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giovedì 3 dicembre 2015

Le inutili lezioni inglesi del duo A&G

Alesina e Giavazzi nell'editoriale di ieri sul Corriere della Sera, sotto il titolo La lezione inglese sulla spesa, scrivono:


Ora sarebbe opportuno che questi signori, che si qualificano come economisti, prima di impartire lezioni (inglesi o meno), diano un'occhiata ai conti pubblici italiani.

Grazie alle assurde politiche definite umoristicamente di austerità espansiva la spesa pubblica italiana è già stata ridotta in termini reali per più dell'1% ed anche in meno dei dieci anni che ci sono portati ad esempio.


Tra il 2009 e il 2014 il totale della spesa è sceso del 2,6%, mentre quella al netto degli interessi di oltre il 3%.

Per quanto riguarda il futuro, il programma del governo Renzi, così come espresso nella Nota di Aggiornamento al DEF prevede questo andamento:


Sicchè è patetico piangere sulla mancata spending review, quanto si ha intenzione di procedere con la mannaia proprio per esaudire le prescrizioni che provengono dagli "economisti austero-espansivi".

lunedì 3 agosto 2015

Wagner, chi era costui?

Nei giorni scorsi il Financial Times ha pubblicato i dati della spesa pubblica per abitante, ove si mostra che quella italiana non è poi così elevata come si suole dire.


Qui se ne era dato conto il 7 luglio scorso. Mentre avevo espresso un commento sulla significatività di questo tipo di statistiche il 20 febbraio.

Ora vi ritorno perché ai liberisti questo tipo di statistiche non piacciono. Vi sono dei professori alla Bocconi  che hanno argomentato che la spesa pro capite non è significativa perché mancherebbe il denominatore, ovvero un altro parametro di raffronto, rappresentato dal pil pro capite. 

Capite ora che tipo di laureati possano uscire da un’università di questo tipo!  

Occorre spiegarlo? Spieghiamolo allora. Il denominatore esiste ed è la popolazione. Si parla infatti di spesa pubblica per abitante, ovvero di G/P se con G indichiamo la spesa pubblica e con P la popolazione. Il rapporto che Carlo Alberto Maffè riterrebbe significativo, ovvero

G/P
Y/P

non sarebbe altro infatti che il rapporto tra spesa pubblica e pil:


G . P  =  G
P    Y       Y

Rapporto significativo, ma non è quello di cui si stava parlando.


In apparenza, più sofisticato è il richiamo di Riccardo Puglisi, che invoca una meritatamente sconosciuta legge di Wagner.


In sintesi questa sofisticata teoria sostiene che la spesa pubblica aumenta con la crescita del reddito pro capite, per cui non vi sarebbe nulla di particolarmente straordinario nelle statistiche appena diffuse.

Se così fosse, di che si  lamentano i liberisti? Se la spesa pubblica è alta sarebe allora merito di un reddito più elevato. O forse vogliono ridurre i redditi dei cittadini al solo scopo di ridurre la spesa pubblica?

Questi sono i paradossi a cui si giunge partendo da correlazioni errate. La spesa pubblica non aumenta per il solo fatto che il reddito aumenta. Il reddito pro capite americano è sicuramente più elevato, ma l’incidenza della spesa pubblica è inferiore a quella europea. Si deve pertanto prendere atto che la spesa pubblica è una spesa autonoma, non strettamente dipendente dal reddito. Ne è prova il caso greco, ove la spesa pubblica è stata drasticamente tagliata e il pil è crollato (e non certo viceversa, dato che i tagli sono stati imposti da organismi esteri, la troika, ai legittimi governi ellenici).

venerdì 6 febbraio 2015

Come Krugman spiega una possibile ripresa dell'economia mondiale

Ciò che segue è la traduzione-adattamento di alcuni passi essenziali del post di Paul Krugman.


In tempi normali, cioè con tassi significativamente maggiori di zero, la domanda è determinata dalla curva IS, ove la spesa reale è più alta quanto più bassi sono i tassi di interesse.

Supponiamo che la banca centrale adegui i tassi di interesse e stabilizzi l’economia rispetto alla piena occupazione.




Che succede se c’è un aumento della domanda, diciamo per un miglioramento dei bilanci delle famiglie? La curva IS si sposta verso destra. Ma se la banca centrale ha fatto il suo lavoro, l’economia è già in piena occupazione. In tal caso un aumento della domanda non si rifletterà in un aumento della produzione, ma in un aumento dei tassi di interesse.

In un sistema internazionale aperto agli scambi con l’estero ci aspettiamo che l’afflusso di capitali eguagli il rendimento tra i diversi paesi. 

Ora, l’aumento della domanda negli Stati Uniti ha aumentato i tassi, ma non all’estero.

