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sabato 20 febbraio 2016

Stallo

Euro o non euro, i conflitti tra le classi permangono. I piccoli imprenditori vengono schiacciati dalla crisi ed espulsi dal mercato o cedono l'attività alle imprese maggiori nazionali od estere. Ma tutti e tre i soggetti si contrappongono ai lavoratori, i quali devono subire negli ultimi tempi  anche la concorrenza della forza lavoro immigrata.

Si potrebbe pensare che sul tema €uro-exit si possa costituire un'alleanza tra il capitale nazionale e i lavoratori, al fine di riconquistare quella sovranità perduta che ci è costata molti sacrifici in termini di occupazione, reddito e diritti sociali.

Tuttavia, è francamente irritante che si pretenda dai lavoratori, massacrati su tutti i fronti, l'accettazione per l'ennesima volta della politica dei due tempi ovvero la rinuncia  a tutelare i propri interessi in cambio della possibilità di riportare domani le decisioni di politica economica sotto l'ambito nazionale, quando fino ad oggi gli stessi imprenditori, in quanto classe, hanno sostenuto tutte le implicazioni negative che sono derivate dall'adozione dell'euro.

In teoria i lavoratori avrebbero tutto il vantaggio a chiedere il ritorno alla piena sovranità politica ed economica, innanzi ad un sistema che procede contro il loro tenore di vita, i loro diritti e la loro dignità inesorabilmente come uno schiacciasassi. Dovrebbero essere in prima linea. 

Ma perché dovrebbero morire per i loro datori di lavoro? perché dovrebbero sputare sangue quando questa classe dirigente non è nemmeno in grado di comprendere quale sia il proprio interesse e non vede altro come nemico il costo del lavoro, le tasse e la spesa pubblica? Tutti temi che si ritorcono contro gli stessi lavoratori e che rimarranno sul tavolo, dato che la gestione dell'uscita dall'euro non può essere considerata neutrale e qualcuno sarà chiamato a pagare i costi, che comunque vi saranno.

Se gli imprenditori ritengono che sia più vantaggioso uscire dall'euro (e dubito che abbiano raggiunto questa consapevolezza)  hanno in mano tutti gli strumenti, politici, economici e mediatici per realizzare il loro progetto. 

Il problema piuttosto è l'incredibile assenza di una forza politica di sinistra che sensibilizzi su questo argomento. Non è certo di sinistra il Partito Democratico, pienamente integrato all'ideologia dell'euro e del liberismo, mentre la sinistra che si definisce più radicale è ottusamente chiusa entro logiche nazionali e al più si illude di cambiare il volto dell'Europa.

Così mentre le classi sociali non hanno di fatto alcuna consapevolezza della loro situazione rispetto al capitale internazionale, solo una frazione della destra dice di essere pronta al grande passo, ed è quella che ha il volto più becero e tendenzialmente fascista. E ciò rende ancor più diffidenti quelle forze politiche che dicono di voler rappresentare i lavoratori.

Siamo in uno stallo. La situazione è chiaramente insoddisfacente e sappiamo che andrà sempre peggio. Ma più che ricordare i polli di manzoniana memoria, con i no-euro di destra che si scontrano con i pochi no-euro di sinistra e viceversa (e tutti insieme sono comunque una minoranza), a me sembra che l'Italia sia sospesa in una bolla destinata a scoppiare e si attenda rassegnati l'inevitabile catastrofe.

sabato 6 febbraio 2016

La Sindrome di Stoccolma e la necessità di un nuovo Risorgimento

L’Italia come è noto non ha mai avuto una rivoluzione sul modello di quella francese. Anche il Risorgimento (il momento forse più rivoluzionario della nostra storia) è stato ispirato dall’alto, dalle élite, che avevano l'ambizione di fondare uno Stato unitario e con  il quale la borghesia imprenditoriale avrebbe beneficiato di un vasto mercato nazionale.

Ottenuta la riunificazione del paese, le classi dirigenti non avevano più alcun interesse ad appoggiare i moti popolari che in precedenza potevano aver mobilitato prospettando una maggiore equità sociale, possibile solo dopo aver riconquistato l’indipendenza dal dominazione straniera.

Divennero anzi una forza conservatrice e non esitarono a sostenere  il fascismo fin dalle origini per reprimere qualunque aspirazione di tipo socialista. A fianco del regime fascista parteciparono al banchetto imbastito dalle spedizioni coloniali e successivamente all’entrata in guerra, ciechi dell’isolamento internazionale in cui veniva relegata l’Italia e al disastro che di lì a poco sarebbe seguito.

Solo un evento traumatico esterno (lo sbarco il 10 luglio 1943 degli Alleati in Sicilia) indusse 15 giorni dopo i vertici del partito fascista a rovesciare Mussolini e due mesi dopo a ripudiare il nefasto patto con la Germania che ci aveva trascinato in guerra.

Nell'immediato dopoguerra gli Stati Uniti furono il nuovo punto di riferimento delle classi dirigenti. 

Con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, l’Atlantico divenne (per entrambe le sponde) più largo. Per quanto gli Stati Uniti siano un alleato fondamentale, il legame si è inevitabilmente allentato. Sempre più stretti e cogenti sono diventati quelli con l'Europa. 

Nell’ultimo decennio, la Germania dopo aver digerito la fase della riunificazione, ha rivolto lo sguardo al resto dell’Europa ed è diventata il nuovo punto di riferimento  del continente europeo.

Nel 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la Germania non era preparata a gestire una possibile disgregazione dell’area dell’euro. I timori che si potesse dissolvere un progetto portato avanti da 60 anni occupava le menti delle élite europee.

