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mercoledì 8 gennaio 2014

Che cos'è il capitalismo. A. Graziani spiega Marx

Con un linguaggio semplice viene spiegato il funzionamento del sistema capitalistico: il rapporto tra capitale e lavoro e tra gli stessi capitalisti. 

È sempre un conflitto sociale che dà luogo alla crisi: si tratta di andare ad accertare dove, volta per volta, quel conflitto sociale si ritrova.

martedì 29 ottobre 2013

Socialismo o labourcapitalismo?

Per Karl Marx il capitalismo è quel sistema economico-sociale in cui una classe, la borghesia, detenendo i mezzi di produzione e al fine di conseguire un profitto si avvale del lavoro di un'altra classe, il proletariato, che non ha altri mezzi per vivere che vendere la propria forza lavoro, in cambio di un salario.

Il capitalismo, pur così definito, ha conosciuto diverse evoluzioni ed ha assunto caratteristiche peculiari tali da identificare nuovi precisi modelli. 

Solitamente associato ad un'economia di mercato in cui prevale la libera concorrenza, non ha impiegato molto a trasformarsi in un capitalismo oligopolistico.

Ben prima che ai nostri giorni diventasse familiare parlare di capitalismo finanziario, Rudolf  Hilferding ne delineò le caratteristiche.

Per Lenin, l'imperialismo era la fase suprema del capitalismo.

Lo stesso sistema economico dell'Unione Sovietica può essere definito capitalismo di Stato, al di là del linguaggio comune che la identifica come un paese comunista.

Con il diffondersi delle società per azioni e il venir meno del ruolo direttivo della proprietà familiare, i manager conquistano  un'autonomia nella gestione delle imprese, tanto da poter parlare di capitalismo manageriale. Il passo successivo fu l'acquisto delle stesse aziende (Management Buy Out). 

Oggi, Dario Di Vico, dal suo blog su Corriere.it, ci racconta che in Italia 36 aziende sono state salvate dalla crisi grazie all'intervento degli stessi lavoratori. Siamo passati dal Management al Workers Buy Out.


Sicuramente una buona notizia. Ma difficilmente potrà essere considerato come un passo verso un'economia socialista. Per il momento si può forse solo avanzare l'ipotesi che - se l'esempio si diffondesse - assisteremmo ad una nuova versione del sistema economico nato intorno alla metà del XVIII secolo,  che potremmo chiamare labourcapitalismo.

domenica 9 dicembre 2012

La tecnocrazia della BCE

Mario Draghi, presidente della BCE, in un discorso in Ungheria ha chiarito molto bene la posizione antidemocratica dei liberisti:
1)     la banca centrale non deve rispondere al potere politico
2)     la spesa pubblica è per definizione improduttiva.

Il mito dell’indipendenza della banca centrale, ossia che non debba rispondere ai governi democraticamente eletti, in nome di una presunta superiore gestione “tecnica” dell’economia, presuppone che vi sia una, e una sola, politica economica.

Non è così. Non c’è nessuna legge divina che prescrive cosa fare nelle varie fasi del ciclo economico. Vi sono invece chiare visioni alternative che possono ispirare gli interventi di politica monetaria.
La visione neoliberista considera la banca centrale come un elemento di disturbo per il sistema economico. La sua azione deve pertanto limitarsi al minimo indispensabile, e precisamente nel controllo della moneta, al fine di evitare che si crei inflazione. Altro non le è consentito.
La visione keynesiana, al contrario, propugna una banca centrale attiva nel contrastare gli eccessi del ciclo economico, mettendo in atto politiche espansive nelle fase di contrazione e politiche restrittive quando l’euforia prenda il sopravvento.

