Visualizzazione post con etichetta Paesi Europei. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Paesi Europei. Mostra tutti i post

lunedì 17 agosto 2015

La disoccupazione in Turchia è inferiore a quella della Francia


Esattamente, nel 2014 era il 9,9% contro il 10,3% dei cugini d'oltralpe. In Italia era il 12,7, in Spagna il 24,5 e in Grecia il 26,5%.

Solo nei paesi sotto l'influenza tedesca la disoccupazione era inferiore a quella della Turchia.

A quanto pare non è così indispensabile fare parte della UE e men che meno della zona Euro.

martedì 28 luglio 2015

A tre mesi dall'inizio del QE, i prestiti al settore privato non finanziario crescono dello 0,3%

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

Al terzo mese di acquisti di titoli pubblici ad opera delle varie banche centrali della zona euro la BCE può cantare vittoria: i prestiti al settore privato non finanziario sono aumentati dello 0,3%! E l'aumento riguarda tutti e tre i principali paesi: Germania +0,5;  Italia +0,8 e per la Francia uno straordinario +1,1. Calano in Spagna (-1,1) e in Grecia (-2,2), ma non si può ottenere sempre tutto dalla vita.


Rispetto ad un anno prima i prestiti al settore privato non finanziario della zona euro sono aumentati dello 0,5%, grazie esclusivamente ai prestiti alle famiglie, che crescono dell'1,3%. Quelli alle società non finanziarie (SNF) calano invece dello 0,3.


Il debole aumento dei prestiti per il complesso dell'eurozona non spiega la crescita dei depositi del settore privato  (+2,5%), spinti dai depositi a vista (+11,7). 


In Germania i depositi crescono del 2,8%, con i conti correnti in crescita del 10,5%.

In Italia, la liquidità del settore privato presso il sistema bancario è aumentata  negli ultimi dodici mesi del 5%, con i depositi a vista in espansione del 9,5. La crescita dei depositi è più marcata tra le SNF (+7,2), ma è positiva anche tra le famiglie (+1,9). 


In termini assoluti, la crescita dei depositi nell'ultimo anno in Italia è stata di oltre 100 miliardi, di cui 64 imputabili ai rimborsi netti sui bond bancari. 


Nel complesso dell'area euro la M1, che comprende oltre ai depositi a vista il circolante, aumenta poco meno del 12%. Ciò nonostante i prezzi al consumo aumentano solamente dello 0,2.

I rendimenti medi sui titoli decennali dell'area euro salgono, contro ogni previsione che poteva attendersi dal QE, all'1,67% dallo 0,85  di aprile. Quelli italiani salgono dall'1,36 al 2,2%, influenzati indubbiamente dalla crisi greca.

Crisi che ha provocato dall'inizio dell'anno un calo di 42,7 miliardi, ovvero 1/4 dei depositi bancari ellenici a fine 2014.


Indubbiamente un successo del sistema dell'euro.

venerdì 29 maggio 2015

Grecia, ad aprile è ripresa la corsa ai bancomat

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Ad aprile i depositi presso il sistema bancario greco hanno continuato a scendere ad un passo nettamente superiore al calo dei prestiti. Negli ultimi dodici mesi i primi sono diminuiti di oltre il 22% a fronte di un calo dei prestiti dell’1,6%.



In termini assoluti si tratta di un calo di 42,6 miliardi per i depositi e meno di 4 per i prestiti. L’effettivo deflusso dei depositi negli ultimi dodici mesi, al netto dei rimborsi netti sui prestiti, è stato pertanto di 38,7 miliardi.


Limitatamente al mese di aprile i depositi presso il sistema bancario ellenico sono diminuiti di 5,3 miliardi (contro i  3,9 di marzo).

I depositi delle famiglie sono scesi di oltre 3,5 miliardi. Al netto dei circa 400 milioni utilizzati per i rimborsi netti sui prestiti, l’effettivo deflusso si attesta sui 3,1 miliardi.

I depositi degli altri soggetti residenti (prevalentemente imprese) sono diminuiti di 2,8 miliardi. Se si tiene conto dei 1,3 miliardi di rimborsi netti sui prestiti, il deflusso effettivo si attesta su un miliardo e mezzo, ammontare che risulta invariato negli ultimi tre mesi.