Quindi che succede? Che la valuta si rafforza, causando o ampliando il deficit commerciale. Se lo shock iniziale è percepito come permanente, questo processo andrà avanti e l’aumento della domanda negli Stati Uniti condurrà ad un aumento dei tassi di interesse nel resto del mondo, in quando aumenterà la domanda (e quindi la curva IS si sposterà a destra) anche negli altri paesi.

Guardiamo ora ai tempi anormali che stiamo vivendo. La politica monetaria è ingabbiata nella trappola della liquidità (tassi zero) e siamo sotto il livello di piena occupazione.

Che cosa determina il tasso di cambio? Se i rendimenti attesi devono essere uguali sia all’interno che all’estero e i tassi di interesse sono parimenti a zero, il tasso di cambio corrente deve essere eguale alle aspettative future del tasso di cambio, che come abbiamo visto è strettamente connesso all’equilibrio tra i tassi di interesse  necessari per raggiungere la piena occupazione.

Ora consideriamo due casi di aumento della domanda americana.

Nel primo caso, vi è la convinzione diffusa che l’aumento della domanda sia temporanea o che l’aumento interno avvenga più o meno contemporaneamente con un aumento della domanda interna negli altri paesi. In questo caso il dollaro non si muoverà e l’aumento della domanda americana si riverserà prevalentemente all’interno degli Stati Uniti.

Nel secondo caso, è diffusa la convinzione che sia permanente rispetto agli altri paesi.
In tal caso il dollaro si rafforzerà rapidamente e la domanda sarà condivisa con il resto del mondo.

Pertanto, che cosa sta accadendo? Che il dollaro si sta rafforzando. Ciò suggerisce che i mercati considerano l’aumento della domanda americana come un fenomeno duraturo. Si deve pertanto concludere che l’incremento della domanda verrà condiviso con gli altri paesi. In altre parole, la forza del dollaro probabilmente sarà il principale motore della ripresa internazionale.

sabato 31 gennaio 2015

Le ricette irrealistiche e sbagliate di Alberto Quadrio Curzio

La via per risolvere il problema greco non è una nuova ristrutturazione del debito ma un rilancio dell'occupazione e della crescita sia con un piano di investimenti pubblici finanziati e governati in modo commissariale dalla Ue sia con condizioni favorevoli agli investimenti esteri.  
 Questo è ciò che scrive Alberto Quadrio Curzio su Il Sole 24 Ore di oggi. Ed è paradossale che a nemmeno una settimana dalle elezioni greche si abbia il coraggio di invocare il commissariamento del nuovo governo che ha ricevuto un chiaro mandato per por fine alle politiche di austerità imposte dalla troika negli ultimi anni. Ciò dimostra il grado di democraticità di questi personaggi e l’alta considerazione che hanno della volontà popolare.

Per di più la sua “soluzione” è irrealistica su entrambi i fronti del problema. Perché non solo Tsipras ha detto molto chiaramente che non dialogherà con la troika, in quanto non ha alcuna legittimità istituzionale anche rispetto ai Trattati (a cui vengono continuamente richiamati  i greci), ma anche perché non trova conforto neppure dall’altro lato, ovvero dalla Germania, come quando Quadrio Curzio invoca 
gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali finanziati con iniziative europee potenziate e che abbiano, nella misura in cui lo siano a scala nazionale, maggiori flessibilità di bilancio. Bisogna anche rilanciare con forza la proposta degli eurobond (da emettere tramite lo ESM modificato) anche per assorbire una parte dei debiti pubblici della eurozona

Se fa riferimento al cosiddetto piano Juncker,  l’iniziativa finanziaria europea per gli investimenti e le infrastrutture appare alquanto depotenziata, dato che i fondi realmente messi a disposizione sono 21 contro i 315 annunciati.

Quanto agli eurobond, per quante volte si vuole sentirsi dire dalla Germania  di no e che non hanno alcuna intenzione di condividere in nessun modo i debiti pubblici?

Le soluzioni indicate da Quadro Curzio non sono quelle giuste e certamente sono alquanto velleitarie, più ancora delle intenzioni del governo greco.

domenica 11 gennaio 2015

Euro, Capitale finanziario, Capitale industriale e marxisti dell'Illinois

Non è una recensione all’ultima fatica di Alberto Bagnai, L’Italia può farcela. Sono solo alcune considerazioni emerse in seguito alla lettura delle ultime pagine del terzo capitolo del libro dell'economista dell'Università di Pescara.

Tuttavia, prima di affrontare i punti che più mi interessano, è giusto riconoscere che il libro si legge facilmente ed è a tratti divertente. Sia che si rivolga al lettore occasionale (magari sviato dalla vena di ottimismo che può ispirare il titolo, in un contesto come quello attuale in cui è difficile vedere qualcosa di positivo), sia che si rivolga ai fedeli lettori del suo blog, agli imprenditori o a suoi colleghi economisti sono rari i momenti in cui la lettura diventa pesante, non tanto per i temi trattati, quanto per l’analisi dettagliata dei dati, che può talvolta apparire sovrabbondante a chi non è appassionato ai temi economici.

