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mercoledì 25 maggio 2016

Grandi imprese industriali: l'aumento della produzione grazie ai maggiori ritmi produttivi, occupazione ferma al palo

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel primo trimestre del 2016 il fatturato delle maggiori imprese industriali è diminuito dell’1,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-3,2), le vendite reali segnano un incremento dell’1,6%, trainate soprattutto dal mercato interno (+1,8), mentre le esportazioni non vanno oltre il mezzo punto percentuale (quelle complessive dell’Italia sono aumentate dello 0,3).

L’aumento delle quantità vendute ha stimolato la produzione industriale che nel trimestre cresce dell’1,7%.

L’espansione dell’attività produttiva non si è tuttavia estesa  in misura significativa all’occupazione (al netto dei cassintegrati), che aumenta solamente dello 0,3%.

La crescita della produzione è stata ottenuta prevalentemente con l’intensificazione dei ritmi produttivi: la produttività oraria aumenta infatti dell’1,4%.

Parallelamente, il costo orario del lavoro è sceso dell’1,3% rispetto al primo trimestre del 2015.  Ferme restando di fatto le ore lavorate per dipendente (in realtà aumentano dello 0,1%), il costo complessivo del lavoro diminuisce dello 0,9% solo per effetto dell’aumento della base occupazionale. L’aumento della produzione consente quindi di ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) del 2,8%. 


grafici su base annua qui

mercoledì 24 febbraio 2016

Grandi Imprese Industriali 2015, fatturato nominale invariato e occupazione in calo

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel 2015 il fatturato destagionalizzato delle maggiori imprese industriali è aumentato dello 0,1%. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-2,7), le vendite reali segnano un incremento del 2,8%, trainate soprattutto dal mercato interno (+3,1) mentre le esportazioni si fermano all’1,4 (quelle complessive dell’Italia sono aumentate dell’1,8).


Tuttavia, nonostante l’aumento delle quantità vendute, le imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate (-0,9% negli ultimi dodici mesi). La produzione industriale ne ha tratto pertanto un giovamento alquanto limitato, aumentando dello 0,8%.


L’espansione dell’attività produttiva, per quanto modesta, non si è estesa all’occupazione al netto dei cassintegrati, che è stata anzi  ridotta dell0 0,7%, nonostante il ricorso alla CIG sia diminuito del 27% (-35,6 a livello nazionale per tutti i settori).

La crescita della produzione  è stata conseguita sia con l’aumento delle ore lavorate per dipendente (+1%), sia intensificando i ritmi produttivi (+0,4).


L’aumento delle ore lavorate per dipendente deriva sia dagli straordinari, in crescita dell’1,9%, sia dal crollo delle ore perse per scioperi (-65%). Ma nel complesso il monte ore di lavoro resta poco mosso (+0,3) per la diminuzione della base occupazionale.

Il costo orario del lavoro è aumentato dello 0,6%,  Tenendo conto del leggero aumento del monte ore, il costo complessivo cresce dell’1,1. L’aumento della produzione permette di contenere la crescita del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) allo 0,4%.


Allargando l'orizzonte temporale, la produzione industriale dal 2010 è scesa di oltre l'8% portando giù sia l'occupazione (-4,5%) sia il numero di ore lavorate per dipendente (quasi un punto percentuale). In tal modo  anche la produttività per ora lavorata non può che diminuire (quasi un punto e mezzo).


martedì 3 marzo 2015

Grandi Imprese 2014: l'aumento delle vendite (export) ha solo smaltito le scorte

Fonte: Istat

Nel 2014 il fatturato delle grandi imprese industriali è rimasto sostanzialmente invariato (+0,2%) rispetto al 2013. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,5%), le vendite reali segnano un incremento dell’1,6%, grazie soprattutto alla crescita del 3,2% della domanda estera (contro un +0,6 delle esportazioni complessive a livello nazionale). Le vendite sul mercato interno  aumentano per poco più di mezzo punto percentuale. 


Tuttavia, nonostante l’aumento delle quantità vendute (+1,6), le grandi imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate (-2,2% rispetto a dodici mesi prima, quasi il 4% in meno rispetto al 2010). La produzione industriale non ne ha tratto pertanto giovamento ed è stata anzi ridotta dello 0,7% rispetto ad un anno prima.


Il calo dell’attività produttiva si è riflesso sia sugli occupati,  scesi dello 0,5% (al netto di quelli in cassa integrazione), sia sulle  ore lavorate per dipendente (-0,7). Nel complesso, le ore effettivamente lavorate sono diminuite dell’1,2% e ciò ha consentito un aumento della produttività oraria dello 0,5% sul 2013.


Sul calo delle ore lavorate hanno influito sia gli straordinari, scesi dello 0,8%, sia l’aumento delle ore di sciopero (+42,5%) In controtendenza invece le ore di cassa integrazione, scese del 15,2% (innanzi ad un calo dello 0,3 a livello generale). 


