Visualizzazione post con etichetta Recessione e Politiche Economiche. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Recessione e Politiche Economiche. Mostra tutti i post

lunedì 6 aprile 2015

Una crisi lunga 15 anni?

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dopo aver illustrato nel post del 4 aprile scorso i dati economici della crisi, oggi mi soffermo sulle politiche economiche che sono state attuate.

Innanzi tutto è evidente che il nostro paese ha subito due shock recessivi: il primo, quello del 2008, è stato indotto – come è noto – dalla crisi finanziaria successiva al fallimento della Lehman Brothers negli Stati Uniti; il secondo ha origine prevalentemente “interne”.



La crisi del 2008

Con la crisi finanziaria innescata dal fallimento della Lehman Brothers, la sfiducia si diffonde tra gli imprenditori a livello mondiale. Il pil dei paesi Ocse tra il 2008 e il 2009 crolla di circa il 5%. Ma oltre il crollo della domanda mondiale, alla nostra recessione contribuisce anche l’eccessiva forza dell’euro-lira (misurata in termini effettivi mediante i prezzi alla produzione): quando scoppia la crisi i prezzi dei nostri manufatti sui mercati internazionali superano di oltre l’8% i livelli del 1999.


Non avendo il controllo della politica valutaria, il tasso di cambio effettivo reale permane esageratamente forte fino al 2010 e ciò non aiuterà certo ad assorbire lo shock esterno, determinando un deficit delle partite correnti che arriverà al 3,9% del pil. 


L’effetto combinato del crollo della domanda estera con i prezzi non allineati a quelli internazionali ha un impatto sulle nostre esportazioni paragonabile ad uno tsunami: -24%. Le imprese reagiscono sfoltendo la base occupazionale: i dipendenti vengono ridotti del 5% nel giro di due anni, ma non è sufficiente per evitare che il clup si impenni in un anno del 7,5%. Il margine operativo lordo (mol) crolla di oltre l’8% e dà il pretesto per avviare una nuova tornata di licenziamenti (nel 2014 i dipendenti del settore privato saranno il 7% in meno rispetto all’inizio del 2008). 


Al crollo della domanda estera si aggiunge così il calo della domanda interna, indotta sia dal calo dei redditi per la perdita dei posti di lavoro, sia per il crollo degli investimenti (-14,2% rispetto al primo trimestre 2008). 

Il risultato complessivo è un crollo del prodotto interno lordo del 7,6%.


Ma il cambio non è l’unico strumento di cui abbiamo perso il controllo. Anche i tassi di interesse vengono decisi a Francoforte. 

La politica monetaria della BCE, per quanto abbia tentato di ridurre la curva dei tassi portando quelli ufficiali dal 4,25 all’1%, non si trasmette ai titoli pubblici italiani e agli altri paesi periferici (dando inizio al tormentone sullo spread). E’ il primo campanello di allarme sulla sostenibilità dell’euro che diventerà del tutto evidente dopo la crisi greca, quando i mercati prendono atto che il debito pubblico dei paesi membri dell’area euro è privo di garanzie. In questo contesto, i titoli pubblici incominciano ad incorporare un premio per il rischio emittente che, nella fase più acuta della crisi, si tramuterà nel rischio per la ridenominazione del debito. 


Privati sia della politica valutaria che di quella monetaria, non ci restava che agire su quella di bilancio.

E’ vero che il saldo primario passò da un avanzo del 3% del pil all’inizio del 2008 ad un deficit prossimo all’1% alla fine del 2009.  Ma l’effetto come si può vedere nel grafico seguente fu alquanto modesto in termini di contributo alla domanda complessiva.


Anche la politica di bilancio, come quella valutaria e monetaria, resta di fatto indifferente all’effetto distruttivo provocato dall’onda d’urto di una crisi che non aveva precedenti per intensità e profondità.


La crisi del 2012 - 2014?

A tirarci temporaneamente fuori dalla crisi è ancora una volta la domanda estera: tra la metà del 2009 e il 2012 le esportazioni riguadagnano quasi 20 punti percentuali.  Sia il ritorno alla crescita dell’economia mondiale (i paesi Ocse a metà 2010 crescono del 3,4%) che una svalutazione del cambio effettivo, che riporta i prezzi dei manufatti sui mercati internazionali ad appena l’1% sopra i livelli del 1999, favoriscono la ripresa. 

Piatta risulta invece la domanda interna: i consumi hanno difficoltà a riconquistare i livelli pre-crisi; gli investimenti restano sulle dimensioni (depresse) del 2009.  

Nel complesso il pil tra il 2009 e il 2011 risale di 3,2 punti.


Ma la bonaccia dura poco. E’ vero che l’economia internazionale rallenta e passa da una crescita del 3,4 all’1% del 2012, ma l'export trova sostegno nei prezzi dei nostri prodotti,  ormai allineati ai mercati internazionali (nel 2012 sono anche più convenienti di quelli di 13 anni prima).

