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lunedì 28 marzo 2016

L'economia americana nel 2015

Nel 2015 i profitti delle imprese americane sono scesi del 3,1%. Il calo è stato particolarmente forte su quelli conseguiti all’estero (-7%), in seguito al rafforzamento del dollaro (10,7%), ma anche quelli interni non sono sfuggiti ad un ridimensionamento del 2,1%.


Il calo dei profitti è stato indotto dalla riduzione dei margini unitari così come si deduce da un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) dell’1,9% a fronte di una crescita del deflatore del pil dell’1%.


Il tasso di profitto, misurato come rapporto tra gli utili lordi e il capitale investito, rappresentato dagli investimenti e dal costo del lavoro, è conseguentemente diminuito dal 17,2 del 2014 al 16% (nel 2012 era al 18,1).


Ciò nonostante gli investimenti sono aumentati del 4%. Un ritmo inferiore rispetto al 5,3 dell’anno precedente, ma comunque significativamente positivo. Hanno sostenuto gli investimenti soprattutto quelli  residenziali (che passano dal +1,8 a +8,9%). Dimezzano il tasso di crescita invece gli altri investimenti (dal +6,1 al +3%).


I profitti hanno potenzialmente coperto il 69% degli investimenti. Il 27,2% di quest’ultimi  sono stati effettuati ricorrendo all’indebitamento e il restante 3,8% immettendo capitale fresco derivante dai risparmi accumulati.


La forte espansione degli investimenti residenziali si può ricondurre sia al significativo aumento dei prezzi delle case nuove (+4,7%) sia all’aumento della domanda (+14,1% il numero delle nuove abitazioni vendute).

Quanto all’intensità di capitale dei nuovi investimenti, misurata dal rapporto tra gli stessi investimenti e il capitale impiegato (investimenti + costo lavoro), è aumentata leggermente dal 23,1 al 23,2%, ma rimane significativamente al di sotto dei valori pre crisi (prossimi al 25%).


L’occupazione è cresciuta  dell’1,7% e dell’1,8  per i dipendenti. I compensi individuali sono aumentati del 2,5%, sicché i redditi complessivi da lavoro sono cresciuti del 4,4%. Tenendo conto che i prezzi al consumo sono aumentati solamente dello 0,3%, i redditi reali individuali crescono del 2,2% e di oltre il 4% quelli complessivi.

I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 5%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 3,7% in termini nominali, ovvero del 3,3 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie aumenta del 4,1% e del 3,4 al netto delle imposte sui redditi individuali.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 3,1%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+6%), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,5% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto oltre il 16% degli acquisti di beni durevoli.


Le esportazioni sono aumentate per poco più dell’1% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore provato (+3%).  Positivo anche l’apporto della domanda pubblica (0,7%), nonostante il taglio alla spesa militare (-1,2%).


Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,6% e favorisce una crescita delle importazioni di poco inferiore al 5%, indotta anche – come si è visto – dalla forza del dollaro. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,3%. Un leggero accumulo di scorte, porta la crescita del pil al 2,4%.

Le ultime previsioni per il 2016 stimano un rallentamento della crescita del pil al 2,1%.


martedì 1 settembre 2015

Pil Italia primo semestre a +0,45%. Nel secondo semestre dovrà crescere più del doppio per confermare le previsioni di +0,7

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

L’ultimo dato rilasciato dall’Istat afferma che il pil nel secondo trimestre è cresciuto dello 0,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Nel primo quarto dell’anno la crescita fu solo dello 0,2.


Il merito del miglioramento è da attribuire ai consumi, che passano dal +0,2 di fine marzo a +0,6%, oltre alle esportazioni (anche se rallentano dal +4,2 al 4%). Sono in particolare i beni durevoli a sostenere la spesa delle famiglie (+9,2%), mentre gli altri beni (-0,6) e i servizi (+0,4) si annichiliscono reciprocamente.

Tra i beni durevoli, forte è la crescita dei mezzi di trasporto, come si evince dalle immatricolazioni di auto nuove (+16,5%). Fenomeno che riguarda anche le imprese, i cui investimenti in questo segmento crescono del 23%.  Sostanzialmente fermi sono invece gli investimenti in macchinari e attrezzature (-0,2), mentre il settore delle costruzioni arretra di quasi il 2%. Nel complesso, la spesa delle imprese torna per la prima volta positiva in termini annui (+0,3) dal primo trimestre 2011.