I depositi degli investitori dell’area euro, prevalentemente bancari, sono diminuiti di circa 55 milioni. Tuttavia i prestiti netti erogati sono aumentati di  568 milioni. Al netto di questa voce, l’effettivo rimpatrio si attesta sopra i 600 milioni. 


Alla fine di aprile, il sistema bancario poteva contare su depositi della clientela nazionale per 142,7 miliardi  e su 6,2  miliardi da parte di clientela dell’area euro.


venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

martedì 10 febbraio 2015

E' la Germania il paese più indebitato d'Europa

Per quanto incompleti e non omogenei (nel tempo e nel perimetro) abbiamo finalmente i primi dati ufficiali sulle passività escluse dal computo del debito pubblico, ma che potrebbero rientrarvi se si considerasse – oltre agli enti pubblici – anche le imprese pubbliche o sotto il controllo pubblico.

Nel 2013 avevamo il rapporto debito / pil rappresentato in questo grafico:




L’Italia aveva il 127,9% ed era preceduta, tra i maggiori paesi europei, dal Portogallo (128%) e dalla Grecia (174,9).

Tra i paesi “virtuosi” la Germania aveva il 76,9%, l’Olanda il 68,6 e la Finlandia il 56%.

In base ai dati Eurostat diffusi oggi, si deve tener conto di questi altri debiti, non considerati nel rapporto debito / pil  che abbiamo appena visto:


Si scopre così che la Germania è il paese con le maggiori passività “fuori bilancio”: ben il 126,3%; seguita dall’Olanda (107,2) e dall’Irlanda (64,5). L’Italia deve aggiungere al suo debito pubblico ufficiale il 45,5%.

Ed ecco cosa succede se si tiene conto di entrambi i tipi di debito:


Il paese con il maggior debito allargato in rapporto al pil è la Germania, con oltre il 200%; segue l’Irlanda con quasi il 188%. L’Italia scende dal terzo posto, se si considera solo il debito ufficiale, al sesto (173,4%) ed è preceduta dall’Olanda (176%), che è considerata tra i paesi virtuosi.

Se c'è una morale in tutto questo, potete trovarla per conto vostro.

sabato 7 febbraio 2015

Grecia: non è questione di pagare i creditori, ma di voler ridimensionare il ruolo dello Stato

La Grecia entro poche settimane dovrà decidere se piegarsi nuovamente ai diktat della BCE e della Commissione UE –  sotto l'attenta regia della Germania – o uscire dall’euro.

La Grecia, su pressioni della Troika, aveva già ristrutturato il proprio debito. Ma ora è evidente che non è servito a nulla.

Ma che non sarebbe servito a nulla era noto anche agli osservatori più attenti.

Ringrazio Zoe Keller per la segnalazione via twitter

Le frasi evidenziate affermano in maniera chiara ed esplicita che il governo greco ha raggiunto un accordo con le autorità UE (che includono la Commissione Europea e la BCE) e il FMI che peggiorerà gli attuali problemi economici (…). In meno di tre anni, e probabilmente anche prima, la Grecia dovrà affrontare la stessa crisi che affronta oggi. (…) Il popolo greco andrà incontro a molte sofferenze, la loro economia crollerà, il debito crescerà e alla fine si ritroveranno molto probabilmente con lo stesso problema di riscadenzare il debito, ristrutturarlo o andare in default – e/o lasciare l’euro. (…) La “svalutazione interna” – in cui la disoccupazione viene portata a livelli elevati per facilitare il taglio dei salari e dei prezzi, mantenendo il tasso di cambio nominale fisso – è non solo ingiusta, ma inattuabile.

Si potrebbe pensare che questo doloroso processo sia necessario per ripagare i creditori.

Ma chi erano i creditori? Lo dice un grafico della BRI che ho messo nel post del 9 giugno 2013: Francia e Germania. 


Ma quel post riportava anche la traduzione di un articolo del WSJ in cui si riferiva che, in un report riservato del FMI, l’accordo tra il governo greco e la troika doveva servire soprattutto per dare il tempo  alle banche francesi e tedesche di recuperare i capitali investiti in Grecia.

