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sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

_________

(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

domenica 16 febbraio 2014

L'anomalia italiana

L’aumento del pil nell’ultimo trimestre del 2013 è l’occasione per Fabrizio Galimberti su Il Sole 24 Ore di ieri per esaminare le cause de “l’anomalia italiana”. E le anomalie sono individuate confrontando il nostro paese con quanto è avvenuto in Germania.

E i plus dell’economia tedesca sarebbero, nell’ordine:

a) un mercato del lavoro più flessibile
quel Paese seppe avviare un processo di riforme, specie nel mercato del lavoro, che rese l'economia più flessibile. E sindacati lungimiranti accettarono sacrifici in termini di salari e di condizioni di lavoro (basti pensare alle spregiudicate minacce di molte imprese metalmeccaniche di spostare fabbriche nella Repubblica Ceca in assenza di concessioni).

b) le esportazioni, fortemente orientate verso le economie emergenti
che sempre più - ormai coprono oltre la metà del Pil mondiale - facevano da locomotiva e da "ultima spiaggia" per l'export dei Paesi emersi. E l'import degli emergenti aveva bisogno di quei beni capitali in cui eccelle la Germania, mentre l'export faceva concorrenza ai nostri prodotti.

c) l’efficienza della pubblica amministrazione
Quando l'economia è in ginocchio, come successe a tutti nel 2009, per rimetterla in carreggiata conta soprattutto l'apporto del settore pubblico. E qui conta l'efficienza della Pubblica amministrazione, la rapidità nel rimettere in gioco progetti e stimoli. Una burocrazia che sa solo negare e ritardare, un'organizzazione dello Stato che con le "competenze concorrenti" - portato sciagurato di un federalismo male inteso - si fa nemica dell'intrapresa, ha mantenuto in ginocchio l'economia italiana molto dopo che altre si erano risollevate.

Al di là di queste belle parole, mancano i dati che possano confermare queste tesi che sono alla base dei classici luoghi comuni.

Partiamo dalle esportazioni, indubbiamente punto di forza dell’economia tedesca, dato che incidono per oltre il 50% del pil contro il 30 dell’Italia. Dal 2007 al terzo trimestre dell’anno scorso sono aumentate in termini reali di oltre il 15%. Quelle italiane, invece, nonostante la retorica sulla creatività e lo spirito imprenditoriale italico, sono tuttora al di sotto del livello di sei anni prima.



In questa evoluzione influisce indubbiamente – come dice Galimberti – l’orientamento dei mercati di sbocco, con le economie emergenti che contano nel caso della Germania per circa l’11% del pil contro l’8 dell’Italia (grafico pubblicato da Freemaninrealword su twitter)


Si può inoltre convenire che il grado tecnologico delle esportazioni tedesche sia superiore o comunque più richiesto di quello che può offrire l’Italia. Ma si dovrebbe tener conto anche del vantaggio implicito di cui gode la Germania grazie all’euro. 

Fermo restando il rapporto di cambio con la valuta comune, i prezzi alla produzione dei manufatti italiani sono aumentati di quasi il 20% nel decennio che termina nel 2009, contro un incremento inferiore al 5 di quelli tedeschi, (che si è realizzato peraltro solo negli ultimi dodici mesi del 2009).


La valuta comune, con il suo cambio irrevocabile, ha impedito alle esportazioni italiane di poter contare su possibili adattamenti nei rapporti con l’estero, determinando prezzi sempre meno vantaggiosi rispetto a quelli tedeschi.

E’ facile prevedere a questo punto l’obiezione secondo la quale il sistema industriale italiano avrebbe dovuto competere migliorando l’efficienza e la produttività, più che confidare in una ormai impossibile svalutazione relativa dei prezzi, ottenendo per questa via una contenimento del costo del lavoro per unità di prodotto (clup).

Il discorso del clup racchiude tutti gli aspetti critici che deve affrontare un’impresa, in quanto incorpora sia i fattori che determinano la produttività, sia quelli inerenti al costo del lavoro. Infatti – vale la pena ricordarlo – il clup non è altro che il rapporto tra il costo complessivo del lavoro (CL) e la produzione (Q):

(1) Clup =  CL/Q.

A sua volta il costo del lavoro può essere espresso come il risultato che si ottiene moltiplicando il numero dei dipendenti (N) con il salario medio (w, comprensivo di tutte le voci dirette e indirette), ovvero

(2) CL = Nw

Analogamente, le quantità prodotte possono essere riscritte come il frutto della produttività per dipendente (Q/N) per il numero dei dipendenti impiegati

(3) Q/N * N

Sostituendo la (2) e la (3) nella (1), si ottiene:

Nw / N*(Q/N)

ovvero che il clup è dato dal rapporto tra il costo del lavoro per dipendente (w) e la produttività per dipendente (Q/N).

