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sabato 20 febbraio 2016

Stallo

Euro o non euro, i conflitti tra le classi permangono. I piccoli imprenditori vengono schiacciati dalla crisi ed espulsi dal mercato o cedono l'attività alle imprese maggiori nazionali od estere. Ma tutti e tre i soggetti si contrappongono ai lavoratori, i quali devono subire negli ultimi tempi  anche la concorrenza della forza lavoro immigrata.

Si potrebbe pensare che sul tema €uro-exit si possa costituire un'alleanza tra il capitale nazionale e i lavoratori, al fine di riconquistare quella sovranità perduta che ci è costata molti sacrifici in termini di occupazione, reddito e diritti sociali.

Tuttavia, è francamente irritante che si pretenda dai lavoratori, massacrati su tutti i fronti, l'accettazione per l'ennesima volta della politica dei due tempi ovvero la rinuncia  a tutelare i propri interessi in cambio della possibilità di riportare domani le decisioni di politica economica sotto l'ambito nazionale, quando fino ad oggi gli stessi imprenditori, in quanto classe, hanno sostenuto tutte le implicazioni negative che sono derivate dall'adozione dell'euro.

In teoria i lavoratori avrebbero tutto il vantaggio a chiedere il ritorno alla piena sovranità politica ed economica, innanzi ad un sistema che procede contro il loro tenore di vita, i loro diritti e la loro dignità inesorabilmente come uno schiacciasassi. Dovrebbero essere in prima linea. 

Ma perché dovrebbero morire per i loro datori di lavoro? perché dovrebbero sputare sangue quando questa classe dirigente non è nemmeno in grado di comprendere quale sia il proprio interesse e non vede altro come nemico il costo del lavoro, le tasse e la spesa pubblica? Tutti temi che si ritorcono contro gli stessi lavoratori e che rimarranno sul tavolo, dato che la gestione dell'uscita dall'euro non può essere considerata neutrale e qualcuno sarà chiamato a pagare i costi, che comunque vi saranno.

Se gli imprenditori ritengono che sia più vantaggioso uscire dall'euro (e dubito che abbiano raggiunto questa consapevolezza)  hanno in mano tutti gli strumenti, politici, economici e mediatici per realizzare il loro progetto. 

Il problema piuttosto è l'incredibile assenza di una forza politica di sinistra che sensibilizzi su questo argomento. Non è certo di sinistra il Partito Democratico, pienamente integrato all'ideologia dell'euro e del liberismo, mentre la sinistra che si definisce più radicale è ottusamente chiusa entro logiche nazionali e al più si illude di cambiare il volto dell'Europa.

Così mentre le classi sociali non hanno di fatto alcuna consapevolezza della loro situazione rispetto al capitale internazionale, solo una frazione della destra dice di essere pronta al grande passo, ed è quella che ha il volto più becero e tendenzialmente fascista. E ciò rende ancor più diffidenti quelle forze politiche che dicono di voler rappresentare i lavoratori.

Siamo in uno stallo. La situazione è chiaramente insoddisfacente e sappiamo che andrà sempre peggio. Ma più che ricordare i polli di manzoniana memoria, con i no-euro di destra che si scontrano con i pochi no-euro di sinistra e viceversa (e tutti insieme sono comunque una minoranza), a me sembra che l'Italia sia sospesa in una bolla destinata a scoppiare e si attenda rassegnati l'inevitabile catastrofe.

sabato 6 febbraio 2016

La Sindrome di Stoccolma e la necessità di un nuovo Risorgimento

L’Italia come è noto non ha mai avuto una rivoluzione sul modello di quella francese. Anche il Risorgimento (il momento forse più rivoluzionario della nostra storia) è stato ispirato dall’alto, dalle élite, che avevano l'ambizione di fondare uno Stato unitario e con  il quale la borghesia imprenditoriale avrebbe beneficiato di un vasto mercato nazionale.

Ottenuta la riunificazione del paese, le classi dirigenti non avevano più alcun interesse ad appoggiare i moti popolari che in precedenza potevano aver mobilitato prospettando una maggiore equità sociale, possibile solo dopo aver riconquistato l’indipendenza dal dominazione straniera.

Divennero anzi una forza conservatrice e non esitarono a sostenere  il fascismo fin dalle origini per reprimere qualunque aspirazione di tipo socialista. A fianco del regime fascista parteciparono al banchetto imbastito dalle spedizioni coloniali e successivamente all’entrata in guerra, ciechi dell’isolamento internazionale in cui veniva relegata l’Italia e al disastro che di lì a poco sarebbe seguito.

Solo un evento traumatico esterno (lo sbarco il 10 luglio 1943 degli Alleati in Sicilia) indusse 15 giorni dopo i vertici del partito fascista a rovesciare Mussolini e due mesi dopo a ripudiare il nefasto patto con la Germania che ci aveva trascinato in guerra.

