziale che sfiora una caduta del 40%.

Leggermente meglio, se così si può dire, vanno gli investimenti non infrastrutturali, dato che la discesa si ferma a meno del 25%. Tuttavia, se le spese per impianti e macchinari limitano la caduta a a meno del 20%, un vero e proprio tonfo si registra tra i mezzi di trasporto (quasi il 45%).


Rispetto al pil, gli investimenti delle imprese del settore privato scendono dal 12% del 2008 all’8,7%, nonostante il risparmio (11,7% del pil) sia prossimo ai livelli di inizio 2007 (11,9). L’eccesso di risparmio raggiunge il 3%, quasi il doppio di quello delle famiglie (1,6).



Tuttavia, considerando il settore privato nel suo insieme, il risparmio non risulta particolarmente elevato (per quanto sia paradossale che sia concentrato tra le imprese piuttosto che tra le famiglie): a fine 2014 era al 19% contro il 21,3 di inizio 2007. Sono gli investimenti che segnano nuovi minimi (14,3% del pil contro il 19,4 del terzo trimestre 2007).

La domanda interna del settore privato appare pertanto in calo del 13,2% rispetto al primo trimestre del 2008.


Il settore pubblico

La domanda del settore pubblico, nonostante i classici luoghi comuni, appare in calo del 2,4% in termini reali, con i redditi da lavoro in flessione del 10,6%. Sono invece aumentati gli acquisti di beni e servizi presso il settore privato, del 6,5% rispetto all’inizio del 2008.

Come abbiamo già visto, gli investimenti pubblici sono crollati del 29,9%, il che conduce ad un apporto complessivamente negativo del 6,2%.

Tenendo conto delle altre voci di spesa, ad eccezione degli interessi, le uscite pubbliche risultano di fatto invariate in termini reali rispetto a sette anni prima.


La pressione fiscale nello stesso periodo passa dal 41,5 al 43,4%, contribuendo a determinare un calo dell’avanzo primario dal 3,3 all’1,6% del pil.


Le Partite correnti in termini di saldi settoriali

La domanda interna, pubblica e privata, scende dell’11,3% rispetto al primo trimestre 2008 (-0,6 nel 2014) e permane al di sotto del prodotto interno lordo, consentendo un surplus negli scambi con l’estero.


Nonostante la svalutazione dell’euro nel corso del 2014 (1,7% in termini effettivi reali, ma del 10,1 verso il dollaro), la domanda estera è cresciuta solamente del 2,4% e permane sotto i livelli pre-crisi di circa l’1%.



La domanda aggregata, ossia quella interna ed estera, resta di fatto nel 2014 invariata (+0,1) ed è di oltre il 9% inferiore a quella del primo trimestre 2008.

Le importazioni nel periodo considerato sono conseguentemente cadute del 12% (+1,6 nel 2014), facilitate nell’ultimo periodo dalla rivalutazione del dollaro.


Considerando anche i trasferimenti di reddito e le altre voci che regolano i rapporti con l’estero, le partite correnti risultano in surplus dell’1,7% rispetto al pil (-1,8 all’inizio del 2008).


In termini settoriali, le partite correnti ritornano in surplus non solo per il calo della domanda delle famiglie, ma anche per il venir meno degli investimenti delle imprese. A ciò si aggiunge l’ormai cronico effetto recessivo del settore pubblico che con l’avanzo primario sottrae risorse al settore privato per pagare gli interessi sul debito pubblico detenuto dagli investitori esteri.


Dedotte le importazioni, la domanda effettiva rivolta alle imprese presenti sul territorio risulta dell’8,3% inferiore al primo trimestre 2008 (-0,3 nel 2014). L’arresto della produzione interna (-9,6) è stato maggiore del calo della domanda, favorendo lo smaltimento delle scorte.

Ciò potrebbe favorire un rimbalzo nel 2015. La media delle previsioni confida in una crescita dello 0,8%. Resta tuttavia incerta una crescita, sostenibile nel tempo, senza una ripresa della domanda interna, sia da parte delle famiglie che delle imprese.

giovedì 26 febbraio 2015

Molto circenses, poco panem

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)


Il 2014 si chiude con le vendite al dettaglio depurate della stagionalità in calo dello 0,9% rispetto al dicembre 2013. Poiché nello stesso periodo i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti in media dello 0,8% le vendite reali scendono solamente dello 0,1%. Può sembrare poca cosa, ma rispetto al 2010 il calo è superiore al 12% in termini reali.