Questa volta è la domanda interna a segnare il passo. Che succede? Succede che la BCE, per indurre il governo italiano a rispettare i parametri di bilancio e avviare le "riforme strutturali", ovvero a ridurre il costo del lavoro mediante la rimozione degli ostacoli che si frappongono all'espulsione del personale in esubero, lascia salire i tassi di interesse sui titoli pubblici decennali oltre il 7%. Monti subentra a Berlusconi e l’avanzo primario (ovvero la sottrazione di risorse al settore privato) ritorna al 2% del pil.

L'effetto è un crollo della domanda interna di cinque punti percentuali tra la fine del 2011 e l'inizio del 2013, dopo i quattro punti persi tra il 2008 e il 2009. I consumi si riducono del 6,5%, anche per un nuovo calo dell'occupazione (circa 650 mila unità di lavoro) e gli investimenti piombano di un altro 12%. 

Effetto non secondario del calo della domanda interna è il crollo delle importazioni, che consolida il miglioramento delle partite correnti con l'estero.

Rassicurati i creditori esteri e avviati i "compiti a casa" la BCE può procedere con maggior tranquillità all’allentamento monetario: i tassi ufficiali vengono di fatto azzerati e i tassi decennali possono scendere a fine 2014 al 2%, che si confrontano tuttavia con una crescita nulla del pil nominale (-0,4 quella reale).

I governi Letta e Renzi proseguono le politiche di bilancio iniziate da Monti: l’avanzo primario resta per tutto il 2013 sul 2% e solo a fine 2014 scende leggermente (1,6%).

L’avvio del quantitative easing nel 2015 dovrebbe allentare ulteriormente la pressione sul tasso di cambio effettivo reale, che nel frattempo è risalito sopra i livelli del 1999 del 2,5% .

Le tensioni sembrano ora allentarsi, ma il prezzo pagato è stato un calo del prodotto del 9,6% (peggio della grande depressione degli anni ’30) e un calo dell’occupazione in termini di unità di lavoro (ovvero di posti effettivi) di 1,8 milioni.


Anche se si ritornasse ad una crescita del pil pari all’1% annuo, ci vorrebbero altri otto anni, ossia nel 2023, prima di ritornare sui livelli pre-crisi.

Se così fosse, sarebbe una crisi lunga ben 15 anni. Difficile considerare uno scenario del genere come un successo delle politiche di austerità (imposte dall’Eurosistema).

sabato 14 marzo 2015

Continuiamo così, facciamoci del male

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le partite correnti con l’estero nel 2014 hanno chiuso con un attivo, in base ai primi dati, di oltre 29,5 miliardi di euro, pari all’1,8% del pil. Nel 2013 l’attivo era dell’1%.


Sembra quindi che si sia interrotta la fase di indebitamento verso l’estero che era cominciata all’inizio del nuovo millennio, durata 13 anni se si esclude l’impercettibile surplus del 2001.

Convinti che con la moneta unica sarebbe venuto meno il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, potendo contare su una valuta accettata internazionalmente e di cui la BCE si sarebbe posta come garante, abbiamo scoperto a partire dalla crisi del 2007 e più ancora dal 2010 che – pur avendo rinunciato alla politica valutaria e monetaria – i condizionamenti imposti dai deficit esteri non sarebbero venuti meno.

Siamo quindi esposti agli stessi vincoli esterni che avevamo sotto la lira e ai possibili attacchi dei mercati finanziari, ma privi degli strumenti di difesa, non potendo più agire né sui tassi di interesse né sul cambio.

La Bce è disposta a soccorrerci solo in cambio alla rinuncia della politica fiscale autonoma. Siamo in tal modo espropriati da ogni possibile linea di politica economica, che non sia quella dettata da Bruxelles e Francoforte, volta a ridimensionare il potere contrattuale dei lavoratori, il welfare e l’intervento pubblico in economia.

Così, a partire dal 2010, quando la BCE scioccò i mercati rifiutandosi di garantire il debito pubblico greco, i rendimenti sui titoli pubblici incominciarono ad incorporare un premio per il rischio emittente (e i tassi di interesse a differenziarsi tra i vari paesi). 


Dalla fine del 2007 alla metà del 2011 lo spread sui titoli decennali tedeschi era passato da 33 punti base a 193. Quindi arrivò la lettera della Bce al governo Berlusconi in cui si “consigliava” esattamente ciò che sarebbe stato opportuno eseguire in cambio di un occhio di riguardo sui tassi di interesse. E per essere più convincente, la BCE utilizzò lo spread come una clava, lasciandolo salire in cinque mesi – poco prima delle dimissioni del governo – fino a 575 punti.

A fine 2011 il deficit delle partite correnti era il 3,1% e seguiva il 3,5 del 2010. Con l’arrivo di Monti, iniziano le politiche di austerità, l’età pensionabile è ritardata e gli assegni vengono ricalcolati con il metodo contributivo. La politica fiscale è inasprita ed è volta “a distruggere la domanda interna”, come espressamente dirà Monti in un’intervista ad una tv estera


L’effetto sarà un ritorno di fatto al pareggio delle partite correnti (-0,4% del pil) e l’inizio dell’allentamento della morsa sugli spread (a fine 2012 scesero a 324 punti).