Il costo orario del lavoro è aumentato del 2,7%. Tenendo conto del calo delle ore lavorate, il costo complessivo cresce dell’1,4%, ma innanzi ad un calo della produzione dello 0,7 il clup non può che aumentare del 2,2%.   


Le retribuzioni orarie  sono aumentate del 2,9%, ma il calo delle ore effettivamente lavorate per dipendente contiene i guadagni medi individuali al 2,2%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca) nel 2014 sono aumentati dello 0,2% i lavoratori delle grandi imprese industriali possono registrare un aumento del potere d’acquisto del 2%. 

lunedì 5 gennaio 2015

Spending review, produttività ed efficienza nel settore pubblico

Su  “Il Sole 24 Ore” del 3 gennaio, Giacomo Vaciago interviene a proposito delle recenti modifiche introdotte dal Jobs Act all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in merito all’applicabilità o meno delle stesse al settore pubblico. Un argomento in verità già chiarito dallo stesso capo del governo, che le ha confinate al settore privato, riservandosi una più ampia revisione delle normative che regolano i rapporti di lavoro nel settore pubblico.

Ma non è questo l’argomento di cui intendo occuparmi. Mi interessa piuttosto riprendere un’affermazione buttata lì, tra parentesi nel testo dell’intervento dell’economista piacentino, in cui con nonchalance si dice:

le imprese private la loro “spending review” l’hanno già fatta da un pezzo, mentre la Pa deve ancora cominciare la sua

E’ il classico luogo comune che descrive il settore pubblico come improduttivo contrapposto alle virtù del settore privato, tutto teso a massimizzare l’efficienza (e i profitti).

A parte il fatto che se le imprese italiane avessero effettivamente recuperato efficienza e produttività non avremmo un calo del pil per il terzo anno consecutivo, i dati raccontano un’altra storia.

La spending review forse non avrà intaccato gli acquisti di beni e servizi della PA (e ciò avvantaggia le imprese private), ma sicuramente ha inciso sui dipendenti pubblici.

Tra il 2006 e il 2013 il personale del settore pubblico è diminuito di oltre 180 mila unità, ovvero del 5%. Un calo nettamente superiore a quello del settore privato (-2,9%).


Non solo. Negli ultimi anni i dipendenti pubblici hanno avuto il blocco dei rinnovi contrattuali. I loro stipendi sono rimasti quindi fermi. Rispetto al 2006, il costo del lavoro per occupato nella PA è quello che è aumentato di meno (+5,9%, contro il 16,9 delle imprese non finanziarie (SnF) e il 14,7 dell’intero settore privato).


Se si tiene conto dell’inflazione intercorsa nel periodo, pari al 16,5% (secondo l’indice dei prezzi al consumo Ipca), i redditi pubblici medi individuali sono in realtà scesi del 9,1% in termini reali. Nel settore privato il calo è stato dell’1,5%, quale media tra un aumento dello 0,3 tra i dipendenti delle SnF e un taglio del 7,6 tra gli occupati delle altre imprese.

D’altra parte, nel 2013  i dipendenti pubblici in Italia erano il 14,4% del totale degli occupati, contro il 15,2% degli Stati Uniti. E ciò nonostante è difficile ritenere il nostro sistema pubblico più efficiente di quello americano.

E la ragione è molto semplice. Si confonde la produttività con l’efficienza. Alcuni esempi chiariranno il concetto.

Supponiamo che un ufficio postale abbia normalmente due sportelli aperti e che mediamente diano luogo ad un’attesa di 10 minuti per soddisfare le esigenze dei clienti.  Se si dimezza il personale (magari non sostituendo l’impiegato che va in pensione), la produttività di quell’ufficio (ovvero il rapporto tra le pratiche espletate rispetto al personale impiegato) migliorerà, perché assolverà alla stessa domanda (nel breve periodo) con meno personale, ma l’efficienza peggiorerà perché i tempi di attesa probabilmente saliranno da 10 a 20 minuti.

Analogamente, se in un pronto soccorso ove operano 4 equipe mediche occorre mediamente attendere un'ora prima di essere visitati, qualora le equipe fossero ridotte a due la produttività di quel reparto, assolvendo alla stessa domanda di interventi, migliorerà; ma l’efficienza del servizio sanitario peggiorerà per i cittadini, che dovranno probabilmente attendere in media due ore prima di essere visitati.

La produttività, in altri termini, mette a raffronto l’output con le risorse impiegate. L’efficienza – avendo a che fare non solo con la quantità ma anche con la qualità del servizio reso – può invece decadere anche con un uso più produttivo del personale.

