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sabato 20 febbraio 2016

Stallo

Euro o non euro, i conflitti tra le classi permangono. I piccoli imprenditori vengono schiacciati dalla crisi ed espulsi dal mercato o cedono l'attività alle imprese maggiori nazionali od estere. Ma tutti e tre i soggetti si contrappongono ai lavoratori, i quali devono subire negli ultimi tempi  anche la concorrenza della forza lavoro immigrata.

Si potrebbe pensare che sul tema €uro-exit si possa costituire un'alleanza tra il capitale nazionale e i lavoratori, al fine di riconquistare quella sovranità perduta che ci è costata molti sacrifici in termini di occupazione, reddito e diritti sociali.

Tuttavia, è francamente irritante che si pretenda dai lavoratori, massacrati su tutti i fronti, l'accettazione per l'ennesima volta della politica dei due tempi ovvero la rinuncia  a tutelare i propri interessi in cambio della possibilità di riportare domani le decisioni di politica economica sotto l'ambito nazionale, quando fino ad oggi gli stessi imprenditori, in quanto classe, hanno sostenuto tutte le implicazioni negative che sono derivate dall'adozione dell'euro.

In teoria i lavoratori avrebbero tutto il vantaggio a chiedere il ritorno alla piena sovranità politica ed economica, innanzi ad un sistema che procede contro il loro tenore di vita, i loro diritti e la loro dignità inesorabilmente come uno schiacciasassi. Dovrebbero essere in prima linea. 

Ma perché dovrebbero morire per i loro datori di lavoro? perché dovrebbero sputare sangue quando questa classe dirigente non è nemmeno in grado di comprendere quale sia il proprio interesse e non vede altro come nemico il costo del lavoro, le tasse e la spesa pubblica? Tutti temi che si ritorcono contro gli stessi lavoratori e che rimarranno sul tavolo, dato che la gestione dell'uscita dall'euro non può essere considerata neutrale e qualcuno sarà chiamato a pagare i costi, che comunque vi saranno.

Se gli imprenditori ritengono che sia più vantaggioso uscire dall'euro (e dubito che abbiano raggiunto questa consapevolezza)  hanno in mano tutti gli strumenti, politici, economici e mediatici per realizzare il loro progetto. 

Il problema piuttosto è l'incredibile assenza di una forza politica di sinistra che sensibilizzi su questo argomento. Non è certo di sinistra il Partito Democratico, pienamente integrato all'ideologia dell'euro e del liberismo, mentre la sinistra che si definisce più radicale è ottusamente chiusa entro logiche nazionali e al più si illude di cambiare il volto dell'Europa.

Così mentre le classi sociali non hanno di fatto alcuna consapevolezza della loro situazione rispetto al capitale internazionale, solo una frazione della destra dice di essere pronta al grande passo, ed è quella che ha il volto più becero e tendenzialmente fascista. E ciò rende ancor più diffidenti quelle forze politiche che dicono di voler rappresentare i lavoratori.

Siamo in uno stallo. La situazione è chiaramente insoddisfacente e sappiamo che andrà sempre peggio. Ma più che ricordare i polli di manzoniana memoria, con i no-euro di destra che si scontrano con i pochi no-euro di sinistra e viceversa (e tutti insieme sono comunque una minoranza), a me sembra che l'Italia sia sospesa in una bolla destinata a scoppiare e si attenda rassegnati l'inevitabile catastrofe.

sabato 6 febbraio 2016

La Sindrome di Stoccolma e la necessità di un nuovo Risorgimento

L’Italia come è noto non ha mai avuto una rivoluzione sul modello di quella francese. Anche il Risorgimento (il momento forse più rivoluzionario della nostra storia) è stato ispirato dall’alto, dalle élite, che avevano l'ambizione di fondare uno Stato unitario e con  il quale la borghesia imprenditoriale avrebbe beneficiato di un vasto mercato nazionale.

Ottenuta la riunificazione del paese, le classi dirigenti non avevano più alcun interesse ad appoggiare i moti popolari che in precedenza potevano aver mobilitato prospettando una maggiore equità sociale, possibile solo dopo aver riconquistato l’indipendenza dal dominazione straniera.

Divennero anzi una forza conservatrice e non esitarono a sostenere  il fascismo fin dalle origini per reprimere qualunque aspirazione di tipo socialista. A fianco del regime fascista parteciparono al banchetto imbastito dalle spedizioni coloniali e successivamente all’entrata in guerra, ciechi dell’isolamento internazionale in cui veniva relegata l’Italia e al disastro che di lì a poco sarebbe seguito.

Solo un evento traumatico esterno (lo sbarco il 10 luglio 1943 degli Alleati in Sicilia) indusse 15 giorni dopo i vertici del partito fascista a rovesciare Mussolini e due mesi dopo a ripudiare il nefasto patto con la Germania che ci aveva trascinato in guerra.