(4) clup = w / (Q/N)

Si tratta quindi da un lato di esaminare l’evoluzione del costo del lavoro per dipendente (con le annesse cantilene sulle riforme del mercato del lavoro) e, dall’altro, l’andamento della produttività.

Quanto al costo del lavoro, in Italia è aumentato tra il 1999 e il 2012 quasi del 37% contro il 29,3 della Germania. Ciò ha ridotto il vantaggio  delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche, quando pagano i lavoratori, dal 38% del 2000 al 29%. Ma resta il fatto che il costo del lavoro in Italia è inferiore a quello tedesco.


Non si può quindi dire che il problema sia il costo del lavoro. E’ sicuramente cresciuto di più, ma rimane un ampio margine di vantaggio rispetto a quello tedesco.

D’altra parte, se è vero che è cresciuto di più è anche vero che se depuriamo l’andamento del costo del lavoro dall’inflazione, i redditi reali dei lavoratori italiani sono rimasti sostanzialmente sempre inferiori alle dinamiche dei redditi reali dei lavoratori tedeschi.


Parlare di svalutazione salariale competitiva della Germania non è quindi propriamente esatto, almeno rispetto all’Italia, dato che i redditi reali dei lavoratori italiani sono sostanzialmente sugli stessi livelli del 2001, mentre quelli tedeschi sono aumentati in termini reali del 3,7% rispetto al 1999.

Ne hanno senso le solite richieste di maggiore flessibilità del mercato del lavoro italiano, sia perché – come abbiamo visto – non è quello il problema, sia perché in base ai parametri OCSE le nostre normative sono già allineate a quelle tedesche e finanche più favorevoli (per le imprese) a quelle in vigore in Germania, soprattutto per i licenziamenti individuali (grafico pubblicato da Freemaninrealword su twitter).


Il problema non è il costo del lavoro, la flessibilità o il cuneo fiscale (il quale, se ridotto a favore delle imprese, potrebbe far crescere i profitti netti, ma non le vendite; mentre non saranno i 10 o i 20 euro in più nelle buste paga che faranno aumentare i consumi, soprattutto se poi per coprire il buco di bilancio che così si crea si aumentano iva, addizionali e accise). Il problema è la produttività.

Ma da cosa dipende la produttività? La produttività, data la tecnologia impiegata nei sistemi produttivi, dipende dalla domanda: le imprese aumenteranno la produzione solo se vedono che quanto producono viene venduto, anziché accumularsi nei magazzini.

La produttività è strettamente connessa con le vendite, con la domanda; tanto in Italia quanto in Germania. E se in Italia la produttività è sugli stessi livelli del 2000 lo si deve al fatto che il calo della produzione (in grafico rappresentato dal valore aggiunto reale del settore manifatturiero) si è riflesso interamente sull’occupazione. Abbiamo mantenuto la produttività di inizio millennio, ma produciamo (e vendiamo) il 7% in meno. Non vi è modo di aumentare la produttività riducendo il numeratore (Q), ossia la produzione, ossia le vendite, ossia la domanda, salvo che riducendo ancor di più la base occupazionale (N). Che a sua volta, però, influisce sulla domanda, ossia sulle vendite delle imprese, ossia sulla produzione e quindi sulla produttività. Una simile politica non ci porta da nessuna parte, se non alla miseria.  


Anche in Germania, la produttività segue le vendite (ossia la domanda). Ma il valore aggiunto reale del settore manifatturiero è in questo caso cresciuto di oltre il 32% e per sovrappiù hanno ridotto l’occupazione del 5,2%. Produrre 1/3 in più con 1/20mo di persone in meno significa aver rinnovato gli impianti.


Non si possono ignorare questi fatti. Il diverso atteggiamento della classe imprenditoriale tedesca e di quella italiana (in termini di innovazione di prodotto, di processi produttivi, di mercati, ecc.) si riflette sulla diversa efficienza delle imprese, con annesse ricadute produttive e occupazionali.

Ma se gli imprenditori italiani hanno le loro colpe, bisogna ancora determinare perché la produzione tedesca è potuta aumentare di oltre il 30% e quella italiana è scesa del 7.

Come abbiamo detto, si produce se si vende. E le vendite sono determinate dalla capacità di spesa espressa dalla domanda interna privata, da quella estera e da quella pubblica.

La domanda estera è già stata esaminata. In Germania l’export conta per la metà del pil contro il 30% dell’Italia. Ciò espone quel paese al ciclo internazionale. Ma questo a partire dal 2010 è stato ampiamente favorevole. Su questo fronte, la vera differenza la fa, oltre all’inadeguatezza della classe imprenditoriale italiana (che comunque non è circoscrivibile all’ultimo decennio), proprio il venir meno del ruolo compensativo esercitato dai rapporti di cambio. L’introduzione dell’euro – in presenza di una sistema imprenditoriale miope e culturalmente arretrato  - è stato svantaggioso per il sistema produttivo italiano, in quanto ha reso sempre meno convenienti le nostre esportazioni.