Ancor più modesta è l’espansione della domanda pubblica (+0,2). L’unica voce in grado di trainare la domanda aggregata è l’export, che recupera i livelli precedenti la crisi del 2008.


La domanda complessiva cresce pertanto dell’1,3%. Ne beneficiano soprattutto i concorrenti e i fornitori esteri: le importazioni salgono del 5,5%, sicché la domanda effettiva per le imprese residenti cresce di un insignificante 0,2%.

Ciò nonostante l’occupazione sarebbe cresciuta di quasi un punto percentuale, a scapito della produttività delle nuove forme di impiego della forza lavoro.


Nel primo semestre il pil è cresciuto dello 0,45% rispetto allo stesso periodo del 2014. Le attuali previsioni per il 2015 confidano in un aumento dello 0,7. Se ne deduce che nel semestre in corso il pil dovrebbe salire ad un tasso di poco inferiore all’1% per poter confermare ciò che si attende la media degli analisti.

giovedì 27 agosto 2015

Usa, pil nel secondo trimestre a +2,7% annuo, ma in calo le principali voci della domanda

Nel secondo trimestre il pil degli Stati Uniti è cresciuto del 2,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, in rallentamento  dal 2,9 messo a segno nel primo quarto dell'anno.


Il passo ridotto del pil è dovuto per lo più agli investimenti, che passano da una crescita del 4,8 al 4,4% tra il primo e il secondo trimestre, e alle esportazioni (da +2,6 a +1,5).

Mentre le esportazioni americane risentono della forza del biglietto verde, gli investimenti sono influenzati negativamente dalle aspettative sui profitti, espresse come rapporto degli utili per azione delle società considerate dall'indice S&P500 e i prezzi delle stesse.


Rallenta anche la crescita dei consumi delle famiglie, dal 3,3 al 3,1%, per l'affievolirsi dell'espansione occupazionale (dal 2,3 al 2,1% nel confronto annuo), mentre i redditi reali dei lavoratori restano invariati a +1,6%.


Il rallentamento della domanda del settore privato (da +3,5 a +3,1 tra il primo e il secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2014) e la già accennata forza del dollaro, che comporta un aumento dei prezzi dei prodotti finiti importati, spiegano il ripiegamento del tasso di crescita delle importazioni (da 6,5 al 4,8%).

L'unica voce in espansione è la domanda del settore pubblico (da +0,4 a +0,7), soprattutto per la spesa non militare (+1,4), mentre quella per la difesa diminuisce dell'1,3%.

Nel primo semestre il pil americano è  cresciuto del 2,8%. Le attuali previsioni asseriscono che il 2015 si chiuderà con un aumento del 2,3%. Se fosse confermato, il semestre in corso vedrebbe una crescita del pil non superiore all'1,8%.

Altri grafici sull'economia americana qui

sabato 4 aprile 2015

Pil e saldi settoriali dopo la crisi del 2008

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2007 il prodotto interno lordo italiano è sceso del 9,6%. Il 2014 vi ha contribuito per lo 0,4%.


L’occupazione nello stesso periodo è scesa di circa 780 mila unità, pari al 3,4%. Nonostante ciò la produttività risente del calo del prodotto e arretra del 6,5%.


Le famiglie, redditi e consumi

I redditi delle famiglie, deflazionati con i prezzi al consumo, sono caduti dai livelli del 2008 del 10,6%, il ché implica una caduta dei redditi reali anche per chi ha mantenuto il posto di lavoro in media del 7,5%.

I consumi delle famiglie nel loro insieme calano di oltre il 7%.  Sono i beni durevoli a subire il maggior colpo, -21,7%, sebbene nel 2014 siano rimbalzati del 3,2%, grazie soprattutto alle auto (le immatricolazioni sono aumentate del 4,3%).

Per quanto modesto, l’unico segno positivo nel periodo considerato viene dai servizi (+0,8), dato che gli altri beni di consumo vengono tagliati del 13,4% rispetto a 7 anni prima.