Nell'immediato dopoguerra gli Stati Uniti furono il nuovo punto di riferimento delle classi dirigenti. 

Con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, l’Atlantico divenne (per entrambe le sponde) più largo. Per quanto gli Stati Uniti siano un alleato fondamentale, il legame si è inevitabilmente allentato. Sempre più stretti e cogenti sono diventati quelli con l'Europa. 

Nell’ultimo decennio, la Germania dopo aver digerito la fase della riunificazione, ha rivolto lo sguardo al resto dell’Europa ed è diventata il nuovo punto di riferimento  del continente europeo.

Nel 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la Germania non era preparata a gestire una possibile disgregazione dell’area dell’euro. I timori che si potesse dissolvere un progetto portato avanti da 60 anni occupava le menti delle élite europee.

Infine la classe dirigente tedesca si pose il dilemma se proseguire con l’aggregazione di paesi assai diversi per cultura e condizioni socio-economiche, con il rischio di costituire un'Unione troppo grande per essere governata (e con il rischio di perderne il controllo) o di rafforzare, piuttosto, un’area omogenea intorno alla Germania, composta da Stati sensibili alle esigenze della politica economia tedesca.

La scelta  della seconda opzione è diventata chiaramente evidente a partire dal 2015. La Germania non ha più paura di veder dissolvere l’area dell’euro, poiché si è resa conto che la paura dei paesi periferici di uscire dall’euro (con tutte le inimmaginabili conseguenze che vengono prospettate) è ben maggiore della perdita di un paese come la Grecia (ovviamente dopo aver provveduto a farsi rimborsare i prestiti che le sue banche avevano concesso).

Se il Regno Unito deciderà con il prossimo referendum di uscire dall’Unione, la minaccia di un effetto domino potrebbe ripresentarsi. Tanto vale allora accelerare il progetto di una germanizzazione dell’Europa. Si spiega solo così la sfacciata e provocatoria idea di rendere infruttiferi e non rimborsabili i titoli degli Stati che faranno ricorso all’aiuto europeo.

E’ sempre più evidente l’iniquo trattamento riservato ai paesi periferici rispetto a quanto è successo in Germania, in cui il sistema bancario è tutt’altro che sano, ma che è stato salvato con oltre 250 miliardi di aiuti di stato; mentre per l’Italia era illegale un intervento di  3 miliardi per risanare quattro banche.

E poiché il sistema finanziario italiano ha in bilancio più di 1.100 miliardi di debito pubblico non è sufficiente che venga valutato secondo i discutibili criteri delle agenzie di rating, imponendo pesanti perdite che ricadrebbero comunque sui risparmiatori, ma pretendono che non vi sia più alcun investimento privo di rischio. I risparmiatori non devono aver via di scampo: che mettano i soldi in banca o in titoli di Stato, devono sapere che li perderanno se l’Italia chiederà un aiuto europeo.

E’ il modo che hanno individuato per abbattere gli ultimi scampoli di stato sociale e impedire qualsiasi nuovo intervento pubblico nell’economia. Sarà il mercato a regolare i rapporti economici e sociali.

La Germania sa bene che l’Italia dovrà scegliere tra uscire dall’Unione Europea, con tutte le incognite e i timori del caso, o adeguarsi supinamente alle condizioni imposte. E ciò vale anche per gli altri paesi. Chi accetterà, volente o nolente, entrerà a far parte di un’area sufficientemente omogenea dominata dalle politiche economiche e industriali tedesche in cui si dovrà fornire forza lavoro a basso costo, per poter competere a livello internazionale, e al contempo fornire un’adeguata domanda per le imprese tedesche.

Ed è per questo che ormai le condizioni sono sempre più provocatorie e sfacciate: se l’Italia e gli altri paesi periferici vogliono “restare in Europa” devono pagare il fio fino in fondo. 

Nonostante la corda venga stretta ogni giorno di più, in Italia non si vede alcuna resistenza degna di questo nome. Anzi, il mito dell’Europa e della Germania è talmente introiettato da poter asserire che la nostra classe dirigente sia affetta da una specie di sindrome di Stoccolma. Per quanto si venga sottoposti a condizioni sempre più assurde e inaccettabili, i sacrifici e le sofferenze sono giustificati per  “restare in Europa” e non subire l’onta di essere estromessi.

Ciò è possibile anche perché chi deve sopportare i sacrifici è privo di rappresentanza politica e le poche voci dissenzienti sono isolate e prive di qualsiasi organizzazione in grado di opporsi efficacemente. Nonostante le sofferenze che verranno inflitte, dubito che vedremo un movimento dal basso in grado di rovesciare ciò che si sta preparando per il nostro paese. 