Nell'immediato dopoguerra gli Stati Uniti furono il nuovo punto di riferimento delle classi dirigenti. 

Con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, l’Atlantico divenne (per entrambe le sponde) più largo. Per quanto gli Stati Uniti siano un alleato fondamentale, il legame si è inevitabilmente allentato. Sempre più stretti e cogenti sono diventati quelli con l'Europa. 

Nell’ultimo decennio, la Germania dopo aver digerito la fase della riunificazione, ha rivolto lo sguardo al resto dell’Europa ed è diventata il nuovo punto di riferimento  del continente europeo.

Nel 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la Germania non era preparata a gestire una possibile disgregazione dell’area dell’euro. I timori che si potesse dissolvere un progetto portato avanti da 60 anni occupava le menti delle élite europee.

Infine la classe dirigente tedesca si pose il dilemma se proseguire con l’aggregazione di paesi assai diversi per cultura e condizioni socio-economiche, con il rischio di costituire un'Unione troppo grande per essere governata (e con il rischio di perderne il controllo) o di rafforzare, piuttosto, un’area omogenea intorno alla Germania, composta da Stati sensibili alle esigenze della politica economia tedesca.

La scelta  della seconda opzione è diventata chiaramente evidente a partire dal 2015. La Germania non ha più paura di veder dissolvere l’area dell’euro, poiché si è resa conto che la paura dei paesi periferici di uscire dall’euro (con tutte le inimmaginabili conseguenze che vengono prospettate) è ben maggiore della perdita di un paese come la Grecia (ovviamente dopo aver provveduto a farsi rimborsare i prestiti che le sue banche avevano concesso).

Se il Regno Unito deciderà con il prossimo referendum di uscire dall’Unione, la minaccia di un effetto domino potrebbe ripresentarsi. Tanto vale allora accelerare il progetto di una germanizzazione dell’Europa. Si spiega solo così la sfacciata e provocatoria idea di rendere infruttiferi e non rimborsabili i titoli degli Stati che faranno ricorso all’aiuto europeo.

E’ sempre più evidente l’iniquo trattamento riservato ai paesi periferici rispetto a quanto è successo in Germania, in cui il sistema bancario è tutt’altro che sano, ma che è stato salvato con oltre 250 miliardi di aiuti di stato; mentre per l’Italia era illegale un intervento di  3 miliardi per risanare quattro banche.

E poiché il sistema finanziario italiano ha in bilancio più di 1.100 miliardi di debito pubblico non è sufficiente che venga valutato secondo i discutibili criteri delle agenzie di rating, imponendo pesanti perdite che ricadrebbero comunque sui risparmiatori, ma pretendono che non vi sia più alcun investimento privo di rischio. I risparmiatori non devono aver via di scampo: che mettano i soldi in banca o in titoli di Stato, devono sapere che li perderanno se l’Italia chiederà un aiuto europeo.

E’ il modo che hanno individuato per abbattere gli ultimi scampoli di stato sociale e impedire qualsiasi nuovo intervento pubblico nell’economia. Sarà il mercato a regolare i rapporti economici e sociali.

La Germania sa bene che l’Italia dovrà scegliere tra uscire dall’Unione Europea, con tutte le incognite e i timori del caso, o adeguarsi supinamente alle condizioni imposte. E ciò vale anche per gli altri paesi. Chi accetterà, volente o nolente, entrerà a far parte di un’area sufficientemente omogenea dominata dalle politiche economiche e industriali tedesche in cui si dovrà fornire forza lavoro a basso costo, per poter competere a livello internazionale, e al contempo fornire un’adeguata domanda per le imprese tedesche.

Ed è per questo che ormai le condizioni sono sempre più provocatorie e sfacciate: se l’Italia e gli altri paesi periferici vogliono “restare in Europa” devono pagare il fio fino in fondo. 

Nonostante la corda venga stretta ogni giorno di più, in Italia non si vede alcuna resistenza degna di questo nome. Anzi, il mito dell’Europa e della Germania è talmente introiettato da poter asserire che la nostra classe dirigente sia affetta da una specie di sindrome di Stoccolma. Per quanto si venga sottoposti a condizioni sempre più assurde e inaccettabili, i sacrifici e le sofferenze sono giustificati per  “restare in Europa” e non subire l’onta di essere estromessi.

Ciò è possibile anche perché chi deve sopportare i sacrifici è privo di rappresentanza politica e le poche voci dissenzienti sono isolate e prive di qualsiasi organizzazione in grado di opporsi efficacemente. Nonostante le sofferenze che verranno inflitte, dubito che vedremo un movimento dal basso in grado di rovesciare ciò che si sta preparando per il nostro paese. 

Per quanto l’Italia sia destinata ad un inesorabile, lento e penoso declino, non credo nemmeno che vi sia una classe dirigente, una borghesia, in grado di dare avvio ad un nuovo Risorgimento.

