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giovedì 9 gennaio 2014

Dal 2007 Redditi reali delle Famiglie in calo del 10,4%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le retribuzioni lorde per dipendente nel terzo trimestre del 2013 sono aumentate dell’1,7% rispetto allo stesso periodo del 2012. Ma il calo dei dipendenti del 2,1% riduce le retribuzioni complessive dello 0,5%. Se si tiene conto che il deflatore dei consumi è aumentato dell’1,3%, le retribuzioni reali complessive scendono dell’1,8%.

I redditi da capitale e impresa ai valori correnti sono scesi dello 0,5%, segnando il settimo calo consecutivo annuale. Le prestazioni sociali pubbliche sono invece aumentate del 2,5%, risentendo anche dell'invecchiamento della popolazione.


Nel complesso, il reddito lordo delle famiglie aumenta ai valori correnti dello 0,4%. Depurato della crescita dei prezzi si traduce in un calo dello 0,9%. Rispetto al 2007, i redditi reali delle famiglie sono caduti del 10,4%, assai più del calo del pil (-8,5).



La propensione al consumo nell’anno terminante a settembre 2013 è scesa di quasi un punto (dall’88,1 all’87,2%). Il risparmio è così potuto crescere dell’8,7% e commisurarsi al 12,8% del reddito lordo delle famiglie.

Gli investimenti delle famiglie, prevalentemente abitazioni, cadono per il decimo trimestre consecutivo nel confronto annuo. Nel terzo trimestre del 2013 il calo è stato del 3,5%. Rispetto al 2007 l’acquisizione del patrimonio immobiliare è crollata del 17% e si approssima a chiudere il gap nei confronti del risparmio generato dalle famiglie che si era aperto a partire dal 2010.


Nel 2010 gli investimenti immobiliari delle famiglie, per quanto già in calo rispetto al 2007, furono sostenuti dal facile accesso all’indebitamento, che passò da poco più del 40% del reddito delle famiglie ad oltre il 50 ed ora è stabile sul 55% dal 2011. Il servizio del debito (rata capitale + interessi) sui prestiti bancari assorbe circa l’8% del reddito lordo delle famiglie.


Il risparmio indirizzato agli investimenti immobiliari ha determinato un crollo dell’accumulo delle attività finanziarie, comprendendo in questa definizione anche le disponibilità liquide. A metà 2010, le risorse disponibili per gli impieghi finanziari si erano ridotte al 35% di quelle destinate a tale scopo nel 2007. Venuta meno la propensione all’investimento immobiliare, le risorse per le attività finanziarie sono risalite al 75% di quelle che erano all’uopo finalizzate nel 2007.

venerdì 27 dicembre 2013

Aumentare l'Indebitamento Privato non è sostenibile

E’  frequente trovare considerazioni sul credit crunch quale ostacolo alla ripresa. Che la politica creditizia non sia per nulla accomodante è di palmare evidenza. Nella zona euro i prestiti al settore privato sono del 2% inferiori rispetto all’ottobre di un anno fa. Per le società non finanziarie (SnF) il calo si avvicina al 4 (e supera il 5% in Italia).

D’altra parte è curioso che si proponga quale mezzo per uscire dalla crisi un aumento dell’indebitamento privato; ovvero ciò che ha dato origine alla crisi che stiamo vivendo tutt’ora.

Se non fosse sufficiente ricordare i mutui sub-prime e il fallimento della Lehman Brothers può essere interessante dare un’occhiata all’evoluzione del debito privato in rapporto al pil.


Negli Stati Uniti, come si evince dal seguente grafico tratto da un post di Steve Keen, il debito ha peraltro seguito la crescita del pil. Vale a dire che – al contrario di quanto si può comunemente ritenere – non è il debito che stimola l’economia, ma la crescita economica ad alimentare l'aumento dei finanziamenti. 


A partire dal 2005, nonostante gli evidenti segnali di rallentamento, il debito è continuato a crescere alimentando una spirale che è divenuta sempre meno sostenibile e che ha portato alla crisi.

Dopo di ché, ancora una volta, è stata l’economia a ripartire per prima nel 2009.