Per quanto l’Italia sia destinata ad un inesorabile, lento e penoso declino, non credo nemmeno che vi sia una classe dirigente, una borghesia, in grado di dare avvio ad un nuovo Risorgimento.

Solo un evento traumatico esterno, temo, potrà porre fine ad una situazione sempre più insensata e insostenibile. Al momento non è dato sapere quale potrà essere. Speriamo non sia necessaria una nuova guerra affinché ci si renda conto che l’assoggettamento alla nefasta influenza tedesca non è nel nostro interesse.

lunedì 11 gennaio 2016

Saldi settoriali, dalle politiche di bilancio alla produttività, passando per la UE

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2012, con l’arrivo del governo Monti e poi con tutti i governi che si sono succeduti (incluso quello di Renzi, attualmente in carica) il saldo primario del settore pubblico è stato gestito per pagare gli interessi ai creditori esteri.


Nel 2010, il saldo primario era in pareggio. Il deficit era dato solo dagli interessi. Ma di questi oltre il 40% (pari alla quota di debito detenuta da investitori stranieri) finiva oltre frontiera. Il restante 60% andava ad incrementare i redditi interni. Gli interessi sul debito pubblico verso l’estero rappresentavano l’1,8% del pil e in misura corrispondente determinava un deficit nelle partite correnti verso il resto del mondo. Un altro 1,8% di deficit negli scambi con l’estero  veniva dal settore privato, che si indebitava per finanziare la spesa eccedente degli investimenti rispetto alla capacità di risparmio. A fine 2010, il deficit delle partite correnti era superava il 3,5% del pil.

Un anno dopo la situazione non era migliorata. All’1,8% di deficit delle partite correnti causato degli interessi sul debito pubblico detenuto da creditori esteri si andava ad aggiungere l’eccesso di spesa, pari al 2,5% del pil, del settore privato. Lo squilibrio verso il resto del mondo era potenzialmente del 4,3%, se non fosse intervenuta nell’estate la manovra restrittiva imposta dalla BCE, che portò al cambio di governo e all’arrivo di Monti, che permise al settore pubblico di conseguire un avanzo primario di 1,2 punti percentuali, con i quali ripagare almeno in parte gli interessi a favore dei creditori esteri. La bilancia dei pagamenti chiudeva quindi con un deficit del 3,1%.

Con l’arrivo di Monti, le misure restrittive diventano particolarmente pesanti. A fine 2012 l’avanzo primario è al 2,2% del pil e il settore privato pensa bene di tagliare la spesa: il surplus degli investimenti sul risparmio scende all’1% del pil (un punto e mezzo in meno rispetto all’anno precedente). Il beneficio sugli interessi del debito pubblico detenuto da creditori esteri è modesto, un decimo di punto (a 1,7%). Il deficit potenziale della bilancia dei pagamenti scende al 2,7%, ma sarà in buona parte coperto dall’avanzo primario del settore pubblico. Il deficit effettivo delle partite correnti si attesterà allo 0,5%.

In soli due anni siamo passati dal pareggio del saldo primario al (quasi) pareggio della bilancia dei pagamenti. Ma la missione non era finita. Con il governo Letta si raggiunge un surplus negli scambi con l’estero dello 0,9%: l’1,6% degli interessi da pagare oltre confine sono ampiamente coperti dall’avanzo primario, pari all’1,9% del pil; mentre il prosieguo delle politiche restrittive porta il settore privato a ridurre la spesa per investimenti al di sotto del risparmi (sottraendo quindi circa mezzo punto percentuale alla crescita del pil). L’avanzo primario del settore pubblico abbinato all’eccesso di risparmio del settore privato consentono di portare la bilancia dei pagamenti in attivo.

Con Renzi lo scenario non cambia. Viene solo leggermente allentata la briglia della politica di bilancio: l’avanzo primario scende dal 2 all’1,5% del pil, sufficiente tuttavia a pagare gli interessi ai creditori esteri. Ma le bastonate inferte al settore privato sono ancora vive nella memoria (e nella pelle), che  cautamente decide di non spendere: l’eccesso di risparmio rispetto alla spesa per investimenti sale a fine settembre 2015 al 2% del pil. Il surplus della bilancia dei pagamenti è quindi solo il risultato di una insufficienza della domanda interna rispetto al potenziale di spesa.

Il calo degli investimenti non deriva da una minore capacità di risparmio: tra il 2010 e il 2015, la quota del risparmio si aggira intorno al 19% del pil, sia pur con un leggero afflosciamento negli più duri delle manovre finanziarie. Ma la spesa per investimenti tra il 2011 e il 2015 scende dal 18 al 14% .


Se calo di risparmio c’è stato, per le famiglie questo è avvenuto nel 2009, quando passa da oltre il 9 al 7% del pil, che viene tuttavia compensato dalle imprese, per le quali passa da oltre il 9 all’11%.