Sicché non è raro sentire lamentele sull’efficienza degli uffici postali o del servizio sanitario e pensare di risolvere il problema “tagliando” il servizio pubblico, composto da “fannulloni”. Aggravando in tal modo ancor più la qualità dei servizi.

Nel campo dei servizi pubblici, la maggiore produttività che si richiede per “mettere a posto i conti” può costituire un risparmio di spesa per gli enti pubblici, ma non è detto che ciò si rifletta in un vantaggio per i cittadini, in termini di qualità ed efficienza dei servizi.

Sarebbe quindi opportuno riflettere un attimo prima di continuare a ripetere i soliti insulsi luoghi comuni sul settore pubblico. Sono insopportabili al bar, a maggior ragione sulla bocca o sulla penna di un economista.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

_________

(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

sabato 11 ottobre 2014

Svalutazione e Costo del Lavoro

Paul Krugman nel post intitolato Europanic 2.0 risponde, tra l'altro, ad un articolo pubblicato dal Financial Times in cui si sostiene che nella zona euro  "i salari e gli altri costi del lavoro sono troppo alti, anche per gli standard dei paesi ricchi, per non parlare dei mercati emergenti" sostenendo che, se questo è il problema, ovvero un problema di competitività, allora è meglio svalutare l'euro piuttosto che tagliare i salari. Infatti, per l'economista americano ridurre i redditi dei lavoratori quando il sistema economico è caduto in una trappola della liquidità non farebbe altro che accentuare la crisi.

Tuttavia sarebbe utile ricordare all'articolista del FT che appare alquanto curioso lamentarsi della competitività della zona euro quando a luglio il surplus annuo delle partite correnti era di 233 miliardi di euro.

Molto più banalmente si vuole che la quota dei redditi da lavoro sia ridotta. 

La lotta di classe esiste. Solo che in questa fase storica la fanno i capitalisti, con tutti i mezzi a disposizione, sia con la propaganda che con i provvedimenti delle istituzioni politiche e monetarie.

martedì 23 settembre 2014

Salari reali, Produttività e Costo del lavoro.

Aggiorno un esercizio iniziato due anni fa con i dati Ameco, relativamente al settore manifatturiero, in cui si  esamina l'andamento della produzione (valore aggiunto a prezzi costanti) e i redditi agli occupati deflazionati con i prezzi al consumo armonizzati.



La produttività per occupato della Germania cresce tra il 1998 e il 2013 di oltre il 40%, mentre quella italiana solo del 3%. Come mai?

Prima di ogni altra considerazione, conviene ricordare che la produttività in questo caso è definita mettendo a raffronto la produzione con gli occupati. La produzione è rappresentata nei conti economici nazionali dal prodotto interno lordo e per i singoli settori (come quello manifatturiero) dal valore aggiunto opportunamente deflazionati dalla variazione dei prezzi. Se si assume la ragionevole ipotesi che le imprese producano per vendere (e non per accumulare scorte in magazzino) si può allora sostenere, soprattutto per un periodo così lungo, che la produzione rispecchi l’andamento della domanda.

Ed ecco quello che succede alla produttività se evidenziamo le variabili che la determinano, ossia la produzione (ovvero la domanda) e l’occupazione nel settore manifatturiero, per entrambi i paesi.



Succede che la produttività è strettamente connessa nella sua evoluzione all’andamento della produzione e quindi alla domanda.

Entrambi i paesi hanno ridotto in questo periodo l’occupazione: noi di oltre il 10% e i tedeschi del 5%. Da questo punto di vista, l’efficienza produttiva del settore manifatturiero italiano dovrebbe essere superiore a quella tedesca. Ma i dati ci raccontano un'altra storia: la produttività in Germania è cresciuta del 40% e solo del 3 in Italia. Ciò si spiega solo con l’altra variabile che concorre a determinare la produttività, ossia la produzione, ovvero la domanda rivolta alle imprese.

La produttività è esplosa in Germania non per una maggiore efficienza produttiva, ma per una crescita della domanda e quindi della produzione di circa il 35%. Nello stesso periodo, la domanda alle imprese italiane e conseguentemente la produzione è crollata di quasi il 10%.

Ne consegue che il problema non è il costo del lavoro, poiché se è vero che quello italiano è cresciuto più di quello tedesco, quest’ultimo continua ad essere del 28% più elevato rispetto a quello italiano.


Ma il diverso andamento della produttività, ovvero il diverso andamento della domanda e quindi della produzione, si riflette sul costo del lavoro per unità di prodotto (clup), spiazzando la capacità competitiva delle nostre imprese.


Alla luce di questa analisi, dove conviene agire? Sul costo del lavoro o sulle politiche di sostegno alla domanda? La riduzione del costo del lavoro, ovvero dei redditi dei lavoratori, non farebbe altro che deprimere ulteriormente la domanda interna e ciò si rifletterebbe nuovamente sulle vendite delle imprese e sulla loro produttività. D’altra parte i redditi reali dei lavoratori italiani, come si è visto, non sono per nulla più alti di quelli tedeschi, né in termini assoluti né in termini di trend rispetto al 1998.