La domanda interna del settore privato in Italia è stata penalizzata da una crescita dei salari reali inesistente, ma soprattutto dal calo occupazionale (sono stati persi 1 milione e 250 mila posti di lavoro; -5,3% rispetto al 2008) che ha depresso i consumi delle famiglie (-7,8% sul 2007). Vista l’importanza della domanda interna, gli investimenti non ne potevano che risentirne e sono crollati del 27,5%.

In Germania, i consumi sono cresciuti di oltre il 6% in termini reali, mentre gli investimenti sono ritornati praticamente sugli stessi livelli del 2007. Nel complesso la domanda interna privata è aumentata per poco meno del 5% (contro il -13,1 di quella italiana).


Ma la vera differenza l’ha fatta la domanda pubblica. Mentre in Italia si seguivano le ricette imposte da Francoforte e Bruxelles, con il risultato di ridurla in termini reali del 3% rispetto ai livelli del 2007, a Berlino la domanda pubblica cresceva di oltre il 10%.




E’ facile vedere che quando tutte le componenti della domanda sono in calo è impossibile conseguire significativi aumenti di produttività, salvo che aumentando il numero dei disoccupati. Ma queste sono le politiche che sono state imposte all’Italia (e agli altri paesi periferici dell’eurozona). Ed è questa l’anomalia italiana: essere in un sistema che anziché guardare al benessere dei propri cittadini e alla piena occupazione ne impone il progressivo impoverimento mediante un rigore fiscale che deriva da un’ideologia che guarda a parametri privi di qualsiasi fondamento, come il deficit al 3% o il debito pubblico al 60%, piuttosto che preoccuparsi di impostare delle politiche per ridurre la disoccupazione.


venerdì 6 dicembre 2013

Vi sembra che il problema sia la spesa pubblica?


In tre grafici, un rapido confronto tra Italia e Germania attraverso le principali voci del bilancio pubblico.

La spesa pubblica al netto degli interessi




La pressione fiscale




Il saldo primario (totale entrate meno uscite al netto degli interessi)

lunedì 25 novembre 2013

L'economia italiana vista dai tedeschi

Tobias Piller, corrispondente della FAZ in Italia, in un articolo appena pubblicato racconta ai propri connazionali le vicende politiche e il dibattito economico che è in corso nel Belpaese. Ovviamente il giudizio non è molto lusinghiero. A parte le considerazioni politiche sul governo Letta (inconcludente), i rilievi più forti riguardano la situazione economica.

Secondo quanto riporta il sito Voci dalla Germania, per il giornalista tedesco 
Non serve a molto che il Presidente del consiglio Letta vada all'estero a parlare di riforme, a dire che l'Italia ha rimesso a posto le finanze pubbliche con le proprie forze, "senza aver ricevuto un solo Euro di aiuti dall'Europa". Il primo ministro italiano trascura le garanzie messe sul tavolo da Francoforte e Bruxelles per non far sprofondare l'Italia nel circolo vizioso della sfiducia degli investitori e della speculazione dei mercati. Il premio al rischio italiano è stato contenuto solo grazie alle garanzie del presidente BCE Mario Draghi, all'acquisto dei titoli di stato italiani e al generoso finanziamento delle banche europee. Allo stesso tempo l'Italia ha beneficiato della creazione dei fondi di salvataggio e dei meccanismi per limitare il rendimento dei titoli di stato.
Piller fa passare in tal modo l’idea, del tutto falsa, che l’Italia abbia beneficiato del Fondo Salva-Stati, quando è vero esattamente il contrario. Tra finanziamenti bilaterali e quote di competenza ai fondi europei a sostegno dei paesi in difficoltà, l’Italia ha sborsato (non preso) oltre 50 miliardi. E se qualche banca europea ha acquistato i titoli di Stato italiani (sebbene dal 2010 la quota del debito estero sia scesa – non aumentata – dal 43 al 34%) l’ha fatto non per misericordia o pietà, ma per i rendimenti che si assicurava. 

E’ vero invece che il differenziale con titoli tedeschi è sceso grazie agli annunci – perché tali sono stati e non altro – di Mario Draghi. Il quale nel luglio di un anno fa dichiarava che la BCE avrebbe fatto quanto è necessario per salvare l’euro. Accusare Draghi per queste esternazioni equivale a sostenere che la BCE doveva restare impassibile mentre il sistema monetario europeo andava in frantumi. Se è questo quel che  vuole Piller - che non perde occasione in Italia per difendere l’euro - è bene che si chiarisca le idee.

