Visualizzazione post con etichetta Inflazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Inflazione. Mostra tutti i post

sabato 17 maggio 2014

Quando gli studenti impartiscono lezioni ai professori

Sergio Cesaratto ospita sul suo blog l'intervento di un dottorando a proposito di un articolo pubblicato dal sito Lavoce.info in merito a La monetizzazione del debito e lo spettro dell’inflazione.

L'articolo dei due economisti ripresi dallo studente universitario ripropone la più triviale formulazione della teoria quantitativa della moneta, secondo la quale la crescita della base monetaria conduce sistematicamente ad un aumento dell'inflazione.

Il dottorando si vede costretto pertanto a rettificare i professori, ricordando loro che è improbabile un'inflazione significativa fin quando non si giunga in prossimità della piena occupazione. 

Peraltro la tesi dei professori è smentita dai dati di fatto, tanto nella zona euro quanto negli Stati Uniti. Di seguito, i grafici che riportano l'andamento della M1 (circolante + depositi a vista) e  la variazione dei prezzi negli ultimi anni:

- nella zona euro


- e negli Stati Uniti



Come è evidente, l'andamento dell'inflazione è  praticamente indipendente dall'andamento delle variabile monetaria, la quale può crescere o scendere mentre la variazione annua dei prezzi può prendere addirittura andamenti opposti a quanto prospettato dalla teoria quantitativa della moneta.

Ciò detto, occorre ricordare - per completezza - che non è affatto garantito che la politica monetaria sia sufficiente a ripristinare la piena occupazione (sebbene una politica restrittiva non potrà certo essere di aiuto).  

venerdì 25 aprile 2014

Dal 2007 la deflazione è stata indotta dal calo del reddito reale delle famiglie

La deflazione favorisce l'aumento del potere d'acquisto delle famiglie? A prima vista potrebbe essere ragionevole, ma come ricorda Paul Krugman potrebbe essere che la deflazione sia indotta da un calo dei redditi. In tal caso, non essendo per lo più omogeneo il rallentamento delle due variabili economiche, è possibile che ad un calo dei prezzi si accompagni una caduta dei redditi reali.

Ed è quanto è successo in Italia dal 2007. Ogni volta che i prezzi hanno cominciato a rallentare, il potere d'acquisto delle famiglie è sceso. Mentre con un'inflazione in crescita - per quanto possa sembrare paradossale - i redditi si sono difesi meglio.



Le famiglie non rinviano una serata al ristorante nella speranza di pagare l'1,35% in meno, ma possono sicuramente rinviare l'acquisto di una casa o di un auto se ritengono di spuntare prezzi migliori tra sei mesi o un anno. Si deve inoltre tener presente che non è ancora introiettata nella propensione al consumo delle famiglie la sensazione di vivere in un contesto deflazionistico, perché non si ha la percezione di una generalizzata discesa dei prezzi.

Ma se la deflazione si dovesse affacciare realmente e fosse indotta da una parallela discesa dei redditi reali - come lo è stata dal 2007 ad oggi - dubito che vi sarebbero motivi per essere contenti. Tanto più che le famiglie chiamate a rimborsare un prestito (ad esempio per l'acquisto di un auto, piuttosto che di un mutuo) si troverebbero nella sgradevole situazione di dover far fronte ad un impegno sempre più gravoso, dato che il valore del debito resterebbe invariato innanzi ad un reddito che potrebbe calare non solo per i sacrifici che sarebbero chiamati a sopportare le famiglie lavoratrici, ma anche per il possibile venir meno della stessa fonte di reddito (perdita del posto di lavoro) o in seguito ad una drastica decurtazione provocata dalla crisi (es.: cassa integrazione). 

In tal caso, anche in presenza di un calo dei prezzi dei carburanti, il beneficio per le famiglie non sarebbe molto diverso da quello che arreca un placebo ad un malato terminale.

In altri termini, il potere d'acquisto delle famiglie più che dalla paranoica paura dell'inflazione è determinato dall'andamento dei redditi. Ma la difesa di questi può generare conflitti sociali, mentre "la lotta all'inflazione" è per un verso più tranquillizzante e dall'altro più convincente nel contenere le pretese di aumenti salariali.

mercoledì 22 gennaio 2014

L'inflazione non colpisce tutti allo stesso modo

Fonte: Istat
Nel complesso, tra il 2005 e il 2013, l’indice dei
prezzi al consumo per le famiglie con la spesa media
più bassa è aumentato del 21,8%, a fronte del 17,7%
registrato per le famiglie con la spesa più alta e del
19,0% dell’indice generale.


venerdì 3 maggio 2013

Le balle terroristiche di Santoro

Michele Santoro nella sua trasmissione “Servizio Pubblico” su La7 di ieri sera ha definito una sciocchezza l’uscita dall’euro, paventando disastri immani sui mercati finanziari qualora fosse intrapresa questa strada.

