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sabato 6 febbraio 2016

L'immotivato entusiasmo del Sole 24 Ore per i prestiti alle imprese

Fonte: BCE


Il Sole 24 Ore di oggi pubblica in fondo alla pag. 4  un articolo da cui trasuda da tutti i pori della carta color salmone l'entusiasmo per una presunta ripresa, dopo sei anni, dei nuovi prestiti alle imprese.

Al secondo paragrafo si può leggere che nel 2015 i nuovi prestiti sarebbero arrivati a "quota 450,4 miliardi di euro".

Neanche un dubbio sul fatto che - come lo stesso giornalista riporta verso la fine del suo pezzo - vi sia qualcosa che non quadra, dato che "l'intero stock di debiti bancari per le società non finanziarie" sia "poco meno di 800 miliardi" (sic!).

Si deve quindi pensare che nel solo anno 2015 sia stato erogato più della metà (il 56,2%) di tutti i prestiti in essere da almeno dieci anni a questa parte e forse più?

E' chiaramente irrealistico. Ma anche fosse, poiché l'indebitamento delle imprese  a fine dicembre dell'anno scorso era di oltre 800 miliardi, contro gli 814 dell'anno precedente, si deve concludere che quella massa di prestiti è stata aperta per ripagare a sua volta vecchi prestiti e che anzi il finanziamento per le imprese nel loro insieme è diminuito di oltre 13 miliardi. 



Infatti, secondo i dati della BCE i flussi netti (tra prestiti erogati e quelli estinti) nel corso del 2015 sono stati negativi per 11,8 miliardi.

Evidentemente la necessità di sostenere l'attuale quadro politico è più forte del dover raccontare la verità ai propri lettori, in maggioranza manager e imprenditori, di cui dice di essere l'organo di stampa ufficiale dell'organizzazione che li rappresenta.

mercoledì 8 ottobre 2014

La Grecia rivede la luce

Così titola il Giornale.it, riprendendo le parole del governo greco. 

Dopo la Spagna è arrivato il turno della Grecia. Un altro paese massacrato dalla troika che ci viene portato come modello perché quest'anno il pil aumenterà dello 0,6% e del 2,9 l'anno prossimo.

Peccato che dal 2007 l'economia ellenica abbia perso più del 23% del suo pil. Anche se tornasse a crescere del 2,9 nel 2015, i redditi delle famiglie e delle imprese greche sarebbero comunque inferiori a più del 20% in termini reali rispetto a sette anni fa.


E' la luce che c'è dopo essere risaliti di 150 metri in una miniera profonda 1 chilometro.

sabato 20 settembre 2014

Capitalismo feudale

"Il Sole 24 Ore" di oggi riporta in prima pagina un breve commento di Fabrizio Fourquet (f.f.) intitolato Equità.

Oltre l'80 per cento dei nuovi contratti oggi non solo non ha l'articolo 18 ma non ha nessuna delle tutele del contratto a tempo indeterminato. E soprattutto quattro giovani su 10 non trovano alcun lavoro. Questa è la realtà lì fuori. Chi non la vede si illude di difendere i lavoratori ma protegge in realtà una ridotta che sa sempre più di discriminazione. Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro (...)


In effetti esiste una discriminazione 

(da Wikipedia: La discriminazione consiste in un trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria) 

Ma da quando si risolve un trattamento ingiusto estendendolo a tutti, anziché rimuovendo la causa che  ha generato lavoratori con tutele differenziate? E' come se con l'apartheid, ove si nega il diritto di voto ai neri, si volesse risolvere la discriminazione negando il diritto di voto anche ai bianchi. Un'assurdità.

Ma a quanto pare in Italia è lecito dire qualunque scemenza senza che questo mini la credibilità di chi proferisce simili sciocchezze.

Se in Italia vi è un trattamento differenziato tra i lavoratori è perché si è avuta la brillante idea di creare assurdi contratti di lavoro precari. Ma costoro anziché ammettere di aver rovinato la vita alle ultime generazioni vogliono rovinare la vita degli italiani per i prossimi cento anni. 

Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro. Vero. E l'articolo 18 difende proprio questo diritto: il diritto di non essere cacciato dal proprio lavoro senza una giusta causa o un giustificato motivo. Andrebbe quindi esteso a tutti i lavoratori. Invece lo vogliono togliere a tutti. 

Ma in Italia le parole non hanno più senso e vengono stravolte: avere dei diritti sul posto di lavoro è fatto passare per un privilegio e si fa credere che abolendo il privilegio (ossia il diritto del lavoratore a non essere licenziato senza una giusta causa) si compia un atto di giustizia e di uguaglianza, di equità. Peccato che in tal modo si lasci tutti i lavoratori indifesi alla mercé degli imprenditori. 

Zitti e lavorare. Se vi va, bene. Se no, fuori dai coglioni. 
Questo è il rapporto di lavoro. 

Un ritorno alle origini del capitalismo, quando era appena uscito dal feudalesimo. 

mercoledì 17 settembre 2014

Le balle di Luca Ricolfi

Su “La Stampa” di oggi, nell’editoriale di Luca Ricolfi, si può leggere questa frase, a proposito del “giusto” confronto tra i modelli del mercato del lavoro italiano e spagnolo: 
  
Il confronto vero va fatto sul numero di occupati, non sui tassi di disoccupazione. Ebbene, nel 2013 il tasso di occupazione spagnolo, a dispetto di anni di austerity, era più alto di quello italiano, e questo nonostante in quello italiano siano inclusi tutti i lavoratori in cassa integrazione. 
  
Questa affermazione è falsa. 
  