Negli anni successivi, il risparmio delle famiglie oscillerà intorno al 7%, mentre gli investimenti proseguiranno la loro discesa iniziata nel 2007 con la crisi immobiliare, passando dal 7,8 al 5,8%.


Le imprese, invece, dopo la crisi del 2008, rilanciano gli investimenti, in sintonia con il ritorno alla crescita delle disponibilità liquide. Ma dopo l’arrivo del governo Monti gli investimenti vengono drasticamente tagliatida oltre l’11 a poco più dell’8%, nonostante gli utili si mantengano tra l’11 e il 12% del pil.


In definitiva, dal 2012 la politica di bilancio, imposta e controllata dalla UE, è rivolta unicamente a garantire i creditori esteri, a scapito dei redditi e della base produttiva interna. 

Chi parla della produttività, quale causa principale della crisi italiana, dovrebbe chiedersi se questa non sia causata

a) da un lato, dal calo della domanda indotta dalle politiche fiscali introdotte dai governi Monti in poi e che si sono tradotte in un calo della produzione del 25%

b) dall’altro, dall’aver indotto le imprese – in seguito al calo delle vendite – a tagliare gli investimenti (-30% dal 2008), anche di quelli rivolti ad incrementare l’efficienza degli impianti, dato che non vi era più alcuna necessità evidente di soddisfare una domanda che poteva essere ampiamente soddisfatta dagli ampi margini di capacità produttiva inutilizzata (tra il 2009 e il 2014 il grado di utilizzo degli impianti si muove tra il 65 e il 75%).

Negli ultimi cinque anni è quindi divenuto evidente che la politica di bilancio, eterodiretta dalla UE, è stata indirizzata esclusivamente a garantire che l’Italia assolvesse ai suoi impegni verso i creditori esteri, dato che la BCE non si sarebbe posta come garante dei debiti pubblici degli stati membri della zona euro.  Se queste politiche avessero o meno dei costi per le famiglie e le imprese italiane non era un problema che valesse la pena di prendere in considerazione poiché, se anche vi fossero stati, agli occhi della UE questi costi, questi sacrifici, sarebbero stati i benvenuti.


______________________

Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:
(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in uscite al netto degli interessi U, interessi pagati ai residenti ir e interessi pagati all’estero ix si ha

(X-M) = (S-I) – (U + ir + ix –T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ha

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post.


giovedì 17 dicembre 2015

Le multinazionali italiane all'estero - 2013

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel 2013, solo lo 0,5% delle imprese italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente al 10,7% di quella presente in Italia, realizzando il 15% del fatturato conseguito sul territorio nazionale.

Limitatamente alle imprese industriali, quelle con stabilimenti all’estero erano l’1,8%  e garantivano l’occupazione ad un numero di persone equivalente al 23% degli addetti nazionali. Il peso del fatturato delle filiali estere era il 23,8% di quello complessivo.

Rispetto al 2012, il numero delle imprese che hanno un'attività all’estero è aumentato dello 0,8%. Sono aumentate in particolare le imprese industriali (+3,9) e quelle dei servizi non finanziari (+0,2). Sono diminuite quelle impegnate nelle costruzioni (-2%) e quelle dei servizi finanziari (-7,4).  Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 0,6%.

La dimensione media delle aziende italiane all’estero è di circa 80 addetti, che sale a 120 per quelle industriali e a 135 per quelle dei servizi finanziari. Scende a 85 per le imprese di costruzioni e a 47 per i servizi non finanziari.


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane all’estero

Quindici paesi accolgono il 71,6% delle filiali estere delle imprese manifatturiere italiane. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  mediamente di 29.278 euro (+4,3% sul 2012). In Italia, nel 2013, il costo del lavoro per dipendente era di 40.482 euro (il 38% in più della media dei 15 paesi esteri).   

Tra i principali paesi in cui si sono insediate le aziende manifatturiere vi è la Romania, con il 15,5% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero e il 9,6% dell’occupazione, grazie ad un costo del lavoro per addetto di poco superiore a 7.900 euro annui (+13,1% sul 2012).

La Cina ospita l’8% delle aziende italiane all’estero e il 9,4% dei dipendenti, con un costo del lavoro per addetto annuo analogo a quello rumeno, sebbene nel corso del 2013 sia aumentato del 22,4%.

In Brasile si sono insediate il 5% delle aziende manifatturiere italiane all’estero ed offrono lavoro al 10,2% del personale occupato all’estero dalle nostre imprese. Il costo del lavoro per dipendente è in media di 22.972 euro.