Un po’ meglio è andata ai beni alimentari, scesi rispetto a quattro anni fa solo del 9% (e non certo per ragioni salutistiche). Rispetto ad un anno fa il calo è di poco inferiore al mezzo punto percentuale in termini reali.


Nonostante l’andamento reale delle vendite al dettaglio sia stato sostanzialmente piatto nel corso dell’anno appena concluso, secondo le rilevazioni Istat il clima di fiducia dei consumatori sarebbe cresciuto a febbraio del 13,9% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, quando il governo Renzi subentrava a quello Letta.


Direi che l’unico merito del nuovo presidente del consiglio, se così si può dire, è di tenere “su di morale” gli italiani.  Panem et Circenses. Il secondo lo vediamo ogni sera, molto meno il primo. 

venerdì 25 aprile 2014

Dal 2007 la deflazione è stata indotta dal calo del reddito reale delle famiglie

La deflazione favorisce l'aumento del potere d'acquisto delle famiglie? A prima vista potrebbe essere ragionevole, ma come ricorda Paul Krugman potrebbe essere che la deflazione sia indotta da un calo dei redditi. In tal caso, non essendo per lo più omogeneo il rallentamento delle due variabili economiche, è possibile che ad un calo dei prezzi si accompagni una caduta dei redditi reali.

Ed è quanto è successo in Italia dal 2007. Ogni volta che i prezzi hanno cominciato a rallentare, il potere d'acquisto delle famiglie è sceso. Mentre con un'inflazione in crescita - per quanto possa sembrare paradossale - i redditi si sono difesi meglio.



Le famiglie non rinviano una serata al ristorante nella speranza di pagare l'1,35% in meno, ma possono sicuramente rinviare l'acquisto di una casa o di un auto se ritengono di spuntare prezzi migliori tra sei mesi o un anno. Si deve inoltre tener presente che non è ancora introiettata nella propensione al consumo delle famiglie la sensazione di vivere in un contesto deflazionistico, perché non si ha la percezione di una generalizzata discesa dei prezzi.

Ma se la deflazione si dovesse affacciare realmente e fosse indotta da una parallela discesa dei redditi reali - come lo è stata dal 2007 ad oggi - dubito che vi sarebbero motivi per essere contenti. Tanto più che le famiglie chiamate a rimborsare un prestito (ad esempio per l'acquisto di un auto, piuttosto che di un mutuo) si troverebbero nella sgradevole situazione di dover far fronte ad un impegno sempre più gravoso, dato che il valore del debito resterebbe invariato innanzi ad un reddito che potrebbe calare non solo per i sacrifici che sarebbero chiamati a sopportare le famiglie lavoratrici, ma anche per il possibile venir meno della stessa fonte di reddito (perdita del posto di lavoro) o in seguito ad una drastica decurtazione provocata dalla crisi (es.: cassa integrazione). 

In tal caso, anche in presenza di un calo dei prezzi dei carburanti, il beneficio per le famiglie non sarebbe molto diverso da quello che arreca un placebo ad un malato terminale.

In altri termini, il potere d'acquisto delle famiglie più che dalla paranoica paura dell'inflazione è determinato dall'andamento dei redditi. Ma la difesa di questi può generare conflitti sociali, mentre "la lotta all'inflazione" è per un verso più tranquillizzante e dall'altro più convincente nel contenere le pretese di aumenti salariali.

mercoledì 2 aprile 2014

Due pensionati su tre ricevono meno di 1.500 euro al mese

Fonte: Istat

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Solo 211 mila persone hanno una pensione superiore a 5.000 euro al mese (ovvero l'1,3% dei pensionati percepisce il 6,3% della spesa pensionistica).

Il 65% dei pensionati riceve invece una pensione inferiore ai 1.500 euro (e sono esclusi dagli 80 euro annunciati da Renzi). Le loro pensioni incidono per il 39% della spesa complessiva.

mercoledì 26 marzo 2014

lunedì 3 febbraio 2014

Nel 2012 crollo del reddito disponibile procapite reale del 5%; -12% negli ultimi 10 anni (-15,8 per la Valle d'Aosta)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat



La provincia di Bolzano nel 2012 aveva il reddito pro capite più elevato d'Italia, dato che era del 27,5% più consistente della media nazionale (pari a 17.948 euro). Per i valdostani il reddito era del 24% superiore e del 20% per l’Emilia Romagna. La Campania, invece, accusava un distacco del 30%, la Sicilia quasi del 28 e la Calabria del 26,3.