Prendendo i dati di Eurostat è facile accorgersi che il tasso di occupazione (ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa) in Spagna non solo è inferiore a quello italiano (e questo fin dall’inizio del 2012), ma che è sceso durante la crisi assai di più del nostro paese. Tra il 2007 e il primo trimestre di quest’anno, il tasso di occupazione spagnolo è crollato di oltre 10,5 punti percentuali (dal 65,3 al 54,7%) contro i meno di tre punti del corrispondente tasso italiano (dal 57,9 al 55,1%). 



Questo non è per nulla consolatorio e non significa affatto ricalcare le posizioni 

di Tremonti e Berlusconi nel 2008-2011, quando dicevano che, a differenza di altri Paesi, l’Italia tutto sommato aveva tenuto, restava un Paese solido, eccetera eccetera. 
  
Significa solo che chi propone il modello spagnolo sta auspicando una crescita ulteriore della disoccupazione per il nostro paese. E non vedo come questa prospettiva possa essere positiva per gli italiani.  

sabato 17 maggio 2014

Spagna, (in)successo delle riforme

Il Sole 24 Ore di oggi pubblica un articolo che vorrebbe mostrare il successo delle "riforme". Riforme che - occorre dirlo? - riguardano il mercato del lavoro. 

La prova tangibile  di questo successo viene illustrata da un grafico, dal quale si evince che il pil spagnolo passa da un calo dello 0,1% registrato circa un anno fa al +0,4 del primo trimestre di quest'anno (rispetto al trimestre precedente). Spettacolare!

Ma - scusate - dall'inizio della crisi, di quanto è caduto il pil? Secondo Eurostat è crollato del 7,4%. 

Ed ora dov'è arrivato? a -6,9%. Ed è questo il successo delle politiche economiche euro-spagnole?


Si noti poi che il quotidiano confindustriale intitola il riquadro dedicato alla Spagna con "Più flessibilità nel mercato del lavoro". Ma quali sono stati i risultati di questa maggiore flessibilità? E' sparita la disoccupazione? 

Manco per sogno. La percentuale dei disoccupati, sempre secondo Eurostat, è passata dall'8 ad oltre il 25%. 


Direi che spacciare come vincenti simili risultati è semplicemente pura disinformazione. 

lunedì 13 gennaio 2014

Quelli che tagliando la spesa pubblica

Paul Krugman nel suo blog riporta il seguente grafico


ove si riporta la variazione percentuale della domanda pubblica reale (Change in G) e la variazione della domanda del settore privato, tra il 2009 e il 2013.

E' sufficientemente evidente che le politiche di austerità (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia) riducono i redditi del settore privato e che le politiche di bilancio quando sono espansive (Germania, Finlandia, Austria, Francia e Belgio) li accrescono? 

Eppure non si fa altro che dire che occorre tagliare la spesa pubblica per ridare spazio alla crescita del settore privato. E' come continuare a dire che il sole gira intorno alla terra, nonostante sia scientificamente falso.

Banalità, luoghi comuni e fede ideologica albergano, come ai tempi di Galileo,  nelle stanze del potere. Ma poiché non stiamo parlando di fenomeni lontani da noi 150 milioni di chilometri, il loro operato sulla vita della gente si vede. 

Aggiornamento delle 10:00
Su Omnibus, talk show mattutino in onda su La7, il giornalista de il Sole 24 Ore ospite del programma ci ammonisce che non possiamo sforare il 3% non tanto perché ce lo vieta l'Europa, ma perché non possiamo ignorare la reazione dei mercati. 

Vediamo quindi se i tassi sui titoli pubblici decennali sono influenzati dai deficit di bilancio.



Direi che vi sono numerosi paesi che hanno deficit di bilancio superiori all'Italia con tassi di interesse uguali o inferiori a quelli offerti dai BTP, ivi inclusi i paesi della zona euro, come Spagna, Francia e Olanda.

Immagino che a questo punto si tirerà in ballo il livello del debito pubblico. Ebbene l'Irlanda ha un rapporto debito / pil del 123,3%, non molto lontano dal nostro, ma ha un deficit doppio rispetto all'Italia, eppure i tassi sono inferiori. Per tacere poi del Giappone che, con un debito superiore al 240% del pil e un deficit triplo del nostro paga tassi inferiori a quelli tedeschi.  

Anche questo argomento dei "mercati finanziari" non ha quindi alcun fondamento, se non quello di provare a terrorizzare i telespettatori. 

Aggiornamento delle 22:20



Sullo spunto di questo tweet, che si riferisce agli Stati Uniti, ho recuperato i dati relativi all'Italia e l'ho integrato con il rapporto debito/pil.


E' evidente che il debito non ha alcuna relazione con i tassi di interesse (media dei rendimenti con scadenza superiore ad un anno), dato che questi oscillano tra il 3 e il 5% da un decennio, quale che sia il rapporto debito/pil (in forte crescita a partire dal 2008).

Quanto al deficit pubblico, vi può essere una correlazione, per quanto asincrona. Ma vi è una differenza non di poco conto con gli Usa. La Fed interviene e mantiene bassi i tassi di interesse se ciò è opportuno per rilanciare l'economia, e indipendentemente che vi sia un deficit o un surplus. L'Italia, invece, non può contare su un comportamento analogo da parte della BCE. Anzi, è forte l'impressione che l'Eurosistema usi i tassi per "disciplinare" i governi che si illudono di deviare dalle politiche fiscali che sono "consigliate". 

Peraltro dal 1992 il deficit di bilancio italiano è sostanzialmente imputabile proprio agli interessi pagati sul debito pubblico, avendo avuto sistematicamente degli avanzi primari. Sicché la correlazione è parzialmente inficiata dal fatto che è valutata su due aspetti dello stesso fenomeno.

sabato 30 novembre 2013

Tagliare gli extra-profitti, non la domanda pubblica

Anche oggi  Il Sole 24 Ore ci elargisce la solita sfilza di luoghi comuni, errori teorici e lessicali.