Le politiche di austerità sono proseguite con il governo Letta e Renzi. Quest’ultimo ha dato avvio, con il plauso della BCE e della Commisione UE, al cosiddetto Jobs Act, che riduce le tutele per i nuovi assunti. Parallelamente gli spread scendevano ulteriormente ed ora sono a meno di 100 punti base.

Da un punto di vista settoriale, il saldo primario pubblico passava da un deficit nel 2009 di quasi un punto di pil ad un avanzo nel 2012 del 2,2%, attuando quindi una stretta sul settore privato di 4,3 punti percentuali (ovvero di 70 miliardi in tre anni). Nei due anni successivi mediante l’avanzo primario sono stati sottratti al settore privato altri 56 miliardi. Nel complesso, dal 2009 il settore privato ha dovuto rinunciare a più di 125 miliardi.

Il settore privato si trova pertanto costretto a tagliare i consumi e gli investimenti: le famiglie per far fronte alle politiche di austerità e le imprese per il venir meno della domanda. Si genera pertanto un eccesso di risparmio (al netto degli interessi percepiti sul debito pubblico, [1]) che nel 2014 vale l’1,7% del pil e che spiega buona parte del surplus delle partite correnti.

L’avanzo primario del settore pubblico serve invece per pagare gli interessi  ai creditori esteri  (è pertanto paradossale sentire i politici e gli opinion leader che invocano l’acquisto dei nostri titoli pubblici da parte degli investitori stranieri, dato che maggiore è la quota, maggiori saranno i sacrifici richiesti al settore privato interno).


Il risultato di queste politiche è stato un crollo del pil di oltre il 9%, della domanda interna di oltre l’11, della produzione industriale del 25% e un aumento della disoccupazione dal 6% del 2007 al 12,6%.

Citando Nanni Moretti potremmo dire: continuiamo così, facciamoci del male.



_____________

[1] Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:

(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in 
uscite al netto degli interessi, U 
interessi pagati ai residenti, ir 
e interessi pagati all’estero, ix 

si ha

(X-M) = (S-I) – (U +ir +ix – T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ottiene

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post. 

venerdì 6 marzo 2015

Gli strumenti per assorbire un deficit delle partite correnti

Quali sono gli strumenti a disposizione per assorbire un deficit delle partite correnti? Dipende dal regime dei cambi, dalla situazione dei tassi di interesse e dalle condizioni socio-politiche del paese.

Possiamo incominciare a distinguere i paesi a seconda che siano in un regime di cambi flessibili, fissi o facenti parte di una valuta comune.

Possiamo inoltre prevedere una condizione dei tassi di interesse normale (ovvero significativamente maggiore di zero) o una situazione nella quale il paese sia caduto nella trappola della liquidità (tassi zero).

La situazione politica può inoltre sconsigliare politiche volte a ridimensionare i redditi dei lavoratori o viceversa consentire di intraprendere delle misure più o meno dirette a rendere più flessibili i salari verso il basso. Può essere infatti che gli effetti della disoccupazione sui redditi dei lavoratori siano troppo lenti o attenuati e che sia più opportuno politicamente intervenire sulle norme che regolano il mercato del lavoro piuttosto che alimentare tensioni sociali in seguito ad interventi diretti sui salari.

Infine vi è la politica fiscale che può essere indirizzata a contenere la domanda interna.


In funzione del regime dei cambi e della situazione dei tassi di interesse, l’assorbimento di un deficit delle partite correnti può implicare i seguenti interventi:


Si noti che più diventa vincolante il regime dei cambi, minori sono gli strumenti a disposizione, dato che i tassi di interesse nel caso di una valuta comune vengono sottratti alla sovranità monetaria dei singoli paesi. In quest’ultima circostanza, ai paesi in deficit delle partite correnti non resta che una politica fiscale restrittiva e un intervento diretto o indiretto sui salari e sul mercato del lavoro.

E’ evidente che avere la possibilità di manovrare i tassi di interesse o consentire un adeguamento del tasso di cambio pur avendo lo stesso obiettivo di una politica fiscale restrittiva o una contrazione dei salari ha un impatto ben differente.

Riequilibrare l’economia attraverso il tasso di cambio, ad esempio, può rendere superflua una politica fiscale restrittiva e non esclude a priori che vi possa essere un certo grado di protezione dei redditi interni dall’inflazione importata.

In una situazione come quella dell’euro, viceversa, l’unico modo per ritrovare l’equilibrio nei rapporti con l’estero passa attraverso un crollo dei redditi e della domanda interna. 

domenica 1 febbraio 2015

Vice presidente della BCE: rischio di default deriva da prolungata depressione

Traduco velocemente l'inizio di un articolo di Ferdinando Giugliano pubblicato ieri dal Financial Times che vedete riprodotto in questa immagine.


