Visualizzazione post con etichetta Bilancio e Debito Pubblico. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bilancio e Debito Pubblico. Mostra tutti i post

lunedì 15 febbraio 2016

Debito Pubblico 2015 al 133,4% del pil

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Nel 2015 il debito pubblico si è attestato a poco meno di 2.170 miliardi, pari al 133,4% del pil (132,3 nel 2014). In un anno è aumentato di 33,8 miliardi.


Al netto degli oltre 58 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a  2.111,7 miliardi (quasi 36 in più rispetto ad un anno fa).


L’aumento del debito “interno” relativo al 2015 è stato totalmente finalizzato per la copertura del “fabbisogno interno”, pari a 45,4 miliardi (il 2,8% del pil), di cui circa 71 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 25,5 miliardi, ovvero l’1,6% del pil.


Il fabbisogno di 45,4 miliardi è stato coperto, come si è detto, per 35,9 mediante l’indebitamento e per 10,7 miliardi attingendo alla liquidità che il Tesoro ha presso la Banca d’Italia. Sono invece aumentate di 1,2 miliardi le disponibilità degli enti locali presso il sistema bancario.

Nel complesso, la liquidità del settore pubblico si commisura in 62,6  miliardi, pari al 3,8% del pil.  In particolare, a fine 2015 la liquidità del Tesoro era di 35,7 miliardi, mentre le altre AAPP potevano contare su 26,9 miliardi.


Aggiornamento del 5 marzo 2016

Dopo la pubblicazione dei dati "definitivi" del pil da parte dell'Istat il debito pubblico si attesta al 132,7%


lunedì 11 gennaio 2016

Saldi settoriali, dalle politiche di bilancio alla produttività, passando per la UE

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2012, con l’arrivo del governo Monti e poi con tutti i governi che si sono succeduti (incluso quello di Renzi, attualmente in carica) il saldo primario del settore pubblico è stato gestito per pagare gli interessi ai creditori esteri.


Nel 2010, il saldo primario era in pareggio. Il deficit era dato solo dagli interessi. Ma di questi oltre il 40% (pari alla quota di debito detenuta da investitori stranieri) finiva oltre frontiera. Il restante 60% andava ad incrementare i redditi interni. Gli interessi sul debito pubblico verso l’estero rappresentavano l’1,8% del pil e in misura corrispondente determinava un deficit nelle partite correnti verso il resto del mondo. Un altro 1,8% di deficit negli scambi con l’estero  veniva dal settore privato, che si indebitava per finanziare la spesa eccedente degli investimenti rispetto alla capacità di risparmio. A fine 2010, il deficit delle partite correnti era superava il 3,5% del pil.

Un anno dopo la situazione non era migliorata. All’1,8% di deficit delle partite correnti causato degli interessi sul debito pubblico detenuto da creditori esteri si andava ad aggiungere l’eccesso di spesa, pari al 2,5% del pil, del settore privato. Lo squilibrio verso il resto del mondo era potenzialmente del 4,3%, se non fosse intervenuta nell’estate la manovra restrittiva imposta dalla BCE, che portò al cambio di governo e all’arrivo di Monti, che permise al settore pubblico di conseguire un avanzo primario di 1,2 punti percentuali, con i quali ripagare almeno in parte gli interessi a favore dei creditori esteri. La bilancia dei pagamenti chiudeva quindi con un deficit del 3,1%.

Con l’arrivo di Monti, le misure restrittive diventano particolarmente pesanti. A fine 2012 l’avanzo primario è al 2,2% del pil e il settore privato pensa bene di tagliare la spesa: il surplus degli investimenti sul risparmio scende all’1% del pil (un punto e mezzo in meno rispetto all’anno precedente). Il beneficio sugli interessi del debito pubblico detenuto da creditori esteri è modesto, un decimo di punto (a 1,7%). Il deficit potenziale della bilancia dei pagamenti scende al 2,7%, ma sarà in buona parte coperto dall’avanzo primario del settore pubblico. Il deficit effettivo delle partite correnti si attesterà allo 0,5%.