Contro chi propone politiche di tipo keynesiano, scrive:  
Si dimentica che i politici orientati alle clientele e corrotti in questo modo cercavano solo di legittimare la loro spesa eccessiva. Soprattutto la spesa pubblica irresponsabile dal 1980 al 1992 ha fatto crescere il rapporto deficit/PIL dal 60 al 120%.
Come mai si è fermato al 1992? Sembra quasi che sprechi e privilegi non vi siano più stati da allora. Eppure solo un anno fa esplodeva lo scandalo dei consiglieri regionali laziali, che si davano alla pazza gioia con i soldi messi a disposizione dalla Regione. E non è l’unico caso. Ieri sul Corriere Michele Ainis inizia il suo editoriale elencando le spese più bizzarre che i consiglieri regionali si sono fatti rimborsare. Nel complesso  “le inchieste giudiziarie chiamano in causa 17 Regioni e oltre 300 consiglieri regionali”.

L’Italia è in mano ad una classe politica sfacciata, incapace e collusa. E gli italiani hanno le loro responsabilità nel confermare voto dopo voto l’attuale assetto politico. Ma resta il fatto che il debito pubblico dal 1992 non è cresciuto per una spesa pubblica incontenibile. In tutti questi anni le uscite al netto degli interessi sono state inferiori alle entrate. L’avanzo primario (sì, avanzo, non deficit) avrebbe potuto ridurre il debito dai 750 miliardi  di euro del 1991 a 65 miliardi. Peccato che gli interessi pagati siano stati nello stesso periodo superiori a 1.820 miliardi.

D’altra parte, la spesa pubblica procapite italiana (includendo gli interessi) è inferiore a quella tedesca di circa il 10%, mentre la spesa sociale lo è del 17; quella sanitaria del 30%.



Sull'Italia restano pero' grandi dubbi, data l'estrema inefficienza dell'organizzazione statale. Ogni Euro gestito dal settore privato, di conseguenza, porterebbe maggiori benefici alla crescita economica.
Infatti l’abbiamo vista l’efficienza dei privati: Fonsai, Ilva, Telecom, Alitalia. E’ una gara a chi fa peggio. Ma soprattutto si dimentica che senza la domanda pubblica, il settore privato starebbe peggio, non meglio. Infatti, dal secondo trimestre del 2011 la domanda pubblica è diminuita del 3% in termini reali e il settore privato ha accentuato la caduta dal 5 all’8%.


Per Piller è da escludere anche un aumento dei consumi, perché
se gli italiani continuano a comprare sempre piu' auto e dispositivi tecnici stranieri oppure fanno viaggi all'estero, l'aumento dei consumi porterà con sé un aumento anche dell'import.
Parla contro i propri interessi? Non credo proprio. Si vuole semplicemente favorire l’altra grande voce che compone il reddito di un paese: i profitti. Ma in Italia abbiamo la paradossale situazione che sia il reddito delle famiglie che i margini di profitto sono in calo. Le prime sono scese del 10% dal 2007 e i secondi sono passati dal 44 a meno del 39% del valore aggiunto delle società non finanziarie (SNF). Come è possibile? La risposta è in questo grafico.


Il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) balza del 13,6% non a causa del monte salari, che resta sostanzialmente invariato (+2,8% sul 2008), ma per il crollo del valore aggiunto, ossia della domanda (quasi il 10% in meno).

Non vi può essere aumento di competitività o dei margini di profitto, se le vendite continuano a diminuire. Uno dei modi per far crescere la domanda sta in un rapporto di cambio più favorevole, ovvero nella svalutazione (uno strumento di politica economica che però non è nelle disponibilità del governo).

Ma per Piller
con una svalutazione dei prodotti italiani non sarebbe cosi' semplice aumentare le vendite, perché in questo segmento di mercato a basso prezzo si affollano concorrenti provenienti da altri continenti.
Una logica veramente stringente: è forse in grado di spiegare come un cambio sopravvalutato favorisca le esportazioni? Perché anche escludendo facili automatismi derivanti dalla svalutazione, a maggior ragione  non si vede come un'euro-lira forte possa favorire la domanda estera.

Ma la cosa veramente paradossale è che la Germania, da tutti riconosciuta come  tecnologicamente avanzata e che quindi non avrebbe avuto bisogno di "aiutini" sui tassi di cambio, ha usufruito abbondantemente della svalutazione. Dal 1999, anno in cui sono state fissate irrevocabilmente le parità delle monete nazionali con l’euro, il tasso di cambio reale tedesco (deflazionato con i prezzi al consumo) è stato quasi costantemente sottovalutato e a tutt’oggi gode di un vantaggio comparativo verso l’Italia superiore al 9%.


Spesa pubblica procapite superiore alla nostra e svalutazione implicita dell’euro-marco. Eppure sono qui a darci lezioni di politica economica.

Dagli amici ci guardi Iddio, che dai nemici …
Bisogna solo stabilire se sono amici o no.

giovedì 21 novembre 2013

L'ossessione tedesca e l'incubo europeo

La Germania è accusata di aver attuato una politica di compressione della crescita  salariale interna che le avrebbe permesso di sconfiggere la concorrenza dei paesi più deboli, espropriati della possibilità di svalutare la  loro moneta, ma che ha finito per innescare la crisi dell’euro, avendoli portati in recessione e a livelli sempre più insostenibili di disoccupazione.