Il vice presidente della BCE ha difeso il programma di quantitative easing (acquisto di titoli sul mercato) affermando che gli acquisti su larga scala erano necessari per contrastare l’insufficienza della domanda in Europa.

Parlando alla Cambridge Union, Victor Constâncio ha attaccato l’idea sbagliata che i problemi economici dell’Eurozona siano solamente un problema derivante dal lato dell’offerta. Ed ha sostenuto che l’Eurozona ha la necessità di “aumentare la domanda aggregata” per sfuggire al rischio della trappola del debito.

La scorsa settimana, la BCE ha lanciato un programma di quantitative easing da 1.100 miliardi di € che includeva per la prima volta massicci acquisti di titoli di stato di tutti i paesi dell’Eurozona, allo scopo di prevenire il rischio che l’area della valuta comune cada in un prolungato periodo di deflazione.

Venerdì, Eurostat riportava che l’inflazione era -0,6%, significativamente sotto l’obiettivo del 2% della banca centrale.

Constâncio ha sostenuto che alla BCE si paventava il rischio assai elevato che le aspettative di inflazione a medio termine avrebbero potuto sganciarsi (dall’obiettivo). Una vasta gamma di indicatori segnalava che il tasso medio di inflazione atteso su cinque anni a partire dal quinto anno desunto dai mercati swaps (in cui si negoziano contratti a tasso fisso contro tassi variabili) era sceso sotto l’1,7% nella settimana antecedente  il lancio del QE.

Ha inoltre aggiunto che gli attuali problemi economici dell’Eurozona derivano dalla carenza di domanda aggregata, che ha già causato tensioni politiche e sociali nell’area della moneta comune. Questa situazione è differente da quella del 2011/2012, quando l’Eurozona soffrì a causa di uno shock finanziario, spiegando che “il rischio di default è ora una conseguenza del rischio di una prolungata depressione”.

________
Ringrazio Zoe Keller per la segnalazione dell'articolo via twitter 

venerdì 26 dicembre 2014

I motori della ripresa americana

Il dato finale del terzo trimestre relativo alla crescita del pil americano, pari al 5% in termini annui, ha messo a tacere gli scettici sulla reale consistenza della ripresa economica  al di là dell’Atlantico.

Per chi vive negli Stati Uniti, ove vi sono ancora più di 9 milioni di disoccupati e altri 6 milioni e mezzo di persone disposte a lavorare ma che hanno rinunciato a cercare un’occupazione, la crescita del pil può anche non impressionare: un economista come Paul Krugman può giustamente insistere sulle politiche espansive fin tanto che non verrà assorbito l’output gap.

Tuttavia, dal punto più acuto della crisi, più di 9 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro e ciò ha permesso un aumento del reddito complessivo di oltre 3.250 miliardi di dollari. Più del 90% di questo incremento, ovvero quasi 2.980 miliardi, è stato speso, consentendo una crescita dei volumi produttivi (al netto dell'inflazione) di 1.576 miliardi.


Quali sono stati i motori della ripresa americana?

A prima vista, il merito va dato ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. I consumi sono aumentati in termini reali di quasi 1.200 miliardi. Vale a dire che i ¾ dell’aumento della domanda effettiva sono attribuibili ai consumi. Gli investimenti contano per il 40%. Mentre negativi sono stati gli apporti della domanda pubblica e degli scambi con l’estero.


La domanda pubblica è diventata restrittiva a partire dalla fine del 2010. Ma nel 2009, con un deficit prossimo al 10% del pil, aveva contribuito a fermare una caduta che sembrava inarrestabile. Nel 2010 il deficit fu ridotto all’8,9% e all’8,6 nel 2011. Quest’anno sarà solamente del 2,8%.


Merito della ripresa va quindi attribuito anche al settore pubblico. Merito dell’Amministrazione Obama è di aver tirato le redini del bilancio gradualmente.

Chi parla di crescita ma dice che occorre rispettare il vincolo del 3% non fa altro che perpetuare la recessione, come il caso italiano ben dimostra (-8,6% il pil dal 2007).

Un altro motore della crescita è stata la politica monetaria. I famosi QE (quantitative easing) non solo hanno salvato il sistema finanziario americano, ma hanno sostenuto la scalata ai 2000 punti dello S&P. In parte ne hanno beneficiato anche le famiglie, la cui ricchezza finanziaria è cresciuta in termini reali del 31,6% rispetto al secondo trimestre del 2009. Ciò si è riflesso sul clima di fiducia, tanto che i consumi sono aumentati più dei redditi reali, sostenuti da un ritorno all’indebitamento, soprattutto a partire dal 2013.


Gli investimenti più che essere il motore della ripresa sono stati l’acceleratore, ma solo dopo che la domanda era ripartita. Il loro ruolo rimane marginale fino alla fine del 2011. Solo dopo il loro contributo raggiunge il 50% dell’apporto dei consumi.

La scintilla fu quindi innescata dalla crescita dei redditi reali per occupato e quando questa incominciò ad affievolirsi nel 2011 il testimone era già stato preso dalla crescita degli occupati indotti dalla domanda.