Infine la classe dirigente tedesca si pose il dilemma se proseguire con l’aggregazione di paesi assai diversi per cultura e condizioni socio-economiche, con il rischio di costituire un'Unione troppo grande per essere governata (e con il rischio di perderne il controllo) o di rafforzare, piuttosto, un’area omogenea intorno alla Germania, composta da Stati sensibili alle esigenze della politica economia tedesca.

La scelta  della seconda opzione è diventata chiaramente evidente a partire dal 2015. La Germania non ha più paura di veder dissolvere l’area dell’euro, poiché si è resa conto che la paura dei paesi periferici di uscire dall’euro (con tutte le inimmaginabili conseguenze che vengono prospettate) è ben maggiore della perdita di un paese come la Grecia (ovviamente dopo aver provveduto a farsi rimborsare i prestiti che le sue banche avevano concesso).

Se il Regno Unito deciderà con il prossimo referendum di uscire dall’Unione, la minaccia di un effetto domino potrebbe ripresentarsi. Tanto vale allora accelerare il progetto di una germanizzazione dell’Europa. Si spiega solo così la sfacciata e provocatoria idea di rendere infruttiferi e non rimborsabili i titoli degli Stati che faranno ricorso all’aiuto europeo.

E’ sempre più evidente l’iniquo trattamento riservato ai paesi periferici rispetto a quanto è successo in Germania, in cui il sistema bancario è tutt’altro che sano, ma che è stato salvato con oltre 250 miliardi di aiuti di stato; mentre per l’Italia era illegale un intervento di  3 miliardi per risanare quattro banche.

E poiché il sistema finanziario italiano ha in bilancio più di 1.100 miliardi di debito pubblico non è sufficiente che venga valutato secondo i discutibili criteri delle agenzie di rating, imponendo pesanti perdite che ricadrebbero comunque sui risparmiatori, ma pretendono che non vi sia più alcun investimento privo di rischio. I risparmiatori non devono aver via di scampo: che mettano i soldi in banca o in titoli di Stato, devono sapere che li perderanno se l’Italia chiederà un aiuto europeo.

E’ il modo che hanno individuato per abbattere gli ultimi scampoli di stato sociale e impedire qualsiasi nuovo intervento pubblico nell’economia. Sarà il mercato a regolare i rapporti economici e sociali.

La Germania sa bene che l’Italia dovrà scegliere tra uscire dall’Unione Europea, con tutte le incognite e i timori del caso, o adeguarsi supinamente alle condizioni imposte. E ciò vale anche per gli altri paesi. Chi accetterà, volente o nolente, entrerà a far parte di un’area sufficientemente omogenea dominata dalle politiche economiche e industriali tedesche in cui si dovrà fornire forza lavoro a basso costo, per poter competere a livello internazionale, e al contempo fornire un’adeguata domanda per le imprese tedesche.

Ed è per questo che ormai le condizioni sono sempre più provocatorie e sfacciate: se l’Italia e gli altri paesi periferici vogliono “restare in Europa” devono pagare il fio fino in fondo. 

Nonostante la corda venga stretta ogni giorno di più, in Italia non si vede alcuna resistenza degna di questo nome. Anzi, il mito dell’Europa e della Germania è talmente introiettato da poter asserire che la nostra classe dirigente sia affetta da una specie di sindrome di Stoccolma. Per quanto si venga sottoposti a condizioni sempre più assurde e inaccettabili, i sacrifici e le sofferenze sono giustificati per  “restare in Europa” e non subire l’onta di essere estromessi.

Ciò è possibile anche perché chi deve sopportare i sacrifici è privo di rappresentanza politica e le poche voci dissenzienti sono isolate e prive di qualsiasi organizzazione in grado di opporsi efficacemente. Nonostante le sofferenze che verranno inflitte, dubito che vedremo un movimento dal basso in grado di rovesciare ciò che si sta preparando per il nostro paese. 

Per quanto l’Italia sia destinata ad un inesorabile, lento e penoso declino, non credo nemmeno che vi sia una classe dirigente, una borghesia, in grado di dare avvio ad un nuovo Risorgimento.

Solo un evento traumatico esterno, temo, potrà porre fine ad una situazione sempre più insensata e insostenibile. Al momento non è dato sapere quale potrà essere. Speriamo non sia necessaria una nuova guerra affinché ci si renda conto che l’assoggettamento alla nefasta influenza tedesca non è nel nostro interesse.

sabato 30 gennaio 2016

Crisi bancaria, tre possibili scenari

A fine novembre 2015 le sofferenze bancarie ufficialmente censite dalla Banca d’Italia erano superiori a 200 miliardi. Il 55,8% di questo valore era già stato svalutato, addebitando il relativo costo al conto economico. Le residue perdite potenziali ammontano a 89 miliardi, pari al 18,5% del patrimonio netto del sistema bancario.

L'accordo concluso dal ministro Padoan con l'Unione Europea  prevede che le banche possano cedere a società costituite ad hoc i crediti deteriorati, liberando i conti da asset che appesantiscono la struttura patrimoniale e che limitano l'espansione dell’attività creditizia.

Vi è tuttavia un problema: a quale prezzo dovrebbero essere cedute le sofferenze? Nel caso del “salvataggio” delle quattro banche effettuato nel novembre scorso il valore dei crediti deteriorati fu fissato al 17%. Ma in questa circostanza, non essendo una misura presa in una situazione di emergenza, si può ritenere che le banche possano spuntare un prezzo migliore. Attualmente si ritiene che possa essere intorno al 30% (Sole 24 Ore di oggi, p.5).

