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domenica 12 ottobre 2014

Profit Tax 2013

La Banca Mondiale ha pubblicato il nuovo WDI 2014. E' lo studio di riferimento per chi vuole far credere che la pressione fiscale sulle imprese in Italia sia al 68%.

Beh ... nel 2013 sarebbe scesa al 65,8%.

Strilleranno che è sempre troppo alta.

Tuttavia conviene ricordare che tale valore include i contributi sociali, che non sono propriamente un'imposta sui profitti. Gli oneri sociali sono una quota del costo del lavoro e come tali non possono essere inclusi propriamente tra le imposte sugli utili aziendali. Escludendoli dal computo, la tassazione sulle imprese scende al 22,4%. Più bassa di quella del Regno Unito e della Germania.


domenica 8 settembre 2013

A&G: gli obiettivi raggiunti a loro insaputa (e non è quindi necessario tagliare la spesa pubblica di 50 miliardi)

Dall'intervento del duo Alesina&Giavazzi sul Corriere di ieri si può leggere
avviando una riduzione graduale ma certa della spesa, che liberi, entro un triennio, 50 miliardi da destinare al taglio delle tasse sul lavoro: quanto serve per condurre il nostro cuneo fiscale (la differenza fra la busta paga del lavoratore e il costo per l'impresa) al livello tedesco.
Peccato che lo stesso giorno venisse pubblicato su Il Sole 24 Ore (p. 7) un grafico che riportava il peso della tassazione sul costo del lavoro in cui - secondo  i dati dell'Ocse - in Italia sarebbe del 47,6% contro il 49,8 della Germania.


Indubbiamente il peso sui redditi da lavoro non è basso, anzi. Ma è fenomenale che due "apprezzati" economisti non sappiano che l'incidenza fiscale su cui chiedono di intervenire sia già inferiore a quella tedesca e che pertanto "condurre il nostro cuneo fiscale (...) al livello tedesco" suoni piuttosto come  ... una minaccia. 

Di seguito la versione estesa dei dati Ocse:

Mentre su La Stampa di oggi Francesco Guerrera ritorna sulla balla di una tassazione sulle imprese al 68% (cifra che include i contributi sociali), salvo affermare una riga dopo che la pressione fiscale sui lavoratori (che include ovviamente anche i contributi sociali) è al 42% (c'è qualcuno che offre di più?), aggiungendo:"il doppio dell'Inghilterra" (che come si è visto non è al 21%).

Ecco come viene fatta l'informazione: à la carte (per chi non conosce il francese, a la caz..). I contributi sociali vanno bene sia per determinare la pressione fiscale sulle imprese che sui lavoratori. Il prelievo è unico, ma lo si conta due volte, a seconda della convenienza del momento.

E queste sarebbero le persone serie che pretendono di dare consigli di politica economica?


Aggiornamento del 24 settembre 2013

Il duo A&G ritorna oggi sul Corriere sostenendo che potrebbe essere tagliati 50 miliardi di spesa pubblica se si riduce il cuneo fiscale per un importo analogo, con l'idea di portarci sullo stesso livello della Germania.
 Il ministro del Lavoro Giovannini punta a una riduzione del cuneo fiscale (la differenza tra ciò che paga l'impresa e quanto va in tasca ai dipendenti) di 5 miliardi: ne servono 50 per portarlo al livello tedesco.
Un governo che avesse il coraggio delle proprie convinzioni, anziché rincorrere il 3% con aumenti di tasse, proporrebbe a Bruxelles una riduzione immediata della pressione fiscale di 50 miliardi, accompagnata da tagli corrispondenti, ma graduali della spesa, e riforme coraggiose da attuare nell'arco di un triennio. Il deficit supererebbe per un paio d'anni il 3%, come in Francia. Torneremmo sotto la sorveglianza europea, una ragione in più per garantire che tagli e riforme vengano davvero attuati.
Ma come è possibile scrivere queste idiozie? Come si può dire che il divario italo-tedesco consentirebbe di ridurre gli oneri sociali di 50 miliardi quando già ora quelli tedeschi sono più elevati di quelli italiani di ben 3,2 punti di pil? Con il pil tedesco, per di più, che è quasi del 70% più grande di quello italiano. 