Solo un evento traumatico esterno, temo, potrà porre fine ad una situazione sempre più insensata e insostenibile. Al momento non è dato sapere quale potrà essere. Speriamo non sia necessaria una nuova guerra affinché ci si renda conto che l’assoggettamento alla nefasta influenza tedesca non è nel nostro interesse.

sabato 14 marzo 2015

Continuiamo così, facciamoci del male

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le partite correnti con l’estero nel 2014 hanno chiuso con un attivo, in base ai primi dati, di oltre 29,5 miliardi di euro, pari all’1,8% del pil. Nel 2013 l’attivo era dell’1%.


Sembra quindi che si sia interrotta la fase di indebitamento verso l’estero che era cominciata all’inizio del nuovo millennio, durata 13 anni se si esclude l’impercettibile surplus del 2001.

Convinti che con la moneta unica sarebbe venuto meno il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, potendo contare su una valuta accettata internazionalmente e di cui la BCE si sarebbe posta come garante, abbiamo scoperto a partire dalla crisi del 2007 e più ancora dal 2010 che – pur avendo rinunciato alla politica valutaria e monetaria – i condizionamenti imposti dai deficit esteri non sarebbero venuti meno.

Siamo quindi esposti agli stessi vincoli esterni che avevamo sotto la lira e ai possibili attacchi dei mercati finanziari, ma privi degli strumenti di difesa, non potendo più agire né sui tassi di interesse né sul cambio.

La Bce è disposta a soccorrerci solo in cambio alla rinuncia della politica fiscale autonoma. Siamo in tal modo espropriati da ogni possibile linea di politica economica, che non sia quella dettata da Bruxelles e Francoforte, volta a ridimensionare il potere contrattuale dei lavoratori, il welfare e l’intervento pubblico in economia.

Così, a partire dal 2010, quando la BCE scioccò i mercati rifiutandosi di garantire il debito pubblico greco, i rendimenti sui titoli pubblici incominciarono ad incorporare un premio per il rischio emittente (e i tassi di interesse a differenziarsi tra i vari paesi). 


Dalla fine del 2007 alla metà del 2011 lo spread sui titoli decennali tedeschi era passato da 33 punti base a 193. Quindi arrivò la lettera della Bce al governo Berlusconi in cui si “consigliava” esattamente ciò che sarebbe stato opportuno eseguire in cambio di un occhio di riguardo sui tassi di interesse. E per essere più convincente, la BCE utilizzò lo spread come una clava, lasciandolo salire in cinque mesi – poco prima delle dimissioni del governo – fino a 575 punti.

A fine 2011 il deficit delle partite correnti era il 3,1% e seguiva il 3,5 del 2010. Con l’arrivo di Monti, iniziano le politiche di austerità, l’età pensionabile è ritardata e gli assegni vengono ricalcolati con il metodo contributivo. La politica fiscale è inasprita ed è volta “a distruggere la domanda interna”, come espressamente dirà Monti in un’intervista ad una tv estera


L’effetto sarà un ritorno di fatto al pareggio delle partite correnti (-0,4% del pil) e l’inizio dell’allentamento della morsa sugli spread (a fine 2012 scesero a 324 punti).

Le politiche di austerità sono proseguite con il governo Letta e Renzi. Quest’ultimo ha dato avvio, con il plauso della BCE e della Commisione UE, al cosiddetto Jobs Act, che riduce le tutele per i nuovi assunti. Parallelamente gli spread scendevano ulteriormente ed ora sono a meno di 100 punti base.

Da un punto di vista settoriale, il saldo primario pubblico passava da un deficit nel 2009 di quasi un punto di pil ad un avanzo nel 2012 del 2,2%, attuando quindi una stretta sul settore privato di 4,3 punti percentuali (ovvero di 70 miliardi in tre anni). Nei due anni successivi mediante l’avanzo primario sono stati sottratti al settore privato altri 56 miliardi. Nel complesso, dal 2009 il settore privato ha dovuto rinunciare a più di 125 miliardi.

Il settore privato si trova pertanto costretto a tagliare i consumi e gli investimenti: le famiglie per far fronte alle politiche di austerità e le imprese per il venir meno della domanda. Si genera pertanto un eccesso di risparmio (al netto degli interessi percepiti sul debito pubblico, [1]) che nel 2014 vale l’1,7% del pil e che spiega buona parte del surplus delle partite correnti.

L’avanzo primario del settore pubblico serve invece per pagare gli interessi  ai creditori esteri  (è pertanto paradossale sentire i politici e gli opinion leader che invocano l’acquisto dei nostri titoli pubblici da parte degli investitori stranieri, dato che maggiore è la quota, maggiori saranno i sacrifici richiesti al settore privato interno).


Il risultato di queste politiche è stato un crollo del pil di oltre il 9%, della domanda interna di oltre l’11, della produzione industriale del 25% e un aumento della disoccupazione dal 6% del 2007 al 12,6%.