Se così fosse, per l’intero sistema bancario significherebbe una perdita di quasi 29 miliardi. Perdita che richiederebbe un’analoga ricapitalizzazione, in un momento in cui il mercato non ha molta voglia di far affluire nuovi capitali di rischio in questo settore. Il che porrebbe un serio problema di solidità e affidabilità delle banche italiane.

Dopo quanto è successo con le quattro banche “salvate”, il rischio di essere coinvolti in nuovi bail-in (ossia il risanamento delle perdite bancarie con i risparmi dei correntisti) potrebbe generare una corsa agli sportelli che a sua volta provocherebbe una crisi di fiducia generalizzata verso il sistema bancario, potenzialmente devastante.

Ma questa non è l’unica minaccia. In Germania stanno considerando l’idea di far valutare i titoli pubblici secondo il rating dello Stato che li ha emessi, anziché ai prezzi di mercato come viene attualmente. Se l’intenzione dei tedeschi diventasse realtà, le banche italiane verrebbero pesantemente danneggiate. 

Il debito pubblico in mano al sistema bancario è attualmente di 663 miliardi, di cui 400 mila in titoli pubblici. Non è ancora chiaro come potrebbe essere espresso il giudizio delle agenzie di rating in termini percentuali sul valore nominale dei titoli, ma è evidente che una svalutazione di appena il 10% comporterebbe un ammanco di 40 miliardi.

Il sistema bancario italiano non sarebbe in grado di reggere a due colpi di questa entità. 

Cosa potrebbe succedere? Vedo tre possibili scenari.

Il primo, più probabile, è anche quello meno risolutivo e farebbe solo guadagnare tempo: si tratta della concentrazione del sistema bancario. Già si stanno studiando possibili fusioni tra le maggiori banche popolari. Ma se le sofferenze del sistema bancario sono preoccupanti in sé, non è aggregando le singole realtà che si può risolvere il problema: se si ritiene che  il sistema sia a rischio superata la soglia del 10% di crediti inesigibili, non è certo con la fusione di due banche, la prima ad esempio con il 12% di sofferenze e la seconda con l’8%, che si riuscirà a rendere il sistema bancario più affidabile.

Non si deve poi trascurare un altro possibile effetto della concentrazione bancaria: la scomparsa delle banche locali, in quanto inserite in una rete di sportelli più vasta, potrebbe indebolire il legame con la realtà imprenditoriale del territorio, tanto da divenire un ostacolo all’espansione di iniziative meritevoli, ma limitate nelle dimensioni, preferendo privilegiare il finanziamento di attività considerate meno rischiose (solitamente di grandi dimensioni), magari lontane dai luoghi ove viene raccolto il risparmio.

Il secondo scenario è la versione peggiorata del primo: la colonizzazione (e non si può escludere che si realizzi inizialmente un mix dei due). Le nostre banche potrebbero diventare oggetto di acquisizione da parte di quelle estere. Il risparmio italiano, uno dei più elevati in Europa, diverrebbe appannaggio dei sistemi finanziari stranieri. In tal caso è facile prevedere che potrebbe essere dirottato a sostegno delle zone più sviluppate del continente europeo. Tanto più che – conviene ricordarlo – abbiamo già perso un quarto della produzione industriale con annesse strutture produttive. All’impoverimento economico del paese, seguirebbe quello finanziario. Saremmo a tutti gli effetti una colonia, dalla quale estrarre la quota più elevata possibile di reddito nazionale, sia in termini spesa per consumi di beni prodotti da altri, sia in termini  di risparmio, da convogliare all’estero.

Vi è infine una terza possibilità: non riuscendo a trovare i fondi per ricapitalizzare il sistema bancario, il governo potrebbe decidere di chiedere l'intervento dei meccanismi di salvataggio europei. In cambio, dovremo sottostare alle prescrizioni che la troika ci imporrà in termini di politica fiscale e di bilancio. I redditi e i risparmi delle famiglie verranno aggrediti dall’inasprimento fiscale e dal taglio dei servizi pubblici. Sarà il trionfo del sistema liberista e la rovina degli italiani. Ma le banche saranno salve.

Vi è un’alternativa a questi scenari da incubo? 

C’è sempre un’altra possibilità. Ed è quella di riguadagnare la nostra indipendenza politica, economica e finanziaria. Ciò implica innanzi tutto il controllo della nostra moneta, con una banca centrale che agisca da prestatore di ultima istanza. Ma insieme al ritorno alla lira sarà fondamentale liberare le politiche di bilancio dagli assurdi vincoli, privi di qualsiasi fondamento scientifico, che ci vengono imposti dall’Unione Europea. E’ lo scenario più improbabile nel breve periodo, ma è l’unico che potrebbe risolvere definitivamente una crisi che, temo, coinvolgerà anche le prossime generazioni.

lunedì 11 gennaio 2016

Saldi settoriali, dalle politiche di bilancio alla produttività, passando per la UE

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2012, con l’arrivo del governo Monti e poi con tutti i governi che si sono succeduti (incluso quello di Renzi, attualmente in carica) il saldo primario del settore pubblico è stato gestito per pagare gli interessi ai creditori esteri.


Nel 2010, il saldo primario era in pareggio. Il deficit era dato solo dagli interessi. Ma di questi oltre il 40% (pari alla quota di debito detenuta da investitori stranieri) finiva oltre frontiera. Il restante 60% andava ad incrementare i redditi interni. Gli interessi sul debito pubblico verso l’estero rappresentavano l’1,8% del pil e in misura corrispondente determinava un deficit nelle partite correnti verso il resto del mondo. Un altro 1,8% di deficit negli scambi con l’estero  veniva dal settore privato, che si indebitava per finanziare la spesa eccedente degli investimenti rispetto alla capacità di risparmio. A fine 2010, il deficit delle partite correnti era superava il 3,5% del pil.