Bagnai ha l’indubbia capacità di analizzare e smontare i classici luoghi comuni propagandati dai media per spiegare la crisi, nonché le devianti soluzioni che questi propongono per uscirne, come il fenomeno della corruzione, i tempi della giustizia, l’evasione, gli investimenti esteri, la spesa pubblica, ecc. Tutti temi che ovviamente possono anche essere condivisi (chi è a favore della corruzione o dell’evasione?), ma non costituiscono la causa o l’origine della crisi. La lotta e il contrasto a questi fenomeni, che pure va fatta (o andrebbe fatta) non può quindi – al contrario di quanto comunemente si crede –  portarci fuori dal baratro in cui siamo caduti.


Alcune osservazioni critiche minori

Ma basta con gli elogi e passiamo alle osservazioni critiche. Partendo da quelle di minor rilevanza.

Prima però, ancora un ultimo apprezzamento. Leggendo il suo blog non passa giorno che non vi sia un attacco alla sinistra, non solo governativa, ma anche quella che si definisce “radicale” o anche oltre. Tanto che Bagnai ha riservato a quest’ultimi – parafrasando i Blues Brothers – l’etichetta di marxisti dell’Illinois. Devo dire che nelle 262 pagine che ho letto finora ho trovato molta meno acredine di quanto sarebbe stato lecito attendersi. La critica è decisamente indirizzata alle politiche economiche di impronta liberista che sono andate affermandosi, soprattutto a partire dagli anni ’80, e ai mezzi di informazione che si rendono artefici di diffondere tesi propagandiste a supporto di un sistema fallimentare.

Ciò fino a quando mette a raffronto le posizioni keynesiane con quelle marxiste.  

Secondo Bagnai, l’economia keynesiana
ha tenuto insieme i cocci del capitalismo, così contribuendo implicitamente a far esplodere i cocci di altre esperienze di organizzazione dei rapporti di produzione, quelle a cui i marxiani si sentono più legati
arrivando 
alla conclusione, logicamente corretta, che siccome il keynesismo ha impedito che esplodessero le contraddizioni del capitalismo, il keynesismo è borghese, e i keynesiani sono nemici (p. 244).

Sicuramente le mie letture e le mie frequentazioni sono più ristrette di quelle del prof. Bagnai, il quale avrà tutte le ragioni per riproporre posizioni che potevano andar bene, per esser generosi, fino alla fine degli anni ’70. Ma sulla base della mia esperienza è più facile che un marxista conviva piuttosto bene con le teorie keynesiane, piuttosto che un sostenitore dell’economia di mercato, come i neo-liberisti, per i quali (soprattutto in Italia, ma non solo) qualsiasi discorso che ipotizzi un intervento dello Stato è visto come  fumo negli occhi, nonostante le politiche keynesiane siano state una reale alternativa sia alla rivoluzione bolscevica che al fascismo e al nazismo, permettendo di salvare il capitalismo liberale.

So che il vero dissenso tra Bagnai e i marxisti risiede nell’atteggiamento che una parte di essi ha verso l’euro, in quanto sembra che non colgano ciò che effettivamente rappresenta, ossia un metodo di governo (p. 130). E su questo mi trova dalla sua parte. Ma ho voluto evidenziare la mia perplessità sui rapporti tra le teorie keyensiane e i marxisti perché non mi sembra che la spiegazione data da Bagnai sia convincente, almeno ai giorni nostri  (ma può essere che sia una questione di sensibilità o di cerchie di frequentazioni. In tal caso sarebbe evidentemente un problema soggettivo).


Capitalismo finanziario e capitalismo industriale

Ma lasciando da parte i rilievi che possono aver origine da esperienze personali, affrontiamo un punto che ritengo importante per comprendere ciò che è successo in Italia e nei paesi capitalistici avanzati.

Bagnai riporta un interessante passo di Augusto Graziani, in cui viene lucidamente presentato il circuito monetario che si innesca a partire dalle politiche di bilancio dello Stato. In sintesi, l’economista partenopeo ci ricorda che il deficit di bilancio, rappresentando un eccesso di spesa rispetto alle entrate fiscali, finisce – direttamente o indirettamente – per costituire un afflusso di liquidità verso le imprese e che tale liquidità  non è un debito sul quale si devono pagare gli interessi (p.250). Cosa non da poco, visto che l’alternativa, in una situazione di carenza di domanda effettiva, comporta ai fini dello smaltimento dell’eccesso di offerta – come ben spiega Bagnai nelle pagine precedenti – un indebitamento o delle famiglie (per i consumi) o delle imprese (per gli investimenti). Un indebitamento, quello privato, che – a differenza di quello pubblico – può diventare talmente oneroso da innescare una crisi finanziaria e dare origine ad una recessione come quella del ’29 o come quella che stiamo vivendo in questo periodo (lo Stato, invece, se ha emesso titoli denominati in valuta nazionale, sarà sempre in grado di far fronte ai propri impegni).