Fonte: Banca d'Italia, Supplemento al Bollettino Statistico.

Inoltre, anche considerando gli oneri sociali per occupato, i tedeschi nel 2012 hanno versato 10.800 euro contro gli 8.763 dell'Italia (il 23,2% in più).

Fenomenale poi l'auspicio di essere commissariati, ovvero di sottrarre alla sovranità popolare l'autodeterminazione nella conduzione della politica economica, così come stabilito dalle regole democratiche che presiedono al governo del paese.

Ci manca solo che scrivano (come qualcuno ripete regolarmente) che  "l'Italia è il paese che amano" e  la cialtroneria è perfetta. 

martedì 6 agosto 2013

Lo "strano" modo in cui la Banca Mondiale determina la tassazione sulle imprese

Keynes Blog illustra in maniera ironica l'attendibilità (ovvero l'inattendibilità) di certe statistiche rilasciate dalla Banca Mondiale (WB), e ampiamente riprese dai media nazionali, secondo le quali in Italia le imprese sarebbero tassate al 68%.
Sulle stranezze che ne conseguono, utilizzando i criteri della WB, rinvio all'articolo citato.

Qui aggiungo solo che codeste scempiaggini si ottengono solo considerando gli oneri sociali come una tassazione sui profitti (anziché un componente del costo del lavoro), come ho documentato il 6 luglio e il 6 aprile scorsi e il 14 settembre di un anno fa.

sabato 6 luglio 2013

Mentono sapendo di mentire

Ieri la Banca d’Italia ha pubblicato il bollettino dedicato alle principali voci dei bilanci pubblici dell’Unione Europea, dal quale risulta che la pressione fiscale italiana è una tra le più alte (al 44% nel 2012) e subito “Il Sole 24 Ore” di oggi non perde l’occasione per dire che le tassazione sulle imprese è del 68,3%.

Peccato che questo valore includa tra le tasse sulle imprese anche i contributi sociali pagati ai lavoratori. In realtà, come dovrebbe essere noto, gli oneri sociali sono un componente del costo del lavoro. E come tale non può essere per nulla assimilato ai profitti aziendali, in quanto redditi differiti spettanti ai lavoratori.

Se dal computo si tolgono i contributi  per i dipendenti, la vera pressione fiscale sulle imprese scende a meno del 25%, in linea con quella tedesca. Ci superano abbondantemente gli Usa (36,7%), il Giappone (32,6) e il Regno Unito (25,3).

Vi sono poi molti altri paesi che hanno una tassazione inferiore a quella italiana. Ma continuare a ripetere che le imprese in Italia siano tassate al 68% è una balla bella e grossa.





Un’altra balla diffusa a piene mani è il debito pubblico,  dipinto come il lupo cattivo, al quale imputare tutte le colpe della bassa crescita, sebbene la favoletta sia stata clamorosamente smentita (per errori teorici, metodologici e sorprendenti errori nelle impostazioni delle formule su Excel).

Ma “Il Sole 24 Ore” continua a diffondere l'idea che quando si supera “certi livelli il debito pubblico schiaccia la crescita”. Ora l’articolista si guarda bene dal dare precise soglie di riferimento (vista la figuraccia rimediata da Reinhart e Rogoff, per opera di un dottorando). Ma senza scomodare gli studi econometrici, vi sono palesi evidenze  che la crescita può sussistere anche con debiti pubblici elevati e che, semmai, l’aumento dell’indebitamento è molto spesso una conseguenza della recessione. D’altra parte, basta guardare all’economia più grande e più avanzata del pianeta, gli Stati Uniti: sebbene abbiano un debito pubblico vicino al 110%,  il pil  l'anno scorso è cresciuto del 2,2%  e quest’anno  si prevede che possa crescere dell’1,9. Viceversa, la zona Euro, ossessionata dal debito e dai conti pubblici, vedrà scendere il pil tra il 2011 e il 2013 di oltre un punto percentuale, sebbene abbia un debito poco sopra il 90%. 