Inoltre, il tasso delle inadempienze – per quanto possa essere differente il criterio rispetto a quello vigente in Italia – è in chiara discesa dalla fine del 2009, in concomitanza con la ripresa del pil. Il ché dimostra che il livello di indebitamento è divenuto via via più abbordabile.


Ma in Italia, al di là del livello delle sofferenze in rapporto ai prestiti, le inadempienze sono tutt’ora in crescita.


E sarebbe curioso voler uscire dalla crisi con un maggior indebitamento, quando le imprese (ma anche le famiglie) non sono in grado di far fronte a quello esistente.

Va da sé che vi possono essere dei casi in cui alcune imprese meriterebbero un adeguato sostegno finanziario da parte del sistema bancario e che invece vengono trascurate o peggio messe in difficoltà. Ma nel complesso, al di là di casi specifici che meriterebbero la giusta attenzione, non si può pensare di rilanciare l’economia accrescendo l’indebitamento del settore privato.

Per quanto il debito delle imprese e delle famiglie in rapporto al pil sia su valori simili o migliori di quelli statunitensi (intorno all’80% per le imprese italiane e americane e al 65 per le famiglie contro il 77 di quelle americane) diverso è il momento del ciclo economico e quindi la capacità di far fronte ai propri impegni, come i tassi di insolvenza dimostrano.

La politica monetaria europea, per molti versi inefficace e criticabile, è prossima ai tassi zero. Meccanismi barocchi e recessivi impediscono interventi diretti da parte della BCE a sostegno del debito pubblico: l’unico indebitamento che potrebbe crescere per sostenere l’economia, nel momento in cui il settore privato affronta volente o nolente una fase di deleverage.

Il paradosso europeo, ed italiano in particolare, è racchiuso in questi due vincoli: da un lato il settore privato non è in grado di accrescere l’indebitamento, dato che non è in grado di far fronte a quello esistente per il calo delle entrate derivanti dall’attività economica (e sarebbe imprudente affidarsi a nuovi debiti per pagare altri debiti); dall’altro prevalgono politiche economiche che – a differenza di quanto avvenuto negli Usa – impediscono all’unico soggetto in grado di rilanciare l’economia, ossia al settore pubblico, di spendere mediante debito o emissione di moneta.

In questa situazione, le politiche fiscali restrittive contribuiscono a far saltare le imprese, incapaci di affrontare gli impegni finanziari con le vendite in forte calo. Vengono meno in tal modo le entrate fiscali e crescono gli interventi a sostegno delle imprese e delle famiglie (cassa integrazione in deroga, tagli al cuneo fiscale, ecc.) e il debito che doveva scendere aumenta. Ma aumenta nel modo peggiore, con il calo del pil (-1,8% nel 2013 dopo il -2,6 dell’anno scorso).

Tutto quello che poteva essere fatto di sbagliato è stato fatto. E’ giunto il momento che i tecnocrati lascino ai cittadini la responsabilità delle decisioni di politica economica. Peggio non si potrà fare di certo.

venerdì 14 giugno 2013

Il debito del settore finanziario nel 2012 cresce del 24,6%

Per fini speculativi

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il debito delle amministrazioni pubbliche (AAPP) a fine 2012 era il 127% del pil (120,8 nel 2011), a un passo dai 2 mila miliardi di euro. Il 5,9% era detenuto da enti delle stesse AAPP e il 4,9% dalla Banca d’Italia. Al netto di questi due settori, il debito scende a 1.775 miliardi (113,3% del pil).

Il restante 89% era suddiviso tra operatori nazionali (54%) ed esteri (35%). La quota di questi ultimi è scesa rispetto alla fine del 2010 di oltre otto punti percentuali, in seguito ai timori sull’affidabilità del debito pubblico del nostro paese, insorti a partire dalla metà del 2011. In termini assoluti il debito verso gli investitori esteri è sceso di 32 miliardi, che fanno seguito ai 72 miliardi in meno del 2011.

Tra i settori residenti, quello finanziario ha incrementato l’esposizione nel corso del 2012 di quasi 80 miliardi, portando la propria quota dal 40,4 al 42,7% (+ 5,3 punti percentuali sul 2010).