In soli due anni siamo passati dal pareggio del saldo primario al (quasi) pareggio della bilancia dei pagamenti. Ma la missione non era finita. Con il governo Letta si raggiunge un surplus negli scambi con l’estero dello 0,9%: l’1,6% degli interessi da pagare oltre confine sono ampiamente coperti dall’avanzo primario, pari all’1,9% del pil; mentre il prosieguo delle politiche restrittive porta il settore privato a ridurre la spesa per investimenti al di sotto del risparmi (sottraendo quindi circa mezzo punto percentuale alla crescita del pil). L’avanzo primario del settore pubblico abbinato all’eccesso di risparmio del settore privato consentono di portare la bilancia dei pagamenti in attivo.

Con Renzi lo scenario non cambia. Viene solo leggermente allentata la briglia della politica di bilancio: l’avanzo primario scende dal 2 all’1,5% del pil, sufficiente tuttavia a pagare gli interessi ai creditori esteri. Ma le bastonate inferte al settore privato sono ancora vive nella memoria (e nella pelle), che  cautamente decide di non spendere: l’eccesso di risparmio rispetto alla spesa per investimenti sale a fine settembre 2015 al 2% del pil. Il surplus della bilancia dei pagamenti è quindi solo il risultato di una insufficienza della domanda interna rispetto al potenziale di spesa.

Il calo degli investimenti non deriva da una minore capacità di risparmio: tra il 2010 e il 2015, la quota del risparmio si aggira intorno al 19% del pil, sia pur con un leggero afflosciamento negli più duri delle manovre finanziarie. Ma la spesa per investimenti tra il 2011 e il 2015 scende dal 18 al 14% .


Se calo di risparmio c’è stato, per le famiglie questo è avvenuto nel 2009, quando passa da oltre il 9 al 7% del pil, che viene tuttavia compensato dalle imprese, per le quali passa da oltre il 9 all’11%.

Negli anni successivi, il risparmio delle famiglie oscillerà intorno al 7%, mentre gli investimenti proseguiranno la loro discesa iniziata nel 2007 con la crisi immobiliare, passando dal 7,8 al 5,8%.


Le imprese, invece, dopo la crisi del 2008, rilanciano gli investimenti, in sintonia con il ritorno alla crescita delle disponibilità liquide. Ma dopo l’arrivo del governo Monti gli investimenti vengono drasticamente tagliatida oltre l’11 a poco più dell’8%, nonostante gli utili si mantengano tra l’11 e il 12% del pil.


In definitiva, dal 2012 la politica di bilancio, imposta e controllata dalla UE, è rivolta unicamente a garantire i creditori esteri, a scapito dei redditi e della base produttiva interna. 

Chi parla della produttività, quale causa principale della crisi italiana, dovrebbe chiedersi se questa non sia causata

a) da un lato, dal calo della domanda indotta dalle politiche fiscali introdotte dai governi Monti in poi e che si sono tradotte in un calo della produzione del 25%

b) dall’altro, dall’aver indotto le imprese – in seguito al calo delle vendite – a tagliare gli investimenti (-30% dal 2008), anche di quelli rivolti ad incrementare l’efficienza degli impianti, dato che non vi era più alcuna necessità evidente di soddisfare una domanda che poteva essere ampiamente soddisfatta dagli ampi margini di capacità produttiva inutilizzata (tra il 2009 e il 2014 il grado di utilizzo degli impianti si muove tra il 65 e il 75%).

Negli ultimi cinque anni è quindi divenuto evidente che la politica di bilancio, eterodiretta dalla UE, è stata indirizzata esclusivamente a garantire che l’Italia assolvesse ai suoi impegni verso i creditori esteri, dato che la BCE non si sarebbe posta come garante dei debiti pubblici degli stati membri della zona euro.  Se queste politiche avessero o meno dei costi per le famiglie e le imprese italiane non era un problema che valesse la pena di prendere in considerazione poiché, se anche vi fossero stati, agli occhi della UE questi costi, questi sacrifici, sarebbero stati i benvenuti.


______________________

Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:
(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in uscite al netto degli interessi U, interessi pagati ai residenti ir e interessi pagati all’estero ix si ha

(X-M) = (S-I) – (U + ir + ix –T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ha

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post.


sabato 19 dicembre 2015

L'Europa delle banche

Se le banche falliscono, a risponderne – su norme imposte dalla Commissione Europea - sono chiamati i clienti, con i loro risparmi.

Visto quello che è successo ai correntisti delle quattro banche sottoposte al cosiddetto bail-in, ossia l’azzeramento degli investimenti in obbligazioni emesse dalle stesse banche oggetto di salvataggio, si potrebbe pensare che l’unico modo per restare tranquilli sia di lasciare tutti i soldi sul conto corrente.