Per Alberto Orioli

per far progredire il paradigma di sviluppo dell'Italia (…) lo Stato deve arretrare dall'economia: tagli nella spesa pubblica, tagli nelle partecipazioni dirette e non delle società municipali, tagli nelle spese per acquisti di beni e servizi, uso più razionale degli spazi fisici destinati agli uffici, alienazione degli immobili.

Come si possa ottenere una crescita dell’economia mediante un taglio della spesa pubblica è ovviamente dato per scontato sulla base del più becero luogo comune: meno stato, più mercato. Peccato che gli acquisti di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni siano una domanda rivolta al settore privato. Una loro riduzione significa una riduzione delle vendite delle imprese! E per questa via non si ha alcuna crescita.

Sicuramente, dato che tutto si deve intendere per sottinteso, l’editorialista avrà voluto riferirsi ai classici “sprechi”. Bene. Sarebbe allora molto più convincente se dicesse che occorre tagliare gli extra-profitti del settore privato che si aggrappa alla mammella del settore pubblico. Sono sicuro che in casa confindustriale suonerebbe molto meno bene. Ma se vi sono sprechi e sovraprezzi negli acquisti pubblici, significa che vi sono extra-profitti nel settore privato. E non vi è ragione da parte del settore pubblico per favorire un’impresa privata, se non quello di ottenere un vantaggio “esclusivo” da parte di un funzionario pubblico o di un esponente politico colluso. Ma il quotidiano confindustriale sostiene questo governo e lo sprona ad essere più coraggioso nella politica economica. La Confindustria,  di cui Il Sole 24 Ore  è l’organo di informazione, fa parte di quel circolo ristretto che gode dell’ascolto dell’attuale maggioranza politica ed è in contatto quotidianamente con l’apparato burocratico al più elevato livello. Si crede veramente che spingano per tagliarsi gli extra-profitti?

Poi scrive:

Oggi l'Italia produttiva vive – unicum nel mondo – grazie a una sorta di "circolazione extracorporea" affidata alla domanda esterna con la (impossibile) funzione di sostituzione della domanda interna in continuo crollo verticale (la differenza mostrata dall'Istat tra fatturato estero e fatturato interno del settore manifatturiero italiano è ormai di quasi 30 punti, perchè il primo cresce del 12% e il secondo crolla del 15). Ma non potrà durare a lungo questa fase da tenda a ossigeno, anche perché chi vive di mercati esteri è il 20% delle imprese: il nodo della produttività bloccata da due decenni non trova soluzione se la pressione fiscale continua a superare il 45% (…). L'azione sul cuneo fiscale è ormai indifferibile per uscire dalla morsa di un doppio record negativo del costo lavoro tra i più alti dell'Ocse e della retribuzione netta tra le più basse dei Paesi occidentali.


Partiamo dalla fine: il “costo del lavoro tra i più alti dell’Ocse”. Un’altra affermazione non dimostrata. Guardando il seguente grafico, direi che il costo del lavoro per dipendente dell'Italia è leggermente sotto la media; è sicuramente più basso di quello francese, austriaco, olandese, belga e americano.


Ancora una volta, l’editorialista potrebbe riferirsi al costo del lavoro per unità di prodotto (clup). Ma il clup viene influenzato dalla domanda e dalla produzione. Se la produzione cala, se cala il pil, quand’anche il costo per dipendente restasse invariato, il clup aumenta! E in Italia la produzione industriale è scesa di oltre il 25% dal 2007 e il pil del 9% dal primo trimestre del 2008. Ma il pil è rimasto sostanzialmente invariato in Francia, è cresciuto di oltre il 2,5% in Germania e del 6% negli USA. E qual è stata la crescita del costo del lavoro? Ecco il grafico che riporta il livello al secondo trimestre di quest’anno rispetto al 2010.



E’ pertanto evidente che il problema della competitività italiana non è un problema di costo del lavoro. Ma un problema di carenza di domanda. Se non c’è domanda, non ci sono vendite. Se non ci sono vendite, non si produce. Se non si produce, la produttività crolla e l’azienda chiude.

Allora,  anche l’altro discorso, relativo al cuneo fiscale, è solo un palliativo. Non sarà in quel modo che si ridarà competitività alle imprese. Si potrà forse migliorare la redditività (che non è propriamente la stessa cosa della competitività), grazie alla riduzione della quota salari, ma non vi sarà nessun incremento di produttività se la domanda e la produzione non torneranno a crescere.

E sulla crescita della domanda non vi è sostanzialmente nulla nella politica economica di questo governo che possa dare l’impulso necessario per uscire dalla crisi.

Nel momento in cui la domanda privata langue, le politiche di austerità fiscale comprimono l’unica voce della domanda sotto il controllo delle autorità politiche ed economiche che potrebbe rilanciare l’attività economica. Ci affidiamo in tal modo all’ossigeno della domanda estera, di cui ne beneficiano però – come dice Orioli – poco più del 20% delle imprese.

Un atteggiamento che dimostra la rinuncia di questa classe dirigente a governare il paese e a tracciare un sentiero di sviluppo e crescita.

mercoledì 20 novembre 2013

La ripresa della Spagna

La Stampa di oggi riporta un'intervista al ministro dell'economia spagnolo, il quale sostiene - stando al titolo dell'articolo - che "Madrid torna a crescere grazie alla cura da cavallo".

In effetti il pil spagnolo del terzo trimestre è aumentato dello 0,1%. Peccato che nell'ultimo anno sia sceso dell'1,2 e del 7,4% rispetto al primo semestre del 2008 (soprassediamo sulla disoccupazione, che negli ultimi cinque anni è passata dal 9 al 26,6%).