Nel merito della questione sono un “possibilista”, sebbene non sia un fervente adepto di Bagnai.
Ma il terrorismo di Santoro non ha alcun fondamento e le sue esternazioni sono totalmente infondate.

Chi propugna l’uscita dall’euro – se è una persona seria – prevede un piano ben preciso di interventi che dovrebbero essere intrapresi a corollario di una simile decisione.

Tanto per cominciare, il riacquisto della sovranità monetaria dovrebbe essere accompagnata dall’abolizione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. In tal modo, i tassi di interesse sul debito pubblico potrebbero essere ridotti al minimo, come avviene negli Usa (1,7% sui decennali) o in Giappone (0,6%). Su questo fronte non vi sarebbe quindi nessuna ragione per temere qualsivoglia tracollo dei mercati finanziari. Basta solo che siano compiuti i passi giusti, fino in fondo.
Del resto il Giappone ha un debito pubblico superiore al 200% e non ha alcun problema con i mercati finanziari e il suo debito non corre alcun rischio di insolvenza.

Dobbiamo preoccuparci dei mercati azionari? Direi che sarebbe opportuno occuparsi dei disoccupati, pari all’11,5% della forza lavoro (senza contare i cassintegrati e coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro perché scoraggiati).

E’ forse meglio continuare con le politiche che la troika ha imposto alla Spagna o alla Grecia, che hanno condotto i disoccupati ad oltre il 25%, solo per non spaventare i mercati azionari?

Un governo che, per assecondare i mercati azionari, lasci salire la disoccupazione a quei livelli sarebbe folle ed etero diretto: quale legittimità democratica avrebbe la borsa valori rispetto ai cittadini che non riescono a trovare un lavoro e fanno fatica a mantenere le loro famiglie? Quale fondamento politico democratico avrebbe un governo del genere?

Ma al di là delle considerazioni politico-morali, anche questo spauracchio non avrebbe alcun fondamento. Per la semplice ragione che i mercati azionari tendono a replicare gli utili delle aziende. Se quindi non si guarda alla reazione di un giorno, ma alle conseguenze macroeconomiche che ne deriverebbero per le imprese, potremmo anche avere una ripresa dei corsi azionari.

La svalutazione che tutti paventano, nel caso si ritornasse alla lira, favorirebbe le esportazioni e gli utili delle aziende. Si potrebbe sollevare l’obiezione che una svalutazione alzerebbe i prezzi delle materie prime ed energetiche importate. Attualmente si ritiene che la svalutazione possa essere di circa il 20% (e chi propone di uscire dall’euro prevede anche che vi siano dei controlli sui movimenti dei capitali, tanto in entrata quanto in uscita).

Ma l’incidenza delle importazioni sul pil non supera il 30%. Questo significa che l’impulso inflattivo sarebbe all’incirca del 6%. Se supponiamo che il reddito dei lavoratori venga difeso dall’inflazione avremmo un ulteriore impulso del 3% (ovvero il 50% del 6%, essendo la quota del lavoro inferiore alla metà del pil). A star larghi i costi aumenterebbero del 10% a fronte di una un guadagno dal lato delle esportazioni del 20%. Direi che i margini di profitto avrebbero un significativo incremento. Ma l’aumento dei costi non è detto che si trasmetta completamente sui prezzi: dipende anche dalla produttività. Più aumenta, minore è l’impatto sui prezzi finali.

Vi potrebbe poi essere qualcuno che crede alla favoletta della teoria quantitativa della moneta, secondo la quale ogni aumento della base monetaria  (impiegata per finanziare il debito pubblico) si rifletterà – prima o poi – sui prezzi.

Come Keynes ha dimostrato, non vi è alcun automatismo. Dato che tendenzialmente non vi può essere un’inflazione indotta dalla domanda, almeno fino a quando non si è prossimi alla piena occupazione. Ma con quasi il 12% dei disoccupati (ufficiali), vi è ampio margine per accrescere l’attività produttiva (che i monetaristi del tutto illogicamente danno per immutata).

Inoltre, all’atto pratico, non vi è alcuna relazione evidente tra moneta e prezzi, come si può desumere dai seguenti grafici, che mettono a raffronto sia per la zona Euro che per gli Usa le variazioni percentuali annue della quantità di moneta con l’inflazione.





 
Quelle di Santoro sono pertanto solo delle balle utili per spaventare gli ingenui e gli sprovveduti.


L’uscita dall’euro non è sicuramente una passeggiata ed ha implicazioni politiche con i paesi europei non indifferenti. Ma sollevare lo spauracchio dei mercati finanziari è una emerita sciocchezza (non voglio credere che Santoro abbia altre motivazioni).