Occorre pertanto agire sull’altra variabile che determina la produttività e il clup, ossia la produzione. Ma per far crescere questa occorre far crescere la domanda. Ma nell’attuale contesto dell’eurozona le politiche espansive sono bandite e prevalgono – fallita la fantasiosa teoria dell’austerità espansiva – le altrettanto illusorie speranze delle “riforme strutturali”, ovvero quelle mirano a rendere il mercato del lavoro più flessibile, ovviamente dal lato dei licenziamenti. Ma non si vede come una maggiore incertezza nelle prospettive lavorative e redditi più bassi possano sostenere la domanda. E’ illusorio pensare che un maggior margine di profitto possa indurre le imprese ad assumere. Queste ringrazieranno e porteranno a casa i maggior profitti che in tal modo potranno conseguire, ma l’occupazione non crescerà fino a quando non aumenteranno le vendite (non i profitti). Ma le vendite come potranno aumentare se il mercato del lavoro non sarà in grado di dare sicurezza e redditi adeguati alle famiglie e ai lavoratori?

Dato che non si vuole un intervento da parte della domanda pubblica vi è solo un altro canale che può dare un contributo positivo: le esportazioni. Attualmente contano per meno del 30% del pil. Di quanto si devono comprimere i redditi dei lavoratori (e di quanto si deve ampliare la disoccupazione per convincerli ad accettare le nuove condizioni di lavoro) affinché gli effetti positivi delle esportazioni superino quelli  negativi derivanti dalla domanda interna?

E fino a quando potrà reggere la pressione su questa molla sociale, volta a reprimere le aspettative di vita e di guadagno dei lavoratori? E’ un gioco pericoloso che, se sfugge di mano, di solito provoca una reazione violenta.

Temo tuttavia che i nostri imprenditori non vedano al di là del loro naso e che questo problema non riguardi loro personalmente ma eventualmente le prossime generazioni. Loro devono solo pensare a far profitti, qui e ora. Se vi sono disoccupati e precari, non è affar loro.

mercoledì 18 giugno 2014

Costo orario del lavoro, 2012

Fonte: US BLS

Nel 2012, il costo orario del lavoro nel settore manifatturiero negli Stati Uniti era di 35,67 $. Quello italiano di 34,18 (ovvero quasi il 25% in meno di quello tedesco, pari a 45,79 $).



In Polonia il costo orario del lavoro è di 8,25 $. Un prezzo sicuramente interessante per gli industriali. Eppure la disoccupazione polacca ad aprile era quasi il doppio di quella tedesca (9,7 contro 5,2%). 

Forse il costo del lavoro non è il fattore più importante nel determinare i livelli di occupazione.

Addendum del 19 giugno 2014
I liberisti sostengono che l'occupazione sia determinata dal costo del lavoro. Non è raro sentir dire che una sua riduzione favorirebbe le assunzioni delle imprese. Ne dovrebbe conseguire che la disoccupazione, ove il costo del lavoro è più basso, debba essere corrispondentemente più bassa.

Già abbiamo visto che questa teoria cozza contro la realtà in Germania e in Polonia, ove non possono certo subentrare aspetti di geo-localizzazione che possano in qualche modo impedire di sfruttare i "vantaggi" del basso costo del lavoro.

Estendendo l'analisi ai principali paesi europei emerge questa rappresentazione grafica:


La relazione tra costo orario del lavoro e disoccupazione è debole: non supera il 17%. Ma se proprio si vuole vedere un legame, è evidente che non è l'alto costo del lavoro che determina la disoccupazione. E' vero semmai il contrario: la disoccupazione è mediamente più bassa, ove più alto è il costo del lavoro.

Un altro esempio delle teorie farlocche dei liberisti.

sabato 15 marzo 2014

Puglisi: salari legati alla produttività. Allora siano aumentati del 10,7% in termini reali




































Riccardo Puglisi, in ossequio alla sua teoria neoclassica, propone che i salari siano legati alla produttività.

Magari fosse vero! I lavoratori avrebbero diritto ad un aumento dei redditi reali del 10,7%.

Ma forse voleva fare solo lo spiritoso. Peccato che non vi sia nulla di cui sorridere: chi lavora ha i redditi reali fermi al livello del 2007 e  le persone che non hanno un lavoro sono oltre 6 milioni.

lunedì 3 marzo 2014

Nel 2013 le grandi imprese riducono l'occupazione (-1,2%) e la produttività (-1,6) per il calo domanda (-2,7)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2013 il fatturato delle grandi imprese industriali è sceso del 3,8%. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,1%), le vendite reali segnano un calo del 2,7%, quale effetto di un crollo della domanda interna del 5,1%, non compensata dall’aumento della domanda estera (+2,1%; in controtendenza rispetto alle esportazioni complessive nazionali che segnano una caduta dell’1,2). La produzione industriale si è adeguata al calo delle vendite reali, segnando una flessione del 3%.