Direi che la "cura" stia ammazzando il cavallo.

venerdì 15 novembre 2013

Stipendi spropositati e incrollabile fiducia

Ha molto indignato nei giorni scorsi uno studio dell'Ocse, secondo il quale il top dei dirigenti pubblici è quello meglio pagato tra i paesi avanzati.



Al di là di tutte le precisazioni (è espressa in dollari - ma anche quelle degli altri paesi sono in dollari - ed è relativa al 2011, quando a partire dal 2012 sarebbe stato posto un tetto), resta il fatto incomprensibile e scandaloso di quanto vengano retribuiti gli alti burocrati di Stato, per un servizio reso alla collettività che - come è ben noto a chi vive in Italia - è chiaramente insoddisfacente e talvolta paradossale.

Ma la cosa veramente sorprendente è l'incrollabile fiducia che gli italiani mostrano verso chi governa questo paese. Nonostante si sia sempre pronti a scandalizzarsi per gli stipendi spropositati, sotto ogni parametro, che vengono erogati agli alti dirigenti pubblici, i veri responsabili (ossia coloro che permettono con i loro atti legislativi questi scempi) conservano inalterata la fiducia dei loro concittadini. 


E' una fiducia, per la verità assai modesta, accordata da meno di un italiano su tre. Ma immutabile rispetto al 2007, nonostante gli scandali intervenuti a tutti i livelli (dai consiglieri regionali ai ministri) e nonostante una crisi che ha falcidiato il 10% del reddito reale delle famiglie e portato la disoccupazione dal 5,8 al 12,5%.

cliccare per ingrandire

Come è possibile che nonostante tutto questo la fiducia nel governo, per quanto bassa, non sia scesa ulteriormente?

La risposta ci viene da un altro grafico dell'Ocse, in cui si mette in relazione la fiducia al governo con quella accordata ai media.


Il grafico è diviso da una diagonale. Se un paese si trova al di sotto significa che i cittadini concedono maggiore fiducia ai media piuttosto che al governo. Se si trova al di sopra, la fiducia verso l'esecutivo è maggiore di quella accordata ai media (che dovrebbero fungere da "cani da guardia" dell'opinione pubblica).

Ebbene, nel 2010 la fiducia accordata al governo italiano era praticamente la stessa riservata ai media.  Ed è giusto che sia così, dato che il capo del governo (Berlusconi) controllava sia la televisione pubblica che il principale network televisivo privato. 

E poi dicono che le televisioni non contano. Ma intanto, grazie all'influenza sui principali mezzi di informazione, la fiducia  nel governo rimaneva solida come una roccia. Nonostante gli scandali e nonostante la crisi.

domenica 8 settembre 2013

A&G: gli obiettivi raggiunti a loro insaputa (e non è quindi necessario tagliare la spesa pubblica di 50 miliardi)

Dall'intervento del duo Alesina&Giavazzi sul Corriere di ieri si può leggere
avviando una riduzione graduale ma certa della spesa, che liberi, entro un triennio, 50 miliardi da destinare al taglio delle tasse sul lavoro: quanto serve per condurre il nostro cuneo fiscale (la differenza fra la busta paga del lavoratore e il costo per l'impresa) al livello tedesco.
Peccato che lo stesso giorno venisse pubblicato su Il Sole 24 Ore (p. 7) un grafico che riportava il peso della tassazione sul costo del lavoro in cui - secondo  i dati dell'Ocse - in Italia sarebbe del 47,6% contro il 49,8 della Germania.


Indubbiamente il peso sui redditi da lavoro non è basso, anzi. Ma è fenomenale che due "apprezzati" economisti non sappiano che l'incidenza fiscale su cui chiedono di intervenire sia già inferiore a quella tedesca e che pertanto "condurre il nostro cuneo fiscale (...) al livello tedesco" suoni piuttosto come  ... una minaccia. 

Di seguito la versione estesa dei dati Ocse:

Mentre su La Stampa di oggi Francesco Guerrera ritorna sulla balla di una tassazione sulle imprese al 68% (cifra che include i contributi sociali), salvo affermare una riga dopo che la pressione fiscale sui lavoratori (che include ovviamente anche i contributi sociali) è al 42% (c'è qualcuno che offre di più?), aggiungendo:"il doppio dell'Inghilterra" (che come si è visto non è al 21%).

Ecco come viene fatta l'informazione: à la carte (per chi non conosce il francese, a la caz..). I contributi sociali vanno bene sia per determinare la pressione fiscale sulle imprese che sui lavoratori. Il prelievo è unico, ma lo si conta due volte, a seconda della convenienza del momento.

E queste sarebbero le persone serie che pretendono di dare consigli di politica economica?


Aggiornamento del 24 settembre 2013

Il duo A&G ritorna oggi sul Corriere sostenendo che potrebbe essere tagliati 50 miliardi di spesa pubblica se si riduce il cuneo fiscale per un importo analogo, con l'idea di portarci sullo stesso livello della Germania.
 Il ministro del Lavoro Giovannini punta a una riduzione del cuneo fiscale (la differenza tra ciò che paga l'impresa e quanto va in tasca ai dipendenti) di 5 miliardi: ne servono 50 per portarlo al livello tedesco.
Un governo che avesse il coraggio delle proprie convinzioni, anziché rincorrere il 3% con aumenti di tasse, proporrebbe a Bruxelles una riduzione immediata della pressione fiscale di 50 miliardi, accompagnata da tagli corrispondenti, ma graduali della spesa, e riforme coraggiose da attuare nell'arco di un triennio. Il deficit supererebbe per un paio d'anni il 3%, come in Francia. Torneremmo sotto la sorveglianza europea, una ragione in più per garantire che tagli e riforme vengano davvero attuati.
Ma come è possibile scrivere queste idiozie? Come si può dire che il divario italo-tedesco consentirebbe di ridurre gli oneri sociali di 50 miliardi quando già ora quelli tedeschi sono più elevati di quelli italiani di ben 3,2 punti di pil? Con il pil tedesco, per di più, che è quasi del 70% più grande di quello italiano. 