Le famiglie detengono poco meno di 190 miliardi (+0,9%). La loro quota viene limata dal 9,8 al 9,5%.

Decisamente minore è il ruolo delle società non finanziarie (SNF), che accrescono la posizione verso le AAPP dell’8,3%, ma la loro quota sul debito pubblico rimane contenuta al 2%.



Se pensate che il debito pubblico sia il problema vi sbagliate. Il debito del settore privato supera il 233% del pil.

Il settore più indebitato è quello finanziario (oltre il 104,4% del pil), seguito dalle SNF (83,5) e dalle famiglie (45,3%).

Il settore finanziario ha incrementato l’indebitamento per 323 miliardi (+24,6%). Di questi – come si è detto – solo un’ottantina sono stati utilizzati per finanziare il debito pubblico; gli altri 243 costituiscono l’indebitamento netto aggiuntivo sostenuto dal sistema finanziario. E dato che famiglie e SNF hanno ridotto i debiti verso il settore finanziario di quasi 8 miliardi, resta indefinito l’utilizzo di questo afflusso di liquidità. L’aumento dell’indebitamento è in particolare concentrato presso gli operatori finanziari non bancari (+89,4%), mentre il sistema bancario ha accresciuto la posizione debitoria dell’8,1%. E’ quindi lecito attendersi che gli operatori finanziari non bancari abbiano utilizzato la liquidità derivante dalla crescita dell’indebitamento da 267 a 505 miliardi per inseguire guadagni speculativi. E ciò non solo perché il pil è tutt’altro che cresciuto nel 2012 (-2,4%), ma anche perché i principali soggetti economici privati non sono stati coinvolti da questo afflusso di liquidità.

Il debito delle famiglie, pari a 710 miliardi, è diminuito dell’1,1% in complesso e dell’1,2 verso il settore finanziario, con il quale le famiglie sono esposte per il 98,7%. Il debito residuo è verso le AAPP. Il 91,5% del debito è a medio-lungo temine.

L’indebitamento delle SNF, pari a 1307 miliardi, è rimasto di fatto invariato ed è concentrato per poco più dei ¾ verso il settore finanziario, mentre il debito con l’estero rappresenta il 6,7%. I debiti verso le AAPP contano poco meno del 3%, mentre quelli con altre SNF o le famiglie pesano il 12,8%. Quasi 1/3 del debito complessivo è a breve termine.

Il debito del settore privato è superiore a 3.650 miliardi. Di questi, il 17,5% è verso l’estero. I titoli pubblici detenuti in portafoglio costituiscono una garanzia di liquidità che copre poco meno del 30% del debito posto sulle spalle del settore privato.

giovedì 30 maggio 2013

Indebitamento delle famiglie (2000-2012)



Solo in Germania e in Giappone le famiglie hanno un debito in rapporto al reddito disponibile inferiore a quello di inizio millennio.
Le famiglie italiane, in questo confronto, mantengono comunque il più basso tasso di indebitamento.
Notevole l'incremento del debito delle famiglie olandesi, che passano da un rapporto decisamente superiore al 150% del reddito disponibile a quasi il 300%. Direi che gli olandesi, sempre pronti a dare lezioni di austerità e rigore agli altri, dovrebbero incominciare a guardare in casa propria. 

sabato 16 febbraio 2013

Indebitamento ed Equità Sociale nella zona Euro

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat e BCE

Nella Zona Euro, il debito pubblico a fine settembre era pari ad oltre 8.500 miliardi di euro, equivalente al 90% del pil. Rispetto alla fine del 2011 è aumentato di quasi 300 miliardi. Vi hanno contribuito per oltre 100 la Francia, che ha un rapporto debito/pil in prossimità del 90%, l’Italia (127,3%) per oltre 88 miliardi e la Spagna per quasi 81, che ha tuttavia  un rapporto del 77,4% contro l’81,7 della Germania, la quale ha visto crescere il proprio debito pubblico di 62,5 miliardi. In Grecia, nonostante la rinegoziazione, il debito permane elevato, al 152,6% del pil, ossia oltre i 300 miliardi (-54,5 rispetto al 2011).