La conclusione a cui giunge Bagnai è formalmente corretta e riprende la tesi di Graziani: se lo Stato si indebita non lo fa per spirito malvagio, incapacità, corruzione o altro. Chi si avvantaggia dell’indebitamento pubblico è l’impresa privata, sia nella forma di acquisto di beni e servizi  da parte della pubblica amministrazione, sia indirettamente mediante la spesa per consumi degli impiegati pubblici, dei pensionati o dei disoccupati (se sussidiati) dei redditi  che vengono loro erogati. Lo Stato non spende per dare [i soldi] a se stesso, ma al settore privato (mettendolo in condizioni di finanziarsi senza passare dalle banche, come spiega tanto bene Graziani) (p. 254).

Tuttavia, immagino il salto che deve aver fatto l’imprenditore – a cui si rivolge direttamente Bagnai – quando scrive che il debito pubblico diventa in ogni caso una forma di finanziamento dell’impresa privata (p.254).

E ne avrebbe ben donde, dato che a costui sembrerà,  tra tasse e prelievi fiscali – soprattutto negli ultimi 20 anni –, che sia lui a finanziarie lo Stato e non viceversa. Ma se  l’imprenditore, per il quale Bagnai mostra tanta attenzione, può affidarsi solo alle impressioni, dal professore sarebbe stato lecito attendersi un maggior approfondimento, dato che certamente saprà che il deficit, dal 1992,  se depurato  degli interessi si tramuta in un avanzo primario.


E’ questo un fatto non secondario e che, se tenuto in debita considerazione, può spiegare meglio ciò che è successo in Italia e negli altri paesi capitalistici avanzati.

Una simile rappresentazione avrebbe permesso di evidenziare che lo Stato non sta fornendo liquidità alle imprese private, almeno non alle imprese non finanziarie. Il deficit è dato esclusivamente dagli interessi sul debito pubblico. Ma chi usufruisce di questa fonte di reddito? 


Fino al 1997 i principali detentori del debito pubblico erano i residenti non finanziari (famiglie e imprese). Successivamente il sistema finanziario italiano e quello estero si sono accaparrati la fetta più consistente del debito pubblico.

Attualmente il sistema finanziario nazionale od estero controlla quasi il 90% del debito pubblico italiano (per quanto non si possa escludere che la casalinga di Aquisgrana, come quella di Voghera,  abbia anche lei i BTP). E per quanto le banche o le società finanziarie estere non votino, sono tuttavia in grado di esercitare delle pressioni opportunamente calibrate affinché i suoi desiderata siano tenuti nel debito conto (si veda come i creditori esteri (la linea verde del grafico)  abbiano incominciato a vendere i titoli pubblici a partire dall’inizio del 2011 portando i tassi fino al 7,25% al punto da provocare le dimissioni di Berlusconi e come siano tornati successivamente, con Monti, ad acquistare sia pur gradualmente i titoli italiani).

Detto in altri termini, gli interessi del capitale finanziario e di quello industriale non sono coincidenti. Anche le imprese private sono state chiamate a fare i “sacrifici” per ripagare gli interessi e il debito pubblico detenuto dal sistema finanziario, nazionale od estero. 

Chi governa in Italia è il capitale finanziario, così come negli Stati Uniti: non è raro che gli amministratori di importanti società finanziarie siano chiamati a ricoprire il ruolo del Segretario del Tesoro, come ad esempio  Henry Paulson sotto Bush. In Italia abbiamo esempi analoghi con Corrado Passera (che proveniva da Banca Intesa) o Domenico Siniscalco, che è andato ricoprire dopo la sua esperienza governativa un ruolo di prestigio nell’ambito delle società finanziarie.

Ma se l’interesse del capitale finanziario è di garantirsi un adeguato rendimento dai capitali che presta al settore pubblico, compatibilmente con le condizioni di mercato vigenti, quello industriale non trae alcun vantaggio da un deficit pubblico volto ad alimentare flussi di reddito per il settore finanziario.

Ciò nonostante, anziché chiedere maggiore spesa pubblica, come parrebbe logico attendersi sulla base dell’analisi di Graziani, non fa altro che istigare il governo a tagliarla.

Come mai? Forse perché che i lavoratori non hanno più nessuno che li rappresenti e li difendi?