Fonte: Banca d'Italia, Supplemento al Bollettino Statistico.

Inoltre, anche considerando gli oneri sociali per occupato, i tedeschi nel 2012 hanno versato 10.800 euro contro gli 8.763 dell'Italia (il 23,2% in più).

Fenomenale poi l'auspicio di essere commissariati, ovvero di sottrarre alla sovranità popolare l'autodeterminazione nella conduzione della politica economica, così come stabilito dalle regole democratiche che presiedono al governo del paese.

Ci manca solo che scrivano (come qualcuno ripete regolarmente) che  "l'Italia è il paese che amano" e  la cialtroneria è perfetta. 

sabato 24 agosto 2013

Il federalismo all'italiana e la matematica di Repubblica

La CGIA di Mestre ha pubblicato uno studio secondo cui la spesa pubblica è cresciuta dal 1997 ad oggi del 68,7% e individua tale incremento nel modo in cui è stato realizzato il “federalismo all’italiana”.


L’atto di accusa dell’associazione degli artigiani e delle piccole imprese è fondato. Limitandoci al periodo 1997-2012 (loro giungono al 2013 mediante una stima), la spesa pubblica al netto degli interessi è aumentata per il complesso delle amministrazioni pubbliche (AAPP)  del 65,8%. Tuttavia questo è un incremento che incorpora l’aumento dei prezzi per i beni e i servizi acquistati dalle AAPP. Nello stesso periodo l’inflazione è stata del 39,5%, sicché la crescita reale della spesa pubblica è stata del 18,9 (ovvero dell’1,2% annuo).

Ma chi ha contribuito a questo aumento (nemmeno tanto eccezionale)? L’Istat fornisce una suddivisione dei conti pubblici tra amministrazioni centrali, locali ed enti di previdenza.

Le amministrazioni centrali hanno aumentato la spesa del 46,8%, ovvero del 5,2% in termini deflazionati, nell’arco di 15 anni (+0,3% annuo).

Gli enti di previdenza del 59,2  che scendono al 14,1% al netto della crescita dei prezzi (ovvero dello 0,9 annuo). Per di più, le prestazioni pensionistiche sono strettamente connesse all’invecchiamento della popolazione (gli ultra 65enni sono aumentati tra il 1997 e il 2011 del 26,9%), sicché la variazione procapite reale è in realtà diminuita nel periodo considerato di almeno il 10%.

Abbiamo infine le amministrazioni locali, le quali hanno accresciuto la spesa del 72,6% e del 23,7 al netto dell’inflazione (+1,4 all’anno). Se andiamo a vedere in dettaglio le  voci di spesa, al contrario di quanto si potrebbe pensare, i redditi dei lavoratori pubblici delle amministrazioni locali sono aumentati meno dell’inflazione (37,5 contro 39,5), sicché in termini reali sono scesi dell’1,4% rispetto al 1997. Sono invece più che raddoppiati gli acquisti di beni e servizi richiesti al mercato (ovvero alle imprese e a taluni “consulenti”). Una volta che sono stati deflazionati la crescita supera il 50%. Ed è difficile non pensare che in questi “acquisti” e “servizi” non vi siano sprechi e altri fenomeni di malaffare che impattano sui conti  pubblici. Ma questo è il risultato del “federalismo all’italiana”, come dice la CGIA di Mestre.

Vediamo come questo studio viene presentato dal sito di Repubblica:



L’accento viene spostato sull’aumento della spesa pubblica, lasciando intendere che è eccessiva e deve essere tagliata (vi lascio immaginare l’impatto sulla domanda e sull’occupazione).

Vorrei invece farvi notare la perla di questi giornalisti “economici” (nel senso che valgono poco): 

“Come si è arrivati ad indebitarsi per un valore pari a 130 volte il proprio prodotto interno lordo?”.


130 volte?
Non sanno distinguere il 130% da 130 volte?
Il 130% vuol dire 1,3 volte il pil non 130 volte!

Così è se vi pare (ma  per i "giornalisti" la matematica è un’opinione).

sabato 20 luglio 2013

I liberisti monopolisti

Alberto Bagnai è convinto che il ministro del Tesoro Saccomanni stia utilizzando il “metodo Juncker”. Ovvero si lancia un’idea (la privatizzazione di asset pubblici), si vede l’effetto che fa e la si smentisce subito dopo, ma intanto si prosegue a lavorare in quella direzione, dando il tempo di digerire il rospo e realizzandola alla prima occasione utile.

Per il quotidiano della Confindustria, Saccomanni - intervistato da organi di informazione internazionali - non ha voluto fare la figura dello “statalista”.

E’ solo questione di “bon ton”? Per niente. L’editoriale de “Il Sole 24 Ore” di oggi dice chiaramente in quale direzione si debba andare: lasciamo stare Eni, Enel e Finmeccanica, che agli attuali prezzi di borsa rischierebbero di essere svendute  (che bontà d’animo!). Si pensi piuttosto “al patrimonio di aziende controllate dal settore pubblico in sede locale. Si tratta di oltre 4mila società” che – per rafforzare le motivazioni – sono “spesso malgestite e feudi della politica locale tra malaffare e vera propria corruzione”.

Sembrerebbe che il nostro paese sia in mano a dei gangster e che tutti i comuni italiani siano governati o da delinquenti o da corrotti. Che vi sia clientelismo e corruzione nella vita politica, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, non vi è ombra di dubbio. Ma quella locale – a differenza di quella nazionale, ove l’elettorato ha riconfermato più volte gli stessi discutibili personaggi, lasciandosi persuadere che fossero oggetto di persecuzioni giudiziarie - ha avuto almeno il merito di cambiare gli uomini chiamati a gestire le comunità locali (Formigoni è stato “promosso” parlamentare, come pure la Polverini, che non sapeva che i consiglieri della sua maggioranza spendessero in feste e champagne i soldi pubblici; mentre Alemanno è stato accompagnato alla porta).