Ne hanno pagato le conseguenze i dipendenti che, al netto di quelli in cassa integrazione (-0,4% le ore utilizzate), sono diminuiti dell’1,2. Ma ciò non è stato sufficiente: le imprese hanno dovuto rallentare i ritmi produttivi orari dell’1,6%, dato che le ore lavorate per dipendente sono rimaste sostanzialmente invariate (-0,1).


Nel complesso, le ore lavorate sono diminuite dell’1,3% in linea con il calo degli occupati. Il crollo delle ore di sciopero (-35,9%) compensa infatti quasi completamente il calo degli straordinari, diminuiti del 6,1%.  

Il costo orario del lavoro è aumentato nel 2013 dell’1,1%, ma innanzi al calo delle ore lavorate il costo complessivo scende dello 0,2%. Ciò nonostante, a causa del calo dell’output del 3%, il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) aumenta del 2,8%.

Le retribuzioni orarie sono aumentate dello 0,8%. Se si tiene conto del calo delle ore effettivamente lavorate per dipendente, i guadagni medi individuali registrano un aumento dello 0,7%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca) sono cresciuti dell’1,3 i lavoratori del settore industriale subiscono una riduzione del potere d’acquisto di 0,6 punti  percentuali (che fa seguito al calo dell'1% del 2012). 

lunedì 20 gennaio 2014

La ricetta di Puglisi: riduzione dei salari ed emigrazione ... e la pillola va giù


Questo l’intervento odierno del liberista Puglisi.
Una frase in apparenza condivisibile. Posti di fronte all’alternativa: “preferisci essere licenziato o vederti ridurre lo stipendio  del 20%?” qualcuno rinuncerebbe a lavorare? No?

Bene siete delle persone sane di mente, mentre non lo sono i neoliberisti. Perché secondo le loro strampalate teorie una riduzione del salario reale dovrebbe indurre i lavoratori a rinunciare a cercare lavoro, dato che la loro disutilità marginale a lavorare non sarebbe adeguatamente compensata dal salario reale, che per definzione viene posto pari alla produttività marginale del lavoro. Vale a dire, una volta che sono stati ridotti i salari reali, se non vuoi lavorare sono affari tuoi, non puoi definirti disoccupato, perché non sei disposto a lavorare con una retribuzione reale inferiore.

Vi sembra che sia quello che normalmente avviene nella realtà? A me non pare. 

Se vi sono 3,2 milioni di disoccupati e altri 3,8 milioni  di persone che hanno smesso di cercare un’occupazione non è perché non sono disposti a lavorare ad una retribuzione inferiore a quella media. E’ che non trovano proprio nessuno che sia disposto ad assumerli. E non mancano certo le statistiche da cui emerge un calo dell’occupazione anche tra chi è a tempo determinato (oltre a mettere in part time chi prima lavorava a tempo pieno con un contratto a tempo indeterminato).


Ma tant’è, loro sono fatti così. Per i liberisti i fatti sono troppo grezzi per assurgere a dignità teorica; non possiedono quella eleganza intrinseca che le loro menti sopraffine esprimono quando sfornano i loro modelli.

Ma il vero errore di Puglisi è un altro. Lui ritiene che con la riduzione dei salari (ma fa più fine dire flessibilità salariale; la quale flessibilità ça va sans dire è solo verso il basso) e la mobilità dei fattori (assai più accademico di emigrazione) si possa ottenere un aumento dell’occupazione.

Diciamo che con l’emigrazione, il problema viene eliminato alla radice passando il problema ad un altro paese (con annessi problemi da un lato di integrazione per gli emigrati e dall’altro, nei paesi ospitanti, con lo sviluppo di movimenti politici nazionalistici e sentimenti razzisti verso gli stranieri). Un modo indubbiamente efficace per risolvere i problemi, non credete?

Per chi invece si ostina a restare (le solite rigidità dei lavoratori che non comprendono i raffinati modelli teorici) è pronto per loro un peggioramento delle condizioni di vita. Ma tranquilli, assicurano, stando tutti un pochino peggio, staremo tutti un pochino meglio. Dalla riduzione dei salari reali arriverà la crescita dell’occupazione. Come?


Ah si? Vorrei proprio vederle le imprese che assumono il doppio dei lavoratori se il loro stipendio fosse ridotto della metà. Perché – nonostante i loro raffinati modelli – di solito le aziende assumono (data la tecnologia esistente) in funzione della domanda. In altri termini se per produrre 100 occorrono 100 lavoratori, sarebbe irrazionale assumerne uno in più, anche se i salari fossero dimezzati, se dovrò produrre sempre 100.