Citando Nanni Moretti potremmo dire: continuiamo così, facciamoci del male.



_____________

[1] Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:

(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in 
uscite al netto degli interessi, U 
interessi pagati ai residenti, ir 
e interessi pagati all’estero, ix 

si ha

(X-M) = (S-I) – (U +ir +ix – T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ottiene

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post. 

venerdì 30 maggio 2014

Il M5S ha perso il consenso nelle regioni più ricche

Che il PD di Renzi abbia vinto le ultime elezioni europee non vi sono ovviamente dubbi.

I consensi sono cresciuti in tutte le regioni, sia in quelle con minor reddito pro capite (del 2012) sia in quelle più ricche.


Al più si può notare che la percentuale dei voti intercettati è più alta proprio tra chi sta meglio e che questa tendenza si è rafforzata nell'ultimo anno (l'R quadro passa dal 31 al 38%).

Parallelamente, la sconfitta del M5S di Grillo si spiega proprio con il venir meno del consenso tra le regioni più ricche, dato che più o meno riesce a riconfermare le percentuali conquistate un anno fa tra le regioni più povere.


venerdì 16 maggio 2014

Consigli tattici (e complotti politici) per uscire dall'euro

Pier Giorgio Gawronski poco più di sei mesi fa aveva lanciato una proposta per bypassare la politica monetaria e fiscale che la BCE e la Commissione impongono ai paesi membri che più hanno sofferto dalla crisi dell'euro.

Quella proposta viene ora ripresa e integrata con una possibile tattica politica, al fine di raggiungere il risultato desiderato o in alternativa la creazione di un contesto favorevole all'uscita dall'euro. La si può leggere sul blog di Alberto Bagnai.

sabato 22 marzo 2014

L'importante è fare un polverone

Renzi vuole spendere di più in modo da rilanciare la domanda e la crescita economica. La sua speranza è che questo sia un modo più facile per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil
Lui sembra più determinato di ogni recente primo ministro italiano nell’usare i tagli alla spesa, non gli aumenti delle tasse, per far quadrare i conti pubblici


E' quanto si può leggere sul settimanale The Economist e ripreso dal FQ.

Non notate anche voi una leggera contraddizione?

Beh, certo, si può sempre dire che taglia la spesa pubblica improduttiva per dare spazio a quella buona.

Quindi dare 80 euro ai lavoratori e tagliare 85 mila dipendenti pubblici sarebbero le due facce della stessa medaglia (sorvolando sul fatto che i primi sono delle minor entrate, più che un aumento di spesa).

Ma se, per gli 85 mila pubblici che saranno licenziati, non si andrà tanto per il sottile, con Mauro Moretti, Amministratore Delegato delle Ferrovie dello Stato (che ha minacciato di dimettersi se gli tagliano lo stipendio di 850 mila euro), Renzi indosserà il guanto di velluto e portandogli una mano all'orecchio lo convincerà a restare, per la gioia dei pendolari costretti ogni giorno a viaggiare come se fossero in carri bestiame.

Può essere che 85 mila dipendenti siano di troppo, ma in tal caso c'è da chiedersi perché si assumano delle persone con contratti precari. Per risparmiare? 

Ma in tal caso è conforme allo spirito costituzionale una pubblica amministrazione che tratta in maniera differente persone chiamate a svolgere lo stesso lavoro? (art. 36, primo comma).

Se la pubblica amministrazione assume delle persone perché gli organici sono carenti, come è possibile che ve ne siano 85 mila di troppo? Non sarebbe forse il caso di riorganizzare gli uffici? Forse varrebbe la pena di convocare le organizzazioni sindacali.

Anche perché ho il sospetto che se la pubblica amministrazione non è così efficiente, oltre che per le numerose leggi e regolamenti che è chiamata a rispettare (e a far rispettare), dipenda dal fatto che le risorse sono state tagliate in tutti i settori. 

Al contrario di quanto comunemente si crede, la spesa pubblica al netto degli interessi e deflazionata dell'aumento dei prezzi, è in realtà scesa di quasi il 5% rispetto alla fine del 2009. 


Ma mentre si invocano tagli alla spesa pubblica, con il risultato di avere scuole, strade e ospedali fatiscenti, nonché una rete internet da terzo mondo e un assetto idrogeologico da aver paura ad ogni temporale più forte del solito, gli sprechi restano sempre lì. A vantaggio di chi? Quali sono le aziende che traggono extra-profitti grazie ad un sistema di appalti che definire borbonico è fare un complimento? 

Perché se ci sono degli sprechi vuol dire che ci sono delle aziende private che fanno dei guadagni illeciti. Ma il governo chi ascolta? la Confindustria o gli utenti dei servizi? Ascolta i genitori degli studenti, le organizzazioni che rappresentano i pazienti, i cittadini o le imprese? Chi siede al tavolo con il governo?