Ma secondo l’articolista de “Il Sole 24 Ore” il problema del debito italiano sono gli interessi: superiori in rapporto al pil anche a quelli greci (5,5 contro il 5% ellenico). Cosa può terrorizzare di più gli italiani se non finire come la Grecia? Peccato che il debito greco sia di circa 300 miliardi di euro, mentre quello italiano sia di quasi duemila. Sicché dovrebbero essere i greci a preoccuparsi (dato che i tassi medi 2012 sui titoli decennali erano al 22,5% contro il 5,5 dei titoli italiani). Ciò detto, se i tassi dei GIPS (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo) sono stati mediamente superiori di quasi 10 punti percentuali ai tassi tedeschi lo si deve non a un debito pubblico elevato (il Giappone con un rapporto debito/pil del 240% paga tassi inferiori a quelli tedeschi (0,85 contro 1,72%), ma al fatto che nella zona Euro non si è voluto che la BCE fosse garante dei titoli pubblici emessi dagli Stati membri. In una situazione siffatta, i mercati finiscono per considerare i titoli della zona euro non come europei (dotati della garanzia della BCE), ma dei singoli paesi emittenti, con l’aggravante che gli Stati sono totalmente esposti ai mercati finanziari, privi di qualsiasi arma di difesa, se non il fallimento o l’uscita dall’euro. Due soluzioni che per essere accettate dagli investitori comportano dei premi per il rischio assai elevati. Ed è per questo motivo che i tassi dei paesi periferici sono più elevati di quelli tedeschi, sebbene il debito tedesco sia superiore ai duemila miliardi (quasi il doppio del debito greco e spagnolo messi insieme).

La soluzione non sta quindi nella riduzione del debito, ma nello sciogliere i nodi che hanno portato alla crisi dei debiti sovrani, ovvero nelle politiche economiche e nelle istituzioni che presiodono all'Eurosistema. Invece, con l'obiettivo di ridurre il debito mediante il taglio della spesa pubblica, non si fa altro che aggravare la situazione. Poiché come si è visto in questi ultimi anni, nonostante l’avanzo primario sia passato dallo 0,1% del 2010 al 2,5 dell’anno scorso, il debito pubblico è salito dal 119 al 127%, a causa della contrazione del pil (di quasi due punti) e dagli alti tassi di interesse, fatti pagare dai mercati  per aver rinunicato ad una BCE che fosse garante dei titoli pubblici europei.

Il taglio in termini reali  della spesa pubblica al netto degli interessi (-4,6% dal  2009) e l'aumento della pressione fiscale hanno contribuito ad aggravare la recessione. Quest’anno si prevede che il pil possa scendere di un altro 1,8% dopo il -2,4 dell'anno scorso. Non sorprende che il debito pubblico possa salire sopra il 130%.

Ma nonostante gli errori ormai evidenti, si persevera in politiche economiche sbagliate. Nel nome di ideologie liberiste, fallimentari  sotto tutti gli aspetti, si continua ad imporre politiche recessive che aggravano i problemi anziché risolverli e si ignorano volutamente i disagi inferti alle famiglie, in termini di redditi, imposizioni fiscali, tagli dei servizi pubblici, disoccupazione e precarietà. Mentono sapendo di mentire.

sabato 6 aprile 2013

Continuano a far girare la balla del 68%

"Il Sole 24 Ore" di oggi pubblica in prima pagina un grafico sulla presunta pressione fiscale sugli utili, secondo il quale in Italia raggiungerebbe la cifra iperbolica del 68%.
La fonte di una simile sciocchezza è niente meno che la Banca Mondiale, la quale commette il grossolano errore di considerare gli oneri sociali pagati ai dipendenti come un'imposta sui profitti, mentre è del tutto evidente che andrebbero considerati come un componente del costo del lavoro.
Correggendo la bestialità della World Bank, la pressione fiscale media sugli utili per l'Italia scende al 25,1%, in linea con quella tedesca al 24,9%.