Krugman ed altri chiedono  alla Germania di rilanciare la domanda interna, anche a costo di un’inflazione più alta, quale mezzo per evitare che l’euro si frantumi.

La Germania, a solo sentir parlare di inflazione, si chiude a riccio ed indica agli altri paesi di procedere con le “riforme” del mercato del lavoro, come ha fatto lei, quale modo per recuperare competitività e conseguente crescita dell’occupazione.

In effetti il tasso di disoccupazione tedesco (5,3% a giungo) è ad un livello che potrebbe riflettere una situazione di piena occupazione. In questa circostanza, ogni ulteriore aumento della domanda si confronterebbe con una base produttiva già stressata, che potrebbe innescare rivendicazioni salariali con conseguenti riverberi sui prezzi. L’invocazione di più domanda si tramuterebbe quindi abbastanza prevedibilmente in incrementi nominali, ma non reali, venendo meno l’effetto traino per le esportazioni dei paesi periferici dell’eurozona.

Tuttavia il tasso di disoccupazione attualmente in uso nelle statistiche ufficiali internazionali esclude dal computo della forza lavoro coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un'occupazione. Come pure esclude, considerandoli a tutti gli effetti occupati, coloro che hanno accettato un lavoro part-time solo perché non hanno trovato nulla di meglio.

Nella definizione ufficiale di disoccupati vi entrano in Germania 2,3 milioni di persone. Ma se si aggiungono le altre categorie escluse dalle statistiche ufficiali, i disoccupati salgono a 5,1 milioni, ovvero l’11,7% della forza lavoro ridefinita per includere gli scoraggiati. In altri termini, per ogni disoccupato ufficialmente censito ve ne sono altri 1,3 che vengono ignorati (il rapporto più alto tra i maggiori paesi europei, dopo l’Austria. Praticamente sullo stesso livello si colloca il Regno Unito e l’Italia).


L’ossessione tedesca per l’inflazione non ha quindi ragion d’essere. Una politica orientata alla crescita della domanda interna riattiverebbe infatti coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro senza che – automaticamente – si inneschi una spirale inflazionistica. Sarebbe una crescita sana, basata su incrementi reali di occupazione e redditi. Ma in tal modo anche gli altri partner europei potrebbero agganciarsi alla domanda proveniente dal Nord Europa e invertire l’attuale trend recessivo.

Un sogno? Forse. Ma l’alternativa è un incubo.  

Aumenta la spesa sanitaria ... in Germania

In Italia se non parli male della spesa sanitaria, non sei credibile. Devi dire tutto il male possibile: che ci sono sprechi, inefficienze, tangenti e corruzione e ovviamente loschi affari con i politici.

Non mancano i fatti che avvalorano ogni singola accusa. Esperienze di malasanità e "incongruenze" nelle forniture ospedaliere tra le diverse regioni vengono citate per sostenere i tagli alla spesa sanitaria. 

Con il risultato di ridurre i posti letto, salvo poi lamentarsi se la gente muore perchè rimane in attesa di un'autoambulanza o perchè non riesce a trovare accoglienza in un ospedale specializzato nella propria provincia. 

A parte il fatto che se abbiamo 20 sistemi sanitari, anzichè uno (con annessa riduzione del potere contrattuale verso le imprese fornitrici), lo si deve proprio ad un sistema politico che ha inseguito un pseudo federalismo (che qualche liberista avrà pur votato) e che ha coltivato le "amicizie giuste" utili per reciproci scambi di favori (finanziamenti politici in cambio di concessioni e autorizzazioni); e a parte il fatto che la spesa sanitaria procapite è tra le più basse dei paesi avanzati; a parte tutto questo, l'Ocse ha certificato che la spesa sanitaria italiana per abitante tra il 2009 e il 2011 è scesa dello 0,4% all'anno in termini reali



Certo non è scesa come in Grecia (-11,1% all'anno  in termini pro-capite reali), ove curarsi è diventato un privilegio per chi se lo può permettere. 

Ma se questo è quello che si vuole, non si dica che l'aumento della spesa pubblica ci porta verso la Grecia, dato che - con tutta evidenza - è chi continua a parlare di tagli che vuole imitare il modello greco. 


Se invece si deve seguire l'esempio della Germania, come ci viene ricordato ogni volta quale fulgido esempio di efficienza e di successo se solo si azzarda ad esprimere una critica all'attuale Eurosistema e alle connesse politiche economiche di austerità, si sappia che la spesa sanitaria tedesca nell'ultimo decennio è aumentata del 2,1% all'anno in termini reali e che è quasi del 50% superiore alla nostra in termini pro capite.

mercoledì 20 novembre 2013

La Germania Egoista

Fonte: Elaborazioni su dati Ocse


Anche nel 2013 gli Stati Uniti sono stati il maggior volano alla crescita economica mondiale. L’Ocse stima che il deficit delle partite correnti, pur ridotto di circa 20 miliardi rispetto al 2012,  resti ampiamente sopra i 400 miliardi di dollari. Dal 2004 un sostegno al commercio mondiale è venuto anche dai maggiori paesi in via di sviluppo (senza contare Cina ed economie asiatiche più dinamiche). La loro domanda netta verso il resto del mondo è passata da 6,6  ad oltre 275 miliardi di dollari. 