La recente tornata elettorale, nonostante la bassa affluenza, ha avuto l’indubbio merito di “rinnovare” buona parte delle amministrazioni locali. Insediati da poco più di un mese, si può forse già dire che sono tutti corrotti? Direi che è eventualmente più facile cambiare l’amministrazione inefficiente di un’azienda comunale che non l’assetto proprietario di una società come RCS (almeno stando alle lamentele di Della Valle), che negli ultimi due esercizi ha perso complessivamente più di 830 milioni di euro.

Ma l’argomento forte del quotidiano confindustriale è ovviamente il ritornello liberista: “Privatizzare queste società significherebbe rimpinguare le casse asfittiche degli enti locali e nello stesso tempo aprire il mercato, dando una grande spinta all’economia e agli investimenti in sede locale. Tre benefici in uno: meno debito nel settore pubblico, più benzina nel settore privato, servizi più efficienti per i cittadini”.

Prendiamo allora ad esempio le aziende che erogano l’acqua, prevalentemente a gestione pubblica locale.

La loro privatizzazione non costituisce affatto un’apertura del mercato, dato che per l’intrinseca natura dei servizi prestati, finirebbe sotto un monopolio privato. Per i liberisti da strapazzo, è forse utile sapere che concorrenza vuol dire la possibilità da parte dei consumatori di poter rivolgersi a diverse aziende che offrono lo stesso prodotto o servizio, al miglior prezzo possibile. E dato che è assurdo pensare che le famiglie si dotino di diversi contatori dell’acqua per utilizzare quella erogata dall’azienda al momento più conveniente, il passaggio da una società pubblica ad una privata porterebbe ad un monopolio, tipologia di mercato tutt’altro che aperta ed efficiente. Il monopolista privato potrebbe fissare le tariffe a sua discrezione e non avrebbe motivi di migliorare il servizio, dato che le famiglie sarebbero comunque costrette, per avere l’acqua in casa, a rivolgersi all’unica azienda che in quel territorio offre quel servizio. E non avrebbe modo di poter cambiare. Un’azienda pubblica, invece, se alza le tariffe o lascia deteriorare gli impianti, provocando dei disservizi, dovrà fare i conti con i cittadini, i quali potranno cambiare gli amministratori alla prima occasione.

Anche la raccolta dei rifiuti, se ceduta ad un’azienda privata, diventerebbe un monopolio, dato che potrebbe chiedere tariffe esorbitanti per espletare i servizi. D’altra parte, se questo settore fosse così vantaggioso (leggendo “Il Sole 24 Ore” si potrebbe pensare  che i privati non vogliano far altro che raccogliere rifiuti) che cosa impedirebbe ad un’azienda privata di entrare nel mercato? Faccia un’offerta per lo stesso servizio ad un prezzo più basso di quello dell’azienda locale e avrà sicuramente una domanda adeguata a soddisfare le sue ambizioni economiche.

Simili discorsi potrebbero essere fatti anche per le aziende dei trasporti locali: cosa impedisce di costituire linee di autobus alternativi a quelli pubblici, se si ritiene che siano un settore da cui sia possibile trarre un profitto? In realtà non è raro trovare aziende private di trasporti che restano in piedi solo grazie ai contributi pubblici (un modo assai curioso per intendere l'imprenditorialità privata e l'apertura dei mercati). 

La verità è che questi servizi hanno un senso per i privati solo se non vi è concorrenza, solo se sono esercitati in monopolio, ove possono applicare le tariffe che vogliono. Ma tutto questo è ben lontano dal rappresentare un’apertura del mercato e un servizio migliore ai cittadini.

Infine una considerazione, dedicata ai liberisti della domenica, sul rispetto che si deve alla volontà espressa dai cittadini nel 2011, quando con un referendum dissero molto chiaramente che i servizi pubblici dovevano rimanere pubblici. Si incominci a rispettare la democrazia, prima di spacciarsi per liberali o liberisti.

Resta la questione del debito pubblico. Quest’anno supererà il 130% del pil. Ciò è un problema solo se il paese non può contare sul fatto che lo Stato possa ripagare i propri debiti. In Giappone, il debito è oltre il 240%, ma nessuno mette in discussione la solvibilità del paese del Sol Levante. Perché essendo per lo più espresso in yen, lo Stato giapponese non corre il rischio di non poter far fronte ai propri impegni. Infatti, i tassi sui titoli decennali sono allo 0,8% (i “virtuosi” tedeschi pagano quasi il doppio, l’1,5%). L’Italia, invece, qualche anno fa, ha fatto l'amara scoperta che la valuta con cui emette i propri titoli, l'euro,  non è la valuta nazionale. Sicché, come la Grecia, l'Italia potrebbe correre il rischio di essere insolvente, se non avrà le garanzie  che solo la BCE può offrire. Il problema, quindi, non è il debito pubblico, ma la valuta in cui è emesso. E il nostro debito è al 100% in valuta straniera, su cui non abbiamo alcun potere di controllo o di intervento (stando così le cose).

Quanto agli sprechi, nessuno li auspica. Ma la spesa pubblica – che piaccia o meno ai liberisti – è una componente della domanda (in termini di redditi, servizi e investimenti pubblici) che concorre alla crescita del reddito nazionale. Tagliarla, pensando di ridurre l’indebitamento, significa ridurre il denominatore del rapporto debito / pil. Come è regolarmente avvenuto dal 2009 ad oggi: nonostante la spesa al netto degli interessi sia stata ridotta in termini reali del 4,6%, il debito pubblico è salito dal 116,4 al 132,7%. E lo dimostra ancor di più la Grecia che, nonostante le draconiane misure di austerità inflitte ai propri cittadini, non solo ha subito un default, ma il debito è balzato nuovamente al 175% e sembra prossima a chiedere una nuova rinegoziazione del debito.