Come mai il PCI, che non aveva mai superato il 34% e non era mai entrato al governo, era riuscito ad ottenere – insieme alle rappresentanze sindacali dei lavoratori – lo Statuto dei Lavoratori e la Scala Mobile ed oggi che i suoi eredi sono al governo e conquistano il 40% dei voti, come prima misura si preoccupano di smantellare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, essendo la Scala Mobile già stata abolita?

Se le cose stanno in questi termini, la polemica con Emiliano Brancaccio sulla scala mobile (p. 262) è del tutto pretestuosa: non è questione di “minacciare” di introdurre la scala mobile, dopo che si sia usciti dall’euro, al fine di difendere i redditi da lavoro dall’inevitabile svalutazione. E’ che questa misura è una condizione necessaria, come lo è  la Banca Centrale sotto le direttive del governo democraticamente eletto, affinché la gestione dell’euro-exit non sia accompagnata dalla solita e scontata politica di far pagare i costi dell’aggiustamento alla parte più debole della società.

In quest’ottica appare sorprendente la fiducia che Bagnai concede agli imprenditori italiani, confidando in una equa ripartizione dei costi che l’uscita dall’euro comporta.

Sarà ancora una volta una questione di esperienza personale, ma l’atteggiamento di Bagnai è da questo punto di vista molto simile a quello che hanno i sostenitori dell’euro quando dicono che l’Italia è troppo piccola per farcela da sola nel mondo della globalizzazione, ma al tempo stesso sfidano il senso del ridicolo quando dicono che dobbiamo andare a minacciare la Germania per farle fare quello che noi vogliamo (p.221).

E’ illusorio pensare che gli imprenditori non scarichino sui lavoratori – nonostante ogni evidenza empirica e teorica – i costi di un’uscita dall’euro, tanto più quando questi sono in una posizione di debolezza politica e sociale. Da un lato devono recuperare le perdite subite in questi anni di scellerate politiche di austerità e dall’altro non si dimenticheranno certo di tutelare i loro interessi, che sono contrapposti a quelli dei lavoratori. 

Non è questione di malvagità o cattiveria. E’ questione di conflitto di interessi. E’ questione di lotta di classe, marxisti dell’Illinois o meno.

lunedì 5 gennaio 2015

Spending review, produttività ed efficienza nel settore pubblico

Su  “Il Sole 24 Ore” del 3 gennaio, Giacomo Vaciago interviene a proposito delle recenti modifiche introdotte dal Jobs Act all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in merito all’applicabilità o meno delle stesse al settore pubblico. Un argomento in verità già chiarito dallo stesso capo del governo, che le ha confinate al settore privato, riservandosi una più ampia revisione delle normative che regolano i rapporti di lavoro nel settore pubblico.

Ma non è questo l’argomento di cui intendo occuparmi. Mi interessa piuttosto riprendere un’affermazione buttata lì, tra parentesi nel testo dell’intervento dell’economista piacentino, in cui con nonchalance si dice:

le imprese private la loro “spending review” l’hanno già fatta da un pezzo, mentre la Pa deve ancora cominciare la sua

E’ il classico luogo comune che descrive il settore pubblico come improduttivo contrapposto alle virtù del settore privato, tutto teso a massimizzare l’efficienza (e i profitti).

A parte il fatto che se le imprese italiane avessero effettivamente recuperato efficienza e produttività non avremmo un calo del pil per il terzo anno consecutivo, i dati raccontano un’altra storia.

La spending review forse non avrà intaccato gli acquisti di beni e servizi della PA (e ciò avvantaggia le imprese private), ma sicuramente ha inciso sui dipendenti pubblici.

Tra il 2006 e il 2013 il personale del settore pubblico è diminuito di oltre 180 mila unità, ovvero del 5%. Un calo nettamente superiore a quello del settore privato (-2,9%).


Non solo. Negli ultimi anni i dipendenti pubblici hanno avuto il blocco dei rinnovi contrattuali. I loro stipendi sono rimasti quindi fermi. Rispetto al 2006, il costo del lavoro per occupato nella PA è quello che è aumentato di meno (+5,9%, contro il 16,9 delle imprese non finanziarie (SnF) e il 14,7 dell’intero settore privato).


Se si tiene conto dell’inflazione intercorsa nel periodo, pari al 16,5% (secondo l’indice dei prezzi al consumo Ipca), i redditi pubblici medi individuali sono in realtà scesi del 9,1% in termini reali. Nel settore privato il calo è stato dell’1,5%, quale media tra un aumento dello 0,3 tra i dipendenti delle SnF e un taglio del 7,6 tra gli occupati delle altre imprese.

D’altra parte, nel 2013  i dipendenti pubblici in Italia erano il 14,4% del totale degli occupati, contro il 15,2% degli Stati Uniti. E ciò nonostante è difficile ritenere il nostro sistema pubblico più efficiente di quello americano.