Gli “aiuti” ricevuti dal paese ellenico non sono stati altro che nuovi debiti con cui ripagare i vecchi creditori (inclusi gli interessi). Dei soldi ricevuti solo l’11% è stato utilizzato dal governo greco per esercitare le sue funzioni. Se si tiene conto dei fondi destinati a ricapitalizzare le banche elleniche (19%), solo il 30% ha finanziato l’economia greca. 

Il resto, il 70%, come è entrato, così è uscito.



Oggi, come riporta il manifesto del 5 febbraio scorso,

Il debito pub­blico greco ammonta a 323 miliardi di euro, pari al 177% del Pil. Di que­sti, il 15% è dete­nuto dal set­tore pri­vato, il 10% dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e il 6% dalla Bce. Il grosso del debito – il 60% del totale, pari a 195 miliardi di euro – è in mano agli altri governi dell’eurozona. Di que­sti 195 miliardi, 142 miliardi sono arri­vati alla Gre­cia attra­verso l’Efsf, il Fondo euro­peo di sta­bi­lità finan­zia­ria (più comu­ne­mente noto come «Fondo salva-stati»); 53 miliardi sono invece il frutto di pre­stiti bila­te­rali rice­vuti dagli altri stati mem­bri. I paesi più espo­sti al debito greco sono la Ger­ma­nia (56 miliardi), la Fran­cia (42 miliardi), l’Italia (37 miliardi), la Spa­gna (24 miliardi) e l’Olanda (11 miliardi).

Se la preoccupazione fosse quella di rimborsare i creditori, oggi come allora, vi sarebbe un modo molto semplice per risolvere la questione: la BCE si porrebbe come garante. L’esborso complessivo – qualora dovesse intervenire su tutto il debito pubblico greco – sarebbe comunque nettamente inferiore agli oltre mille miliardi che metterà in campo dal prossimo marzo al settembre 2016 mediante il c.d. quantitative easing. E sarebbe molto più efficace.

Se non lo si fa, non è per una fantomatica questione morale, secondo cui il debitore deve pagare - sempre e comunque - il creditore (i precetti cristiani dicono in verità un’altra cosa, provate a recitare il Padre Nostro), né per rigidi e severi principi economici (non esistono pasti gratis):  il danno di un mancato pagamento per la Germania e la Francia sarebbe pari al 2% del pil e al 2,3 per l’Italia. Se non lo si fa, è perché si vuole che sia compresso il ruolo del settore pubblico  (tanto in Grecia, quanto in Italia, in Spagna, Portogallo, Irlanda e, se fosse il caso, anche in Francia).

I creditori possono esser pagati oggi come lo potevano nel 2010.  Ma l’odio per l’intervento dello Stato in economia condiziona "gli aiuti" all'attuazione delle "riforme strutturali": la BCE paga i tuoi creditori solo se tu Stato ti ritiri dall'economia, solo se vengono tagliati gli stipendi e i servizi pubblici (e se questi non possono essere tagliati, se vengono privatizzati). Queste sono “le riforme” che vengono imposte, non la lotta agli sprechi o la corruzione.

Non si combatte la corruzione tagliando del 25% le retribuzioni, né si riducono le inefficienze del settore pubblico aumentando l’iva o le accise. Ma queste sono le misure che sono state introdotte dalla troika in Grecia (e per interposti governi in Italia e negli altri paesi coinvolti dalla crisi) ed hanno come un unico scopo quello di cancellare l’idea che lo Stato possa essere utile per sostenere l’economia e il benessere dei cittadini. 

sabato 31 gennaio 2015

Le ricette irrealistiche e sbagliate di Alberto Quadrio Curzio

La via per risolvere il problema greco non è una nuova ristrutturazione del debito ma un rilancio dell'occupazione e della crescita sia con un piano di investimenti pubblici finanziati e governati in modo commissariale dalla Ue sia con condizioni favorevoli agli investimenti esteri.  
 Questo è ciò che scrive Alberto Quadrio Curzio su Il Sole 24 Ore di oggi. Ed è paradossale che a nemmeno una settimana dalle elezioni greche si abbia il coraggio di invocare il commissariamento del nuovo governo che ha ricevuto un chiaro mandato per por fine alle politiche di austerità imposte dalla troika negli ultimi anni. Ciò dimostra il grado di democraticità di questi personaggi e l’alta considerazione che hanno della volontà popolare.