La ripresa americana è quindi il frutto di diversi fattori: un massiccio intervento pubblico a sostegno dell’economia e dei redditi delle famiglie, che ha permesso di arrestare prima il declino e poi rilanciare la domanda, coadiuvata da una politica monetaria che ha infuso fiducia e sicurezza. Avviato il motore della ripresa, tutto ha cominciato a girare per il verso giusto e ad un fattore se ne affiancava un altro che rafforzava e rinvigoriva il ciclo: il sostegno dei redditi attraverso la spesa pubblica veniva ampliato dall’aumento degli occupati i quali portavano ad una ripresa degli investimenti. Il tutto in un clima di ritrovata fiducia, indotta da una politica monetaria accomodante che permetteva non solo alle famiglie di guardare con più ottimismo al futuro, ma consentiva alle imprese di ampliare i profitti.


Dal prossimo anno la FED dovrebbe iniziare a tirare le redini della politica monetaria.  L’impressione che il settore finanziario sia salito troppo giustificherebbe un aumento dei tassi.  Bisognerà però vedere se, dopo aver tolto la stampella dell’intervento pubblico, il sistema si reggerà in piedi anche senza la stampella della politica monetaria.

Se così non fosse, Krugman avrà avuto ragione nel mettere in guardia dall’eccessiva fretta di porre fine ai QE, quando il rischio di una caduta è ancora troppo forte rispetto al rischio di una ripresa dell’inflazione.

Ciò che Krugman non considera è che non è detto che si voglia raggiungere a tutti i costi la piena occupazione, poiché per il sistema capitalistico è bene che vi sia sempre ... un esercito industriale di riserva.

domenica 16 novembre 2014

Il circolo vizioso della svalutazione fiscale

Fabrizio Galimberti, su Plus (l’inserto finanziario de “Il Sole 24 Ore”), riprende uno studio del Fmi in base al quale si propugna la svalutazione fiscale in alternativa alla svalutazione dei redditi da lavoro.

Non si tratta affatto di avviare una concorrenza tra sistemi fiscali europei, anche perché porrebbe seri problemi sulla tenuta dei conti (tanto cara alla Commissione Europea) o sulla tenuta politica e sociale dei paesi che avviassero corrispondenti tagli alla spesa in misura tale da compromettere definitivamente i servizi pubblici, alimentando malcontento tra i ceti più poveri della popolazione, già martoriati dalla crisi.

L’idea contempla invece la possibilità di ridurre il costo (fiscale) del lavoro recuperando il gettito mediante l’aumento dell’iva.

Diminuendo i contributi sociali e finanziando la perdita di gettito con un aumento dell’iva (che non è pagata dall’export) si riduce il costo del lavoro.

E’ ciò che il governo italiano ha fatto in questi anni con la riduzione degli oneri sociali a favore delle imprese, ma aumentando contemporaneamente le accise e le aliquote iva.

Con il governo Renzi la musica non è cambiata: si vuole ridurre l’Irap sul costo del lavoro, ma si provvederà ad aumentare l’iva al 25% nei prossimi anni, quale “clausola di salvaguardia” per tenere i conti “in ordine”.

Peccato che le esportazioni contino per meno del 30% del pil, per cui il beneficio – al di là di ogni altra considerazione sull’efficacia o meno di simili misure sulle capacità competitive delle imprese – appare alquanto limitato e per converso l’aggravio fiscale sul mercato interno intacchi i redditi delle famiglie e quindi i consumi.

Il calo del potere d’acquisto, oltre a comprimere la domanda interna (che costituisce il principale mercato di sbocco delle imprese italiane), riduce anche il gettito fiscale complessivo e compromette quella compensazione tanto auspicata e voluta dai sostenitori delle politiche di austerità.

La “svalutazione fiscale” in Italia alla fine non ha avuto altro effetto che comprimere la domanda interna e generare buchi di bilancio, che hanno richiesto altre misure restrittive, che andavano ad ampliare la recessione.

Ciò nonostante non sembra che si voglia uscire da questo circolo vizioso o, più precisamente, da questo apparentemente geniale stratagemma che si è rivelato solo folle.

venerdì 24 ottobre 2014

I saldi settoriali dal 2007 ad oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia (nuovi criteri statistici)

Il vantaggio che doveva offrire l’euro ad un paese come l’Italia era di poter allentare il vincolo esterno. La cronica situazione deficitaria della bilancia commerciale poteva diventare meno preoccupante se le importazioni fossero state pagate con una valuta accettata internazionalmente.



Purtroppo, a partire dal 2008 e ancor più dal 2010, con la crisi del debito greco, abbiamo scoperto che avevamo solo rinunciato ad un altro pezzo della nostra sovranità.

Fino a quel momento ci eravamo illusi di aver fatto evaporare il problema del debito estero, dato che si pensava che il debito pubblico convertito in euro sarebbe stato garantito dalla BCE.