Un anno dopo la situazione non era migliorata. All’1,8% di deficit delle partite correnti causato degli interessi sul debito pubblico detenuto da creditori esteri si andava ad aggiungere l’eccesso di spesa, pari al 2,5% del pil, del settore privato. Lo squilibrio verso il resto del mondo era potenzialmente del 4,3%, se non fosse intervenuta nell’estate la manovra restrittiva imposta dalla BCE, che portò al cambio di governo e all’arrivo di Monti, che permise al settore pubblico di conseguire un avanzo primario di 1,2 punti percentuali, con i quali ripagare almeno in parte gli interessi a favore dei creditori esteri. La bilancia dei pagamenti chiudeva quindi con un deficit del 3,1%.

Con l’arrivo di Monti, le misure restrittive diventano particolarmente pesanti. A fine 2012 l’avanzo primario è al 2,2% del pil e il settore privato pensa bene di tagliare la spesa: il surplus degli investimenti sul risparmio scende all’1% del pil (un punto e mezzo in meno rispetto all’anno precedente). Il beneficio sugli interessi del debito pubblico detenuto da creditori esteri è modesto, un decimo di punto (a 1,7%). Il deficit potenziale della bilancia dei pagamenti scende al 2,7%, ma sarà in buona parte coperto dall’avanzo primario del settore pubblico. Il deficit effettivo delle partite correnti si attesterà allo 0,5%.

In soli due anni siamo passati dal pareggio del saldo primario al (quasi) pareggio della bilancia dei pagamenti. Ma la missione non era finita. Con il governo Letta si raggiunge un surplus negli scambi con l’estero dello 0,9%: l’1,6% degli interessi da pagare oltre confine sono ampiamente coperti dall’avanzo primario, pari all’1,9% del pil; mentre il prosieguo delle politiche restrittive porta il settore privato a ridurre la spesa per investimenti al di sotto del risparmi (sottraendo quindi circa mezzo punto percentuale alla crescita del pil). L’avanzo primario del settore pubblico abbinato all’eccesso di risparmio del settore privato consentono di portare la bilancia dei pagamenti in attivo.

Con Renzi lo scenario non cambia. Viene solo leggermente allentata la briglia della politica di bilancio: l’avanzo primario scende dal 2 all’1,5% del pil, sufficiente tuttavia a pagare gli interessi ai creditori esteri. Ma le bastonate inferte al settore privato sono ancora vive nella memoria (e nella pelle), che  cautamente decide di non spendere: l’eccesso di risparmio rispetto alla spesa per investimenti sale a fine settembre 2015 al 2% del pil. Il surplus della bilancia dei pagamenti è quindi solo il risultato di una insufficienza della domanda interna rispetto al potenziale di spesa.

Il calo degli investimenti non deriva da una minore capacità di risparmio: tra il 2010 e il 2015, la quota del risparmio si aggira intorno al 19% del pil, sia pur con un leggero afflosciamento negli più duri delle manovre finanziarie. Ma la spesa per investimenti tra il 2011 e il 2015 scende dal 18 al 14% .


Se calo di risparmio c’è stato, per le famiglie questo è avvenuto nel 2009, quando passa da oltre il 9 al 7% del pil, che viene tuttavia compensato dalle imprese, per le quali passa da oltre il 9 all’11%.

Negli anni successivi, il risparmio delle famiglie oscillerà intorno al 7%, mentre gli investimenti proseguiranno la loro discesa iniziata nel 2007 con la crisi immobiliare, passando dal 7,8 al 5,8%.


Le imprese, invece, dopo la crisi del 2008, rilanciano gli investimenti, in sintonia con il ritorno alla crescita delle disponibilità liquide. Ma dopo l’arrivo del governo Monti gli investimenti vengono drasticamente tagliatida oltre l’11 a poco più dell’8%, nonostante gli utili si mantengano tra l’11 e il 12% del pil.


In definitiva, dal 2012 la politica di bilancio, imposta e controllata dalla UE, è rivolta unicamente a garantire i creditori esteri, a scapito dei redditi e della base produttiva interna. 

Chi parla della produttività, quale causa principale della crisi italiana, dovrebbe chiedersi se questa non sia causata

a) da un lato, dal calo della domanda indotta dalle politiche fiscali introdotte dai governi Monti in poi e che si sono tradotte in un calo della produzione del 25%

b) dall’altro, dall’aver indotto le imprese – in seguito al calo delle vendite – a tagliare gli investimenti (-30% dal 2008), anche di quelli rivolti ad incrementare l’efficienza degli impianti, dato che non vi era più alcuna necessità evidente di soddisfare una domanda che poteva essere ampiamente soddisfatta dagli ampi margini di capacità produttiva inutilizzata (tra il 2009 e il 2014 il grado di utilizzo degli impianti si muove tra il 65 e il 75%).

Negli ultimi cinque anni è quindi divenuto evidente che la politica di bilancio, eterodiretta dalla UE, è stata indirizzata esclusivamente a garantire che l’Italia assolvesse ai suoi impegni verso i creditori esteri, dato che la BCE non si sarebbe posta come garante dei debiti pubblici degli stati membri della zona euro.  Se queste politiche avessero o meno dei costi per le famiglie e le imprese italiane non era un problema che valesse la pena di prendere in considerazione poiché, se anche vi fossero stati, agli occhi della UE questi costi, questi sacrifici, sarebbero stati i benvenuti.