L’idea di Draghi e dei liberisti che la banca centrale debba essere indipendente, ossia che non debba rispondere alle istituzioni politiche democraticamente elette (e non stiamo parlando delle “audizioni”, ove  il più delle volte vanno a  giustificare il governo – alla faccia dell’indipendenza),  richiama l’idea antidemocratica che la banca centrtale non debba rispondere, con le opportune iniziative di politica monetaria, agli orientamenti di politica economica scaturiti da un percorso elettorale che ha coinvolto la maggioranza dei cittadini. E’ una banca centrale che si arroga una superiorità e una neutralità che non solo non è dimostrata, come abbiamo visto, ma che si può contrapporre alle politiche di un governo democraticamente eletto. E’ una banca centrale che non è al servizio del proprio paese e che tende ad instaurare un  proprio potere privo di qualsiasi legittimità, politica e teorico-culturale.
Ciò non vuol dire che vadano nominati gli “amici”. Le persone chiamate a guidare la banca centrale devono essere ovviamente competenti e moralmente oneste. Ma devono essere pronti a realizzare – per quanto di loro competenza – nel migliore dei modi possibili  gli obiettivi di politica economica delineati dal governo in carica. Non si guida una nave con due comandanti: la sala macchine deve rispondere alle indicazioni che arrivano dagli ufficiali di rotta; se fa ostruzionismo od opposizione, la nave non va da nessuna parte; se poi si arriva al punto che è la sala macchina ad imporre la rotta, si abusa di una posizione nevralgica per crearsi un potere illegittimo, non convalidato da alcun percorso democratico. Si crea una tecnocrazia autoreferenziale, che non risponde a nessuno. Mentre sarebbe opportuno che, se non si condivide l’orientamento del governo in carica, il presidente della banca centrale dia le dimissioni o sia sostituito.

Che vi siano orientamenti diversi di politica monetaria – e non una legge divina superiore a tutti iscritta sulla pietra -  se ne ha evidenza da come è stata gestita la crisi in Europa e negli Stati Uniti.
La Bce, impregnata da una cultura liberista e anti-statalista, si è disinteressata della recessione, perseguendo esclusivamente il fine ideologico della riduzione dell'intervento pubblico, aggredendo il welfare dei paesi finiti sotto l’attacco dei mercati finanziari.
La Fed, invece, ha tenacemente perseguito la ripresa dell’attività economica del paese ed ha accompagnato le politiche di bilancio del governo in carica. Negli  Stati Uniti sarebbe inimmaginabile che Bernanke, il presidente della Fed, possa scrivere una lettera ad Obama in cui gli intima di ridurre il deficit pubblico o che ponga delle condizioni per esercitare il ruolo di prestatore di ultima istanza che compete alla banca centrale.

E questi sono stati i risultati delle due politiche economiche e monetarie adottate per fronteggiare la crisi (grafici aggiornati il 18 dicembre 2013):





La presunta superiorità tecnocratica della Bce ha peggiorato la situazione economica dell’area dell’euro, ha esteso la disoccupazione in alcuni paesi ai livelli degli anni ’30 e ha messo a rischio la sopravvivenza dell’euro. Sono politiche sbagliate. Si può convenire che Draghi sia stato nominato dai governi conservatori e di destra, in maggioranza in Europa. E di questo se ne assumono la responsabilità politica. Ma la struttura tecnocratica che presiede la BCE (e il resto delle istituzioni comunitarie) devono essere profondamente riviste e orientate a percorsi democratici.  L’alternativa è che l’Europa sia succube di una tecnocrazia, priva di qualsiasi legittimità.

*   *   *

Il furore ideologico contro la spesa pubblica è arrivato a un limite non più sopportabile. Vengono diffuse idee triviali, prive di fondamento, come se fossero verità evidenti. Sostenere, come ha detto Draghi, che la spesa pubblica è improduttiva è palesemente falso.
Il CBO, l’organismo indipendente del Congresso americano dedicato alle politiche di bilancio, e il FMI hanno constatato che la spesa pubblica ha un effetto moltiplicativo superiore ad uno. Vale a  dire che ogni euro o dollaro speso genera una crescita del reddito nettamente superiore, anche del 50%, e che per questa via può crescere la domanda e l’occupazione.

Salvo i casi patologici dell’Italia e di qualche altro paese, ove vi possono essere sprechi e distrazione di denaro pubblico (che vanno affrontati penalmente e politicamente, altrimenti abbiamo la classe politica che ci meritiamo), resta il fatto che la domanda pubblica svolge un ruolo fondamentale, ancor più della politica monetaria, per contrastare la crisi e la disoccupazione. 

Nel momento in cui il settore privato non vede convenienza ad investire, vi sono solo due possibilità: o si lascia che il paese si avviti in una spirale recessiva, che impoverisce la maggioranza della popolazione mediante la disoccupazione e la riduzione dei redditi reali, o si contrasta veramente la crisi economica, con una forte iniziativa pubblica che rilanci la domanda e gli investimenti, di cui per altro l’Italia avrebbe bisogno, viste le condizioni in cui sono ridotti gli ospedali, le scuole e la situazione idrogeologica del paese.

Dalla crisi si esce con più spesa pubblica, non con meno.
Meno spesa pubblica significa minor redditi per le famiglie, minor domanda per le imprese, più disoccupazione e povertà.