Ma la domanda resterà invariata? Non proprio. Perché se riduco i salari reali, le famiglie dei lavoratori avranno una minore capacità di spesa. Si ridurranno quindi i consumi e quindi la domanda per le imprese. Perché mai dovrebbero assumere se la produzione dovesse scendere da 100 a 80?

D’altra parte perché gli imprenditori dovrebbero investire (per ampliare la capacità produttiva?) proprio quando la domanda dei loro prodotti sta scemando? Per ridurre i costi? Forse; ma quanto sarà forte  l’incentivo ad indebitarsi ulteriormente con le vendite che calano e con i costi produttivi già ridotti grazie alla riduzione dei salari? Poi, per carità, ognuno è libero di farsi del male come meglio crede. Ma la maggioranza delle imprese sa far bene i propri conti.

In verità vi è un altro canale che potrebbe far crescere la domanda (ma Puglisi, da buon microeconomista, tutto intento a calcolare le disutilità e le produttività marginali dei lavoratori,  lo ha dimenticato): le esportazioni. Le imprese potrebbero trarre vantaggio da una riduzione dei costi mediante le vendite all’estero. Peccato che la domanda estera incida per meno del 30%.  

E questo lo si vede anche con i dati diffusi oggi dall’Istat. Nei primi undici mesi del 2013 il fatturato delle imprese industriali verso i mercati esteri è aumentato dell’1,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2012. Ma la domanda interna è scesa del 5,5%. Il risultato netto è un calo delle vendite reali del 3%.

Vi è inoltre uno studio dell’ILO che dimostra come per ogni riduzione di un punto percentuale della quota salari si avrà alla fine un calo del pil (per l’Italia dello 0,1%).  


Sicché anche questa strada, oltre che essere molto dolorosa, è anche inefficace. Ma quand’anche vi fosse un effetto positivo, non sarebbe forse meglio ottenere gli stessi risultati, e forse anche di migliori, mediante la svalutazione? Se il problema è la competitività di prezzo verso l’estero, perché non agire mediante un deprezzamento del cambio?

Che dite? Non si può? C’è l’euro!? Ah, ecco.

Quindi è giusto che siano ridotti i salari?! E come si fa a convincere i lavoratori (che sono così tanto rigidi perché non conoscono i modelli di Puglisi)? Ma è semplice: con più disoccupazione. Vedrai che dopo un po’ abbassano la testa (con annesse pretese di aver diritti e quant’altro). Non si sa se l’occupazione poi aumenterà, ma intanto gli imprenditori (una volta si sarebbe detto i capitalisti, ma suona tanto male al giorno d’oggi) avranno l’occasione di rimpinguare il proprio portafoglio.

E’ così difficile da capire? E’ la lotta di classe, ma qualcuno a forza di ripetere che siamo sulla stessa barca l’ha dimenticata (ma alcuni, sempre gli stessi, devono solo remare e ad altri è dato il privilegio di dire in quale direzione andare). 

martedì 14 gennaio 2014

Salari, produttività e "riforme strutturali"


Paolo Pini illustra le "raccomandazioni" della BCE e della UE in tema di contrattazione salariale e "riforme" del mercato del lavoro.

In Giappone è tornata l'inflazione
In Giappone, invece, le riforme per uscire dalla deflazione puntano su un aumento dei salari.

venerdì 10 gennaio 2014

Aspettative negative --> Calo degli investimenti --> Calo dei margini.

Fonte: Elaborazioni su dati Istat.


Il valore aggiunto delle Società non finanziarie (SNF) negli ultimi dodici mesi terminanti a settembre 2013, espresso in termini reali, è sceso del 2,4%, meno del calo della produzione industriale registrato dall’Istat (-3,9).

In termini monetari il calo del valore aggiunto è stato dell’1,2%, superiore al calo del costo del lavoro (-0,5). Il margine operativo lordo (Mol) si riduce pertanto del 2,2%.

La quota del costo del lavoro supera il 61% del valore della produzione delle SNF. Il mol scende sotto il 39.


Come può essere che il costo del lavoro nel complesso scenda, ma la quota sul valore aggiunto aumenti?

Tra il 2008 e il terzo trimestre del 2013 il costo del lavoro è aumentato solamente del 2% ed è sostanzialmente invariato da due anni, ma il valore aggiunto è sceso in termini nominali del 4,4%. Tale calo è imputabile in buona misura al crollo della produzione, pari al 9,9%. 

Nonostante una crescita media annua del costo del lavoro dello 0,4%, il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) è aumentato del 2,5 perché contemporaneamente le vendite (e quindi la produzione) sono mediamente diminuite  del 2. L'aumento dei costi unitari è stato poi trasferito solo parzialmente sui prezzi (deflatore a +1,2) e ciò ha comportato una contrazione dei margini unitari dello 0,7 che si aggiunge al calo del 2% delle quantità vendute. Al termine dei cinque anni il Mol si è ridotto del 13,1%.


