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lunedì 3 agosto 2015

Per gli amici liberisti, per i quali le statistiche scomode non significano nulla.

Per quelli che lo Stato è brutto e cattivo, riporto questo sondaggio d'opinione effettuato in Inghilterra, ove l'energia e le ferrovie sono state privatizzate.



A quanto pare il mercato non ha dato il meglio di sè (per usare un eufemismo).

Immagino che in qualche altro blog si avrà il coraggio di dire che anche questa statistica non dimostra nulla.

Qualcun altro dirà che assecondare i desideri della gente  è .... populismo.

Ecco, seguite le indicazioni che giungono dai banchieri, che hanno avuto il merito di portarci in questa situazione di ...bip.

Un ringraziamento per la segnalazione del tweet a @alexdelprete 

venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.


lunedì 20 gennaio 2014

La ricetta di Puglisi: riduzione dei salari ed emigrazione ... e la pillola va giù


Questo l’intervento odierno del liberista Puglisi.
Una frase in apparenza condivisibile. Posti di fronte all’alternativa: “preferisci essere licenziato o vederti ridurre lo stipendio  del 20%?” qualcuno rinuncerebbe a lavorare? No?

Bene siete delle persone sane di mente, mentre non lo sono i neoliberisti. Perché secondo le loro strampalate teorie una riduzione del salario reale dovrebbe indurre i lavoratori a rinunciare a cercare lavoro, dato che la loro disutilità marginale a lavorare non sarebbe adeguatamente compensata dal salario reale, che per definzione viene posto pari alla produttività marginale del lavoro. Vale a dire, una volta che sono stati ridotti i salari reali, se non vuoi lavorare sono affari tuoi, non puoi definirti disoccupato, perché non sei disposto a lavorare con una retribuzione reale inferiore.

Vi sembra che sia quello che normalmente avviene nella realtà? A me non pare. 

Se vi sono 3,2 milioni di disoccupati e altri 3,8 milioni  di persone che hanno smesso di cercare un’occupazione non è perché non sono disposti a lavorare ad una retribuzione inferiore a quella media. E’ che non trovano proprio nessuno che sia disposto ad assumerli. E non mancano certo le statistiche da cui emerge un calo dell’occupazione anche tra chi è a tempo determinato (oltre a mettere in part time chi prima lavorava a tempo pieno con un contratto a tempo indeterminato).


Ma tant’è, loro sono fatti così. Per i liberisti i fatti sono troppo grezzi per assurgere a dignità teorica; non possiedono quella eleganza intrinseca che le loro menti sopraffine esprimono quando sfornano i loro modelli.

Ma il vero errore di Puglisi è un altro. Lui ritiene che con la riduzione dei salari (ma fa più fine dire flessibilità salariale; la quale flessibilità ça va sans dire è solo verso il basso) e la mobilità dei fattori (assai più accademico di emigrazione) si possa ottenere un aumento dell’occupazione.

Diciamo che con l’emigrazione, il problema viene eliminato alla radice passando il problema ad un altro paese (con annessi problemi da un lato di integrazione per gli emigrati e dall’altro, nei paesi ospitanti, con lo sviluppo di movimenti politici nazionalistici e sentimenti razzisti verso gli stranieri). Un modo indubbiamente efficace per risolvere i problemi, non credete?

Per chi invece si ostina a restare (le solite rigidità dei lavoratori che non comprendono i raffinati modelli teorici) è pronto per loro un peggioramento delle condizioni di vita. Ma tranquilli, assicurano, stando tutti un pochino peggio, staremo tutti un pochino meglio. Dalla riduzione dei salari reali arriverà la crescita dell’occupazione. Come?


Ah si? Vorrei proprio vederle le imprese che assumono il doppio dei lavoratori se il loro stipendio fosse ridotto della metà. Perché – nonostante i loro raffinati modelli – di solito le aziende assumono (data la tecnologia esistente) in funzione della domanda. In altri termini se per produrre 100 occorrono 100 lavoratori, sarebbe irrazionale assumerne uno in più, anche se i salari fossero dimezzati, se dovrò produrre sempre 100.