______________________

Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:
(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in uscite al netto degli interessi U, interessi pagati ai residenti ir e interessi pagati all’estero ix si ha

(X-M) = (S-I) – (U + ir + ix –T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ha

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post.


mercoledì 23 dicembre 2015

Non è questione di complotti, ma di regole assurde.

Sul blog Phastidio.net si può leggere:


Ora, io mi domando come si possa considerare illegittimo l'intervento di un fondo di garanzia costituito dalle stesse banche volto ad assicurare "la stabilità del sistema bancario".

Ma questo breve paragrafo è un concentrato di assurdità. Perché uno potrebbe pensare che, pubblico o privato che sia l'intervento per risolvere la crisi bancaria, è illegittimo se risponde a finalità pubbliche, mentre non lo è se avesse "finalità (...) private di settore".

Ma forse le cose si chiariscono leggendo  il testo della lettera dei commissari U€ pubblicata da il Sole 24 Ore



Dove il "puro intervento privato" deve necessariamente essere inteso come un salvataggio della banca in difficoltà effettuato da un'altra banca.

Ma se così è, è una precisazione superflua, dato che sarebbe alquanto paradossale che l'acquisizione avvenisse a spese degli azionisti (magari con una semplice lettera in cui si comunica che le loro azioni non valgono nulla e che si procederà all'esproprio della loro banca) e soprattutto degli obbligazionisti!

Sicché ritorniamo all'inizio. E anche ammesso che l'impiego di un fondo interbancario possa essere assimilato ad un intervento pubblico (aiuto! lo Stato!), per me rimane incomprensibile come possa essere considerato illegittimo.

Ma proseguendo nella lettura della lettera dei commissari U€ emerge l'inconsistenza e la ridicola distinzione tra aiuti di stato (uso dei fondi privati bancari per salvare altre banche mediante una disposizione di legge) e intervento privato (se il settore bancario autonomamente interviene per salvare le banche attraverso il fondo di garanzia):



E' come nascondersi dietro a un dito: i fondi privati diventano aiuti di stato se lo chiede il governo, ma se le banche, di nascosto, senza dirlo a nessuno, in una notte senza luna, usano gli stessi fondi, allora è tutto regolare.

Il problema non è se vi è un complotto o meno contro l'Italia, ma se ha senso restare in una U€ di questo tipo.

sabato 19 dicembre 2015

L'Europa delle banche

Se le banche falliscono, a risponderne – su norme imposte dalla Commissione Europea - sono chiamati i clienti, con i loro risparmi.

Visto quello che è successo ai correntisti delle quattro banche sottoposte al cosiddetto bail-in, ossia l’azzeramento degli investimenti in obbligazioni emesse dalle stesse banche oggetto di salvataggio, si potrebbe pensare che l’unico modo per restare tranquilli sia di lasciare tutti i soldi sul conto corrente.

Sbagliato. Perché se convertite i vostri titoli (bancari o meno) in depositi, dal 1° gennaio potranno essere aggrediti, se superate i 100 mila euro.

Il risparmio privato è posto a garanzia del sistema bancario.

Ma questo non basta. Secondo il Sole 24 Ore il risparmio privato è chiamato a fornire la garanzia che il debito pubblico sia ripagato.



In altri termini le famiglie e in minor misura le imprese pur possedendo meno dell’8% del debito pubblico (circa 168 mila miliardi) dovrebbero risponderne per 2.200 miliardi.

E chi detiene gli altri 2.032 miliardi? Ma è ovvio: il sistema finanziario nazionale (più della metà) e internazionale (35%).

Hanno accusato i correntisti delle quattro banche di essere degli speculatori perché avevano acquistato i titoli a reddito fisso emessi dalla loro stessa banca e si è ritenuto giusto – in base alle norme europee – che fossero chiamati a ripianare le perdite, di cui non avevano alcuna responsabilità.

Ed ora, come se nulla fosse, si dice che  il risparmio privato dovrebbe essere chiamato a ripagare i titoli pubblici che le banche possiedono.

Cosa si dovrebbe fare invece?

Un intervento pubblico, tanto per la risoluzione delle crisi bancarie (nazionalizzazione, nuovi vertici bancari e nuova gestione seguita da eventuale rivendita della banca risanata), quanto per il debito pubblico, come è sempre stato ed è sempre avvenuto, almeno fino a quando è denominato nella moneta nazionale (per il 99,8% è in euro).

L’euro non è la moneta nazionale? E allora qualcuno ci ha raccontato delle balle e vuole farci pagare i suoi errori.

E' l’Europa delle banche, bellezza!




Addendum del 20 dicembre 2015

Il Corriere della Sera di oggi riporta un editoriale del duo Alesina & Giavazzi in cui si può leggere:

Nel novembre del 2008 la Federal Reserve e il governo di Washington salvarono Citibank impiegando 45 miliardi di dollari. Solo dodici mesi dopo Citibank era tornata in attivo e restituì allo Stato 20 miliardi. Nei due anni successivi tutto il credito fu ripagato con un utile, per i contribuenti americani, pari a 12,3 miliardi. Salvare Citi si rivelò ex post un ottimo investimento: un rendimento del 27 per cento in tre anni. Insomma la Fed e l’amministrazione Usa in due anni hanno risolto il problema Citibank. 