Un livello molto simile a quello riportato dal CBO, l'organismo del Congresso americano che si occupa  delle politiche fiscali e di bilancio: in uno studio del gennaio scorso viene pubblicato un grafico secondo il quale la pressione fiscale sui redditi delle società, includendo le imposte locali,  è sicuramente inferiore al 30%, ed è comunque inferiore, oltre che agli Usa, a quella della Francia, della Germania e della Spagna.



Del resto anche Eurostat, un anno fa, aveva pubblicato una statistica dalla quale risultava che il top dell'aliquota sui redditi di impresa era del 31,4%, contro il 29,8 della Germania e il 36,1 della Francia (Spagna e Grecia sono al 30%).
Si dirà che un conto è l'aliquota massima, un conto è l'aliquota effettiva, se si tiene conto dell'Irap e degli altri balzelli che gravitano sulle attività economiche.
Ebbene, la quota delle imposte sugli utili calcolata sui bilanci delle 2000 principali imprese che operano in Italia, secondo le elaborazioni di Mediobanca R&S, è stata in media per il periodo 2009-2011 del 37,7%.

Che la pressione fiscale italiana sia alta non vi è ombra di dubbio. Che per le imprese sia al 68% è semplicemente una balla, che offende coloro che si vedono trattenere non solo quasi il 50% dello stipendio tra irpef e contributi, ma che sono ulteriormente depredatati dall'iva ogni volta che fanno la spesa o pagano le bollette  e sono costretti a subire il salasso fiscale, tra bolli e accise, ogni volta che usano l'auto.

domenica 24 marzo 2013

Irpef e distribuzione del reddito 2011

Fonte: Elaborazioni su dati MEF

Il reddito medio dichiarato è di 19.655 euro (15.723 quello mediano).


Non tutti i proventi devono essere riportati sui modelli della dichiarazione dei redditi. Ad esempio, gli interessi sui titoli obbligazionari o il capital gain sono soggetti a ritenute del 12,5 o del 20%. Tuttavia l'economia sommersa, secondo l'ultima stima Istat, può arrivare al 17,5%. 



Secondo le rilevazioni Istat, i dipendenti erano il 33,3% della popolazione con più di 15 anni; gli autonomi l'11,7% e le persone con più di 64 anni il 22,7%.

*   *   *   *   *
Guglielmo Forges Davanzati, Le tasse, la recessione e la diseguaglianza

mercoledì 9 gennaio 2013

Pressione fiscale sulle società - 2011

Fonte: CBO / Ocse

Il grafico qui riprodotto, ripreso da uno studio del Congressional Budget Office (CBO) americano, riporta la pressione fiscale sulle imprese, tenendo conto non solo dell'imposizione nazionale, ma anche degli enti locali (ad esempio le Regioni).
Ancora una volta viene smentita la bufala che in Italia le imprese subiscano una tassazione del 68% ed emerge che, tenendo conto di tutti i livelli di tassazione, nazionali e locali, la pressione fiscale è inferiore a quella dei maggiori paesi, come Germania, Francia e Spagna, oltre che Stati Uniti e Giappone.


venerdì 14 settembre 2012

La favola del 68%

Luca Ricolfi su “La Stampa” di oggi ci spiega “Che cosa blocca il paese”. Ossia la bassa produttività, che va ovviamente accresciuta, come invocato pochi giorni fa dal governo Monti, invitando i sindacati e le imprese a raggiungere un accordo.

Per Ricolfi, “ogni accordo sulla produttività è benvenuto, e saremo grati a Confindustria e sindacati se ne troveranno uno efficace. Ma la dura realtà è che le parti sociali, anche impegnandosi al massimo, anche rinunciando a ogni egoismo, possono fare pochissimo. L’espressione stessa «produttività del lavoro» è profondamente fuorviante. Suggerisce che il prodotto dipenda essenzialmente dall’impegno dei lavoratori, e che la scarsa produttività sia dovuta a impegno insufficiente, scarsa meritocrazia, cattivi incentivi. Non è così”.

Per il sociologo torinese, “la produttività non è altro che il valore aggiunto per occupato, quindi il fatto di pagare l’energia uno sproposito abbassa la produttività del lavoro, e questo a parità di impegno dei lavoratori. Lo stesso discorso potrebbe essere ripetuto per decine di altre voci di costo delle imprese italiane (assicurazioni, burocrazia, prestiti bancari, etc.), che fanno lievitare i costi e quindi abbattono la produttività”.