Il debito del settore privato nella Zona Euro supera i 21.400 miliardi, pari al 226% del pil. Le famiglie vi contribuiscono con un indebitamento pari al 65,6%, le società non finanziarie (SNF) con il 103,8 e il sistema finanziario con il restante 56,6%.
Rispetto al reddito disponibile, il debito delle famiglie pesa quasi il 100%, mentre quello delle SNF è oltre il 200% di quanto apportano in termini di valore aggiunto.

Tra il 2007 e il terzo trimestre del 2012, il debito pubblico è aumentato rispetto al pil di 23,6 punti percentuali, ossia poco più di 2.500 miliardi.
Il debito del settore privato, nello stesso periodo, è cresciuto di 33,6 punti, vale  a  dire più di 4.000 miliardi.

Se si suppone che il debito pubblico della zona euro sia totalmente posseduto dagli operatori residenti e fosse sottratto al debito del settore privato, non essendo altro per loro che un’attività finanziaria, resterebbe un “indebitamento netto” di 12.900 miliardi, ovvero il 136,1% del pil, in crescita di 10 punti percentuali rispetto al 2008, pari a 3.250 miliardi. Un indebitamento sempre meno produttivo, dato che il pil nello stesso arco di tempo non è riuscito a crescere nemmeno di 245 miliardi. Gli altri 3.000 miliardi sono stati utilizzati per investimenti finanziari. Infatti nello stesso periodo le attività finanziarie in mano alle famiglie e alle SNF sono aumentate di 3.160 miliardi, di cui quasi 1.400 in azioni e partecipazioni. Depurati della variazione dei prezzi azionari (a dire il vero assai modesta: l’indice DJ Eurostoxx50 tra il 2008 e il settembre 2012 è aumentato solamente dello 0,3%), risultano investimenti azionari netti per oltre 1.350 miliardi, di cui 1.175 ad opera delle SNF.   

Una situazione assai pericolosa. Quando la musica si fermerà, qualcuno si troverà senza sedia e si brucerà le mani. Le "persone molto serie" (Krugman direbbe i VSP) non dovrebbero indebitarsi per investire in attività speculative.

Infine una notazione sulle dichiarazioni di Mario Draghi che, in occasione del G20, ha detto, L’aumento della domanda va bene se viene dal settore privato, ma non deve essere ottenuto gonfiando il deficit. Non possiamo avere una crescita costruita sul debito, anche per ragioni di equità sociale” (vedi “il Sole 24 Ore” di oggi).

Quale nobile sentimento da parte del presidente della BCE!
E di grazia, quale sarebbe l’equità sociale? Ridurre la spesa pubblica per il welfare?
E per fare cosa, visto che il settore privato sembra piuttosto interessato a giocare le sue fiches sul tavolo verde dei mercati finanziari, piuttosto che preoccuparsi di ampliare la domanda interna.

D’altra parte, nel 2012 la rigorosissima zona Euro con il suo 3,3% di deficit ha visto scendere il pil dello 0,5% e quasi 1,1 milioni di persone hanno perso il lavoro, ingrossando le file dei disoccupati (dal 10,7 all’11,7%). Mentre negli Stati Uniti, per tacere del Giappone, il tanto vituperato deficit pubblico, pari  all’8,7%, ha contribuito (ancora troppo poco secondo Krugman)  ad aumentare il pil del 2,2% e ha permesso a 2,5 milioni di persone di trovare un lavoro (il tasso di disoccupazione è sceso dall’8,5 al 7,8%).
Non è forse anche questa l'equità sociale: lavoro e dignità per tutti.


domenica 6 gennaio 2013

In memoria di Luigi Spaventa

Il link conduce ad un intervento di Luigi Spaventa dedicato alla crisi finanziaria ed economica che ha coinvolto prima gli Stati Uniti e poi l'Europa e che perdura tuttora.


sabato 10 novembre 2012

Le famiglie e i mutui

L’ultimo rapporto della Banca d’Italia dedicato all’economie regionali offre più di uno spunto di riflessione. Oltre a dedicare uno studio su l’occupazione giovanile, da cui si evince che i presunti tecnici al governo usano cliché desueti, tipici dei politici in cerca di facili consensi,  come quando offendono dalla loro posizione istituzionale i giovani, definendoli di volta in volta “bamboccioni”, “sfigati” o “choosy”, salvo scoprire che loro stessi o i loro figli godono di tutte le “agevolazioni” e le corsie preferenziali che sono negate a chi partecipa a quei concorsi che offrono la stessa speranza di vincere alla roulette; oltre a ciò – dicevo – pubblica altri studi interessanti, come quello sull’indebitamento delle famiglie.


