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martedì 14 gennaio 2014

Salari, produttività e "riforme strutturali"


Paolo Pini illustra le "raccomandazioni" della BCE e della UE in tema di contrattazione salariale e "riforme" del mercato del lavoro.

In Giappone è tornata l'inflazione
In Giappone, invece, le riforme per uscire dalla deflazione puntano su un aumento dei salari.

mercoledì 20 novembre 2013

La Germania Egoista

Fonte: Elaborazioni su dati Ocse


Anche nel 2013 gli Stati Uniti sono stati il maggior volano alla crescita economica mondiale. L’Ocse stima che il deficit delle partite correnti, pur ridotto di circa 20 miliardi rispetto al 2012,  resti ampiamente sopra i 400 miliardi di dollari. Dal 2004 un sostegno al commercio mondiale è venuto anche dai maggiori paesi in via di sviluppo (senza contare Cina ed economie asiatiche più dinamiche). La loro domanda netta verso il resto del mondo è passata da 6,6  ad oltre 275 miliardi di dollari. 



I maggiori beneficiari della crescita mondiale restano i paesi produttori di petrolio, che vantano un surplus di oltre 780 miliardi di dollari. Segue la zona Euro che ha portato l’avanzo delle partite correnti a 330 miliardi di dollari, oltre 100 in più sul 2012 (+44,6%). Si affidano alla crescita estera anche la Cina (surplus di 208 miliardi) e le economie asiatiche più dinamiche (ovvero Taiwan, Hong Kong, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam), con un avanzo di quasi 140 miliardi. Il Giappone ha ridotto progressivamente la propria dipendenza dalle esportazioni.

In un’ottica di lungo periodo, gli andamenti cumulati delle partite correnti mostrano gli Stati Uniti come il principale volano alla crescita della domanda mondiale, a tutto vantaggio delle altre principali aree economiche. Tale ruolo deve competere giustamente al paese che possiede una valuta accettata internazionalmente nei rapporti economico-finanziari.


Ruolo che non può essere giocato dagli altri paesi che hanno visto aggravare le partite correnti. Un deficit persistente non solo brucia riserve valutarie, ma comporta un crescente indebitamento estero, che espone agli shock finanziari. Tra i maggiori paesi, il Brasile, la Turchia e l’India sono i paesi più esposti. Preoccupante anche l’indebitamento del Messico.


Il Sudafrica può prendersi una certa libertà perché può contare sulla produzione mineraria di oro, mediante la quale si  procura la valuta estera necessaria per pagare il proprio fabbisogno; ma non può evitare la svalutazione strisciante della propria valuta (come avviene al dollaro).

Anche il Regno Unito, per quanto la sterlina non possa essere paragonata al dollaro, possiede una valuta accettata internazionalmente. E come gli Usa può rimanere ragionevolmente in deficit, senza subire gli shock dei mercati finanziari, salvo la progressiva svalutazione della propria moneta.


Se gli USA e in proporzione il Regno Unito fanno la loro parte per sostenere la crescita mondiale, così non si può dire per l’area Euro, dato che con i sui surplus sottrae domanda al resto del mondo. Le accuse rivolte nei giorni scorsi dal Tesoro americano e riprese da Paul Krugman sono quindi fondate. 



Ma il grafico qui sopra mette in luce un altro aspetto, relativo alla Germania e agli altri paesi dell’area dell’euro. I paesi “periferici”, ovvero Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, dal 2008 hanno ridotto – volenti o meno – i propri squilibri nei conti con l’estero (e con esso l’indebitamento estero), tanto da ritornare in pareggio. Ma questo aggiustamento non ha intaccato il surplus “eccessivo” della Germaia, che è rimasto stabilmente sopra i 200 miliardi di dollari (il 7% del pil; la Cina è al 2,3). Ciò vuol dire che la contrazione della domanda dei PIIGS, che inevitabilmente si riflette in un calo delle esportazioni tedesche nell’area euro, è stata compensata estendendo il surplus verso il resto del mondo. In tal modo, però, si contribuisce a deprimere la domanda mondiale e si va al traino della crescita degli altri paesi. I quali, a differenza della Germania, non possono contare su una valuta come l’euro.

In altri termini, la Germania non collabora con gli Usa (e il Regno Unito) ad adempiere al proprio ruolo di “domanda di ultima istanza”, contribuendo ad aggravare lo squilibrio degli altri paesi più deboli (sia in termini valutari che industriali), ovvero esporta disoccupazione. E la esporta non solo all’esterno, ma anche all’interno dell’area euro, con l’imposizione delle politiche di austerità che comprimono la domanda, senza che migliori per questo la competitività dei paesi "periferici".

venerdì 26 aprile 2013

Il Giappone secondo Zingales

Il 6 novembre scorso  commentavo l'intervento di Zingales sul Giappone. Ora il noto economista ritorna sull'argomento: Perchè il Giappone  non ci insegna niente.

Quello che si può notare è il cambiamento delle sue profezie: sei mesi fa prevedeva per il Sol Levante la stessa fine della Grecia; oggi si limita a dire che non vi è nulla da imparare dalla politica monetaria della BOJ, soprattutto per l'Italia.

Senonché, la Grecia è il simbolo del fallimento della politica economica europea,  tanto che ha innescato i timori - tutt'altro che superati - di un dissolvimento dell'euro. Mentre il Giappone, nonostante un debito pubblico superiore al 200%,  non deve affrontare alcuna crisi finanziaria o di solvibilità.