E in siffatte circostanze viene meno la voglia di investire. Con gli impianti utilizzati a meno di ¾ del loro potenziale e le vendite e i margini in calo, gli investimenti delle SNF sono scesi del 23,8% rispetto a quelli del 2007 e di oltre il 25% se ci si riferisce ai macchinari.


Peraltro se si evidenzia la domanda effettiva al netto degli investimenti, ossia i consumi pubblici e privati e le esportazioni nette, per quanto siano scese, sono state piuttosto resistenti (-2,8% sul 2007). Il calo è tutto nelle aspettative delle imprese, che ha praticamente decurtato gli investimenti (-27,4% quelli del settore privato). Le famiglie (e la domanda estera) hanno più o meno fatto il loro dovere assorbendo la produzione delle imprese. Ma le stesse imprese, tagliando gli investimenti, hanno finito con ridurre le vendite delle altre imprese, innescando un circolo vizioso di cui è difficile vedere l’uscita.

In  questo contesto avrebbe potuto supplire la domanda pubblica. Ma i consumi collettivi sono scesi (-2,9) in linea con le altre componenti della domanda al netto degli investimenti. Quanto agli investimenti pubblici (-28,3) hanno fatto peggio degli investimenti privati. 


Pensare di salvarsi con la domanda estera è una pia illusione. Non solo perché conta meno del 30% del pil. Ma anche perché, nonostante ci si compiaccia in ogni occasione del Made in Italy, le esportazioni sono ancora il 2,8% inferiori al livello del 2007. E la domanda interna del settore privato nel frattempo è scesa del 13,1%.

Per recuperare una simile perdita, l’export dovrebbe crescere – ferme restando le importazioni (!) – di oltre il 40% in termini reali, non potendo contare per di più sulla svalutazione della valuta. 

Pensare di ridurre i redditi da lavoro del 30-40% (come sostiene Farinetti) al fine di recuperare competitività è folle solo pensarlo. Se sulla domanda interna, già decurtata del 13%, si dovesse abbattere uno tsunami di tale portata si metterebbe a rischio la tenuta sociale e democratica del paese e non eviterebbe l'espulsione dell’Italia dal novero dei paesi industriali.

giovedì 2 gennaio 2014

Povertà e Salario Minimo negli Usa e in Europa

Quali politiche riducono le diseguaglianze?
di Laura Tyson (*)




Il presidente Barack Obama ha recentemente dichiarato che le crescenti ineguaglianze dei redditi e di opportunità sono le prossime sfide che l’America deve affrontare. Questi problemi sono saliti al top dell’agenda politica, ma non sono solo un problema degli Stati Uniti.

L’ineguaglianza dei redditi ha incominciato ad ampliarsi a partire dalla fine degli anni ’70 e il trend si è esteso all’Europa alla fine degli anni ’80, coinvolgendo con il nuovo secolo anche paesi che avevano una lunga tradizione di egualitarismo. Nell’era della Grande Recessione, quella del 2008-09, la disuguaglianza dei redditi ha raggiunto il culmine di tutti i tempi negli Usa e nei maggiori paesi sviluppati.


La recessione e la lenta ripresa hanno provocato dappertutto condizioni peggiori, specialmente tra i bambini e i giovani che si affacciano al mercato del lavoro. Il fatto che le disuguaglianze siano un problema comune tra i paesi avanzati lascia pensare che le cause siano simili e ancora non ben comprese.

Si riteneva che la disuguaglianza negli Usa fosse più grave che negli altri paesi sviluppati; ma la realtà è più complicata. Le ineguaglianze dei redditi possono essere misurate in due modi: prima dell’imposizione fiscale e dopo l’imposizione fiscale e i trasferimenti pubblici. Sorprendentemente, la disuguaglianza dei redditi prima delle tasse è simile a quella degli altri paesi avanzati, inclusi quelli più egualitari come Svezia e Norvegia. Gran Bretagna e Germania hanno diseguaglianze più elevate degli Usa.


Tra i paesi sviluppati, gli Usa hanno le ineguaglianze dei redditi più gravi dopo le tasse e i trasferimenti sociali. Ciò non è dovuto ad una tassazione progressiva inferiore agli altri paesi. Anzi è più progressiva di molti paesi europei, del Canada e dell’Australia, tutti paesi ove le regressive imposte sul valore aggiunto costituiscono una fonte considerevole delle entrate fiscali.