Ma la domanda resterà invariata? Non proprio. Perché se riduco i salari reali, le famiglie dei lavoratori avranno una minore capacità di spesa. Si ridurranno quindi i consumi e quindi la domanda per le imprese. Perché mai dovrebbero assumere se la produzione dovesse scendere da 100 a 80?

D’altra parte perché gli imprenditori dovrebbero investire (per ampliare la capacità produttiva?) proprio quando la domanda dei loro prodotti sta scemando? Per ridurre i costi? Forse; ma quanto sarà forte  l’incentivo ad indebitarsi ulteriormente con le vendite che calano e con i costi produttivi già ridotti grazie alla riduzione dei salari? Poi, per carità, ognuno è libero di farsi del male come meglio crede. Ma la maggioranza delle imprese sa far bene i propri conti.

In verità vi è un altro canale che potrebbe far crescere la domanda (ma Puglisi, da buon microeconomista, tutto intento a calcolare le disutilità e le produttività marginali dei lavoratori,  lo ha dimenticato): le esportazioni. Le imprese potrebbero trarre vantaggio da una riduzione dei costi mediante le vendite all’estero. Peccato che la domanda estera incida per meno del 30%.  

E questo lo si vede anche con i dati diffusi oggi dall’Istat. Nei primi undici mesi del 2013 il fatturato delle imprese industriali verso i mercati esteri è aumentato dell’1,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2012. Ma la domanda interna è scesa del 5,5%. Il risultato netto è un calo delle vendite reali del 3%.

Vi è inoltre uno studio dell’ILO che dimostra come per ogni riduzione di un punto percentuale della quota salari si avrà alla fine un calo del pil (per l’Italia dello 0,1%).  


Sicché anche questa strada, oltre che essere molto dolorosa, è anche inefficace. Ma quand’anche vi fosse un effetto positivo, non sarebbe forse meglio ottenere gli stessi risultati, e forse anche di migliori, mediante la svalutazione? Se il problema è la competitività di prezzo verso l’estero, perché non agire mediante un deprezzamento del cambio?

Che dite? Non si può? C’è l’euro!? Ah, ecco.

Quindi è giusto che siano ridotti i salari?! E come si fa a convincere i lavoratori (che sono così tanto rigidi perché non conoscono i modelli di Puglisi)? Ma è semplice: con più disoccupazione. Vedrai che dopo un po’ abbassano la testa (con annesse pretese di aver diritti e quant’altro). Non si sa se l’occupazione poi aumenterà, ma intanto gli imprenditori (una volta si sarebbe detto i capitalisti, ma suona tanto male al giorno d’oggi) avranno l’occasione di rimpinguare il proprio portafoglio.

E’ così difficile da capire? E’ la lotta di classe, ma qualcuno a forza di ripetere che siamo sulla stessa barca l’ha dimenticata (ma alcuni, sempre gli stessi, devono solo remare e ad altri è dato il privilegio di dire in quale direzione andare). 

lunedì 13 gennaio 2014

De te fabula narratur

La distruzione della Grecia: un modello europeo

La prefazione di Alexis Tsipras al volume di Slavoj Žižek e Srećko Horvat, Cosa vuole l’Europa?

Quelli che tagliando la spesa pubblica

Paul Krugman nel suo blog riporta il seguente grafico


ove si riporta la variazione percentuale della domanda pubblica reale (Change in G) e la variazione della domanda del settore privato, tra il 2009 e il 2013.

E' sufficientemente evidente che le politiche di austerità (Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia) riducono i redditi del settore privato e che le politiche di bilancio quando sono espansive (Germania, Finlandia, Austria, Francia e Belgio) li accrescono? 

Eppure non si fa altro che dire che occorre tagliare la spesa pubblica per ridare spazio alla crescita del settore privato. E' come continuare a dire che il sole gira intorno alla terra, nonostante sia scientificamente falso.