Sbagliato. Perché se convertite i vostri titoli (bancari o meno) in depositi, dal 1° gennaio potranno essere aggrediti, se superate i 100 mila euro.

Il risparmio privato è posto a garanzia del sistema bancario.

Ma questo non basta. Secondo il Sole 24 Ore il risparmio privato è chiamato a fornire la garanzia che il debito pubblico sia ripagato.



In altri termini le famiglie e in minor misura le imprese pur possedendo meno dell’8% del debito pubblico (circa 168 mila miliardi) dovrebbero risponderne per 2.200 miliardi.

E chi detiene gli altri 2.032 miliardi? Ma è ovvio: il sistema finanziario nazionale (più della metà) e internazionale (35%).

Hanno accusato i correntisti delle quattro banche di essere degli speculatori perché avevano acquistato i titoli a reddito fisso emessi dalla loro stessa banca e si è ritenuto giusto – in base alle norme europee – che fossero chiamati a ripianare le perdite, di cui non avevano alcuna responsabilità.

Ed ora, come se nulla fosse, si dice che  il risparmio privato dovrebbe essere chiamato a ripagare i titoli pubblici che le banche possiedono.

Cosa si dovrebbe fare invece?

Un intervento pubblico, tanto per la risoluzione delle crisi bancarie (nazionalizzazione, nuovi vertici bancari e nuova gestione seguita da eventuale rivendita della banca risanata), quanto per il debito pubblico, come è sempre stato ed è sempre avvenuto, almeno fino a quando è denominato nella moneta nazionale (per il 99,8% è in euro).

L’euro non è la moneta nazionale? E allora qualcuno ci ha raccontato delle balle e vuole farci pagare i suoi errori.

E' l’Europa delle banche, bellezza!




Addendum del 20 dicembre 2015

Il Corriere della Sera di oggi riporta un editoriale del duo Alesina & Giavazzi in cui si può leggere:

Nel novembre del 2008 la Federal Reserve e il governo di Washington salvarono Citibank impiegando 45 miliardi di dollari. Solo dodici mesi dopo Citibank era tornata in attivo e restituì allo Stato 20 miliardi. Nei due anni successivi tutto il credito fu ripagato con un utile, per i contribuenti americani, pari a 12,3 miliardi. Salvare Citi si rivelò ex post un ottimo investimento: un rendimento del 27 per cento in tre anni. Insomma la Fed e l’amministrazione Usa in due anni hanno risolto il problema Citibank. 


Come si vede, non è impossibile né folle che una crisi bancaria sia risolta mediante l'intervento pubblico. Anzi è il modo normale di procedere.
A chi pone l'accento sull'elevato debito pubblico italiano (ad esempio il giornalista del Sole 24 Ore questa mattina ad Omnibus su La7), quale causa dell'impossibilità dell'intervento, vorrei far notare che

1) la citazione sopra riportata evidenzia che l'intervento pubblico può procurare anche un vantaggio per i tanto invocati contribuenti

2) che i limiti imposti al livello del debito pubblico derivano da norme europee che non hanno alcun fondamento teorico ed empirico: il debito pubblico non è andato fuori controllo negli Usa, come non è andato fuori controllo in Italia quando è stata chiamata - sempre per le norme europee - a dare 60 miliardi  per salvare le banche tedesche che si erano esposte troppo in quelle spagnole e greche.

giovedì 3 dicembre 2015

Le inutili lezioni inglesi del duo A&G

Alesina e Giavazzi nell'editoriale di ieri sul Corriere della Sera, sotto il titolo La lezione inglese sulla spesa, scrivono:


Ora sarebbe opportuno che questi signori, che si qualificano come economisti, prima di impartire lezioni (inglesi o meno), diano un'occhiata ai conti pubblici italiani.

Grazie alle assurde politiche definite umoristicamente di austerità espansiva la spesa pubblica italiana è già stata ridotta in termini reali per più dell'1% ed anche in meno dei dieci anni che ci sono portati ad esempio.


Tra il 2009 e il 2014 il totale della spesa è sceso del 2,6%, mentre quella al netto degli interessi di oltre il 3%.