Come si vede, non è impossibile né folle che una crisi bancaria sia risolta mediante l'intervento pubblico. Anzi è il modo normale di procedere.
A chi pone l'accento sull'elevato debito pubblico italiano (ad esempio il giornalista del Sole 24 Ore questa mattina ad Omnibus su La7), quale causa dell'impossibilità dell'intervento, vorrei far notare che

1) la citazione sopra riportata evidenzia che l'intervento pubblico può procurare anche un vantaggio per i tanto invocati contribuenti

2) che i limiti imposti al livello del debito pubblico derivano da norme europee che non hanno alcun fondamento teorico ed empirico: il debito pubblico non è andato fuori controllo negli Usa, come non è andato fuori controllo in Italia quando è stata chiamata - sempre per le norme europee - a dare 60 miliardi  per salvare le banche tedesche che si erano esposte troppo in quelle spagnole e greche.

lunedì 14 dicembre 2015

Crisi bancaria, le considerazioni della Banca d'Italia

Riporto i passi più interessanti di un intervento alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia, in merito alla soluzione adottata per la crisi di quattro banche locali.

E' un documento molto interessante, che non richiede molti commenti.

Come è stata affrontata la crisi bancaria a partire dal 2008?



La Banca d'Italia sostiene di aver proposto una soluzione meno traumatica per le quattro banche coinvolte nella crisi, ma incontrò il diniego europeo:


Quindi, pur avendo risolto senza alcun danno per i bilanci pubblici le precedenti crisi bancarie, è stato sufficiente un diniego della Commissione Europea per dare avvio al Bail-in, ossia  all'azzeramento  dei titoli bancari emessi dalle stesse banche oggetto di salvataggio.

Così, mentre alla Germania, per citare un paese a caso, veniva concesso di usufruire effettivamente degli aiuti di Stato per 238 miliardi di euro,  l'Italia avrebbe violato i sacri principi del libero mercato se si fosse fatto ricorso al Fondo Interbancario per un intervento di 3,6 miliardi.


Ma dal 2016 andrà anche peggio, perché una crisi bancaria analoga a quelle delle quattro banche coinvolgerà ...


Un milione di risparmiatori coinvolti per quattro banche che operano a livello locale!

Come si può avere fiducia in un sistema che pensa di risolvere le crisi aggredendo i risparmi? Non si può.


Peraltro, questa storia dei costi delle crisi addossate ai contribuenti non ha alcun fondamento, sia perché - come abbiamo visto - non vi è stato alcun costo sopportato dai bilanci pubblici, sia perché 

La nostra classe politica e dirigenziale ha abdicato alla difesa degli interessi nazionali. Non ha mai "sbattuto i pugni sul tavolo", come amano ripetere, né ha "rovesciato tavoli". Ha accettato supinamente una direttiva europea iniqua e punitiva per l'Italia. 

Come del resto il presidente del consiglio ammette candidamente:

Questa classe politica e dirigente pensa in tal modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Ma non fa altro che certificare, se non il tradimento degli interessi nazionali, certamente la propria inettitudine e incapacità.


martedì 28 luglio 2015

A tre mesi dall'inizio del QE, i prestiti al settore privato non finanziario crescono dello 0,3%

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

Al terzo mese di acquisti di titoli pubblici ad opera delle varie banche centrali della zona euro la BCE può cantare vittoria: i prestiti al settore privato non finanziario sono aumentati dello 0,3%! E l'aumento riguarda tutti e tre i principali paesi: Germania +0,5;  Italia +0,8 e per la Francia uno straordinario +1,1. Calano in Spagna (-1,1) e in Grecia (-2,2), ma non si può ottenere sempre tutto dalla vita.


Rispetto ad un anno prima i prestiti al settore privato non finanziario della zona euro sono aumentati dello 0,5%, grazie esclusivamente ai prestiti alle famiglie, che crescono dell'1,3%. Quelli alle società non finanziarie (SNF) calano invece dello 0,3.


Il debole aumento dei prestiti per il complesso dell'eurozona non spiega la crescita dei depositi del settore privato  (+2,5%), spinti dai depositi a vista (+11,7). 


In Germania i depositi crescono del 2,8%, con i conti correnti in crescita del 10,5%.

In Italia, la liquidità del settore privato presso il sistema bancario è aumentata  negli ultimi dodici mesi del 5%, con i depositi a vista in espansione del 9,5. La crescita dei depositi è più marcata tra le SNF (+7,2), ma è positiva anche tra le famiglie (+1,9). 


In termini assoluti, la crescita dei depositi nell'ultimo anno in Italia è stata di oltre 100 miliardi, di cui 64 imputabili ai rimborsi netti sui bond bancari. 


Nel complesso dell'area euro la M1, che comprende oltre ai depositi a vista il circolante, aumenta poco meno del 12%. Ciò nonostante i prezzi al consumo aumentano solamente dello 0,2.

I rendimenti medi sui titoli decennali dell'area euro salgono, contro ogni previsione che poteva attendersi dal QE, all'1,67% dallo 0,85  di aprile. Quelli italiani salgono dall'1,36 al 2,2%, influenzati indubbiamente dalla crisi greca.

Crisi che ha provocato dall'inizio dell'anno un calo di 42,7 miliardi, ovvero 1/4 dei depositi bancari ellenici a fine 2014.


Indubbiamente un successo del sistema dell'euro.

lunedì 6 aprile 2015

Una crisi lunga 15 anni?

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dopo aver illustrato nel post del 4 aprile scorso i dati economici della crisi, oggi mi soffermo sulle politiche economiche che sono state attuate.

Innanzi tutto è evidente che il nostro paese ha subito due shock recessivi: il primo, quello del 2008, è stato indotto – come è noto – dalla crisi finanziaria successiva al fallimento della Lehman Brothers negli Stati Uniti; il secondo ha origine prevalentemente “interne”.



La crisi del 2008

Con la crisi finanziaria innescata dal fallimento della Lehman Brothers, la sfiducia si diffonde tra gli imprenditori a livello mondiale. Il pil dei paesi Ocse tra il 2008 e il 2009 crolla di circa il 5%. Ma oltre il crollo della domanda mondiale, alla nostra recessione contribuisce anche l’eccessiva forza dell’euro-lira (misurata in termini effettivi mediante i prezzi alla produzione): quando scoppia la crisi i prezzi dei nostri manufatti sui mercati internazionali superano di oltre l’8% i livelli del 1999.