Banalità, luoghi comuni e fede ideologica albergano, come ai tempi di Galileo,  nelle stanze del potere. Ma poiché non stiamo parlando di fenomeni lontani da noi 150 milioni di chilometri, il loro operato sulla vita della gente si vede. 

Aggiornamento delle 10:00
Su Omnibus, talk show mattutino in onda su La7, il giornalista de il Sole 24 Ore ospite del programma ci ammonisce che non possiamo sforare il 3% non tanto perché ce lo vieta l'Europa, ma perché non possiamo ignorare la reazione dei mercati. 

Vediamo quindi se i tassi sui titoli pubblici decennali sono influenzati dai deficit di bilancio.



Direi che vi sono numerosi paesi che hanno deficit di bilancio superiori all'Italia con tassi di interesse uguali o inferiori a quelli offerti dai BTP, ivi inclusi i paesi della zona euro, come Spagna, Francia e Olanda.

Immagino che a questo punto si tirerà in ballo il livello del debito pubblico. Ebbene l'Irlanda ha un rapporto debito / pil del 123,3%, non molto lontano dal nostro, ma ha un deficit doppio rispetto all'Italia, eppure i tassi sono inferiori. Per tacere poi del Giappone che, con un debito superiore al 240% del pil e un deficit triplo del nostro paga tassi inferiori a quelli tedeschi.  

Anche questo argomento dei "mercati finanziari" non ha quindi alcun fondamento, se non quello di provare a terrorizzare i telespettatori. 

Aggiornamento delle 22:20



Sullo spunto di questo tweet, che si riferisce agli Stati Uniti, ho recuperato i dati relativi all'Italia e l'ho integrato con il rapporto debito/pil.


E' evidente che il debito non ha alcuna relazione con i tassi di interesse (media dei rendimenti con scadenza superiore ad un anno), dato che questi oscillano tra il 3 e il 5% da un decennio, quale che sia il rapporto debito/pil (in forte crescita a partire dal 2008).

Quanto al deficit pubblico, vi può essere una correlazione, per quanto asincrona. Ma vi è una differenza non di poco conto con gli Usa. La Fed interviene e mantiene bassi i tassi di interesse se ciò è opportuno per rilanciare l'economia, e indipendentemente che vi sia un deficit o un surplus. L'Italia, invece, non può contare su un comportamento analogo da parte della BCE. Anzi, è forte l'impressione che l'Eurosistema usi i tassi per "disciplinare" i governi che si illudono di deviare dalle politiche fiscali che sono "consigliate". 

Peraltro dal 1992 il deficit di bilancio italiano è sostanzialmente imputabile proprio agli interessi pagati sul debito pubblico, avendo avuto sistematicamente degli avanzi primari. Sicché la correlazione è parzialmente inficiata dal fatto che è valutata su due aspetti dello stesso fenomeno.

giovedì 21 novembre 2013

Aumenta la spesa sanitaria ... in Germania

In Italia se non parli male della spesa sanitaria, non sei credibile. Devi dire tutto il male possibile: che ci sono sprechi, inefficienze, tangenti e corruzione e ovviamente loschi affari con i politici.

Non mancano i fatti che avvalorano ogni singola accusa. Esperienze di malasanità e "incongruenze" nelle forniture ospedaliere tra le diverse regioni vengono citate per sostenere i tagli alla spesa sanitaria. 

Con il risultato di ridurre i posti letto, salvo poi lamentarsi se la gente muore perchè rimane in attesa di un'autoambulanza o perchè non riesce a trovare accoglienza in un ospedale specializzato nella propria provincia. 

A parte il fatto che se abbiamo 20 sistemi sanitari, anzichè uno (con annessa riduzione del potere contrattuale verso le imprese fornitrici), lo si deve proprio ad un sistema politico che ha inseguito un pseudo federalismo (che qualche liberista avrà pur votato) e che ha coltivato le "amicizie giuste" utili per reciproci scambi di favori (finanziamenti politici in cambio di concessioni e autorizzazioni); e a parte il fatto che la spesa sanitaria procapite è tra le più basse dei paesi avanzati; a parte tutto questo, l'Ocse ha certificato che la spesa sanitaria italiana per abitante tra il 2009 e il 2011 è scesa dello 0,4% all'anno in termini reali



Certo non è scesa come in Grecia (-11,1% all'anno  in termini pro-capite reali), ove curarsi è diventato un privilegio per chi se lo può permettere. 