E la ragione è molto semplice. Si confonde la produttività con l’efficienza. Alcuni esempi chiariranno il concetto.

Supponiamo che un ufficio postale abbia normalmente due sportelli aperti e che mediamente diano luogo ad un’attesa di 10 minuti per soddisfare le esigenze dei clienti.  Se si dimezza il personale (magari non sostituendo l’impiegato che va in pensione), la produttività di quell’ufficio (ovvero il rapporto tra le pratiche espletate rispetto al personale impiegato) migliorerà, perché assolverà alla stessa domanda (nel breve periodo) con meno personale, ma l’efficienza peggiorerà perché i tempi di attesa probabilmente saliranno da 10 a 20 minuti.

Analogamente, se in un pronto soccorso ove operano 4 equipe mediche occorre mediamente attendere un'ora prima di essere visitati, qualora le equipe fossero ridotte a due la produttività di quel reparto, assolvendo alla stessa domanda di interventi, migliorerà; ma l’efficienza del servizio sanitario peggiorerà per i cittadini, che dovranno probabilmente attendere in media due ore prima di essere visitati.

La produttività, in altri termini, mette a raffronto l’output con le risorse impiegate. L’efficienza – avendo a che fare non solo con la quantità ma anche con la qualità del servizio reso – può invece decadere anche con un uso più produttivo del personale.

Sicché non è raro sentire lamentele sull’efficienza degli uffici postali o del servizio sanitario e pensare di risolvere il problema “tagliando” il servizio pubblico, composto da “fannulloni”. Aggravando in tal modo ancor più la qualità dei servizi.

Nel campo dei servizi pubblici, la maggiore produttività che si richiede per “mettere a posto i conti” può costituire un risparmio di spesa per gli enti pubblici, ma non è detto che ciò si rifletta in un vantaggio per i cittadini, in termini di qualità ed efficienza dei servizi.

Sarebbe quindi opportuno riflettere un attimo prima di continuare a ripetere i soliti insulsi luoghi comuni sul settore pubblico. Sono insopportabili al bar, a maggior ragione sulla bocca o sulla penna di un economista.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

_________

(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

sabato 11 ottobre 2014

Svalutazione e Costo del Lavoro

Paul Krugman nel post intitolato Europanic 2.0 risponde, tra l'altro, ad un articolo pubblicato dal Financial Times in cui si sostiene che nella zona euro  "i salari e gli altri costi del lavoro sono troppo alti, anche per gli standard dei paesi ricchi, per non parlare dei mercati emergenti" sostenendo che, se questo è il problema, ovvero un problema di competitività, allora è meglio svalutare l'euro piuttosto che tagliare i salari. Infatti, per l'economista americano ridurre i redditi dei lavoratori quando il sistema economico è caduto in una trappola della liquidità non farebbe altro che accentuare la crisi.

Tuttavia sarebbe utile ricordare all'articolista del FT che appare alquanto curioso lamentarsi della competitività della zona euro quando a luglio il surplus annuo delle partite correnti era di 233 miliardi di euro.

Molto più banalmente si vuole che la quota dei redditi da lavoro sia ridotta. 

La lotta di classe esiste. Solo che in questa fase storica la fanno i capitalisti, con tutti i mezzi a disposizione, sia con la propaganda che con i provvedimenti delle istituzioni politiche e monetarie.

sabato 29 marzo 2014

Il rapporto spesa pubblica / pil non definisce l'efficienza della spesa

E’ opinione diffusa che la spesa pubblica italiana sia inefficiente e troppo elevata. Non è raro sentire i liberisti lamentarsi per il fatto che sia superiore al 50% del pil.

Che la qualità della spesa possa essere migliorata non vi è ombra di dubbio, sia in termine di funzioni (destinazione della spesa), sia in termini di efficacia e di efficienza.

Ma il più delle volte, anche quando si parla di spending review, non si chiede altro che sia ridotta, pensando in tal modo di costringere i nostri amministratori a tagliare il superfluo e gli sprechi.

Abbiamo più di una prova che i tagli (lineari o meno) non incidono in realtà sulle inefficienze (e tanto meno sui privilegi di chi è chiamato ad esercitare la funzione pubblica). I tagli finiscono immancabilmente per ripercuotersi sulla qualità dei servizi, sulle prestazioni sociali e sul blocco degli stipendi pubblici. Inoltre, non è raro che si parta con l’idea di tagliare e si finisca con introdurre nuove imposte.

Ma questo furore ideologico contro la spesa pubblica non ha alcun fondamento economico, poiché la spesa del settore pubblico è un’entrata per il settore privato, in termini di stipendi (i dipendenti pubblici sono dei privati cittadini come tutti gli altri), di pensioni e di acquisto di beni e servizi alle imprese. La spesa pubblica sostiene i redditi del settore privato.