In sostanza, dieci dei 15 paesi hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano quasi il 43% delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro a più del 46% di quanti sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso rispetto a quello  francese (56.600 euro), a quello degli Stati Uniti (quasi 56mila euro), della Germania (53.265) e del Regno Unito (quasi 46.700 euro).  Anche quello spagnolo (44.320) supera di quasi il 10%  il costo del lavoro medio per dipendente sostenuto in Italia dalle aziende manifatturiere nel 2013.




mercoledì 16 dicembre 2015

Italia paese da mungere: imprese estere poco innovative che sfruttano settori ad alto valore aggiunto con scarsi benefici per l'occupazione

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Le imprese a controllo estero presenti in Italia, censite nel 2013 dall’Istat, sono 13.165.  Poco più di 9.400 operano nei servizi e quasi 3.760 nell’industria. Rispetto ad un anno prima diminuiscono del 1,2%, ma il calo si concentra nel settore dei servizi (-2%), mentre nell’industria aumentano dello 0,7.

L’occupazione in tal modo offerta coinvolge più di un milione e centosettanta mila persone, in calo rispetto al 2012 dell’1,5%. In tal caso, la flessione avviene soprattutto nell’industria (-2,5%), nonostante la crescita del numero delle attività estere, ma si estende ovviamente anche il settore dei servizi, ove l’occupazione diminuisce dello 0,9.


Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2008. Da allora hanno lasciato il nostro paese l’8,6% delle imprese a controllo straniero, determinando un calo del 6% dell’occupazione.


Se si guarda agli ultimi dieci anni si nota che le imprese estere pur non avendo mai offerto più del 7,5% dell’occupazione complessiva, hanno incrementato non solo il fatturato (dal 14,8 al 16,7% del fatturato totale delle imprese presenti in Italia), ma soprattutto il valore aggiunto (dall’11 al 13,6%), riducendo al contempo le spese in ricerca e sviluppo (dal 26,3% del 2003 al 23,3 del 2013).

In altri termini, le imprese estere  non sono state particolarmente innovative e la loro presenza ha fatto affidamento esclusivamente su prodotti e/o segmenti di mercato ad alto valore aggiunto. Non se ne è giovata l’occupazione, né il livello tecnologico della nostra struttura produttiva. Nel complesso, le imprese italiane hanno perso quote di mercato.



I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano oltre l’80% delle imprese estere e l’85% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Francia (18,3%) e la Germania (13,5).

I paesi che nel 2012 hanno ridotto maggiormente la loro presenza in Italia sono stati la Spagna (-4,6% delle imprese, con un calo occupazionale del 4,3), l’Olanda (-3,6 le imprese e -3,4 i dipendenti) e la Francia (-2,6 e -0,2 rispettivamente).

Rafforza invece la propria presenza l’Austria (2%  di imprese in più), senza che tuttavia si abbia un beneficio per l’occupazione, dato che scende di quasi un punto percentuale rispetto ad un anno prima.  Analoga evoluzione per il Regno Unito, con un incremento delle imprese sul nostro territorio dell’1,7%, ma che procede ad un taglio occupazionale del 10,5%.  Impercettibile la crescita delle imprese giapponesi (+0,3), che tuttavia aumentano gli occupati del 3,3%.


Si deve tuttavia avvertire che le acquisizioni da parte di operatori esteri di imprese italiane comporta statisticamente l’attribuzione al nuovo paese controllante dell’occupazione connessa alle imprese acquisite e che non necessariamente gli aumenti segnalati corrispondono ad effettivi incrementi occupazionali.

martedì 15 dicembre 2015

Il settore dei servizi regge meglio alla crisi del 2013

I bilanci

Nel 2013, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in calo dello 0,7% sul 2012 (hanno cessato l'attività 22.290 aziende). Il fatturato è stato di 1.592  miliardi, in diminuzione dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Si rammenta che, secondo l'Istat, il settore industriale ha registrato un calo dei ricavi del 3,8% e quello delle costruzioni un vero e proprio crollo che ha falcidiato l'11% del fatturato.

Gli acquisti delle imprese dei servizi sono stati ridotti in misura più che sufficiente per limitare il calo del valore aggiunto a meno di un punto percentuale. 

Il costo del lavoro è aumentato dello 0,5%, quale effetto combinato di una riduzione dei dipendenti di poco inferiore all’1% e un aumento del costo per dipendente dell’1,6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato cresce dal 12,8 al 13%.

Il margine operativo lordo (MOL) viene limato di un decimo di punto, dall’11,4 all’11,3%. In termini assoluti  si assottiglia del 2,5%.


Le imprese dei servizi non sono riuscite tuttavia a ridimensionare gli altri oneri della gestione, che aumentano dell’1,4%. I profitti vengono pertanto decurtati del 6,2%. In rapporto al fatturato passano dal 5,8 al 5,5%.


Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,4 milioni di persone (-0,7% sul 2012), con una media di 3,1 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,7 occupati per azienda) sono il 96,7% del settore, garantiscono il 54% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 35,4% del fatturato complessivo.