Quindi è troppo facile parlare di deficit del 3%, se i provvedimenti lasciano alle imprese gli extra profitti, mentre si continua a tagliare i fondi per la scuola,  la ricerca, i servizi ospedalieri e a licenziare 85 mila persone.

Alla fine, la maggior spesa per gli 80 euro verrà assorbita da altre minori spese altrettanto essenziali e il risultato netto sarà nullo. E se, come al solito, ad un aumento di 80 euro seguiranno aumenti di accise, addizionali irpef e alte imposte sulla casa, il risultato sarà negativo, con un effetto recessivo sull'economia, come recessive sono state le manovre dei governi Monti e Letta.

Ma questo l'Istat ce lo dirà tra un anno. Adesso ci sono le europee. E se gli 80 euro non bastano, si sollevi un bel polverone (come un pseudo scontro con la Commissione Ue sul rispetto o meno del 3%: non dovete dircelo voi che dobbiamo rispettare i vincoli, dobbiamo essere noi a dirlo), in modo che  gli elettori per non sbagliare siano indotti a votare come hanno sempre votato (salvo poi lamentarsi il giorno dopo di come va il paese).



sabato 22 febbraio 2014

Chi è il nuovo ministro del Tesoro

Interessante intervento di Emiliano Brancaccio su Pier Carlo Padoan, che ha avuto l'occasione di avere come professore.

Significativa e divertente la battuta di Paul Krugman con cui si chiude la scheda sul neo ministro dell'economia:


certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’OCSE

venerdì 27 dicembre 2013

Da moneta unica a valuta comune: una terza via per superare l’Euro

Realizzare in Europa la proposta di Keynes: il Bancor. 

Un intervento su MicroMega di Enrico Grazzini

La sinistra continuerà a sostenere l'attuale Eurosistema o si deciderà a prendere in considerazione un'alternativa per salvare il nostro paese dal declino che deriva continuando a subire le condizioni che la Germania impone agli altri paesi europei?

venerdì 15 novembre 2013

Stipendi spropositati e incrollabile fiducia

Ha molto indignato nei giorni scorsi uno studio dell'Ocse, secondo il quale il top dei dirigenti pubblici è quello meglio pagato tra i paesi avanzati.



Al di là di tutte le precisazioni (è espressa in dollari - ma anche quelle degli altri paesi sono in dollari - ed è relativa al 2011, quando a partire dal 2012 sarebbe stato posto un tetto), resta il fatto incomprensibile e scandaloso di quanto vengano retribuiti gli alti burocrati di Stato, per un servizio reso alla collettività che - come è ben noto a chi vive in Italia - è chiaramente insoddisfacente e talvolta paradossale.

Ma la cosa veramente sorprendente è l'incrollabile fiducia che gli italiani mostrano verso chi governa questo paese. Nonostante si sia sempre pronti a scandalizzarsi per gli stipendi spropositati, sotto ogni parametro, che vengono erogati agli alti dirigenti pubblici, i veri responsabili (ossia coloro che permettono con i loro atti legislativi questi scempi) conservano inalterata la fiducia dei loro concittadini. 


E' una fiducia, per la verità assai modesta, accordata da meno di un italiano su tre. Ma immutabile rispetto al 2007, nonostante gli scandali intervenuti a tutti i livelli (dai consiglieri regionali ai ministri) e nonostante una crisi che ha falcidiato il 10% del reddito reale delle famiglie e portato la disoccupazione dal 5,8 al 12,5%.

cliccare per ingrandire

Come è possibile che nonostante tutto questo la fiducia nel governo, per quanto bassa, non sia scesa ulteriormente?

La risposta ci viene da un altro grafico dell'Ocse, in cui si mette in relazione la fiducia al governo con quella accordata ai media.


Il grafico è diviso da una diagonale. Se un paese si trova al di sotto significa che i cittadini concedono maggiore fiducia ai media piuttosto che al governo. Se si trova al di sopra, la fiducia verso l'esecutivo è maggiore di quella accordata ai media (che dovrebbero fungere da "cani da guardia" dell'opinione pubblica).

Ebbene, nel 2010 la fiducia accordata al governo italiano era praticamente la stessa riservata ai media.  Ed è giusto che sia così, dato che il capo del governo (Berlusconi) controllava sia la televisione pubblica che il principale network televisivo privato. 

E poi dicono che le televisioni non contano. Ma intanto, grazie all'influenza sui principali mezzi di informazione, la fiducia  nel governo rimaneva solida come una roccia. Nonostante gli scandali e nonostante la crisi.

mercoledì 13 novembre 2013

Scenari dell’euro. Democrazia e sovranità nazionale

Ritorno alle monete nazionali ed euro usato negli scambi internazionali. La proposta lanciata alla "sinistra" da Enrico Grazzini su MicroMega

martedì 29 ottobre 2013

E questi erano i tecnici.

Dopo gli esodati, un altro colpo messo a segno dai soliti "tecnici".