Il reddito reale per le famiglie dei lavoratori autonomi e degli imprenditori nel complesso è sceso dell’11,5%, contro il 10,5 subito dai dipendenti, i pensionati  e gli inoccupati. Tuttavia, il reddito reale di quest’ultimi è inferiore a quello del 1999, mentre per i primi è del 4,5% superiore.


Il calo dei redditi dei dipendenti e dei pensionati (con le retribuzioni complessive reali che scendono del 7%) è stato compensato  aumentando la propensione al consumo dall’88,8 al 91,7%. Ciò nonostante i consumi sono stati tagliati del 7,7% (-0,3 nel 2014). I risparmi sono conseguentemente crollati del 26,9% in termini nominali e gli investimenti (prevalentemente immobiliari) del 22,7%. Peraltro, mentre i risparmi sono ritornati sugli stessi livelli di 15 anni prima, gli investimenti sono del 36% più elevati. La differenza presuppone una maggiore esposizione debitoria e/o l’impiego di risorse finanziarie in precedenza accumulate.


Anche gli autonomi e gli imprenditori compensano il crollo dei redditi reali innalzando la propensione al consumo, dal 20,7 al 22,5%. I consumi si riducono solo del 3,7% (e restano invariati rispetto al 2013). La creazione di risparmio si riduce del 4,7% in termini nominali, mentre gli investimenti sono stati tagliati del 21,8. Ciò ha consentito di ridurre l’indebitamento e/o di accumulare risorse finanziarie.


Nel complesso, il risparmio delle famiglie si contrae del 22,2%. Rispetto al pil passa dal 9,4 al 7,3%. Analogamente gli investimenti delle famiglie scendono dal 7,3 al 5,7%. L’eccesso di risparmio si riduce dal 2,1 all’1,6%.


Le imprese e gli investimenti

Il valore aggiunto ai prezzi correnti del settore economico privato, ossia il valore della produzione, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al primo trimestre 2008 (-0,5%). Depurato dell’andamento dei prezzi si traduce in un calo del 9,5%. Per le società non finanziarie (SNF) la produzione arretra dell’11,4%.

Il costo del lavoro aumenta solamente del 4,4% (3,5 per SNF), ma il calo della produzione innalza il clup del 15,4% (16,7 per le SNF).


Il margine operativo lordo (MOL) si riduce del 3,2% (-13,4 per le SNF ) ed equivale al 62,8% del valore aggiunto (40,6 per le SNF).  All’inizio del 2008 era al 64,6 per il settore privato (e al 45% per le SNF).


Per quanto la contrazione dei margini appaia molto più pesante per le SNF rispetto agli altri agenti dell’area business, sono proprio quest’ultimi che operano un drammatico taglio agli investimenti, del 56,3%. Pesante è comunque il taglio anche per le SNF (-26,4%).

Valutando gli investimenti del settore business nel suo insieme risulta un calo del 27,4%, leggermente meglio di quanto fatto dal settore pubblico (-29,9).

Vi sono infine gli investimenti delle famiglie, prevalentemente in nuove abitazioni e ristrutturazioni, crollati di quasi  1/3.


Nel complesso gli investimenti crollano del 29,5%, con le opere pubbliche e l’edilizia non residenziale che sfiora una caduta del 40%.

Leggermente meglio, se così si può dire, vanno gli investimenti non infrastrutturali, dato che la discesa si ferma a meno del 25%. Tuttavia, se le spese per impianti e macchinari limitano la caduta a a meno del 20%, un vero e proprio tonfo si registra tra i mezzi di trasporto (quasi il 45%).


Rispetto al pil, gli investimenti delle imprese del settore privato scendono dal 12% del 2008 all’8,7%, nonostante il risparmio (11,7% del pil) sia prossimo ai livelli di inizio 2007 (11,9). L’eccesso di risparmio raggiunge il 3%, quasi il doppio di quello delle famiglie (1,6).



Tuttavia, considerando il settore privato nel suo insieme, il risparmio non risulta particolarmente elevato (per quanto sia paradossale che sia concentrato tra le imprese piuttosto che tra le famiglie): a fine 2014 era al 19% contro il 21,3 di inizio 2007. Sono gli investimenti che segnano nuovi minimi (14,3% del pil contro il 19,4 del terzo trimestre 2007).