giovedì 8 novembre 2012

L'indebitamento del settore privato in Italia

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia


Ai più può sembrare strano, tanto siamo bombardati dai media e dalla classe politica in questi ultimi anni, ma il debito pubblico è per definizione un credito in mano al settore privato. E’ un’attività finanziaria posseduta, ad esempio, dal settore bancario o dalle famiglie o da operatori esteri.

In teoria non vi sarebbe motivo di preoccuparsi del debito pubblico, a condizione che sia espresso nella valuta nazionale e sia prevalentemente tenuto dai residenti.

Il debito pubblico italiano è prevalentemente in euro. Fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2008, l’euro poteva essere considerato come una moneta nazionale. Con la crisi che ha coinvolto la Grecia è diventato evidente che l’euro non può essere considerato come una valuta degli stati membri, ma solo una unità di conto. Per tutti i paesi che hanno aderito all’euro,  ciò che prima era un debito espresso nella moneta nazionale si è trasformato in un debito espresso in una valuta di cui non si possiede il controllo. In tal modo, il debito pubblico è stato trasformato in un debito espresso in una valuta diversa da quella nazionale.

Quando il debito pubblico è denominato in una moneta diversa da quella emessa dallo Stato (e gli stati aderenti all’euro hanno rinunciato alla sovranità monetaria), il debito pubblico può divenire un problema, poiché lo Stato potrebbe trovarsi nella condizione di non poter adempiere alle obbligazioni emesse.

L’illusione di una valuta comune, valida tanto in Italia quanto in Germania, ha indotto gli operatori esteri ad acquistare i titoli emessi ad esempio dall’Italia. Nel 2006, prima che scoppiasse la crisi finanziaria, i non residenti possedevano oltre il 50% dei titoli pubblici italiani.

La crisi greca, per come è stata affrontata, ha diffuso tra gli investitori il timore che anche il debito pubblico italiano potesse incontrare analoghi problemi di insolvenza, inducendoli a sbarazzarsi dei titoli in portafoglio. Al giugno di quest’anno, la quota dei titoli posseduti dagli operatori esteri era scesa al 40%. Le vendite, riducendo i prezzi, hanno alzato i rendimenti, creando un differenziale tra i titoli italiani e tedeschi, di cui prima non vi era  traccia.  

La crisi del debito pubblico europeo è quindi il frutto dell’espropriazione, da parte della BCE e della classe politica europea, della sovranità monetaria degli stati. Tale compito avrebbe dovuto essere esercitato dalla banca centrale, come avviene in qualsiasi paese del mondo che batte moneta. Ma la BCE – dominata da un’ideologia monetarista e refrattaria a tutto ciò che può essere ricondotto all’intervento pubblico – si è sottratta al suo compito, aprendo una crisi che rischia di sfuggirle di mano.

A fine giugno il debito pubblico italiano, tra titoli e  prestiti, era di 1.982 miliardi di euro. Di questi, 700 erano in mani straniere (il 35%). Il credito vantato dal settore privato interno è quindi di 1.282 miliardi.

Tuttavia il settore privato ha un indebitamento complessivo di quasi 3.340 miliardi, pari a al 218,5% del pil.
Il debito delle famiglie rappresenta il 45% di quanto viene annualmente prodotto in Italia ed ipoteca i 2/3 dei redditi.
Il debito delle società non finanziarie (SNF) conta per l’82% del pil, ma è quasi cinque volte ciò che le SNF apportano annualmente in termini produttivi.
L’indebitamento del settore finanziario italiano pesa per il 91,6% del pil.
Se anche si tenesse conto del credito vantato verso il settore pubblico, il settore privato avrebbe comunque un “debito netto”  pari al 137% del pil.

Vogliono forse che si guardi al debito pubblico per distrarci dal schuld (debito-colpa) dell’economia privata?