Le imprese con oltre 9 addetti (in media  quasi 44 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,3% delle imprese, ma garantiscono il 46% dell’occupazione e realizzano il 64,6% del fatturato del settore.

Il fatturato medio per azienda è di 480 mila di euro. Sale a 9,4 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a meno di 176 mila per le piccole aziende.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole, pari al 26,9%, e scende al 23 tra le grandi.

Il costo del lavoro nelle aziende di servizi meno strutturate si ferma  all’8,2% dei ricavi e sale al 15,7 tra le più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 35.100 euro annui. Nelle piccole il costo del lavoro per dipendente scende a 23.400. 
Infine, l’incidenza del MOL sul fatturato scende dal 7,5 al 7,3% per le imprese più complesse, mentre per le piccole sale dal 18,5 al 18,7%.

lunedì 14 dicembre 2015

Crisi bancaria, le considerazioni della Banca d'Italia

Riporto i passi più interessanti di un intervento alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia, in merito alla soluzione adottata per la crisi di quattro banche locali.

E' un documento molto interessante, che non richiede molti commenti.

Come è stata affrontata la crisi bancaria a partire dal 2008?



La Banca d'Italia sostiene di aver proposto una soluzione meno traumatica per le quattro banche coinvolte nella crisi, ma incontrò il diniego europeo:


Quindi, pur avendo risolto senza alcun danno per i bilanci pubblici le precedenti crisi bancarie, è stato sufficiente un diniego della Commissione Europea per dare avvio al Bail-in, ossia  all'azzeramento  dei titoli bancari emessi dalle stesse banche oggetto di salvataggio.

Così, mentre alla Germania, per citare un paese a caso, veniva concesso di usufruire effettivamente degli aiuti di Stato per 238 miliardi di euro,  l'Italia avrebbe violato i sacri principi del libero mercato se si fosse fatto ricorso al Fondo Interbancario per un intervento di 3,6 miliardi.


Ma dal 2016 andrà anche peggio, perché una crisi bancaria analoga a quelle delle quattro banche coinvolgerà ...


Un milione di risparmiatori coinvolti per quattro banche che operano a livello locale!

Come si può avere fiducia in un sistema che pensa di risolvere le crisi aggredendo i risparmi? Non si può.


Peraltro, questa storia dei costi delle crisi addossate ai contribuenti non ha alcun fondamento, sia perché - come abbiamo visto - non vi è stato alcun costo sopportato dai bilanci pubblici, sia perché 

La nostra classe politica e dirigenziale ha abdicato alla difesa degli interessi nazionali. Non ha mai "sbattuto i pugni sul tavolo", come amano ripetere, né ha "rovesciato tavoli". Ha accettato supinamente una direttiva europea iniqua e punitiva per l'Italia. 

Come del resto il presidente del consiglio ammette candidamente:

Questa classe politica e dirigente pensa in tal modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Ma non fa altro che certificare, se non il tradimento degli interessi nazionali, certamente la propria inettitudine e incapacità.


giovedì 10 dicembre 2015

Settore delle costruzioni, dal 2009 al 2013 sono state cancellate 73.600 imprese e 466 mila posti di lavoro

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Nel 2013 nel settore delle costruzioni sono sparite più di 22.500 imprese e quasi 108 mila posti di lavoro. 

Dal 2009 hanno cessato l'attività più di 73.600 imprese edili. L’occupazione è stata ridotta di 466 mila unità, ovvero di ¼.   

Le imprese sopravvissute sono meno di 550 mila (-3,9% sul 2012) ed occupano poco più di 1,4 milioni di persone (-6,9%). Mediamente sono attività costituite da meno di 3 persone (titolare più due collaboratori).

Pur essendo il 28% più numerose delle imprese industriali  fatturano meno del 15% delle stesse, vale a dire poco più  di 175 miliardi di euro. Rispetto al 2012 le vendite sono scese dell'11%.

Conseguentemente, le spese per i materiali necessari all'attività sono state tagliate dell’11,9%, portando la loro incidenza sul fatturato dal 72,6 al 71,9%.

Ciò nonostante, il valore aggiunto arretra dell’8,7%, sebbene risalga sopra il 28% dei ricavi.

Drastico il taglio del costo del lavoro (quasi 10%), quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti dell’8,9% e un calo del costo per dipendente dello 0,9. A causa della più pesante caduta del fatturato, l’incidenza del costo del lavoro sale dal 16,6  al 16,8%.

Per effetto di tutti questi fattori, il margine operativo lordo (MOL) diminuisce per poco meno del 7%, ma rispetto al fatturato sale di mezzo punto percentuale, all’11,3%.


Modesto è stato il taglio degli altri oneri relativi alla gestione (-2,4%) e il risultato è un nuovo crollo dei profitti lordi (-32,4%) dopo il dimezzamento del 2012. Il ritorno sulle vendite si ferma all’1,2% contro l’1,6 dell’anno precedente.


Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 550 mila imprese di questo settore fatturano 315 mila euro, che scendono sotto i 170 mila per quelle con meno di 9 addetti e salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni (oltre i 50 addetti), in prevalenza orientate verso le grandi opere infrastrutturali,  sfiorano i 30 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media meno di 2 occupati)  sono quasi il 96% ed occupano oltre i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma costituiscono  solamente il 50% del mercato.

Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16-17 persone) sono il 3,6% ed occupano il 23% del personale, con una quota di mercato del 27,4% sul fatturato dell’intero settore.  

Le imprese con oltre 50 addetti (in media 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, garantiscono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano quasi il 21% del mercato delle costruzioni.


Il calo del fatturato è tanto più pesante quanto maggiore è la classe dimensionale: per le piccole i ricavi scendono del 7,7,  per le medie del 12,9 e per le grandi imprese di costruzione  crolla del 16,3%.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato passa dal 12,9 al 23,3% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende a poco più del 18% tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (45.500 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 29.200 euro (il 35,8% in meno delle grandi e il 19% in meno delle medie). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 34.500 euro annui.

mercoledì 9 dicembre 2015

Nel 2013 vincono le (sopravvissute) medie imprese industriali e perdono le grandi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Secondo l’Istat, nel 2013 le imprese industriali (escluse le costruzioni) erano poco meno di 429 mila, il 2% in meno rispetto all’anno prima (e ciò equivale ad una chiusura di 8.680 imprese, che si aggiungono alle 5.784 cancellate nel 2012). Il calo maggiore si è concentrato tra le medie imprese (quelle tra i 20 e  i 250 addetti), per le quali sono venute meno il 3,6% delle aziende. Le grandi imprese (oltre i 250 addetti) che hanno chiuso o sono passate alla dimensione inferiore sono l’1,7%. Hanno  infine cessato l’attività l’1,9% delle piccole aziende (meno di 20 addetti).

Il fatturato è stato nel complesso di oltre 1.184 miliardi, il 3,8% in meno rispetto al 2012. Il calo è stato particolarmente forte tra le grandi imprese (-9,6%), quale risultato di un decremento del fatturato medio dell’8% che si va ad aggiungere alla flessione del numero delle grandi imprese. Le vendite complessive sono diminuite anche per le piccole (-3,5%), ma il fatturato medio si contrae solamente dell’1,6. Quanto alle medie, nonostante siano diminuite di numero (3,6%), il fatturato complessivo cresce del 3,3%, grazie ad un aumento dei ricavi medi per impresa del 7,2%.

Al calo delle vendite ha corrisposto un taglio degli acquisti di materie prime, beni intermedi e servizi necessari alla produzione del 4,4%.

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, aumenta - grazie alla contrazione degli acquisti dei prodotti intermedi - dal 19,9 al 20,4% del fatturato. La maggiore incidenza del valore aggiunto riguarda le piccole imprese (per le quali aumenta dal 25,3 al 26% del fatturato) e le grandi (dal 17 al 17,7%). Cala invece per le medie (dal 21 al 20,8%).

Il costo del lavoro diminuisce dello 0,7%, quale effetto combinato di un calo dei dipendenti del 3% (pari a 46.700 persone) e un aumento del costo per dipendente del 2,2%. Il maggior calo del fatturato rispetto al costo del lavoro accresce l’incidenza di quest'ultimo, dall’11,8 al 12,2%.

Tra le piccole imprese, i dipendenti diminuiscono del 3,9%. Minore è invece il calo tra le medie e le grandi aziende (2,5-2,6%). Quanto al costo del lavoro per dipendente, vi è sostanziale uniformità tra le piccole e le medie (con aumenti tra il 2,7 e il 2,8%), mentre l’aumento per le grandi imprese si ferma all’1,6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato diminuisce con l’aumento della classe dimensionale: dal 13,9 delle piccole al 10,5 delle grandi.

Il maggior peso del fattore lavoro sul fatturato erode quasi completamente il guadagno che era stato ottenuto sul valore aggiunto e  il margine operativo lordo (MOL) cresce solo di un decimo di punto, all’8,2%. 

Al contrario del costo del lavoro, il MOL è tanto più alto quanto minore è la classe dimensionale. Si passa così dal 12% delle piccole al 7,2 delle grandi.

Il MOL si contrae in termini assoluti per il complesso delle imprese industriali del 2,6% rispetto al 2012. Le aziende non riescono tuttavia ad evitare un aumento degli altri costi e oneri di gestione (+1%), sicché i profitti lordi arretrano del 3,2%, sebbene restino invariati sul fatturato (6,9%) rispetto all'anno precedente.



Struttura e indicatori di competitività

Le 428.970 imprese del settore industriale occupano oltre 4 milioni e 35 mila di persone, con una media di 9,4 addetti per azienda (9,9 nel 2009).