Ma, tra i paesi sviluppati, gli Usa sono i meno generosi in termini di trasferimenti sociali. Gli Stati Uniti spendono una piccola quota del pil per i programmi di assistenza familiare rispetto agli altri paesi, i quali compensano i sistemi fiscali più regressivi con più progressivi trasferimenti di fondi che consentono di ridurre significativamente le disuguaglianze.

Tuttavia, negli ultimi 30 anni, le politiche economiche americane hanno aggravato piuttosto che attenuare le ineguaglianze dei redditi. Sia il sistema fiscale che i trasferimenti sociali sono diventati meno progressivi e, secondo un recente studio, tale evoluzione spiega circa il 30% del peggioramento delle disuguaglianze dei redditi.

Gli Stati Uniti hanno bisogno di una maggiore redistribuzione dei redditi per combattere le disuguaglianze. Ma è improbabile che ciò avvenga, almeno nel breve termine. I repubblicani si oppongono implacabilmente ad ogni aumento dei programmi di welfare e ad aumenti di tasse sulla ricchezza e sul sistema finanziario.

Ma per combattere le disuguaglianze gli Usa hanno anche la necessità di aumentare la crescita, in quanto consente di aumentare i posti di lavoro e ridurre la disoccupazione. L’economia sta crescendo ad un tasso dimezzato rispetto alle riprese avvenute nelle recessioni passate e il mercato del lavoro sta migliorando troppo lentamente.

Nonostante il record minimo nel tasso di partecipazione della forza lavoro, la disoccupazione al 7% è ancora alta. Circa 4 milioni di lavoratori sono usciti dal mercato del lavoro da quanto è iniziata la Grande Recessione. Altri otto milioni lavorano part time perché non riescono a trovare un impiego full time.


Un mercato del lavoro fiacco, prolungato nel tempo, si traduce per molti lavoratori in salari reali più bassi, con effetti negativi sulla crescita e sulla distribuzione dei redditi. Il risultato è un aumento delle disuguaglianze. Dal 2007 al 2012 i salari orari reali sono scesi per il 70% dei lavoratori. Sono invece aumentati per il restante top 30%.

Nel suo discorso sulle disuguaglianze Obama ha riproposto diverse idee per accelerare la crescita: aumentare l’export, riformare il sistema fiscale per le imprese, investire di più nelle infrastrutture, in ricerca e sviluppo e nell’istruzione. Queste proposte sono sia espansive che redistributive. E’ improbabile che il Congresso, ancora una volta, le approvi. La politica fiscale resterà fortemente restrittiva, riducendo quest’anno di 1,5 punti il tasso di crescita.

Obama ha anche appoggiato un aumento del salario minimo per combattere le ineguaglianze. In questo caso le prospettive di una approvazione da parte del Congresso sono migliori.

Corretto per l’inflazione, il salario minimo federale di 7,25 dollari/ora ($/h) è il 23% più basso di quello del 1968. Se avesse seguito l’inflazione e la crescita della produttività dovrebbe essere di 25 $/h. All’attuale salario minimo, un lavoratore occupato full time avrebbe un guadagno annuo di soli 15.080 $, il 19% in meno della soglia che definisce la povertà per una famiglia di tre persone.



Secondo l’Ocse, gli Usa hanno il secondo più alto tasso di povertà (ossia la quota della popolazione che guadagna meno della metà del reddito mediano nazionale) tra i paesi sviluppati. Recenti ricerche hanno stabilito che un aumento del salario minimo avrebbe un potente effetto positivo: un aumento del 10% ridurrebbe il tasso della povertà del 2%.

Circa 30 milioni di lavoratori beneficerebbero di un aumento del salario minimo a 10,10 $/h, come proposto dai democratici. Di questi, l’88% avrebbe più di 20 anni (età media 35); il 55% riguarderà lavoratori full time; il 56% sarebbero donne; il 28% hanno dei bambini. Mettere più soldi nelle loro tasche non solo ridurrà la povertà, ma stimolerà i consumi in un momento in cui l’insufficienza della domanda continua ad impedire la ripresa e la creazione di posti di lavoro.

Il presidente Obama ha fatto significativi progressi nel combattere le disuguaglianze. Sotto la sua leadership il sistema fiscale federale è diventato più progressivo e l’Obamacare è il programma di assicurazione sanitaria più progressivo dai tempi del Medicare e del Medicaid, iniziati nel 1965. Ma c’è ancora molto da fare. Aumentare il salario minimo è il prossimo passo nella giusta direzione.


(*) Professor at the Haas School of Business at the University of California, Berkeley

Traduzione de Il mio Blog di Economia e Finanza
Articolo originale, cliccare qui


Anche la Germania introdurrà il salario minimo, quale frutto dell'accordo per la formazione del nuovo governo tra la SPD e la CDU di Angela Merkel. Sarà di 8,50 euro/h (11,57 $), ponendo la Germania tra la Francia e il Regno Unito.


Tra i maggiori paesi europei manca solo l'Italia.