I maggiori beneficiari della crescita mondiale restano i paesi produttori di petrolio, che vantano un surplus di oltre 780 miliardi di dollari. Segue la zona Euro che ha portato l’avanzo delle partite correnti a 330 miliardi di dollari, oltre 100 in più sul 2012 (+44,6%). Si affidano alla crescita estera anche la Cina (surplus di 208 miliardi) e le economie asiatiche più dinamiche (ovvero Taiwan, Hong Kong, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam), con un avanzo di quasi 140 miliardi. Il Giappone ha ridotto progressivamente la propria dipendenza dalle esportazioni.

In un’ottica di lungo periodo, gli andamenti cumulati delle partite correnti mostrano gli Stati Uniti come il principale volano alla crescita della domanda mondiale, a tutto vantaggio delle altre principali aree economiche. Tale ruolo deve competere giustamente al paese che possiede una valuta accettata internazionalmente nei rapporti economico-finanziari.


Ruolo che non può essere giocato dagli altri paesi che hanno visto aggravare le partite correnti. Un deficit persistente non solo brucia riserve valutarie, ma comporta un crescente indebitamento estero, che espone agli shock finanziari. Tra i maggiori paesi, il Brasile, la Turchia e l’India sono i paesi più esposti. Preoccupante anche l’indebitamento del Messico.


Il Sudafrica può prendersi una certa libertà perché può contare sulla produzione mineraria di oro, mediante la quale si  procura la valuta estera necessaria per pagare il proprio fabbisogno; ma non può evitare la svalutazione strisciante della propria valuta (come avviene al dollaro).

Anche il Regno Unito, per quanto la sterlina non possa essere paragonata al dollaro, possiede una valuta accettata internazionalmente. E come gli Usa può rimanere ragionevolmente in deficit, senza subire gli shock dei mercati finanziari, salvo la progressiva svalutazione della propria moneta.


Se gli USA e in proporzione il Regno Unito fanno la loro parte per sostenere la crescita mondiale, così non si può dire per l’area Euro, dato che con i sui surplus sottrae domanda al resto del mondo. Le accuse rivolte nei giorni scorsi dal Tesoro americano e riprese da Paul Krugman sono quindi fondate. 



Ma il grafico qui sopra mette in luce un altro aspetto, relativo alla Germania e agli altri paesi dell’area dell’euro. I paesi “periferici”, ovvero Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, dal 2008 hanno ridotto – volenti o meno – i propri squilibri nei conti con l’estero (e con esso l’indebitamento estero), tanto da ritornare in pareggio. Ma questo aggiustamento non ha intaccato il surplus “eccessivo” della Germaia, che è rimasto stabilmente sopra i 200 miliardi di dollari (il 7% del pil; la Cina è al 2,3). Ciò vuol dire che la contrazione della domanda dei PIIGS, che inevitabilmente si riflette in un calo delle esportazioni tedesche nell’area euro, è stata compensata estendendo il surplus verso il resto del mondo. In tal modo, però, si contribuisce a deprimere la domanda mondiale e si va al traino della crescita degli altri paesi. I quali, a differenza della Germania, non possono contare su una valuta come l’euro.

In altri termini, la Germania non collabora con gli Usa (e il Regno Unito) ad adempiere al proprio ruolo di “domanda di ultima istanza”, contribuendo ad aggravare lo squilibrio degli altri paesi più deboli (sia in termini valutari che industriali), ovvero esporta disoccupazione. E la esporta non solo all’esterno, ma anche all’interno dell’area euro, con l’imposizione delle politiche di austerità che comprimono la domanda, senza che migliori per questo la competitività dei paesi "periferici".

venerdì 1 novembre 2013

Krugman: Germania bocciata in macroeconomia

I tedeschi sono offesi, offesi con il Dipartimento del Tesoro che, nel Rapporto Semestrale sull’Economia Internazionale e le Politiche dei Tassi di Cambio, esprime alcuni giudizi negativi sulla politica macroeconomica tedesca e su come si è riflessa sull’economia mondiale. Alcuni funzionari tedeschi hanno detto che le conclusioni del rapporto sono “incomprensibili” – che è bizzarro criticare il loro successo.

Oh, sì, gli Stati  Uniti hanno spiato inscusabilmente Angela Merkel, ma ciò non ha nulla a che fare con la questione e nessuno può sollevare questo argomento senza dimostrare la propria disonestà intellettuale. Inoltre, esprimersi chiaramente sulle politiche economiche tedesche non significa essere anti-tedeschi o anti-europei; sfuggire alla sostanza della questione, non fa altro che confermare le tesi dell’accusa.