C’è poco da fare: o la BCE diventa una vera banca centrale, come avviene in tutti i paesi, assicurando che i debiti saranno pagati nei tempi e nei modi convenuti oppure continueremo ad imporci questi assurdi sacrifici che non fanno altro che impoverire la gente, in termini di redditi e posti di lavoro persi, senza che il problema venga risolto (Grecia docet).

E alla fine, quando le cose saranno andate troppo avanti, quando le sofferenze diverranno non più sopportabili, l’uscita dall’euro sarà vissuta come una liberazione.

sabato 6 luglio 2013

Mentono sapendo di mentire

Ieri la Banca d’Italia ha pubblicato il bollettino dedicato alle principali voci dei bilanci pubblici dell’Unione Europea, dal quale risulta che la pressione fiscale italiana è una tra le più alte (al 44% nel 2012) e subito “Il Sole 24 Ore” di oggi non perde l’occasione per dire che le tassazione sulle imprese è del 68,3%.

Peccato che questo valore includa tra le tasse sulle imprese anche i contributi sociali pagati ai lavoratori. In realtà, come dovrebbe essere noto, gli oneri sociali sono un componente del costo del lavoro. E come tale non può essere per nulla assimilato ai profitti aziendali, in quanto redditi differiti spettanti ai lavoratori.

Se dal computo si tolgono i contributi  per i dipendenti, la vera pressione fiscale sulle imprese scende a meno del 25%, in linea con quella tedesca. Ci superano abbondantemente gli Usa (36,7%), il Giappone (32,6) e il Regno Unito (25,3).

Vi sono poi molti altri paesi che hanno una tassazione inferiore a quella italiana. Ma continuare a ripetere che le imprese in Italia siano tassate al 68% è una balla bella e grossa.





Un’altra balla diffusa a piene mani è il debito pubblico,  dipinto come il lupo cattivo, al quale imputare tutte le colpe della bassa crescita, sebbene la favoletta sia stata clamorosamente smentita (per errori teorici, metodologici e sorprendenti errori nelle impostazioni delle formule su Excel).

Ma “Il Sole 24 Ore” continua a diffondere l'idea che quando si supera “certi livelli il debito pubblico schiaccia la crescita”. Ora l’articolista si guarda bene dal dare precise soglie di riferimento (vista la figuraccia rimediata da Reinhart e Rogoff, per opera di un dottorando). Ma senza scomodare gli studi econometrici, vi sono palesi evidenze  che la crescita può sussistere anche con debiti pubblici elevati e che, semmai, l’aumento dell’indebitamento è molto spesso una conseguenza della recessione. D’altra parte, basta guardare all’economia più grande e più avanzata del pianeta, gli Stati Uniti: sebbene abbiano un debito pubblico vicino al 110%,  il pil  l'anno scorso è cresciuto del 2,2%  e quest’anno  si prevede che possa crescere dell’1,9. Viceversa, la zona Euro, ossessionata dal debito e dai conti pubblici, vedrà scendere il pil tra il 2011 e il 2013 di oltre un punto percentuale, sebbene abbia un debito poco sopra il 90%. 

Ma secondo l’articolista de “Il Sole 24 Ore” il problema del debito italiano sono gli interessi: superiori in rapporto al pil anche a quelli greci (5,5 contro il 5% ellenico). Cosa può terrorizzare di più gli italiani se non finire come la Grecia? Peccato che il debito greco sia di circa 300 miliardi di euro, mentre quello italiano sia di quasi duemila. Sicché dovrebbero essere i greci a preoccuparsi (dato che i tassi medi 2012 sui titoli decennali erano al 22,5% contro il 5,5 dei titoli italiani). Ciò detto, se i tassi dei GIPS (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo) sono stati mediamente superiori di quasi 10 punti percentuali ai tassi tedeschi lo si deve non a un debito pubblico elevato (il Giappone con un rapporto debito/pil del 240% paga tassi inferiori a quelli tedeschi (0,85 contro 1,72%), ma al fatto che nella zona Euro non si è voluto che la BCE fosse garante dei titoli pubblici emessi dagli Stati membri. In una situazione siffatta, i mercati finiscono per considerare i titoli della zona euro non come europei (dotati della garanzia della BCE), ma dei singoli paesi emittenti, con l’aggravante che gli Stati sono totalmente esposti ai mercati finanziari, privi di qualsiasi arma di difesa, se non il fallimento o l’uscita dall’euro. Due soluzioni che per essere accettate dagli investitori comportano dei premi per il rischio assai elevati. Ed è per questo motivo che i tassi dei paesi periferici sono più elevati di quelli tedeschi, sebbene il debito tedesco sia superiore ai duemila miliardi (quasi il doppio del debito greco e spagnolo messi insieme).

La soluzione non sta quindi nella riduzione del debito, ma nello sciogliere i nodi che hanno portato alla crisi dei debiti sovrani, ovvero nelle politiche economiche e nelle istituzioni che presiodono all'Eurosistema. Invece, con l'obiettivo di ridurre il debito mediante il taglio della spesa pubblica, non si fa altro che aggravare la situazione. Poiché come si è visto in questi ultimi anni, nonostante l’avanzo primario sia passato dallo 0,1% del 2010 al 2,5 dell’anno scorso, il debito pubblico è salito dal 119 al 127%, a causa della contrazione del pil (di quasi due punti) e dagli alti tassi di interesse, fatti pagare dai mercati  per aver rinunicato ad una BCE che fosse garante dei titoli pubblici europei.