Per quanto riguarda il futuro, il programma del governo Renzi, così come espresso nella Nota di Aggiornamento al DEF prevede questo andamento:


Sicchè è patetico piangere sulla mancata spending review, quanto si ha intenzione di procedere con la mannaia proprio per esaudire le prescrizioni che provengono dagli "economisti austero-espansivi".

sabato 3 ottobre 2015

Cosa ci aspetta con il governo Renzi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e MEF

Che cosa ci prospetta la Nota di aggiornamento del DEF per i prossimi anni? Al di là della propaganda diffusa a piene mani dal governo Renzi e dai media compiacenti, la pressione fiscale aumenterà e la spesa pubblica al netto degli interessi rispetto al pil verrà tagliata.


La pressione fiscale passerà dal 43,7% del pil previsto per quest’anno (43,5 nel 2014) al 44% nel 2019, dopo aver raggiunto il 44,3 sia nel 2017 che nel 2018.

L’aumento arriverà dalle imposte indirette che saliranno dal 15% del pil di quest’anno al 16 di fine scenario previsivo, più che sufficiente per compensare il calo delle imposte dirette (dal 15,2 al 14,9%) e dei contributi sociali (da 13,3 a 13,1).  In altri termini, il sistema fiscale diverrà più regressivo, mentre le imprese potranno giovarsi della riduzione degli oneri sociali (tra il 2009 e il 2017, dovrebbero ridursi di mezzo punto percentuale di pil). E’ la teoria della svalutazione fiscale, secondo la quale – non potendo agire sul tasso di cambio – si riducono le aliquote fiscali per le imprese (consentendo di ricostituire i margini di profitto e quindi incentivare gli investimenti), per poi recuperare il gettito fiscale mediante un aumento delle imposte indirette (ad esempio iva e accise), che non incidono sulle esportazioni, mentre si applicano su i prodotti e servizi importati.


Dal lato della spesa, circa la metà dei 3,7 punti in meno verrà dai redditi dei dipendenti pubblici (che passerà dal 10,1 di quest'anno al 9% del pil nel 2019) e dalle prestazioni sociali (dal 20,5 al 19,8%).

Se pensate che ciò deve servire per rilanciare gli investimenti, vi sbagliate. Anch’essi scenderanno, sia pur di poco (-0,1 tra il 2015 e il 2019), al 2,2%.


L’altra metà dei tagli riguarderà i consumi intermedi e le altre spese al netto degli interessi. Difficile credere che siano tutti sprechi. Di fatto sarà un calo della domanda pubblica al settore privato, con inevitabile impatto negativo sulla crescita del pil.

Tenendo conto di di queste politiche di bilancio, si noti che la crescita prevista dal governo per quest’anno (+0,9%) è di fatto imputabile all’effetto espansivo della spesa pubblica al netto degli interessi (oltre un punto e mezzo di pil), frenata dall’aumento della pressione fiscale (0,6 punti).


Senza invocare moltiplicatori della spesa (o delle entrate), l’impatto algebrico del DEF predisposto dal governo Renzi –Padoan diverrà recessivo a partire dal prossimo anno e varrà circa 1,7 punti percentuali di pil nel 2017.

Vi è quindi da temere che l’entusiasmo del governo per la ripresa debba essere preso con beneficio d’inventario: il tasso medio annuo di crescita per il periodo 2016-19, pari all’1,5%, potrebbe in realtà rivelarsi inferiore di quasi un punto percentuale.


domenica 17 maggio 2015

Nel primo mese del QE, gli acquisti di titoli pubblici da parte della Banca d'Italia sono meno del 90% di quanto previsto

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A marzo il debito pubblico era di 2.184,5 miliardi (oltre il 135% del pil), in aumento rispetto a dodici mesi prima di quasi 65 miliardi.

Al netto degli oltre 58 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a poco più di  2.126 miliardi (62,5 in più rispetto ad un anno fa).

L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 47,5 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”, di cui oltre 75 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 27,7 miliardi, ovvero l’1.7% del pil.

I restanti 15 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora superiori a 102 miliardi, equivalenti al 6,3% del pil. In particolare, a  fine marzo la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di circa 79 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano più di 23 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire oltre due anni di “fabbisogno interno”.