La domanda interna del settore privato appare pertanto in calo del 13,2% rispetto al primo trimestre del 2008.


Il settore pubblico

La domanda del settore pubblico, nonostante i classici luoghi comuni, appare in calo del 2,4% in termini reali, con i redditi da lavoro in flessione del 10,6%. Sono invece aumentati gli acquisti di beni e servizi presso il settore privato, del 6,5% rispetto all’inizio del 2008.

Come abbiamo già visto, gli investimenti pubblici sono crollati del 29,9%, il che conduce ad un apporto complessivamente negativo del 6,2%.

Tenendo conto delle altre voci di spesa, ad eccezione degli interessi, le uscite pubbliche risultano di fatto invariate in termini reali rispetto a sette anni prima.


La pressione fiscale nello stesso periodo passa dal 41,5 al 43,4%, contribuendo a determinare un calo dell’avanzo primario dal 3,3 all’1,6% del pil.


Le Partite correnti in termini di saldi settoriali

La domanda interna, pubblica e privata, scende dell’11,3% rispetto al primo trimestre 2008 (-0,6 nel 2014) e permane al di sotto del prodotto interno lordo, consentendo un surplus negli scambi con l’estero.


Nonostante la svalutazione dell’euro nel corso del 2014 (1,7% in termini effettivi reali, ma del 10,1 verso il dollaro), la domanda estera è cresciuta solamente del 2,4% e permane sotto i livelli pre-crisi di circa l’1%.



La domanda aggregata, ossia quella interna ed estera, resta di fatto nel 2014 invariata (+0,1) ed è di oltre il 9% inferiore a quella del primo trimestre 2008.

Le importazioni nel periodo considerato sono conseguentemente cadute del 12% (+1,6 nel 2014), facilitate nell’ultimo periodo dalla rivalutazione del dollaro.


Considerando anche i trasferimenti di reddito e le altre voci che regolano i rapporti con l’estero, le partite correnti risultano in surplus dell’1,7% rispetto al pil (-1,8 all’inizio del 2008).


In termini settoriali, le partite correnti ritornano in surplus non solo per il calo della domanda delle famiglie, ma anche per il venir meno degli investimenti delle imprese. A ciò si aggiunge l’ormai cronico effetto recessivo del settore pubblico che con l’avanzo primario sottrae risorse al settore privato per pagare gli interessi sul debito pubblico detenuto dagli investitori esteri.


Dedotte le importazioni, la domanda effettiva rivolta alle imprese presenti sul territorio risulta dell’8,3% inferiore al primo trimestre 2008 (-0,3 nel 2014). L’arresto della produzione interna (-9,6) è stato maggiore del calo della domanda, favorendo lo smaltimento delle scorte.

Ciò potrebbe favorire un rimbalzo nel 2015. La media delle previsioni confida in una crescita dello 0,8%. Resta tuttavia incerta una crescita, sostenibile nel tempo, senza una ripresa della domanda interna, sia da parte delle famiglie che delle imprese.

sabato 28 marzo 2015

L'economia americana nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati BEA, FED


Il pil degli Stati Uniti è aumentato nel 2014 del 2,4% (+2,2 nel 2013). Rispetto al secondo trimestre del 2009, il momento più acuto della crisi, è aumentato del 13,5%. 


La crescita del pil è stata ottenuta con un aumento dell’occupazione dell’1,6% (+1,9 per i dipendenti non agricoli) che si è abbinata ad un aumento della produttività dello 0,7%.


Il reddito nominale per dipendente è cresciuto del 2,3%. Al netto della variazione dei prezzi al consumo (1,3), il potere d’acquisto è aumentato in media meno dell’1%. Abbinandolo all’espansione dell’occupazione, si ottiene una crescita dei redditi reali dei lavoratori del 2,9%.


I trasferimenti di reddito (prevalentemente pensioni e prestazioni sociali) sono aumentati in termini reali di oltre il 3%, mentre l’aumento dei redditi da capitale e impresa si ferma all’1,3%.