Il taglio in termini reali  della spesa pubblica al netto degli interessi (-4,6% dal  2009) e l'aumento della pressione fiscale hanno contribuito ad aggravare la recessione. Quest’anno si prevede che il pil possa scendere di un altro 1,8% dopo il -2,4 dell'anno scorso. Non sorprende che il debito pubblico possa salire sopra il 130%.

Ma nonostante gli errori ormai evidenti, si persevera in politiche economiche sbagliate. Nel nome di ideologie liberiste, fallimentari  sotto tutti gli aspetti, si continua ad imporre politiche recessive che aggravano i problemi anziché risolverli e si ignorano volutamente i disagi inferti alle famiglie, in termini di redditi, imposizioni fiscali, tagli dei servizi pubblici, disoccupazione e precarietà. Mentono sapendo di mentire.

venerdì 3 maggio 2013

Le balle terroristiche di Santoro

Michele Santoro nella sua trasmissione “Servizio Pubblico” su La7 di ieri sera ha definito una sciocchezza l’uscita dall’euro, paventando disastri immani sui mercati finanziari qualora fosse intrapresa questa strada.

Nel merito della questione sono un “possibilista”, sebbene non sia un fervente adepto di Bagnai.
Ma il terrorismo di Santoro non ha alcun fondamento e le sue esternazioni sono totalmente infondate.

Chi propugna l’uscita dall’euro – se è una persona seria – prevede un piano ben preciso di interventi che dovrebbero essere intrapresi a corollario di una simile decisione.

Tanto per cominciare, il riacquisto della sovranità monetaria dovrebbe essere accompagnata dall’abolizione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. In tal modo, i tassi di interesse sul debito pubblico potrebbero essere ridotti al minimo, come avviene negli Usa (1,7% sui decennali) o in Giappone (0,6%). Su questo fronte non vi sarebbe quindi nessuna ragione per temere qualsivoglia tracollo dei mercati finanziari. Basta solo che siano compiuti i passi giusti, fino in fondo.
Del resto il Giappone ha un debito pubblico superiore al 200% e non ha alcun problema con i mercati finanziari e il suo debito non corre alcun rischio di insolvenza.

Dobbiamo preoccuparci dei mercati azionari? Direi che sarebbe opportuno occuparsi dei disoccupati, pari all’11,5% della forza lavoro (senza contare i cassintegrati e coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro perché scoraggiati).

E’ forse meglio continuare con le politiche che la troika ha imposto alla Spagna o alla Grecia, che hanno condotto i disoccupati ad oltre il 25%, solo per non spaventare i mercati azionari?

Un governo che, per assecondare i mercati azionari, lasci salire la disoccupazione a quei livelli sarebbe folle ed etero diretto: quale legittimità democratica avrebbe la borsa valori rispetto ai cittadini che non riescono a trovare un lavoro e fanno fatica a mantenere le loro famiglie? Quale fondamento politico democratico avrebbe un governo del genere?

Ma al di là delle considerazioni politico-morali, anche questo spauracchio non avrebbe alcun fondamento. Per la semplice ragione che i mercati azionari tendono a replicare gli utili delle aziende. Se quindi non si guarda alla reazione di un giorno, ma alle conseguenze macroeconomiche che ne deriverebbero per le imprese, potremmo anche avere una ripresa dei corsi azionari.

La svalutazione che tutti paventano, nel caso si ritornasse alla lira, favorirebbe le esportazioni e gli utili delle aziende. Si potrebbe sollevare l’obiezione che una svalutazione alzerebbe i prezzi delle materie prime ed energetiche importate. Attualmente si ritiene che la svalutazione possa essere di circa il 20% (e chi propone di uscire dall’euro prevede anche che vi siano dei controlli sui movimenti dei capitali, tanto in entrata quanto in uscita).

Ma l’incidenza delle importazioni sul pil non supera il 30%. Questo significa che l’impulso inflattivo sarebbe all’incirca del 6%. Se supponiamo che il reddito dei lavoratori venga difeso dall’inflazione avremmo un ulteriore impulso del 3% (ovvero il 50% del 6%, essendo la quota del lavoro inferiore alla metà del pil). A star larghi i costi aumenterebbero del 10% a fronte di una un guadagno dal lato delle esportazioni del 20%. Direi che i margini di profitto avrebbero un significativo incremento. Ma l’aumento dei costi non è detto che si trasmetta completamente sui prezzi: dipende anche dalla produttività. Più aumenta, minore è l’impatto sui prezzi finali.

Vi potrebbe poi essere qualcuno che crede alla favoletta della teoria quantitativa della moneta, secondo la quale ogni aumento della base monetaria  (impiegata per finanziare il debito pubblico) si rifletterà – prima o poi – sui prezzi.

Come Keynes ha dimostrato, non vi è alcun automatismo. Dato che tendenzialmente non vi può essere un’inflazione indotta dalla domanda, almeno fino a quando non si è prossimi alla piena occupazione. Ma con quasi il 12% dei disoccupati (ufficiali), vi è ampio margine per accrescere l’attività produttiva (che i monetaristi del tutto illogicamente danno per immutata).

Inoltre, all’atto pratico, non vi è alcuna relazione evidente tra moneta e prezzi, come si può desumere dai seguenti grafici, che mettono a raffronto sia per la zona Euro che per gli Usa le variazioni percentuali annue della quantità di moneta con l’inflazione.





 
Quelle di Santoro sono pertanto solo delle balle utili per spaventare gli ingenui e gli sprovveduti.


L’uscita dall’euro non è sicuramente una passeggiata ed ha implicazioni politiche con i paesi europei non indifferenti. Ma sollevare lo spauracchio dei mercati finanziari è una emerita sciocchezza (non voglio credere che Santoro abbia altre motivazioni).