Non è forse il caso di finirla con le deregolamentazioni? Si ritorni al sistema in cui si veniva assunti a tempo indeterminato e si butti al macero queste forme contrattuali che non hanno creato altro che precarietà e ingiustizie, senza che l'economia ne abbia tratto qualche giovamento. Solo dopo aver ripristinato come metodo ordinario di assunzione il tempo indeterminato, si potrà considerare forme alternative, quale il tempo determinato, a condizione che sia pagato di più (e non di meno). Le imprese potranno quindi valutare, in funzione delle loro aspettative, se conviene stabilizzare l'occupazione o ricorrere a forme di flessibilità per soddisfare un aumento stagionale o incerto della domanda, che compensino tuttavia coloro che sono chiamati a svolgere una mansione analoga ad un  lavoratore stabilmente assunto, ma con un orizzonte temporale non garantito.

domenica 29 settembre 2013

sabato 21 settembre 2013

Il governo Letta prosegue sugli sbagli di Monti

Un anno fa, il governo Monti assicurava che le sue manovre di politica economica avrebbero fatto scendere il pil nel 2013 solo dello 0,2%. Oggi il governo Letta è costretto ad ammettere che scenderà dell’1,7%.

Grazie alle sue rigorose politiche di bilancio, Monti sosteneva che il rapporto debito/pil sarebbe stato pari al 127%. Oggi Letta deve prendere atto che sarà il 133%.

Nonostante sia evidente che le politiche di austerità non facciano crescere l’economia e non fermino il debito, il governo Letta di fatto prosegue sulla stessa strada intrapresa da Monti e ci dice che nel 2014 il pil crescerà dell’1% e che il debito pubblico sarà solo 0,2 punti in più di quest’anno.

Intanto, la media delle previsioni  del pil 2014 risulta già inferiore del 40%, ossia si prevede che il pil possa aumentare dello 0,6 anziché dell’1%. Quanto al debito, se avranno ragione gli altri operatori (il governo nel 2012  non ha “previsto” una caduta del pil di almeno 8 volte superiore!), sarà assai di più del 133,2% previsto dal governo Letta.

Le previsioni successive al 2014? Non hanno alcun fondamento e non sono molto diverse dai numeri al lotto.

sabato 20 luglio 2013

I liberisti monopolisti

Alberto Bagnai è convinto che il ministro del Tesoro Saccomanni stia utilizzando il “metodo Juncker”. Ovvero si lancia un’idea (la privatizzazione di asset pubblici), si vede l’effetto che fa e la si smentisce subito dopo, ma intanto si prosegue a lavorare in quella direzione, dando il tempo di digerire il rospo e realizzandola alla prima occasione utile.

Per il quotidiano della Confindustria, Saccomanni - intervistato da organi di informazione internazionali - non ha voluto fare la figura dello “statalista”.

E’ solo questione di “bon ton”? Per niente. L’editoriale de “Il Sole 24 Ore” di oggi dice chiaramente in quale direzione si debba andare: lasciamo stare Eni, Enel e Finmeccanica, che agli attuali prezzi di borsa rischierebbero di essere svendute  (che bontà d’animo!). Si pensi piuttosto “al patrimonio di aziende controllate dal settore pubblico in sede locale. Si tratta di oltre 4mila società” che – per rafforzare le motivazioni – sono “spesso malgestite e feudi della politica locale tra malaffare e vera propria corruzione”.

Sembrerebbe che il nostro paese sia in mano a dei gangster e che tutti i comuni italiani siano governati o da delinquenti o da corrotti. Che vi sia clientelismo e corruzione nella vita politica, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, non vi è ombra di dubbio. Ma quella locale – a differenza di quella nazionale, ove l’elettorato ha riconfermato più volte gli stessi discutibili personaggi, lasciandosi persuadere che fossero oggetto di persecuzioni giudiziarie - ha avuto almeno il merito di cambiare gli uomini chiamati a gestire le comunità locali (Formigoni è stato “promosso” parlamentare, come pure la Polverini, che non sapeva che i consiglieri della sua maggioranza spendessero in feste e champagne i soldi pubblici; mentre Alemanno è stato accompagnato alla porta).

La recente tornata elettorale, nonostante la bassa affluenza, ha avuto l’indubbio merito di “rinnovare” buona parte delle amministrazioni locali. Insediati da poco più di un mese, si può forse già dire che sono tutti corrotti? Direi che è eventualmente più facile cambiare l’amministrazione inefficiente di un’azienda comunale che non l’assetto proprietario di una società come RCS (almeno stando alle lamentele di Della Valle), che negli ultimi due esercizi ha perso complessivamente più di 830 milioni di euro.

Ma l’argomento forte del quotidiano confindustriale è ovviamente il ritornello liberista: “Privatizzare queste società significherebbe rimpinguare le casse asfittiche degli enti locali e nello stesso tempo aprire il mercato, dando una grande spinta all’economia e agli investimenti in sede locale. Tre benefici in uno: meno debito nel settore pubblico, più benzina nel settore privato, servizi più efficienti per i cittadini”.