Su questa falsa premessa (o promessa) il saldo del settore pubblico ha superato la formazione del risparmio del settore privato, fino a determinare un deficit delle partite correnti nel 2010 vicino al 4% del pil.

Quando la BCE dichiara di non aver alcuna intenzione di garantire il debito pubblico greco, come pure quello degli altri paesi, riappare in tutta la sua drammaticità il problema del vincolo esterno.

Da quel momento in poi le politiche restrittive diventano inevitabili, se non si vuole andare in default. E poiché la Germania e la Francia non avevano alcuna intenzione di perdere i capitali investiti nei titoli di Stato italiani, Monti è chiamato a riportare in equilibrio i nostri conti con l’estero, nell’unica maniera possibile: riducendo la domanda interna. La qual cosa è stata ottenuta, da lato del settore pubblico, tagliando la spesa e inasprendo la pressione fiscale e, dal lato del settore privato, comprimendo il costo del lavoro, mediante una riduzione delle tutele per i nuovi assunti (con i contratti a tempo determinato), nonché andando ad erodere il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Le politiche economiche di austerità, decurtando i redditi delle famiglie, hanno fatto calare  la domanda e di pari passo le importazioni. A metà del 2013 la missione poteva essere considerata conclusa: l’Italia riconquistava il surplus nelle partite correnti.




Tuttavia, le politiche restrittive hanno avuto l’effetto non tanto di rilanciare il risparmio, quanto di deprimere gli investimenti, per la semplice ragione che non ha molto senso investire quando la domanda effettiva nel giro di sei anni cala dell’8% e quella interna quasi dell’11%.



Come il miglioramento del saldo con l’estero non è avvenuto grazie ad un aumento delle esportazioni, ma attraverso una contrazione delle importazioni, così la ripresa del saldo del settore privato non è merito di una maggiore accumulazione del risparmio, ma della forte contrazione degli investimenti (-27,4% dal primo trimestre 2008).


Oggi abbiamo quindi un surplus delle partite correnti e conseguentemente un saldo del settore pubblico inferiore a quello del settore privato. Ma ciò vuol dire che vi sarebbe spazio per allentare la morsa delle politiche di austerità.

Ma il problema fondamentale che deve affrontare il nostro paese deriva comunque da come è stato costruito l'Eurosistema: non ci ha sgravato dal vincolo esterno e ci ha depredato di un pezzo della nostra sovranità, con la quale avremmo potuto gestire in maniera meno traumatica la crisi iniziata nel 2008.

E ciò che è peggio è che questo scenario – stando così le cose – impedirà di intraprendere le politiche espansive necessarie per ridurre la disoccupazione e si riproporrà nel futuro ogni qualvolta l’Italia si troverà ad avere un deficit delle partite correnti, ovvero ogni qualvolta il saldo del settore pubblico sarà superiore all’eccedenza del risparmio sugli investimenti (1).


__________ 
1) La teoria potrebbe tornare utile per comprendere quanto affermato. Partiamo dalla classica equazione del reddito:

Y = C + I + (G-T) + (X-M)

ove Y è il reddito, C i consumi delle famiglie, I gli investimenti, G la spesa pubblica, T le entrate del settore pubblico, X le esportazioni ed M le importazioni.

Y-C rappresenta il risparmio S, quindi

S = I + (G-T) + (X-M)

L’eccedenza del risparmio sugli investimenti, ovvero S-I, al netto del saldo del settore pubblico (G-T) determina il saldo con l’estero (X-M):

(S-I) – (G-T) = (X-M).

Se (G-T) è maggiore di (S-I), allora le partite correnti (X-M) sono in deficit (e viceversa):

(S-I) < (G-T) --> (X-M) < 0
(S-I) > (G-T) --> (X-M) > 0

Quella che segue è la rappresentazione grafica dal 2007 del saldo privato, pubblico ed estero in rapporto al pil.


E’ pertanto evidente che si porrà un problema di solvibilità del debito estero (fin tanto che la BCE non garantirà il debito pubblico dei paesi membri) ogni qualvolta l’Italia avrà un deficit delle partite correnti prolungato nel tempo o particolarmente pesante.  Non potendo decidere gli acquisti dei clienti esteri (ossia il volume delle esportazioni) e non potendo adeguare il cambio alle condizioni delle nostre partite correnti, l’unico modo per riequilibrare i conti (a parte il default) sarà la compressione della domanda interna mediante politiche di austerità, che intaccheranno i redditi delle famiglie e i livelli occupazionali.

mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.


mercoledì 10 settembre 2014

Gli effetti della spending review

Ieri sera mi è capitato di guardare uno spezzone di “Porta a Porta”, ove era ospite Matteo Renzi. In particolare quel momento in cui spiega perché è bene che si faccia la spending review. E lo fa più o meno in questi termini (vado a memoria): se a un cittadino che guadagna 1000 euro al mese si chiede di tagliare il 3%, si tratta di risparmiare 30 euro, un caffé al giorno. Ma i cittadini l’hanno già fatta la spending review; ora è lo Stato che la deve fareee (un po’ come quando Crozza imita Conte).