Ma se questo è quello che si vuole, non si dica che l'aumento della spesa pubblica ci porta verso la Grecia, dato che - con tutta evidenza - è chi continua a parlare di tagli che vuole imitare il modello greco. 


Se invece si deve seguire l'esempio della Germania, come ci viene ricordato ogni volta quale fulgido esempio di efficienza e di successo se solo si azzarda ad esprimere una critica all'attuale Eurosistema e alle connesse politiche economiche di austerità, si sappia che la spesa sanitaria tedesca nell'ultimo decennio è aumentata del 2,1% all'anno in termini reali e che è quasi del 50% superiore alla nostra in termini pro capite.

martedì 5 novembre 2013

Vendiamo tutto per risparmiare un punto di interesse sul debito

Alesina e Giavazzi sul Corriere di  oggi scrivono:
Ciò che ci impedisce di ridurre le tasse - aumenteranno di 1,2 miliardi di euro nel 2014 - non è il deficit, ma il debito che continua a crescere. Alla fine dell’anno raggiungerà il 133% del Prodotto interno lordo (Pil), trenta punti in più in un decennio.
Ovviamente non si sognano nemmeno di spiegare  perché le tasse debbano essere aumentate, dato che nello stesso decennio la pressione fiscale passa dal 40 ad oltre il 44%, senza che vi sia alcun beneficio per il debito pubblico.

Poi aggiungono:
Nonostante i tassi siano molto bassi, oggi spendiamo 85 miliardi l’anno per gli interessi, il 5,4 per cento del Pil. Ma prima o poi i tassi aumenteranno: sia perché saliranno i tassi americani, sia perché il nostro spread si allargherebbe di nuovo se gli investitori si preoccupassero di un debito troppo elevato. 
Una frase più contradditoria non poteva essere scritta: gli spread dovrebbero aumentare con un debito troppo elevato, ma oggi i tassi sono "molto bassi" per quanto il debito sia a livelli record (133%). Infatti gli spread stanno scendendo.



Non una parola sulle vere cause dell’aumento degli spreads, ossia la scellerata decisione di impedire alla BCE di agire come una vera banca centrale: autorizzata quindi ad acquistare i titoli pubblici ed evitare che uno Stato membro possa cadere in default (come invece si è voluto che avvenisse). Come si può pensare che i mercati non reagiscano chiedendo rendimenti molto più elevati se al mattino scoprono che i titoli pubblici non hanno più le garanzie che si credeva avessero il giorno prima? O peggio che vi sia il rischio che vengano ridenominati in una valuta diversa?

Ci sono due modi per ridurre il debito: tassare la ricchezza privata mediante un’imposta patrimoniale (che dovrebbe essere assai elevata per ridurre significativamente il debito), oppure ridurre lo spazio che lo Stato occupa nell’economia privatizzando imprese e vendendo immobili. A noi pare che la seconda sia la strada da seguire dato il vasto spazio che Stato e amministrazioni pubbliche occupano nella nostra economia. 
Non dicono nulla sulle  politiche che hanno condotto l’economia italiana alla più grave recessione dagli anni’ 30. Politiche che, dal 1992, mediante gli avanzi primari cumulati hanno sottratto al settore privato 685 miliardi in più di quanto sia ritornato in termini di servizi pubblici, investimenti, pensioni, stipendi pubblici e acquisti di beni e servizi direttamente dalle imprese.


Politiche che hanno depresso anche il pil nominale, contribuendo ad innalzare il rapporto debito / pil.