Per di più la sua “soluzione” è irrealistica su entrambi i fronti del problema. Perché non solo Tsipras ha detto molto chiaramente che non dialogherà con la troika, in quanto non ha alcuna legittimità istituzionale anche rispetto ai Trattati (a cui vengono continuamente richiamati  i greci), ma anche perché non trova conforto neppure dall’altro lato, ovvero dalla Germania, come quando Quadrio Curzio invoca 
gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali finanziati con iniziative europee potenziate e che abbiano, nella misura in cui lo siano a scala nazionale, maggiori flessibilità di bilancio. Bisogna anche rilanciare con forza la proposta degli eurobond (da emettere tramite lo ESM modificato) anche per assorbire una parte dei debiti pubblici della eurozona

Se fa riferimento al cosiddetto piano Juncker,  l’iniziativa finanziaria europea per gli investimenti e le infrastrutture appare alquanto depotenziata, dato che i fondi realmente messi a disposizione sono 21 contro i 315 annunciati.

Quanto agli eurobond, per quante volte si vuole sentirsi dire dalla Germania  di no e che non hanno alcuna intenzione di condividere in nessun modo i debiti pubblici?

Le soluzioni indicate da Quadro Curzio non sono quelle giuste e certamente sono alquanto velleitarie, più ancora delle intenzioni del governo greco.

giovedì 29 gennaio 2015

Prestiti nell'eurozona al settore privato a -0,4%; Depositi +1,3 (-2,2 in Grecia)

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Il 2014 si chiude con i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano in calo dello 0,4% rispetto al dicembre 2013.

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che diminuiscono dell'1,3%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,3), con i mutui per l'acquisto dell'abitazione praticamente fermi al livello di fine 2013 (-0,1).


Il calo dei prestiti al settore privato è un po' più accentuato in Italia (-0,8%), con i prestiti alle SNF che calano ad un ritmo del 24%. Minore ma non trascurabile è il rientro chiesto alle famiglie (-0,9%). Certamente avviene ad un passo triplo a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.


Il calo dei prestiti si accompagna ad una crescita dei depositi del settore privato della zona euro dell'1,3%, con una preferenza per i conti più liquidi,  dato che i depositi a vista aumentano di oltre l'8% a scapito di forme di deposito a più lungo termine. In Italia i conti correnti aumentano quasi del 9% e del 7,3 in Germania.



Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre i depositi a vista, aumenta a fine 2014 del 7,8%. Ciò nonostante i prezzi al consumo segnano un calo a dicembre dello 0,2%.  



Corsa agli sportelli in Grecia?

Nei giorni scorsi sono apparsi degli articoli in cui si annunciava che in Grecia era iniziata "la corsa ai bancomat", in seguito alla crisi politica per la mancata elezione del presidente della Repubblica che avrebbe condotto alle elezioni anticipate e alla conseguente probabile vittoria di Syriza (come è in effetti avvenuto). I dati rilasciati dalla BCE ufficializzano un calo dei depositi di 5,6 miliardi ad opera principalmente del settore business interno per 2,8 miliardi e per 1,8 ad opera delle famiglie. Gli investitori dell'area euro, prevalentemente del settore bancario, hanno ritirato quasi un miliardo.



Il calo dei depositi, pari al 2,2% rispetto al dicembre 2013, dimostra che per quanto consistente non è così drammatico come si vuole far supporre. In una prospettiva storica, appare quasi insignificante (nel luglio 2012 fu di oltre il 22%). 