Nel 2012 il reddito disponibile procapite degli italiani è diminuito in termini nominali del 2,1%. Purtroppo la perdita non si limita al calo del reddito. Se si tiene conto della crescita dei prezzi, pari al 3%,  il potere d’acquisto si contrae del 5% in un solo anno.

L’entità del calo non consente che vi siano regioni italiane che possano vantare incrementi, né nominali né reali, dei redditi procapite.

La perdita del potere d’acquisto più forte si registra nella provincia di Bolzano (-6,1%), seguita da Valle d’Aosta, Lazio e Liguria, tutte con -5,8%.

Allargando l’orizzonte a dieci anni, il reddito procapite reale degli italiani è stato decurtato in media del 12%. Il calo più forte si registra in Valle d’Aosta (-15,8), in Emilia Romagna (-15,7) e in Campania (-13,9). La regione più fortunata, se così si può dire, è il Molise dove nel decennio il calo si ferma al 3,1%, tutto da imputarsi però al 2012.




lunedì 27 gennaio 2014

I redditi degli italiani (2012), secondo Banca d'Italia

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia


Il reddito individuale

Secondo uno studio della Banca d’Italia, il reddito medio individuale del 2012 derivante da lavoro, capitale o dai trasferimenti pubblici (prevalentemente pensioni) e al netto delle imposte e dei contributi sociali, è stato di circa 19.370 euro.  

Gli operai hanno guadagnato meno di 13.150 euro. Gli impiegati 17.750 e i dirigenti oltre 32.500 euro annui. Gli imprenditori e i liberi professionisti dicono di guadagnare in media poco più di 24.500 euro. Gli altri lavori autonomi  non vanno oltre i 15.000 euro. I pensionati e coloro che vivono grazie ai trasferimenti pubblici si devono accontentare di 9.330 euro.

Rispetto alla fascia di età,  quelli che sono dipendenti ed hanno meno di 34 anni percepiscono quasi il 27% in meno rispetto alla media dei propri colleghi, mentre a fine carriera (tra i 55 e i 64 anni) usufruiscono di uno stipendio del 19%  superiore alla media dei lavoratori dipendenti.

Per i giovani fino a 34 anni che intraprendono la libera professione o un’attività in proprio  il reddito è sostanzialmente analogo a quello dei loro coetanei che vengono assunti, ma successivamente – a fine carriera – arrivano a guadagnare l’8% in più di chi resta alle dipendenze.

Rispetto al titolo di studio, fatto 100 il reddito medio dei dipendenti, i laureati guadagnano il 33,5% in più, mentre per i diplomati il differenziale si ferma poco oltre il 5%.  Sono penalizzati coloro che si sono fermati alle medie (quasi il 17% in meno) o alle elementari (oltre il 25% in meno). Per questi ultimi non sarebbe andata meglio se avessero intrapreso un’attività in proprio (-5,5% per chi ha la licenza elementare rispetto ai dipendenti con pari studi), ma chi ha la licenza media porterebbe a casa un reddito del 16,3% superiore ai dipendenti, a parità di studio.  Per i diplomati che hanno un’attività in proprio il vantaggio supera il 20%. Mentre essere laureati ed avere una propria attività non sembra essere così vantaggioso (-7% rispetto ai dipendenti laureati).

Rispetto al settore di attività, i dipendenti meglio retribuiti sono nei servizi pubblici e nella pubblica amministrazione: fatto 100 la media dei dipendenti, 117,9 è la retribuzione media di questa categoria.  I dipendenti dell’industria percepiscono quasi il 9% in più della media dei dipendenti. Sono invece svantaggiati gli assunti negli altri servizi (con una retribuzione inferiore del 7%) e quelli occupati in agricoltura (oltre il 35% in meno).  Essere un imprenditore agricolo, anziché un dipendente, garantisce quasi il 90%  in più di quanto viene elargito ai propri collaboratori. Nei servizi, essere in proprio assicura quasi il 25% in più rispetto a chi è dipendente nello stesso settore, mentre nell’industria converrebbe essere dipendenti, dato che mediamente dichiarano di avere un reddito di quasi il 20% inferiore ai propri collaboratori. Infine, offrire consulenza nel settore pubblico permette di incassare il 10% in più di chi è occupato nella P.A.