Ma concentriamoci sulla tesi del duo A&G.  Tralasciamo anche il discorso un po’ paradossale sulle privatizzazioni del passato che, se sono andate male, sarebbe a causa della “politica industriale” statale (?!). Come nel caso di Telecom, ove la colpa del governo sarebbe quella non di essere intervenuto, ma di non essere intervenuto (!) durante l’Opa di Colannino. Mentre per Alitalia, nonostante siano stati accollati ai conti pubblici 3 miliardi di debiti, la colpa dell’intervento sarebbe stata quella di proteggere una cordata di imprenditori italiani.  Certo che girare la frittata non riesce molto bene al duo A&G. A me risulta che non fu Berlusconi a proteggere gli imprenditori (per quanto suoi amici), ma che siano stati gli imprenditori a fare un favore a Berlusconi (che, avendo in campagna elettorale sostenuto l’italianità della compagnia aerea, fu costretto a mantenere la promessa). Abbiamo quindi un caso, semmai, in cui dei privati si intromettono nell’agone politico per ragioni del tutto personali, senza che abbiano un effettivo interesse per l’Alitalia. E i risultati si sono visti.

Tralasciamo tutto questo squallore. E concentriamoci sulla sostanza della proposta: vendere tutto il vendibile per ridurre il debito pubblico. Tra partecipazioni azionarie e immobili A&G arrivano alla cifra complessiva di 426 miliardi. Portati in deduzione del debito, resterebbero 1.600 miliardi. Il risparmio annuo in termini di interessi sarebbe nelle migliori delle ipotesi di 17 miliardi (meno di quanto abbiamo dovuto versare nell’ultimo anno ai Fondi Salva Stato Europei, pari a più di 21 miliardi). Ne continueremmo a pagare quasi 65 (il 4,2% del pil).

Sarebbe sufficiente un aumento dei tassi di interesse di un punto percentuale, come loro stessi paventano, per far svanire tutto il risparmio. Sarebbe come vendere la casa, non per pagare gli interessi (il ché sarebbe già paradossale), ma per far fronte ad un aumento dei tassi di un punto percentuale. Se siamo messi così male, forse c’è qualcosa che non va nelle condizioni contrattuali tra il Tesoro e il sistema finanziario. 

Dopo di ché, una volta che tutto è stato (s)venduto, una volta che abbiamo ridotto all’osso lo Stato, saremmo esposti alle turbolenze dei mercati finanziari, come prima e più di prima.

L’imposta patrimoniale potrebbe certamente essere utilizzata per ridurre gradualmente il debito. Ma la vera ragione di un’imposta patrimoniale seria (non quell’obbrobrio dell’Imu o dei bolli sui depositi titoli) dovrebbe essere cercata nella necessità di riequilibrare un carico fiscale troppo pesante sul ceto medio-basso, tartassato sia da una forte progressività dell’Irpef nelle fasce di reddito più basse, sia dall’iva che dalle accise (regressive).

Nel 2010, secondo la Banca d'Italia,  il 10% delle famiglie più ricche deteneva una patrimonio di circa 4 mila miliardi di euro, ovvero 2,5 volte il pil di un anno. Se si volesse coprire 20 miliardi di interessi sul debito pubblico basterebbe un’aliquota dello 0,5%. 

Ma il trasferimento del peso dai ceti meno abbienti a quelli più ricchi favorirebbe l’aumento dei consumi, dato che i ceti medio-bassi spendono totalmente quanto guadagnano (e anche oltre), a differenza dei ricchi che continuano ad accumulare ricchezze finanziarie e immobiliari, che non hanno alcun effetto significativo sul reddito nazionale e sull’occupazione.

Infine, sarebbe utile che spiegassero perché il Giappone con un debito a fine anno di oltre il 240% crescerà del 2 e noi caleremo dell’1,8.

domenica 3 novembre 2013

I liberisti fondamentalisti, quelli per cui la sola esistenza della Banca Centrale costituisce un'alterazione del libero mercato, hanno qualcosa da dire sulla manipolazione dei tassi di interesse effettuata dalle banche private?



Loretta Napoleoni interviene sul FQ