Considerando le variazioni annue risulta anche inferiore a quanto avvenuto nel gennaio e febbraio 2014.


venerdì 16 gennaio 2015

Disoccupazione effettiva in Italia al 25,5% nel terzo trimestre 2014

Lo certifica Eurostat quando si tenga conto, oltre dei disoccupati ufficialmente censiti, anche di chi ha dovuto accettare un part-time ma desiderava lavorare a tempo pieno, nonché di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione ma sono disponibili a lavorare. E' la definizione più estesa di disoccupazione, quella che fa emergere per l'Italia più sfiduciati (3,7 milioni) che disoccupati ufficiali (3 mln.) e che innalza il relativo tasso di disoccupazione dall’11,8 al 25,5% della forza lavoro potenziale.


Peggio di noi i paesi che di volta in volta ci vengono proposti quali modelli per avere seguito le  politiche di austerità, ovvero la Spagna, che ha una disoccupazione effettiva superiore al 34% e la Grecia, ove si supera il 32%.

Nella zona Euro il tasso di disoccupazione effettivo è poco al di sotto del 20% e coinvolge oltre 33 milioni di persone.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

_________

(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

mercoledì 8 ottobre 2014

La Grecia rivede la luce

Così titola il Giornale.it, riprendendo le parole del governo greco. 

Dopo la Spagna è arrivato il turno della Grecia. Un altro paese massacrato dalla troika che ci viene portato come modello perché quest'anno il pil aumenterà dello 0,6% e del 2,9 l'anno prossimo.

Peccato che dal 2007 l'economia ellenica abbia perso più del 23% del suo pil. Anche se tornasse a crescere del 2,9 nel 2015, i redditi delle famiglie e delle imprese greche sarebbero comunque inferiori a più del 20% in termini reali rispetto a sette anni fa.


E' la luce che c'è dopo essere risaliti di 150 metri in una miniera profonda 1 chilometro.

mercoledì 17 settembre 2014

Le balle di Luca Ricolfi

Su “La Stampa” di oggi, nell’editoriale di Luca Ricolfi, si può leggere questa frase, a proposito del “giusto” confronto tra i modelli del mercato del lavoro italiano e spagnolo: 
  
Il confronto vero va fatto sul numero di occupati, non sui tassi di disoccupazione. Ebbene, nel 2013 il tasso di occupazione spagnolo, a dispetto di anni di austerity, era più alto di quello italiano, e questo nonostante in quello italiano siano inclusi tutti i lavoratori in cassa integrazione. 
  
Questa affermazione è falsa. 
  
Prendendo i dati di Eurostat è facile accorgersi che il tasso di occupazione (ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa) in Spagna non solo è inferiore a quello italiano (e questo fin dall’inizio del 2012), ma che è sceso durante la crisi assai di più del nostro paese. Tra il 2007 e il primo trimestre di quest’anno, il tasso di occupazione spagnolo è crollato di oltre 10,5 punti percentuali (dal 65,3 al 54,7%) contro i meno di tre punti del corrispondente tasso italiano (dal 57,9 al 55,1%). 



Questo non è per nulla consolatorio e non significa affatto ricalcare le posizioni 

di Tremonti e Berlusconi nel 2008-2011, quando dicevano che, a differenza di altri Paesi, l’Italia tutto sommato aveva tenuto, restava un Paese solido, eccetera eccetera. 
  
Significa solo che chi propone il modello spagnolo sta auspicando una crescita ulteriore della disoccupazione per il nostro paese. E non vedo come questa prospettiva possa essere positiva per gli italiani.  

giovedì 14 agosto 2014

I "successi" del modello spagnolo

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco

* Dal 2007 al 2013 l'occupazione è crollata del 16,7%, ovvero 3,4 milioni di persone hanno perso il lavoro.

* I disoccupati sono passati dall'8,1 al 25,8%, vale a dire che sono passati da 1,8 a 6 milioni di persone

* Il pil è sceso in termini reali del 6,7% rispetto al 2008. 



Aggiornamento del 12/9/2014

Qual è il successo di un modello che tra il 2007 e il 2014 ha creato il più alto incremento di giovani disoccupati?

cliccare per ingrandire

mercoledì 18 giugno 2014

Il Pil pro capite dell'Italia nel 2013 scende sotto la media Ue

Fonte: Eurostat

Nel 2013 il pil pro capite dell'Italia espresso in parità di poteri d'acquisto è sceso sotto la media dell'Unione Europea.