Non avendo il controllo della politica valutaria, il tasso di cambio effettivo reale permane esageratamente forte fino al 2010 e ciò non aiuterà certo ad assorbire lo shock esterno, determinando un deficit delle partite correnti che arriverà al 3,9% del pil. 


L’effetto combinato del crollo della domanda estera con i prezzi non allineati a quelli internazionali ha un impatto sulle nostre esportazioni paragonabile ad uno tsunami: -24%. Le imprese reagiscono sfoltendo la base occupazionale: i dipendenti vengono ridotti del 5% nel giro di due anni, ma non è sufficiente per evitare che il clup si impenni in un anno del 7,5%. Il margine operativo lordo (mol) crolla di oltre l’8% e dà il pretesto per avviare una nuova tornata di licenziamenti (nel 2014 i dipendenti del settore privato saranno il 7% in meno rispetto all’inizio del 2008). 


Al crollo della domanda estera si aggiunge così il calo della domanda interna, indotta sia dal calo dei redditi per la perdita dei posti di lavoro, sia per il crollo degli investimenti (-14,2% rispetto al primo trimestre 2008). 

Il risultato complessivo è un crollo del prodotto interno lordo del 7,6%.


Ma il cambio non è l’unico strumento di cui abbiamo perso il controllo. Anche i tassi di interesse vengono decisi a Francoforte. 

La politica monetaria della BCE, per quanto abbia tentato di ridurre la curva dei tassi portando quelli ufficiali dal 4,25 all’1%, non si trasmette ai titoli pubblici italiani e agli altri paesi periferici (dando inizio al tormentone sullo spread). E’ il primo campanello di allarme sulla sostenibilità dell’euro che diventerà del tutto evidente dopo la crisi greca, quando i mercati prendono atto che il debito pubblico dei paesi membri dell’area euro è privo di garanzie. In questo contesto, i titoli pubblici incominciano ad incorporare un premio per il rischio emittente che, nella fase più acuta della crisi, si tramuterà nel rischio per la ridenominazione del debito. 


Privati sia della politica valutaria che di quella monetaria, non ci restava che agire su quella di bilancio.

E’ vero che il saldo primario passò da un avanzo del 3% del pil all’inizio del 2008 ad un deficit prossimo all’1% alla fine del 2009.  Ma l’effetto come si può vedere nel grafico seguente fu alquanto modesto in termini di contributo alla domanda complessiva.


Anche la politica di bilancio, come quella valutaria e monetaria, resta di fatto indifferente all’effetto distruttivo provocato dall’onda d’urto di una crisi che non aveva precedenti per intensità e profondità.


La crisi del 2012 - 2014?

A tirarci temporaneamente fuori dalla crisi è ancora una volta la domanda estera: tra la metà del 2009 e il 2012 le esportazioni riguadagnano quasi 20 punti percentuali.  Sia il ritorno alla crescita dell’economia mondiale (i paesi Ocse a metà 2010 crescono del 3,4%) che una svalutazione del cambio effettivo, che riporta i prezzi dei manufatti sui mercati internazionali ad appena l’1% sopra i livelli del 1999, favoriscono la ripresa. 

Piatta risulta invece la domanda interna: i consumi hanno difficoltà a riconquistare i livelli pre-crisi; gli investimenti restano sulle dimensioni (depresse) del 2009.  

Nel complesso il pil tra il 2009 e il 2011 risale di 3,2 punti.


Ma la bonaccia dura poco. E’ vero che l’economia internazionale rallenta e passa da una crescita del 3,4 all’1% del 2012, ma l'export trova sostegno nei prezzi dei nostri prodotti,  ormai allineati ai mercati internazionali (nel 2012 sono anche più convenienti di quelli di 13 anni prima).

Questa volta è la domanda interna a segnare il passo. Che succede? Succede che la BCE, per indurre il governo italiano a rispettare i parametri di bilancio e avviare le "riforme strutturali", ovvero a ridurre il costo del lavoro mediante la rimozione degli ostacoli che si frappongono all'espulsione del personale in esubero, lascia salire i tassi di interesse sui titoli pubblici decennali oltre il 7%. Monti subentra a Berlusconi e l’avanzo primario (ovvero la sottrazione di risorse al settore privato) ritorna al 2% del pil.

L'effetto è un crollo della domanda interna di cinque punti percentuali tra la fine del 2011 e l'inizio del 2013, dopo i quattro punti persi tra il 2008 e il 2009. I consumi si riducono del 6,5%, anche per un nuovo calo dell'occupazione (circa 650 mila unità di lavoro) e gli investimenti piombano di un altro 12%. 

Effetto non secondario del calo della domanda interna è il crollo delle importazioni, che consolida il miglioramento delle partite correnti con l'estero.

Rassicurati i creditori esteri e avviati i "compiti a casa" la BCE può procedere con maggior tranquillità all’allentamento monetario: i tassi ufficiali vengono di fatto azzerati e i tassi decennali possono scendere a fine 2014 al 2%, che si confrontano tuttavia con una crescita nulla del pil nominale (-0,4 quella reale).

I governi Letta e Renzi proseguono le politiche di bilancio iniziate da Monti: l’avanzo primario resta per tutto il 2013 sul 2% e solo a fine 2014 scende leggermente (1,6%).

L’avvio del quantitative easing nel 2015 dovrebbe allentare ulteriormente la pressione sul tasso di cambio effettivo reale, che nel frattempo è risalito sopra i livelli del 1999 del 2,5% .