Parliamo allora della sostanza. Il grafico racconta la storia dell’eurozona attraverso un indicatore e due paesi, Germania e Spagna.



Dopo la creazione dell’euro è sorta l’emergenza degli squilibri della bilance dei pagamenti, con notevoli afflussi di capitali dal centro alla periferia. Poi, lo “stop improvviso” dei capitali privati, che obbligava i paesi della periferia ad eliminare il deficit delle partite correnti.

La vera cattiva notizia per la periferia è che finora gli aggiustamenti hanno agito principalmente deprimendo le economie, piuttosto che migliorandone la competitività; così l’altra faccia di quel “recupero” spagnolo è la disoccupazione al 25%.

Normalmente ti aspetteresti che gli aggiustamenti siano più o meno simmetrici, con i surplus dei paesi in avanzo che si riducono e i deficit dei paesi in rosso che si ridimensionano. Ma questo non è successo. La Germania non ha aggiustato nulla; tutti i miglioramenti delle partite correnti dei paesi periferici sono avvenuti a spese del resto del mondo.

E ciò non va bene. Noi viviamo ancora in un mondo dove la domanda è insufficiente. La Germania con i suoi surplus troppo grandi sottrae crescita e occupazione al mondo nel suo complesso. La Germania può trovare questo incomprensibile, ma è macroeconomia studiata al primo anno di università.

Potresti sostenere che non è colpa del governo tedesco se hanno un surplus. Sbaglieresti. La Germania ha perseguito l’austerità fiscale malgrado la sua condizione di creditore verso il resto del mondo, contribuendo alle politiche recessive dell’eurozona.

Ovviamente non mi aspetto che i funzionari tedeschi ammettino ciò che dice il Tesoro. Come abbiamo visto, non sono afferrati in macroeconomia. Nella loro visione, tutti dovrebbero essere come la Germania, con un grande surplus commerciale (ma se tutti hanno un surplus, chi è in deficit? ndr).

Il Dipartimento del Tesoro ha solo detto cose ovvie e giuste.

Post originale


Aggiornamento
La cosa peggiore dell'articolo dello Spiegel sulla controversia con il Tesoro è l'affermazione del Ministro dell'Economia, secondo la quale il surplus della Germania è
la prova della competitività dell'economia tedesca e della qualità dei prodotti domandati a livello globale.
Qualunque economista la legga si metterebbe a piangere.  L'identità contabile

Partite Correnti = Risparmi - Investimenti

è fondamentale (1). Qualsiasi storia circa la determinazione del saldo delle partite correnti deve tenere conto di questa identità. Supponiamo che voi abbiate un prodotto magnifico che il mondo intero ama; anche così, se avete bassi risparmi e alti investimenti, avrete un deficit. Come è possibile? Semplice, alla fine avrete una valuta forte e/o alti salari rispetto ai concorrenti.

Così, mentre è impressionante che la Germania possa avere un elevato avanzo commerciale malgrado l'elevato costo del lavoro, il surplus in realtà dipende da un livello di risparmio superiore agli investimenti.

Ma noi siamo in un mondo che affoga nel risparmio. Un mondo in cui chiunque decide di spendere meno e risparmiare di più riduce il reddito globale. Non è la situazione normale, ma è dove siamo ora e dove siamo stati per cinque anni.

Veramente il ministro dell'economia della Germania non lo capisce? Non credo. E' che la Germania si vede come un modello e crede che tutti starebbero meglio se facessero lo stesso, ma non vede i problemi che alla fine sorgerebbero se tutti sgomitassero per il surplus commerciale.

Post originale

(1) Dall'equazione del reddito Y = CONSUMI + INVESTIMENTI + ESPORTAZIONI - IMPORTAZIONI 
(Y = C+I+X-M),  definiamo il risparmio S come Y-C,  ottenendo
S = I + X - M
e quindi 
X-M = S-I 

*   *   *   *   *

Ma sbagliano o seguono una strategia precisa? Luciano Gallino parla di Colpo di Stato di Banche e Governi

sabato 26 ottobre 2013

L'occhio della Confindustria sul modello spagnolo

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco.


Il Sole 24 Ore di oggi dedica numerosi articoli sulla presunta superiorità del modello spagnolo rispetto a quello italiano. Sono stati sufficienti sei punti base a favore dei rendimenti dei titoli spagnoli per dare la stura ai peana, in almeno quattro articoli, sulla maggiore competitività ispanica.

Vediamo allora di vedere meglio ciò che è successo al sistema spagnolo. Sarà anche l’occasione per aggiornare al 2012 il confronto con la Germania effettuato il 24 agosto dell’anno scorso.