Nel complesso, il reddito delle famiglie aumenta del 4% in termini nominali e del 2,6 in termini reali. Al netto dell’imposizione fiscale, i redditi reali crescono del 2,5%. 

La propensione al consumo è rimasta di fatto invariata al 91,9%, consentendo una crescita della spesa delle famiglie analoga al reddito netto (+2,5).  Molto più dinamici sono apparsi i consumi durevoli, in aumento del 6,9%, potendo contare da un lato sul calo dei prezzi per questa categoria di prodotti (-2,5% nel 2014; ma quasi -8,8 dal secondo trimestre del 2009) e dall’altro sulla facilità di accesso ai finanziamenti, abbinata ai ridotti oneri finanziari. L’indebitamento delle famiglie connesso ai consumi è pertanto cresciuto del 7%. In rapporto al reddito netto è passato dal 23,3 del 2009 al 25% (tenendo conto dei mutui per l'acquisto dell'abitazione si arriva al 109%, ma era il 137% nel 2007).


La domanda del settore pubblico è scesa per il quarto anno consecutivo: solamente dello 0,2% nel 2014, ma del 6,4 rispetto al secondo trimestre del 2009. Il calo è stato particolarmente forte nel settore della difesa (-2,1 nel 2014 e -11,4 dalla metà del 2009), ma ha riguardato anche le altre voci di spesa, sia pur con minor intensità (-4,7 rispetto a cinque anni fa e + 0,5 nel 2014).

Nonostante il tasso di cambio effettivo reale del dollaro si sia apprezzato del 9,5% nel corso del 2014 le esportazioni sono cresciute del 3,2%. Parallelamente, le importazioni hanno tratto giovamento dal calo dei prezzi indotto dalla rivalutazione del biglietto verde e segnano un incremento del 4%, pur in presenza di una crescita della domanda aggregata del 2,6.

Sorprende la crescita degli investimenti (+5,3) innanzi ad una espansione della domanda effettiva al netto della spesa per investimenti dell’1,8%. Nelle decisioni delle imprese deve aver giocato il buon andamento dei profitti degli ultimi cinque anni (+64,5% sul secondo trimestre 2009). 

Ma il settore finanziario ha dovuto registrare un calo degli utili dell'8,5%, mentre il rafforzamento del dollaro ha ridotto i profitti conseguiti all’estero del 2,2%. E' andata meglio alle imprese non finanziarie, che sulle attività interne accrescono gli utili del 2,7% (+100% dal secondo trimestre del 2009).

Nel complesso i profitti in rapporto al pil scendono dal 12,6 al 12%. 


Anche gli investimenti, come è avvenuto per i consumi, sono stati facilitati dall’accesso al credito. L’indebitamento delle imprese è aumentato del 5,9% ed ha coperto circa ¼ delle spese in conto capitale.


Gli investimenti permettono di innalzare la crescita della domanda effettiva dall'1,8 al 2,3%, leggermente meno della crescita del prodotto (2,4).

Le previsioni per il 2015 confidano in una crescita del 2,9%. Ma il calo dei profitti potrebbe mettere in dubbio la necessità di espandere ulteriormente il livello degli investimenti, soprattutto se si tiene conto che la domanda interna, per quanto positiva, potrebbe continuare a privilegiare i prodotti importati e che quella estera potrebbe venir smorzata dal rafforzamento del dollaro. In un simile contesto, con la persistente funzione anti-ciclica della domanda pubblica, non si può escludere una revisione dei programmi di investimento delle imprese, in misura tale da far apparire eccessivamente ottimistiche le aspettative che si ripongono per l'anno in corso.

venerdì 26 dicembre 2014

I motori della ripresa americana

Il dato finale del terzo trimestre relativo alla crescita del pil americano, pari al 5% in termini annui, ha messo a tacere gli scettici sulla reale consistenza della ripresa economica  al di là dell’Atlantico.

Per chi vive negli Stati Uniti, ove vi sono ancora più di 9 milioni di disoccupati e altri 6 milioni e mezzo di persone disposte a lavorare ma che hanno rinunciato a cercare un’occupazione, la crescita del pil può anche non impressionare: un economista come Paul Krugman può giustamente insistere sulle politiche espansive fin tanto che non verrà assorbito l’output gap.