Questa definizione non è corretta. Perché se l’energia e gli altri costi entrano nella determinazione del valore aggiunto di un’impresa, e possono quindi deprimere l’apporto dato dal fattore lavoro, dovrebbero parimenti accrescere il valore aggiunto delle imprese energetiche e delle altre che, a giudizio di Ricolfi,  entrano nella determinazione del valore aggiunto. Sicchè, allargando lo sguardo dalla singola impresa al settore industriale o meglio ancora al sistema economico nel suo complesso,  la presunta anomalia svanirebbe.
Inoltre, nella determinazione della produttività, si fa riferimento al valore aggiunto espresso a prezzi costanti, al fine di definire le quantità prodotte dai vari fattori produttivi incluso il lavoro. Pertanto, nel tempo, la produttività – che deve misurare la produzione fisica - non viene influenzata (o comunque ne è condizionata il meno possibile) dagli andamenti inflazionistici.

Ma questo è l’errore meno grave di Ricolfi. Infatti, nel determinare i fattori che possono influenzare la produttività, dà sì la giusta importanza agli investimenti, che possono “ammodernare” i processi lavorativi, ma giustifica l’inerzia degli imprenditori nell’intraprendere nuovi investimenti, da un lato a causa dell'insufficienza della domanda (vero!, ma il governo Monti ha le sue responsabilità nell’aver contribuito a deprimere la domanda) e dall’altro all’alta pressione fiscale che colpirebbe gli utili delle imprese, rievocando la favola di una tassazione del 68,6% dei profitti.

Questo dato viene dal rapporto della World Bank dedicato agli indicatori di sviluppo dei vari paesi a livello mondiale. La Banca Mondiale, tuttavia, aggiunge alla vera e propria tassazione sui profitti gli oneri sociali che servono per pagare le pensioni dei lavoratori e che sono a tutti gli effetti, non un’imposta sui profitti, ma un componente del costo del lavoro. Se si scorpora questa voce, impropriamente aggiunta alla tassazione degli utili societari, si scopre che l’aliquota italiana è del 25%. Una bella differenza!
Del resto, con una pressione fiscale ufficiale al 42-45% e con i dipendenti che pagano almeno i ¾ delle imposte dirette oltre che buona parte delle imposte indirette come l’Iva e le varie accise sulla benzina, la pretesa degli imprenditori (rilanciata da editorialisti poco seri) di sottostare a pressioni fiscali inusitate è palesemente priva di senso.

lunedì 27 agosto 2012

Pressione Fiscale ed Evasione


La Commissione Europea ha pubblicato uno studio dedicato al miglioramento delle politiche fiscali.
Tra gli altri temi è affrontato il problema dell’economia sommersa.

E’ opinione diffusa che il sommerso e l’evasione siano il frutto di un’elevata imposizione fiscale. Per i professionisti dei luoghi comuni sarà sorprendente apprendere che, in realtà,  l’economia sommersa è più elevata ove è più bassa la pressione fiscale.



Il grafico mostra che mano a mano che il rapporto tra entrate fiscali e pil cresce, la quota dell’economia sommersa tende a scendere. 

Nel 2011, la quota dell’economia italiana che sfuggiva al fisco, secondo il rapporto della Commissione Ue, era del 21,2%, innanzi ad una pressione fiscale del 42,5%. Più o meno su lo stesso livello tributario vi erano paesi come l’Austria, ove però il sommerso conta l’8%,  la Francia con un sommerso dell’11% e la Finlandia con il 13,7%. 
Il livello del sommerso italiano è quindi il doppio della media  dei tre paesi che hanno una pressione tributaria simile alla nostra.

Se l’Italia, da l’introduzione dell’euro nel 2002 ad oggi, avesse potuto contare su questo 10% di entrate pubbliche in più (e stiamo parlando di un dimezzamento dell’area di evasione) e la  metà del gettito fosse stato destinato alla riduzione del debito pubblico, avremmo potuto avere un  rapporto debito / pil  del 75%.