Il settore manifatturiero spagnolo

Se il valore aggiunto a prezzi costanti del settore manifatturiero è inferiore al 1999 per meno di quattro punti percentuali, la produttività è cresciuta solo grazie all’espulsione dal sistema produttivo di oltre ¼ dei dipendenti. Non per nulla la disoccupazione supera il 25% (e bearsi di un aumento trimestrale del pil dello 0,1% è semplicemente ridicolo).


Può certamente essere che in precedenza l’occupazione fosse sovrabbondante rispetto alle necessità produttive e che ora si possa produrre praticamente  quanto veniva prodotto nel 1999 con oltre il 25% del personale in meno. Ma in tal caso, più che un “miracolo” di produttività, il sistema spagnolo si sarebbe adeguato agli standard produttivi moderni, dato che tutto questo guadagno di produttività non ha aggiunto nulla a quanto veniva prodotto in precedenza, anzi.

Inoltre, stranamente, il giornale confindustriale tace sulla impetuosa crescita del costo del lavoro per dipendente. Nello stesso arco di tempo, è aumentato del 57% contro il 37 dell’Italia. Dubito che la corrispondente Confindustria spagnola sia entusiasta del confronto con la dinamica del costo del lavoro italiano. 


In tal modo, la Spagna vede ridurre il vantaggio sul costo del lavoro italiano a poco più del 5% rispetto a quasi il 20% del 1999.




La Germania

La tesi  dominante nei confronti del sistema tedesco verte sull’accusa di aver attuato una compressione della crescita dei salari interni,  che ne avrebbe favorito l’affermazione sui mercati, a danno dei partner europei, inclusa l’Italia.

Il grafico precedente mostra che il costo del lavoro italiano è inferiore a quello tedesco di quasi il 30%. Tale vantaggio  è andato riducendosi fino al 2008, ma nel 2012 aveva già recuperato tre punti percentuali.

Anche la dinamica del costo del lavoro non sembra sufficiente a spiegare la crisi vissuta dal nostro sistema produttivo. Fatto  il 1999 eguale a 100, il costo del lavoro tedesco arriva a 129,5 contro il 136,7 di quello italiano. Non è certo una  differenza del 5,6% che può spiegare il calo del 7,8% della nostra manifattura  e una parallela crescita di quella tedesca del 28.


Né si può invocare la compressione dei salari reali tedeschi; a meno che si riconosca che un’analoga politica di "slealtà salariale" verso i partner europei è stata attuata anche dall’Italia, dato che i redditi reali dei lavoratori italiani non solo erano di fatto invariati rispetto al 1999, ma sono rimasti pressoché sempre inferiori alle dinamiche dei salari reali tedeschi.




L’Italia

Guardando il grafico del settore manifatturiero italiano, emerge chiaramente che la produttività segue le dinamiche del valore aggiunto, ovvero della produzione e quindi della domanda.

Tra il 1999 e il 2012, la produzione è diminuita del 7,8% contro l’aumento appena ricordato della Germania del 28% e la flessione del 3,8 della Spagna. La Germania, nonostante l’aumento dell’attività produttiva, ha tagliato l’occupazione del 5,2%, contro il -8,5 dell’Italia e il -26,9 della Spagna.



Il clup italiano aumenta in questo orizzonte temporale del 33%, contro il calo del 4,2 di quello tedesco, non tanto per il costo del lavoro (che, come abbiamo visto, aumenta sia per l’Italia che per la Germania, rispettivamente del 36,7 e del 29,5), quanto per il calo della domanda rivolta al settore manifatturiero, che si traduce in una caduta della produzione del 7,8% a fronte di una crescita del 28 in Germania.

Negli ultimi anni, anche l’industria italiana ha ridimensionato l’occupazione più del calo della produzione e ciò ha permesso alla produttività di restare sopra i livelli del 1999, ma non ha modificato la stretta relazione con l'andamento dell’attività produttiva. E poiché il calo italiano è stato il più forte tra i paesi qui considerati, la produttività rimane modesta e superata da quella spagnola a partire dal 2009 .



Le leve su cui agire sono pertanto chiare. Il modello spagnolo, tanto esaltato dal quotidiano confindustriale, implica un forte ridimensionamento dell’occupazione (ed ecco perché si insiste sulla flessibilità del mercato del lavoro, sulla falsariga di quanto attuato in Spagna). Il modello tedesco, invece, punta sulla crescita della produzione e l’affermazione sui nuovi mercati. Ciò comporta un riposizionamento delle nostre imprese verso segmenti a maggior valore aggiunto, lo sviluppo di nuovi prodotti o il rilancio di quelli esistenti in termini di qualità, affidabilità e design. Richiede in poche parole investimenti in ricerca e sviluppo. Ma di tutto questo, ovviamente si tace. Come se le nostre imprese fossero già al top dell’efficienza. Peccato che nel 1999 la differenza produttiva tra le imprese italiane e quelle tedesche fosse solo del 10% e che ora sia di oltre il 40%.