Tuttavia, dal punto più acuto della crisi, più di 9 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro e ciò ha permesso un aumento del reddito complessivo di oltre 3.250 miliardi di dollari. Più del 90% di questo incremento, ovvero quasi 2.980 miliardi, è stato speso, consentendo una crescita dei volumi produttivi (al netto dell'inflazione) di 1.576 miliardi.


Quali sono stati i motori della ripresa americana?

A prima vista, il merito va dato ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. I consumi sono aumentati in termini reali di quasi 1.200 miliardi. Vale a dire che i ¾ dell’aumento della domanda effettiva sono attribuibili ai consumi. Gli investimenti contano per il 40%. Mentre negativi sono stati gli apporti della domanda pubblica e degli scambi con l’estero.


La domanda pubblica è diventata restrittiva a partire dalla fine del 2010. Ma nel 2009, con un deficit prossimo al 10% del pil, aveva contribuito a fermare una caduta che sembrava inarrestabile. Nel 2010 il deficit fu ridotto all’8,9% e all’8,6 nel 2011. Quest’anno sarà solamente del 2,8%.


Merito della ripresa va quindi attribuito anche al settore pubblico. Merito dell’Amministrazione Obama è di aver tirato le redini del bilancio gradualmente.

Chi parla di crescita ma dice che occorre rispettare il vincolo del 3% non fa altro che perpetuare la recessione, come il caso italiano ben dimostra (-8,6% il pil dal 2007).

Un altro motore della crescita è stata la politica monetaria. I famosi QE (quantitative easing) non solo hanno salvato il sistema finanziario americano, ma hanno sostenuto la scalata ai 2000 punti dello S&P. In parte ne hanno beneficiato anche le famiglie, la cui ricchezza finanziaria è cresciuta in termini reali del 31,6% rispetto al secondo trimestre del 2009. Ciò si è riflesso sul clima di fiducia, tanto che i consumi sono aumentati più dei redditi reali, sostenuti da un ritorno all’indebitamento, soprattutto a partire dal 2013.


Gli investimenti più che essere il motore della ripresa sono stati l’acceleratore, ma solo dopo che la domanda era ripartita. Il loro ruolo rimane marginale fino alla fine del 2011. Solo dopo il loro contributo raggiunge il 50% dell’apporto dei consumi.

La scintilla fu quindi innescata dalla crescita dei redditi reali per occupato e quando questa incominciò ad affievolirsi nel 2011 il testimone era già stato preso dalla crescita degli occupati indotti dalla domanda.


La ripresa americana è quindi il frutto di diversi fattori: un massiccio intervento pubblico a sostegno dell’economia e dei redditi delle famiglie, che ha permesso di arrestare prima il declino e poi rilanciare la domanda, coadiuvata da una politica monetaria che ha infuso fiducia e sicurezza. Avviato il motore della ripresa, tutto ha cominciato a girare per il verso giusto e ad un fattore se ne affiancava un altro che rafforzava e rinvigoriva il ciclo: il sostegno dei redditi attraverso la spesa pubblica veniva ampliato dall’aumento degli occupati i quali portavano ad una ripresa degli investimenti. Il tutto in un clima di ritrovata fiducia, indotta da una politica monetaria accomodante che permetteva non solo alle famiglie di guardare con più ottimismo al futuro, ma consentiva alle imprese di ampliare i profitti.


Dal prossimo anno la FED dovrebbe iniziare a tirare le redini della politica monetaria.  L’impressione che il settore finanziario sia salito troppo giustificherebbe un aumento dei tassi.  Bisognerà però vedere se, dopo aver tolto la stampella dell’intervento pubblico, il sistema si reggerà in piedi anche senza la stampella della politica monetaria.

Se così non fosse, Krugman avrà avuto ragione nel mettere in guardia dall’eccessiva fretta di porre fine ai QE, quando il rischio di una caduta è ancora troppo forte rispetto al rischio di una ripresa dell’inflazione.

Ciò che Krugman non considera è che non è detto che si voglia raggiungere a tutti i costi la piena occupazione, poiché per il sistema capitalistico è bene che vi sia sempre ... un esercito industriale di riserva.