Le tensioni sembrano ora allentarsi, ma il prezzo pagato è stato un calo del prodotto del 9,6% (peggio della grande depressione degli anni ’30) e un calo dell’occupazione in termini di unità di lavoro (ovvero di posti effettivi) di 1,8 milioni.


Anche se si ritornasse ad una crescita del pil pari all’1% annuo, ci vorrebbero altri otto anni, ossia nel 2023, prima di ritornare sui livelli pre-crisi.

Se così fosse, sarebbe una crisi lunga ben 15 anni. Difficile considerare uno scenario del genere come un successo delle politiche di austerità (imposte dall’Eurosistema).

sabato 14 marzo 2015

Continuiamo così, facciamoci del male

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le partite correnti con l’estero nel 2014 hanno chiuso con un attivo, in base ai primi dati, di oltre 29,5 miliardi di euro, pari all’1,8% del pil. Nel 2013 l’attivo era dell’1%.


Sembra quindi che si sia interrotta la fase di indebitamento verso l’estero che era cominciata all’inizio del nuovo millennio, durata 13 anni se si esclude l’impercettibile surplus del 2001.

Convinti che con la moneta unica sarebbe venuto meno il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, potendo contare su una valuta accettata internazionalmente e di cui la BCE si sarebbe posta come garante, abbiamo scoperto a partire dalla crisi del 2007 e più ancora dal 2010 che – pur avendo rinunciato alla politica valutaria e monetaria – i condizionamenti imposti dai deficit esteri non sarebbero venuti meno.

Siamo quindi esposti agli stessi vincoli esterni che avevamo sotto la lira e ai possibili attacchi dei mercati finanziari, ma privi degli strumenti di difesa, non potendo più agire né sui tassi di interesse né sul cambio.

La Bce è disposta a soccorrerci solo in cambio alla rinuncia della politica fiscale autonoma. Siamo in tal modo espropriati da ogni possibile linea di politica economica, che non sia quella dettata da Bruxelles e Francoforte, volta a ridimensionare il potere contrattuale dei lavoratori, il welfare e l’intervento pubblico in economia.

Così, a partire dal 2010, quando la BCE scioccò i mercati rifiutandosi di garantire il debito pubblico greco, i rendimenti sui titoli pubblici incominciarono ad incorporare un premio per il rischio emittente (e i tassi di interesse a differenziarsi tra i vari paesi). 


Dalla fine del 2007 alla metà del 2011 lo spread sui titoli decennali tedeschi era passato da 33 punti base a 193. Quindi arrivò la lettera della Bce al governo Berlusconi in cui si “consigliava” esattamente ciò che sarebbe stato opportuno eseguire in cambio di un occhio di riguardo sui tassi di interesse. E per essere più convincente, la BCE utilizzò lo spread come una clava, lasciandolo salire in cinque mesi – poco prima delle dimissioni del governo – fino a 575 punti.

A fine 2011 il deficit delle partite correnti era il 3,1% e seguiva il 3,5 del 2010. Con l’arrivo di Monti, iniziano le politiche di austerità, l’età pensionabile è ritardata e gli assegni vengono ricalcolati con il metodo contributivo. La politica fiscale è inasprita ed è volta “a distruggere la domanda interna”, come espressamente dirà Monti in un’intervista ad una tv estera


L’effetto sarà un ritorno di fatto al pareggio delle partite correnti (-0,4% del pil) e l’inizio dell’allentamento della morsa sugli spread (a fine 2012 scesero a 324 punti).

Le politiche di austerità sono proseguite con il governo Letta e Renzi. Quest’ultimo ha dato avvio, con il plauso della BCE e della Commisione UE, al cosiddetto Jobs Act, che riduce le tutele per i nuovi assunti. Parallelamente gli spread scendevano ulteriormente ed ora sono a meno di 100 punti base.

Da un punto di vista settoriale, il saldo primario pubblico passava da un deficit nel 2009 di quasi un punto di pil ad un avanzo nel 2012 del 2,2%, attuando quindi una stretta sul settore privato di 4,3 punti percentuali (ovvero di 70 miliardi in tre anni). Nei due anni successivi mediante l’avanzo primario sono stati sottratti al settore privato altri 56 miliardi. Nel complesso, dal 2009 il settore privato ha dovuto rinunciare a più di 125 miliardi.

Il settore privato si trova pertanto costretto a tagliare i consumi e gli investimenti: le famiglie per far fronte alle politiche di austerità e le imprese per il venir meno della domanda. Si genera pertanto un eccesso di risparmio (al netto degli interessi percepiti sul debito pubblico, [1]) che nel 2014 vale l’1,7% del pil e che spiega buona parte del surplus delle partite correnti.

L’avanzo primario del settore pubblico serve invece per pagare gli interessi  ai creditori esteri  (è pertanto paradossale sentire i politici e gli opinion leader che invocano l’acquisto dei nostri titoli pubblici da parte degli investitori stranieri, dato che maggiore è la quota, maggiori saranno i sacrifici richiesti al settore privato interno).


Il risultato di queste politiche è stato un crollo del pil di oltre il 9%, della domanda interna di oltre l’11, della produzione industriale del 25% e un aumento della disoccupazione dal 6% del 2007 al 12,6%.

Citando Nanni Moretti potremmo dire: continuiamo così, facciamoci del male.



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[1] Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:

(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in 
uscite al netto degli interessi, U 
interessi pagati ai residenti, ir 
e interessi pagati all’estero, ix 

si ha

(X-M) = (S-I) – (U +ir +ix – T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ottiene

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post.