La Grecia, la Spagna e l'Italia hanno dovuto subire un'impennata dei tassi di interesse, nonostante abbiano un debito pubblico assai inferiore a quello giapponese.

Aumento che non c'è stato in Giappone, nonostante le profezie di Zingales, per il quale  una monetizzazione del debito avrebbe indotto i mercati a chiedere un aumento dei rendimenti per compensare il rischio di inflazione e svalutazione. Peccato che nel frattempo i tassi decennali siano scesi dallo 0,8 allo 0,6%.

In questa evoluzione  non vi è nulla di arcano: la politica monetaria espansiva riduce i tassi di interesse (è noto a tutti gli studenti di economia del primo anno). Ma i liberisti preferiscono terrorizzare e profetizzare.

Abbandonato lo spauracchio della Grecia, Zingales ora ci dice che stampare moneta non risolverà i problemi del Giappone, quali il clientelismo e l'inefficienza dei servizi, ivi inclusi quelli pubblici. 

Tuttavia,  se il clientelismo che affligge il Giappone (e l'Italia) non si può risolvere con la politica monetaria, non si può risolvere nemmeno con le "riforme" invocate da Zingales, poiché non v'è riforma che possa migliorare la situazione innanzi ad una classe politica screditata e corrotta.

Ma nessuno sano di mente penserebbe di risolvere il clientelismo, la corruzione o l'inefficienza dei servizi pubblici con la politica economica, per la semplice ragione che non è compito  della politica monetaria o di bilancio. L'obiettivo a loro assegnato è di contrastare la recessione,  pur sapendo che gli strumenti a disposizione potrebbero non essere efficaci al 100% e che i risultati potrebbero non realizzarsi nei tempi desiderati. Ma non fare nulla, innanzi ad una recessione che dura da almeno un decennio, sarebbe da folli o da liberisti. Una distinzione che diventa ogni giorno che passa sempre più evanescente.   

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martedì 29 gennaio 2013

In Cina la distribuzione del reddito è più disuguale che in Italia

Il videografico dell'Economist riporta l'indice di concentrazione  del Gini calcolato sui redditi di alcuni paesi a confronto con quello cinese.
Tale indice va da zero (ove si avrebbe la minima concentrazione, ovvero una eguale distribuzione dei redditi) ad 1 (ove si avrebbe la massima concentrazione, ovvero un solo soggetto avrebbe tutto il reddito).
In Cina, l'indice del Gini sarebbe di poco inferiore a 0,5. Secondo la Banca d'Italia, nel nostro paese sarebbe 0,35. Vi sarebbe quindi una distribuzione del reddito meno disuguale rispetto al paese asiatico. 
La distribuzione del reddito italiano sarebbe più o meno simile a quella del Regno Unito, dell'India, del Giappone e dell'Egitto. La distribuzione del reddito della Svezia (poco più di 0,25) sarebbe la migliore.

Stephen Roach, Ultimo atterraggio morbido per la Cina?

sabato 26 gennaio 2013

Riccardo Realfonzo, La favola dell'austerità espansiva.
Una risposta ad Alesina e Giavazzi

Paul KrugmanL'uomo «sbagliato» sta dando gli stimoli giusti
sulle decisioni economiche del nuovo governo giapponese

martedì 6 novembre 2012

I liberisti non sopportano il Giappone

Il Giappone è un pugno nello stomaco dei liberisti. Luigi Zingales su “il Sole 24 Ore” si arrampica sugli specchi per dire che se oggi il Giappone non è come la Grecia  lo diventerà presto.
Il Giappone ha un debito pubblico superiore al 230%. Ciò nonostante non vi è alcuna crisi finanziaria; a differenza di quanto avviene  non solo in Grecia, ma anche in Italia e addirittura in Spagna (ove ancora oggi il rapporto debito/pil è inferiore a quello tedesco).
Il governo giapponese paga sui titoli pubblici decennali lo 0,8% annuo, quasi la metà di quanto pagano i “virtuosi” tedeschi.
La ragione di questa presunta anomalia sta non solo nel fatto che il debito è prevalentemente interno, ma soprattutto nell’intervento della Banca centrale giapponese (BOJ).

Secondo Zingales, l’evoluzione demografica che attende il Giappone dovrebbe ridurre le capacità di risparmio, inducendo il paese ad indebitarsi sui mercati internazionali. Quando ciò avverrà, anche il Giappone sarà chiamato a pagare tassi di interesse più alti.

Ovviamente non vi è nessuna legge economica, nemmeno nei testi su cui ha studiato Zingales,  che possa obbligare il Giappone a far ricorso all’indebitamento estero. Come la BOJ interviene oggi, potrebbe benissimo continuare ad intervenire anche domani. Se così è, la tesi che propugna Zingales di un aumento dei tassi di interesse non ha alcun fondamento. Tanto che cade in un non senso logico, quando scrive:

Il Giappone può monetizzare il proprio debito. Ma nel momento in cui il mercato realizza che questo succederà, il costo del debito aumenterà per compensare creditori internazionali del rischio di inflazione/svalutazione.

Se il Giappone continuerà ad avvalersi della BOJ, non vi sarà motivo per compensare creditori internazionali” e quindi non vi potrà essere il rischio che Tokio finisca come la Grecia.  La quale è nella situazione drammatica che conosciamo proprio perché alla BCE è impedita la possibilità di acquistare i titoli degli stati che hanno aderito alla valuta comune europea.