Le imprese fino a 19 addetti (in media meno di 4 occupati per azienda) sono il 92,8% del settore ed occupano il 37,4% delle persone.  Il loro fatturato vale il  17,8% dell'intero settore industriale.

Le imprese tra 20 e 249 addetti (con una media di 51 persone) sono meno del 7%, occupano il 37,3% del personale e fatturano il 39,2% delle vendite complessive del settore. 

Le imprese con oltre 250 addetti (in media 738 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,3%, ma garantiscono più del 25% dell’occupazione e realizzano quasi il 43% del fatturato del settore industriale.


Il fatturato per dipendente delle imprese industriali è mediamente superiore a 339 mila euro (-0,8% sul 2012). Tale rapporto sale a quasi 499 mila per le grandi imprese, mentre scende a meno di 211 mila per le piccole.

Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente ammonta a 29.400 euro (il 43,9% in meno delle grandi e il 29,8% in meno delle medie imprese). Per il settore industriale nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 41.300 euro annui.


Nelle piccole imprese ogni dipendente in media lavora quasi 1668 ore l’anno (lo 0,4% in più che nelle medie e il 3,9% in più che nelle grandi). Per il complesso del settore industriale le ore mediamente lavorate da ogni dipendente sono state quasi 1.650 ore.

Nel complesso, le quote di mercato crescono soprattutto per le medie imprese e ciò le permette di ampliare i margini del 7,3% sul 2012. Le piccole imprese mantengono gli stessi livelli di MOL dell’anno precedente (e lo aumentano rispetto al fatturato),  ma solo grazie ad un drastico calo dei dipendenti (-3,9%). I perdenti del 2013 sono le grandi imprese che, oltre al calo del fatturato, accusano una contrazione dei margini del 12%.

venerdì 2 ottobre 2015

Redditi delle famiglie e delle imprese a fine giugno. E' questa la ripresa?

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Il reddito annuo delle famiglie a fine giugno è stato di quasi 1.107 miliardi ed è cresciuto rispetto allo stesso periodo del trimestre precedente ad un tasso annualizzato dell’1,3%. L’aumento è derivato soprattutto  dalle retribuzioni lorde (+1,8) e dalle prestazioni sociali, cresciute dell’1,5%. I redditi da capitale e impresa sono invece aumentati dello 0,3%.


Non vi è sostanziale differenza rispetto alla tipologia dei percettori: i redditi delle famiglie dei dipendenti, dei pensionati e degli inoccupati (famiglie consumatrici) sono aumentati dell’1,3%, mentre quello dei lavoratori autonomi e degli imprenditori (famiglie produttrici) è nel complesso cresciuto dell’1,2%. Al netto dell’inflazione, i redditi reali delle famiglie sono aumentati dell’1,1% rispetto al trimestre precedente in termini annualizzati.


Tuttavia, la propensione al consumo media annua scende tra il primo e il secondo trimestre di un punto base (all’89,3%) determinando un aumento reale dei consumi (+0,6) inferiore alla crescita dei redditi.


Pertanto, il risparmio aumenta del 5.8%, soprattutto per merito delle famiglie consumatrici (+7,1), mentre per quelle produttrici l’aumento si ferma all’1,7%.


L’aumento del risparmio più che un effetto del ritrovato benessere sembra piuttosto il riflesso dei timori e delle incertezze sul futuro, come si evince anche dalla spesa per investimenti, che rimane invariata rispetto al trimestre precedente. L'andamento degli investimenti delle famiglie è tuttavia molto differenziato: per le famiglie consumatrici scende da 17 trimestri consecutivi (-0,5% a giugno), mentre per le famiglie produttrici sale per il secondo trimestre consecutivo (+1,1 a giugno), sebbene il loro livello di spesa sia inferiore a quello di inizio millennio.



Se gli investimenti delle famiglie languono, quelli delle imprese non fanno di meglio: nei dodici mesi terminanti a giugno sono diminuiti dello 0,1% annualizzato rispetto allo stesso periodo del primo trimestre e dello 0,5 per le società non finanziarie (SNF). Nel complesso, il settore privato ha ridotto gli investimenti dello 0,2%. Solo quelli pubblici crescono del 3,6% in termini annui rispetto a marzo.


Il calo degli investimenti si spiega con la debolezza della domanda, che per le SNF è durata 14 trimestri consecutivi, tornando a crescere solo nel secondo trimestre di quest’anno (+0,6%).


In termini nominali, il valore aggiunto annuo delle SNF è cresciuto a giugno dell’1,3% annuo rispetto allo stesso periodo del trimestre precedente. Il costo del lavoro è aumentato dell’1,6  e  il margine operativo lordo (MOL) dell’1, rappresentando poco meno del 40% del valore aggiunto.