Prendiamo allora ad esempio le aziende che erogano l’acqua, prevalentemente a gestione pubblica locale.

La loro privatizzazione non costituisce affatto un’apertura del mercato, dato che per l’intrinseca natura dei servizi prestati, finirebbe sotto un monopolio privato. Per i liberisti da strapazzo, è forse utile sapere che concorrenza vuol dire la possibilità da parte dei consumatori di poter rivolgersi a diverse aziende che offrono lo stesso prodotto o servizio, al miglior prezzo possibile. E dato che è assurdo pensare che le famiglie si dotino di diversi contatori dell’acqua per utilizzare quella erogata dall’azienda al momento più conveniente, il passaggio da una società pubblica ad una privata porterebbe ad un monopolio, tipologia di mercato tutt’altro che aperta ed efficiente. Il monopolista privato potrebbe fissare le tariffe a sua discrezione e non avrebbe motivi di migliorare il servizio, dato che le famiglie sarebbero comunque costrette, per avere l’acqua in casa, a rivolgersi all’unica azienda che in quel territorio offre quel servizio. E non avrebbe modo di poter cambiare. Un’azienda pubblica, invece, se alza le tariffe o lascia deteriorare gli impianti, provocando dei disservizi, dovrà fare i conti con i cittadini, i quali potranno cambiare gli amministratori alla prima occasione.

Anche la raccolta dei rifiuti, se ceduta ad un’azienda privata, diventerebbe un monopolio, dato che potrebbe chiedere tariffe esorbitanti per espletare i servizi. D’altra parte, se questo settore fosse così vantaggioso (leggendo “Il Sole 24 Ore” si potrebbe pensare  che i privati non vogliano far altro che raccogliere rifiuti) che cosa impedirebbe ad un’azienda privata di entrare nel mercato? Faccia un’offerta per lo stesso servizio ad un prezzo più basso di quello dell’azienda locale e avrà sicuramente una domanda adeguata a soddisfare le sue ambizioni economiche.

Simili discorsi potrebbero essere fatti anche per le aziende dei trasporti locali: cosa impedisce di costituire linee di autobus alternativi a quelli pubblici, se si ritiene che siano un settore da cui sia possibile trarre un profitto? In realtà non è raro trovare aziende private di trasporti che restano in piedi solo grazie ai contributi pubblici (un modo assai curioso per intendere l'imprenditorialità privata e l'apertura dei mercati). 

La verità è che questi servizi hanno un senso per i privati solo se non vi è concorrenza, solo se sono esercitati in monopolio, ove possono applicare le tariffe che vogliono. Ma tutto questo è ben lontano dal rappresentare un’apertura del mercato e un servizio migliore ai cittadini.

Infine una considerazione, dedicata ai liberisti della domenica, sul rispetto che si deve alla volontà espressa dai cittadini nel 2011, quando con un referendum dissero molto chiaramente che i servizi pubblici dovevano rimanere pubblici. Si incominci a rispettare la democrazia, prima di spacciarsi per liberali o liberisti.

Resta la questione del debito pubblico. Quest’anno supererà il 130% del pil. Ciò è un problema solo se il paese non può contare sul fatto che lo Stato possa ripagare i propri debiti. In Giappone, il debito è oltre il 240%, ma nessuno mette in discussione la solvibilità del paese del Sol Levante. Perché essendo per lo più espresso in yen, lo Stato giapponese non corre il rischio di non poter far fronte ai propri impegni. Infatti, i tassi sui titoli decennali sono allo 0,8% (i “virtuosi” tedeschi pagano quasi il doppio, l’1,5%). L’Italia, invece, qualche anno fa, ha fatto l'amara scoperta che la valuta con cui emette i propri titoli, l'euro,  non è la valuta nazionale. Sicché, come la Grecia, l'Italia potrebbe correre il rischio di essere insolvente, se non avrà le garanzie  che solo la BCE può offrire. Il problema, quindi, non è il debito pubblico, ma la valuta in cui è emesso. E il nostro debito è al 100% in valuta straniera, su cui non abbiamo alcun potere di controllo o di intervento (stando così le cose).

Quanto agli sprechi, nessuno li auspica. Ma la spesa pubblica – che piaccia o meno ai liberisti – è una componente della domanda (in termini di redditi, servizi e investimenti pubblici) che concorre alla crescita del reddito nazionale. Tagliarla, pensando di ridurre l’indebitamento, significa ridurre il denominatore del rapporto debito / pil. Come è regolarmente avvenuto dal 2009 ad oggi: nonostante la spesa al netto degli interessi sia stata ridotta in termini reali del 4,6%, il debito pubblico è salito dal 116,4 al 132,7%. E lo dimostra ancor di più la Grecia che, nonostante le draconiane misure di austerità inflitte ai propri cittadini, non solo ha subito un default, ma il debito è balzato nuovamente al 175% e sembra prossima a chiedere una nuova rinegoziazione del debito.