Il reddito familiare

Se ai redditi individuali sono aggregati per unità familiare, il reddito medio sale a poco meno di 30.400 euro.                       

Se suddividiamo le famiglie in dieci classi equamente ripartite, il decile più povero percepisce meno di 7.300 euro. Costoro devono accontentarsi del 2,4% del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche gode di oltre il 26% del reddito familiare nazionale e si assicura in media quasi 80 mila euro annui. Tra il 10% più ricco e il 10% più povero vi è un rapporto di 1 a 11.


Per avere un’idea della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, si può mettere a raffronto il reddito assegnato al 10% delle famiglie con il reddito di equidistribuzione. Si ha eguale distribuzione quando il 10% della popolazione usufruisce del 10% del reddito (il 20% della popolazione il 20% del reddito, e così via). Il 10% più povero, usufruendo del 2,4% del reddito complessivo, dista dalla equidistribuzione per il 76%, due punti in più rispetto al 2006.


L’equidistribuzione è raggiunta da quel 10% delle famiglie che è  inclusa tra il 60 e il 70%, una volta che sono state collocate in ordine crescente di reddito.  Il fatto che il reddito medio o di equidistribuzione sia raggiunto tra il 60 e il 70% delle famiglie dà un’idea dello squilibrio nella distribuzione del reddito, dovendosi in teoria collocare sul valore mediano delle stesse.  In altre parole, la circostanza che il reddito medio non sia raggiunto al 50% delle famiglie, dimostra che il reddito finisce per concentrarsi sul 30% più ricco e che ben il 60% delle famiglie usufruisce di un reddito inferiore a quello medio.

Il 10% più ricco può contare sul 163% in più del reddito medio o di equidistribuzione. La loro quota è il 26,3% del reddito complessivamente distribuito in Italia.

giovedì 9 gennaio 2014

Dal 2007 Redditi reali delle Famiglie in calo del 10,4%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le retribuzioni lorde per dipendente nel terzo trimestre del 2013 sono aumentate dell’1,7% rispetto allo stesso periodo del 2012. Ma il calo dei dipendenti del 2,1% riduce le retribuzioni complessive dello 0,5%. Se si tiene conto che il deflatore dei consumi è aumentato dell’1,3%, le retribuzioni reali complessive scendono dell’1,8%.

I redditi da capitale e impresa ai valori correnti sono scesi dello 0,5%, segnando il settimo calo consecutivo annuale. Le prestazioni sociali pubbliche sono invece aumentate del 2,5%, risentendo anche dell'invecchiamento della popolazione.


Nel complesso, il reddito lordo delle famiglie aumenta ai valori correnti dello 0,4%. Depurato della crescita dei prezzi si traduce in un calo dello 0,9%. Rispetto al 2007, i redditi reali delle famiglie sono caduti del 10,4%, assai più del calo del pil (-8,5).



La propensione al consumo nell’anno terminante a settembre 2013 è scesa di quasi un punto (dall’88,1 all’87,2%). Il risparmio è così potuto crescere dell’8,7% e commisurarsi al 12,8% del reddito lordo delle famiglie.

Gli investimenti delle famiglie, prevalentemente abitazioni, cadono per il decimo trimestre consecutivo nel confronto annuo. Nel terzo trimestre del 2013 il calo è stato del 3,5%. Rispetto al 2007 l’acquisizione del patrimonio immobiliare è crollata del 17% e si approssima a chiudere il gap nei confronti del risparmio generato dalle famiglie che si era aperto a partire dal 2010.


Nel 2010 gli investimenti immobiliari delle famiglie, per quanto già in calo rispetto al 2007, furono sostenuti dal facile accesso all’indebitamento, che passò da poco più del 40% del reddito delle famiglie ad oltre il 50 ed ora è stabile sul 55% dal 2011. Il servizio del debito (rata capitale + interessi) sui prestiti bancari assorbe circa l’8% del reddito lordo delle famiglie.


Il risparmio indirizzato agli investimenti immobiliari ha determinato un crollo dell’accumulo delle attività finanziarie, comprendendo in questa definizione anche le disponibilità liquide. A metà 2010, le risorse disponibili per gli impieghi finanziari si erano ridotte al 35% di quelle destinate a tale scopo nel 2007. Venuta meno la propensione all’investimento immobiliare, le risorse per le attività finanziarie sono risalite al 75% di quelle che erano all’uopo finalizzate nel 2007.