Per rendersene conto si può dare un’occhiata a questo grafico che riporta la spesa pubblica per abitante e il pil procapite in parità di potere d’acquisto.


Come è evidente, più è elevata la spesa pubblica più è elevato il pil (vi è una correlazione di poco inferiore al 90%).

Si scopre poi che la spesa pubblica italiana è praticamente in media con quella dell’Unione Europea (a 28 paesi). Spendono più di noi la Germania, l’Irlanda, la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Austria e la Finlandia (per restare  tra i maggiori paesi dell’area euro).

Ma il grafico ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica procapite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. 

Va da sé che il pil può essere più elevato o più basso per altre ragioni. Ma resta il fatto che la spesa pubblica italiana – oltre che essere quantitativamente in linea – non è meno “efficiente”  di quella media europea.

Può essere migliorata e resa più efficiente? Certo, ma non è il livello della spesa (il 50% del pil, gli 800 miliardi tanto citati) che ci può dire se è stata spesa bene o male.

Si può spendere malissimo pur spendendo poco e spendere bene pur spendendo molto di più.

Guardiamo questo grafico.


La spesa pubblica è messa a raffronto sia in termini procapite sia in percentuale del pil. Tracciando i quadranti rispetto alla media dell’Unione Europea, si nota ancora un volta che l’Italia è sostanzialmente in linea su entrambi i fronti. Spendono molto più di noi, sia in termini procapite che in percentuale del pil, l’Austria, il Belgio, la Francia e la Finlandia.

Se provate a chiedere qual è il settore pubblico più efficiente tra quello olandese e quello italiano è quasi certo che tutti vi diranno che quello olandese è migliore. Eppure, con una spesa in rapporto al pil identica alla nostra (50,4% quella olandese, 50,6% quella italiana), il settore pubblico olandese spende quasi il 40% in più per ogni cittadino rispetto a quanto spende il settore pubblico italiano (18 mila contro 13 mila, nel 2012).
Come può essere più efficiente un sistema che ha lo stesso impatto sul pil, spendendo il 40% in più?

E’ non è un caso. Si prenda la Grecia (ove la spesa pubblica conta il 53,6% del pil) e l’Austria (51,7%). Se si conviene che il settore pubblico austriaco sia migliore di quello greco (e non è così difficile di questi tempi, viste le draconiane misure che sono state imposte a quel paese), come è possibile che il settore pubblico austriaco spenda più del doppio (18.800 contro 9.200 euro)? Dove sta l’efficienza nello spendere il doppio per ottenere un impatto sul pil perfino inferiore?

Se le cose stanno in questi termini, vi è solo un’altra possibile spiegazione: il rapporto spesa pubblica / pil non racconta tutta la storia che ci vogliono far credere. Forse il problema non è nella spesa pubblica (quella italiana e greca, ma anche spagnola e portoghese), ma nel pil. Se in percentuale la spesa pubblica è alta, pur con una spesa per abitante inferiore, forse il problema sta in un pil troppo basso.

E guarda caso, ad avere problemi recessivi sono soprattutto i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Un alto rapporto spesa pubblica / pil può quindi indicare non tanto un eccesso di spesa, quanto una carenza o un’incapacità del sistema economico a generare un alto volume di reddito. Ma, come abbiamo visto, i redditi aumentano in parallelo con l’aumento della spesa pubblica (non con i tagli).

Eppure, per una stupida ideologia liberista, si è fatto l’opposto. E i risultati si vedono: disoccupazione al 13% in Italia e oltre il 25% in Grecia e in Spagna. Olè! 


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Aggiornamenti del 1° Aprile 2014

1) Si veda anche l'intervento a quattro mani di Stefano Perri e Riccardo Realfonzo, Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta, pubblicato su Economia e Politica.

2) Il Bruegel Policy Brief di aprile pubblica i seguenti grafici:



Il primo mette in relazione la spesa sociale in percentuale del pil (sebbene sarebbe stata più utile la spesa procapite) con la riduzione della diseguaglianza dei redditi.
Questo grafico è comunque utile per determinare l'efficacia o meno della spesa. Infatti, l'Italia pur avendo una spesa sociale simile all'Olanda (circa il 20% del pil) riesce a ridurre le disuguaglianze del 28% circa, contro il 36 del paese nord-europeo.
Si noti che spendono in spesa sociale più dell'Italia, il Belgio, la Francia, l'Austria e la Germania (che destina a tale finalità il 26% del pil).

Il secondo grafico mette in relazione la pressione fiscale sempre con la riduzione della diseguaglianza dei redditi. Pertanto, a rigore, non si può attribuire precisamente quanto sia efficace o meno la spesa sociale,  piuttosto che il sistema fiscale.
Tuttavia, si noti che l'Italia pur avendo una pressione fiscale simile alla Finlandia, ha un effetto redistributivo decisamente inferiore (il 41% contro il nostro 28%).

venerdì 28 febbraio 2014

Nell'attesa dell'euroexit ...