C’è poco da fare: o la BCE diventa una vera banca centrale, come avviene in tutti i paesi, assicurando che i debiti saranno pagati nei tempi e nei modi convenuti oppure continueremo ad imporci questi assurdi sacrifici che non fanno altro che impoverire la gente, in termini di redditi e posti di lavoro persi, senza che il problema venga risolto (Grecia docet).

E alla fine, quando le cose saranno andate troppo avanti, quando le sofferenze diverranno non più sopportabili, l’uscita dall’euro sarà vissuta come una liberazione.

lunedì 15 luglio 2013

Gli stipendi dei parlamentari rientrano nei "parametri europei"?




Gli stipendi dei parlamentari italiani sono tra i più elevati al mondo. Dopo gli oltre 200 mila dollari pagati ai legislatori australiani e i quasi 190 mila erogati ai nigeriani, vi sono  i 182 mila dollari percepiti dai nostri deputati e senatori (pari ad uno stipendio base di 11.660 euro al mese).  

In tal modo, superiamo i 174 mila pagati ai legislatori degli Stati Uniti (+4,6%), i 150 mila dei giapponesi (+21,6%), i 120 mila dei tedeschi (+52,3%) e i 105 mila degli inglesi (+72,7%).  Gli "eletti" dagli italiani prendono più del doppio dei francesi, per tacere dei deputati spagnoli che si devono accontentare di 1/3 di quanto prendono i colleghi italiani.

Anche rispetto al pil procapite, i parlamentari italiani sono quelli trattati meglio: quasi 6 volte il reddito medio dei propri connazionali. A parte i casi eclatanti di alcuni paesi africani e di altri paesi in via di sviluppo (in India, ad esempio, pur remunerando i legislatori con 11 mila dollari percepiscono uno stipendio otto volte superiore al reddito medio degli indiani), tutti i maggiori paesi occidentali assicurano una remunerazione che è compresa tra le due e le quattro volte il pil procapite del proprio paese, ad eccezione della Svezia, della Spagna e della Norvegia, ove non si supera il doppio del reddito medio.

Nel complesso, il costo dei nostri parlamentari equivale a 182 milioni di dollari, ovvero a 140 milioni di euro. Costoro, che hanno il potere di  imporre i sacrifici al resto degli italiani, se anche si riducessero lo stipendio al livello medio dei sette paesi europei presenti nel grafico, ovvero a circa 100 mila dollari (77 mila euro annui pari a 6.400 euro al mese), avremmo un risparmio di circa 63 milioni di euro e se si dimezzasse il numero dei parlamentari il risparmio arriverebbe a circa 100 milioni.

Di questi tempi, anche 100 milioni di euro fanno comodo. Ma, come è evidente, non è per questa via che si risolveranno i "problemi" dei conti pubblici. Ciò detto - vista la qualità del personale politico -  un taglio degli onorari dei parlamentari sarebbe opportuno, sia per ragioni di equità sociale, sia per rientrare nei "parametri europei".  

sabato 11 maggio 2013

L'anti-statalismo del Giannino d'Oro

Ieri sera, a "L'ultima parola" su Rai2, abbiamo visto il Giannino che ha frequentato la Boh University attribuire tutte le colpe allo Stato. 

Se ci sono gli esodati è colpa dello Stato. Se c'è l'evasione è colpa dello Stato. Se le multinazionali vanno via e trattano i lavoratori italiani come carta straccia è colpa dello Stato ... e via blaterando.

Peccato che gli esodati siano stati letteralmente creati in seguito ad un intervento legislativo sulle pensioni da parte del ministro Elsa Fornero del governo Monti (proveniente da  una Università privata ad orientamento liberista come la Bocconi).

Peccato che negli ultimi anni vi sia stato un capo del governo che giustificava l'evasione e un ministro dell'Economia che ha saputo solo proporre condoni e scudi fiscali.

Peccato che in Italia manchi una politica industriale da almeno un ventennio.

Forse bisognerebbe allora dire che questi problemi sono stati provocati non da un generico "Stato", ma da ben precisi e identificabili governi.

Bisognerebbe dire che il problema non è lo Stato, ma i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni e che questi governi sono stati presieduti, in un modo o nell'altro, da persone ad orientamento liberista. Certamente non erano governi keynesiani.

E bisognerebbe dire che è paradossale vedere il nostro Giannino d'oro prendersela con lo Stato quando ha sostenuto fino all'altro ieri i governi presieduti da Berlusconi. 

Ma per il frequentatore della Boh University è più comodo dare la colpa ad un anonimo Stato che dover ammettere di aver contributo al declino del paese, sostenendo politicamente i  governi di centro-destra, che hanno avuto la responsabilità di governare nove degli ultimi undici anni.