Quale modo migliore per convincere gli italiani che occorre tagliare la spesa pubblica? Basta dire che non si chiedono altri sacrifici ai cittadini, ma all’odiata pubblica amministrazione, agli sprechi e alle inefficienze.

Su questo discorsetto si aprono alcune interessanti riflessioni.

La prima, di carattere prettamente politico, è che mentre si dice che si vogliono tagliare gli sprechi e le inefficienze si bloccano per l’ennesima volta gli stipendi dei lavoratori pubblici, i quali – fino a prova contraria – sono cittadini italiani come gli altri (ma è un classico delle classi dominanti contrapporre i sudditi, divide et impera). Così mentre si dice che si tagliano gli sprechi, in realtà si tagliano gli stipendi e i servizi pubblici, mentre gli sprechi e le inefficienze restano lì dove sono.

La seconda, riguarda la solita riproposizione del luogo comune di voler paragonare lo Stato ad una famiglia. Non spenderò molte parole: è un parallelo del tutto assurdo, per la semplice ragione che mentre una persona non può – salvo rischiare di perdere la libertà – stampare le banconote che le tornerebbero utili e deve affidarsi alle entrate che derivano dal proprio lavoro, lo Stato (volendo) può sempre affrontare le proprie spese e il debito espresso nella valuta nazionale aumentando l’offerta di moneta.

La terza riflessione riguarda le implicazioni economiche della spending review. Matteo Renzi ha ragione quando dice che i cittadini hanno già rinunciato al loro caffè di metà mattina (o ad una uscita in pizzeria). Ma il guaio del presidente del consiglio è che non si chiede cosa è successo dopo: hanno chiuso delle attività commerciali, sono diminuiti i consumi e quindi le vendite delle imprese, così quest’ultime non hanno ritenuto conveniente fare nuovi investimenti ed hanno ridotto l’occupazione. In poche parole, la spendig review del settore privato ha condotto ad un aumento della disoccupazione.

I consumi delle famiglie sono scesi dell’8% in termini reali dal 2008 (altro che 3%), con quelli durevoli (auto, tv, mobili, ecc.) crollati del 24%.


E di pari passo sono crollate le vendite delle imprese e la produzione. 



E con il crollo dell’attività produttiva si è ridotta l’occupazione ed è aumentata la disoccupazione.


Non sembra che sia sta una buona cosa questa spending review imposta al settore privato. E se non lo è stata per le famiglie perché dovrebbe essere un bene per la domanda pubblica? 

Ah … gli sprechi.

Certo ci sono funzionari pubblici che guadagnano in misura spropositata. Peccato che questi alti dirigenti abbiano contratti al di fuori dei normali accordi stabiliti con i sindacati e che il blocco degli stipendi riguardi questi ultimi. D’altra parte anche il limite ai compensi agli alti burocrati, per quanto possa sembrare una misura di equità, potrebbe essere conseguito con più efficacia ridisegnando le curve delle aliquote fiscali sui redditi personali, oggi troppo pesanti per i redditi bassi e troppo leggere per i redditi più alti (e non discriminerebbe tra settore pubblico e privato).

Quanto agli altri sprechi, come il costo tra le varie regioni della classica siringa che viene portata ad esempio, si abbia il coraggio di dire che se una pubblica amministrazione paga più del dovuto l’acquisto di beni e servizi sta consentendo un extra-profitto alle imprese. Abbiamo quindi a che fare o con un’errata organizzazione del servizio (e non si capisce perché vi debbano essere 20 centri di spesa regionale per un servizio come quello sanitario che per qualità ed efficienza deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale) o con fenomeni di collusione e corruzione a danno della pubblica amministrazione (in quest’ultimo caso abbiamo a che fare più con il codice penale che con il miglioramento delle procedure).

Ma al di là dei singoli casi che possono essere portati ad esempio e che possono essere soggetti indubbiamente a miglioramenti, resta il fatto che la spesa pubblica al netto degli interessi negli ultimi anni è scesa in termini reali (non è aumentata). E la cosa peggiore è che il contributo della domanda pubblica è diminuito in coincidenza della recessione, ampliandone la caduta.



Quindi, non solo sono stati tagliati i redditi del settore privato, ma anche la spesa pubblica è stata tagliata. Ma guarda caso gli sprechi – ovvero gli extra profitti delle imprese – sono sempre lì, nonostante le uscite al netto degli interessi siano diminuite del 3% rispetto al 2008 e del 6,2 sul 2010.


Forse bisognerebbe chiedersi se le politiche finora attuate siano quelle giuste. La risposta sarebbe ovviamente negativa. Ma non si fanno queste politiche per incapacità o ignoranza. Il fine è quello di “ammorbidire” le richieste dei lavoratori. E ciò è possibile solo ampliando la disoccupazione e la precarietà, perché in tal modo diventa possibile ridurre il costo del lavoro. 