Non è raro trovare tra i fautori dell’uscita dall’euro la tesi che una politica fiscale espansiva, qualora vi fosse un governo che la volesse perseguire, non risolverebbe i gravi problemi strutturali che la permanenza nella valuta comune genera (in termini di squilibri della bilancia dei pagamenti e che si tradurrebbero in politiche restrittive).

E' evidente che l’uscita dall’euro modificherebbe completamente il quadro di riferimento entro cui la politica economica potrebbe muoversi. Ed è quindi una possibile soluzione (l’unica per gli euroexit più intransigenti) per porre fine ad una situazione che pone l’Italia in una posizione simile al bacio della morte.

Ma in termini di efficacia, l'invocazione di una politica di bilancio espansiva merita qualche riflessione in più. 

Su questo tema sono intervenuto sia con un post del 2 febbraio scorso sia intervenendo direttamente sul blog di Gustavo Piga.

A dire il vero, in quella occasione estremizzai le conseguenze sulla bilancia dei pagamenti, nel tentativo (chiaramente ingenuo) di far sbilanciare il noto economista. Intendiamoci, l’argomentazione è valida, ma tra i sostenitori più convinti dell’euroexit sta prevalendo la tesi che non si debba far nulla – se non appunto uscire dalla valuta comune – per porre fine alle attuali politiche di austerità, perché – appunto – la crescita della domanda si rifletterebbe in un deficit delle partite correnti, riaprendo il problema della copertura finanziaria e dei relativi spread sui costi di indebitamento.

L’argomento è indubbiamente valido ed è stato evidenziato sia da Brancaccio che da Bagnai.

Ora, non vi è ombra di dubbio che rilanciando la domanda, possano ripartire le importazioni, attenuando in tal modo gli effetti benefici per le attività economiche  interne.

Ma se questi sono i vincoli e le preoccupazioni, occorre dire subito che nel 2013 l’Italia ha avuto un surplus delle partite correnti di oltre 12 miliardi di euro e che ciò offre potenzialmente una chance a chi propone una politica espansiva della domanda.

Prima di vedere come, occorre però affrontare l’altro tema: quello della propensione ad importare del sistema economico italiano.

Rispetto al pil, le importazioni contano circa il 30%. Rispetto alla domanda aggregata (domanda interna + export) valgono il 24% in termini nominali e poco più del 20 in termini deflazionati.

La propensione marginale delle importazioni, ovvero calcolata sulle variazioni annue rispetto alla domanda aggregata,  ha invece escursioni molto forti. Dal 2008,  è stata sotto il 50% in 13 trimestri e sopra in altri dieci.


Cautelativamente può quindi essere assunta pari al 50%, per quanto sia in calo da ben sei trimestri e sia ora sotto il 40%.

Il 50% è una quota consistente ed implica che per ogni euro destinato alla crescita della domanda la metà possa andare a vantaggio delle importazioni.

Ora  noi abbiamo un surplus di 12 miliardi. Lavorando su un'ipotesi  di 10 miliardi, la manovra espansiva potrebbe contare su un intervento quantificabile in 20 miliardi, senza presumibilmente creare problemi alla bilancia dei pagamenti. Una manovra espansiva di 20 miliardi equivale all’1,3% del pil. Ma per effetto dei moltiplicatori della spesa (che ragionevolmente poniamo pari a 1,5) potrebbe innalzare il pil di 30 miliardi, ovvero dell’1,9%.

Se effettivamente si realizzasse anche solo la metà di quel contributo, il pil nel 2014 potrebbe crescere dell’1,5% anziché dello 0,6.

Pertanto, per quanto possa essere condiviso l’obiettivo dell’uscita dell’euro, sarebbe sbagliato assumere un atteggiamento attendista, tale per cui nell’attesa messianica che l’euro si frantumi non si deve fare nulla per evitare una crisi che incide sulla carne viva delle persone.

Tra disoccupati ufficiali, sfiduciati e cassa integrati vi è un 25% della forza lavoro potenziale che non è utilizzata, che rischia di perdere competenze professionali e che deprime i consumi e la domanda delle imprese in un circolo vizioso di cui è difficile vedere il fondo. A costoro non si può dire che le loro sofferenze saranno lenite quando la lira tornerà a circolare nuovamente tra noi.  E comunque, nell’attesa che questo evento si realizzi, varrebbe forse la pena di impegnarsi per far terminare queste assurde politiche di austerità e, ancor meglio, di chiedere che siano attuate politiche di bilancio espansive. Lo spazio c’è.



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L'ipocrisia di chi non ricorda Roosevelt di Gustavo Piga