Peccato che questa politica, volta in teoria a rilanciare la competitività delle imprese sui mercati esteri, si sia riflessa principalmente sulla domanda interna (perché riducendo i redditi interni si riduce la capacità di spesa delle famiglie), con il paradossale risultato di ottenere un calo del pil del 9%, ovvero una perdita di oltre 130 miliardi in termini di redditi reali per le famiglie e le imprese.

Per le imprese equivale a quanto è rappresentato nel seguente grafico, ove emerge chiaramente che puntare sulle esportazioni è stata una scelta fallimentare.



Nel frattempo, tutte queste politiche di austerità non hanno impedito – per chi è ossessionato dal debito pubblico – che questo salisse dal 103,3% del 2007 al 132,6% del 2013.

Forse dal presidente del consiglio ci si aspetterebbe meno luoghi comuni e più serietà. Ma un paese che ha mandato al governo Berlusconi e Monti, Renzi rappresenta la naturale continuità. Un passo in più verso il baratro.

domenica 31 agosto 2014

L'economia italiana a sei anni dalla crisi e il vincolo esterno

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel primo semestre l'economia italiana è scesa dello 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Ha inciso su questa evoluzione soprattutto il calo delle scorte, dato che la domanda effettiva è rimasta di fatto sugli stessi livelli dell'anno scorso.

A dire il vero la domanda aggregata è cresciuta dello 0,3%, ma  è andata a tutto vantaggio dei produttori esteri (le importazioni sono aumentate dell'1,5%), lasciando le vendite finali delle nostre imprese invariate rispetto a dodici mesi prima.

La componente più dinamica della domanda aggregata è stata quella estera, aumentata nel semestre del 2,2%, mentre quella interna è arretrata dello 0,3 a causa della flessione della domanda del settore privato (-0,5), non adeguatamente compensata dalla domanda del settore pubblico (+0,3). 

La debolezza della domanda interna del settore privato è imputabile sia agli investimenti fissi, scesi dell'1,7%, sia ai consumi delle famiglie, limati dello 0,2%. 



Le esportazioni nei primi sei trimestri della crisi arrivarona perdere quasi 1/4 dei volumi antecedenti la recessione. Cadde anche la domanda interna, ma si fermo a -4,5 grazie anche al ruolo anti-ciclico giocato dalla domanda pubblica, per quanto flebile. Successivamente, mentre le esportazioni ritornavano a crescere, sebbene non siano ancora ritornate sui livelli del primo trimestre del 2008 (-3,8%), si agì per comprimere la domanda interna, sia pubblica che privata, al fine di conseguire i necessari aggiustamenti delle partite correnti con l'estero. 

La riduzione della domanda interna entro l'attuale sistema dell'euro è possibile tuttavia in un solo modo: mediante la compressione dei redditi. 

I risultati di questa politica economica si evincono dal grafico sopra riportato, ove la domanda interna del settore privato è del 13% inferiore rispetto all'inizio della crisi, mentre quella pubblica è stata ridotta di quasi sei punti percentuali rispetto al suo massimo. 

Il calo più accentuato della domanda aggregata (-9,3) rispetto a quella effettiva (-8%) evidenzia che la compressione dei redditi interni si è riflessa anche sulle importazioni, contribuendo a migliorare il saldo delle partite correnti. 

Da circa sei trimestri la domanda interna, sia pubblica che privata, è sostanzialmente piatta, mentre l'export sembra aver esaurito il suo ruolo propulsivo

L'aver puntato sulla domanda estera per uscire dalla crisi non sembra aver giovato all'economia italiana, sia perché le esportazioni sono una quota minoritaria delle vendite delle imprese (che restano fortemente legate al mercato nazionale), sia perché la crescita dell'ultimo anno si è tradotta in una ripresa delle importazioni. Il ché segnala che difficilmente si potranno avere ulteriori margini di miglioramento nei rapporti con l'estero. 

La debolezza dell'euro che si prospetta potrà sicuramente essere di sostegno, ma contemporaneamente comporterà un aumento, sia in volume che nei prezzi, degli acquisti all'estero. 

Sarebbe tuttavia apprezzabile rilanciare la domanda: non vi può essere crescita se tutte le componenti restano sotto i livelli del primo trimestre 2008. Ma in tal caso bisogna accettare l'idea di riassorbire il surplus commerciale che si è creato negli ultimi anni, peraltro assai modesto (1,5% del pil) innanzi alla caduta subita sia dalla domanda effettiva (-8%) sia dalla domanda interna (-10,9%).

Entrati nell'euro pensando di allentare il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti (in quanto moneta che sarebbe stata accettata internazionalmente da tutti, come il dollaro), questo si ripresenta con lo svantaggio di non aver più né il controllo della politica valutaria né di quella monetaria. Se si volesse spingere oltre sul lato della domanda interna si ripresenterebbe infatti il problema del finanziamento delle partite correnti, a cui non saremmo in grado di far fronte se non con l'imposizione di politiche economiche decise all'esterno del nostro paese e che suonano più orecchiabili se vengono definite "riforme", ma che non sono altro che la compressione dei redditi mediante un'estensione della precarietà e della disoccupazione.