A fine febbraio, più della metà del debito pubblico era detenuto dal settore finanziario nazionale; quasi il 35% da creditori esteri e meno del 10% da altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che da marzo è chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, aveva alla stessa data 112,2 miliardi di debito pubblico, pari al 5,1% di quello complessivo. Nel primo mese del Quantitative Easing i titoli pubblici iscritti a bilancio sono cresciuti di 6,4 miliardi, meno del 90% dei 7,2 miliardi mensili previsti dal QE a carico della Banca d’Italia.

Il rendimento medio dei titoli decennali ad aprile è stato inferiore all’1,4%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di 124 punti base.

sabato 4 aprile 2015

Pil e saldi settoriali dopo la crisi del 2008

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2007 il prodotto interno lordo italiano è sceso del 9,6%. Il 2014 vi ha contribuito per lo 0,4%.


L’occupazione nello stesso periodo è scesa di circa 780 mila unità, pari al 3,4%. Nonostante ciò la produttività risente del calo del prodotto e arretra del 6,5%.


Le famiglie, redditi e consumi

I redditi delle famiglie, deflazionati con i prezzi al consumo, sono caduti dai livelli del 2008 del 10,6%, il ché implica una caduta dei redditi reali anche per chi ha mantenuto il posto di lavoro in media del 7,5%.

I consumi delle famiglie nel loro insieme calano di oltre il 7%.  Sono i beni durevoli a subire il maggior colpo, -21,7%, sebbene nel 2014 siano rimbalzati del 3,2%, grazie soprattutto alle auto (le immatricolazioni sono aumentate del 4,3%).

Per quanto modesto, l’unico segno positivo nel periodo considerato viene dai servizi (+0,8), dato che gli altri beni di consumo vengono tagliati del 13,4% rispetto a 7 anni prima.


Il reddito reale per le famiglie dei lavoratori autonomi e degli imprenditori nel complesso è sceso dell’11,5%, contro il 10,5 subito dai dipendenti, i pensionati  e gli inoccupati. Tuttavia, il reddito reale di quest’ultimi è inferiore a quello del 1999, mentre per i primi è del 4,5% superiore.


Il calo dei redditi dei dipendenti e dei pensionati (con le retribuzioni complessive reali che scendono del 7%) è stato compensato  aumentando la propensione al consumo dall’88,8 al 91,7%. Ciò nonostante i consumi sono stati tagliati del 7,7% (-0,3 nel 2014). I risparmi sono conseguentemente crollati del 26,9% in termini nominali e gli investimenti (prevalentemente immobiliari) del 22,7%. Peraltro, mentre i risparmi sono ritornati sugli stessi livelli di 15 anni prima, gli investimenti sono del 36% più elevati. La differenza presuppone una maggiore esposizione debitoria e/o l’impiego di risorse finanziarie in precedenza accumulate.


Anche gli autonomi e gli imprenditori compensano il crollo dei redditi reali innalzando la propensione al consumo, dal 20,7 al 22,5%. I consumi si riducono solo del 3,7% (e restano invariati rispetto al 2013). La creazione di risparmio si riduce del 4,7% in termini nominali, mentre gli investimenti sono stati tagliati del 21,8. Ciò ha consentito di ridurre l’indebitamento e/o di accumulare risorse finanziarie.


Nel complesso, il risparmio delle famiglie si contrae del 22,2%. Rispetto al pil passa dal 9,4 al 7,3%. Analogamente gli investimenti delle famiglie scendono dal 7,3 al 5,7%. L’eccesso di risparmio si riduce dal 2,1 all’1,6%.


Le imprese e gli investimenti

Il valore aggiunto ai prezzi correnti del settore economico privato, ossia il valore della produzione, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al primo trimestre 2008 (-0,5%). Depurato dell’andamento dei prezzi si traduce in un calo del 9,5%. Per le società non finanziarie (SNF) la produzione arretra dell’11,4%.

Il costo del lavoro aumenta solamente del 4,4% (3,5 per SNF), ma il calo della produzione innalza il clup del 15,4% (16,7 per le SNF).


Il margine operativo lordo (MOL) si riduce del 3,2% (-13,4 per le SNF ) ed equivale al 62,8% del valore aggiunto (40,6 per le SNF).  All’inizio del 2008 era al 64,6 per il settore privato (e al 45% per le SNF).


Per quanto la contrazione dei margini appaia molto più pesante per le SNF rispetto agli altri agenti dell’area business, sono proprio quest’ultimi che operano un drammatico taglio agli investimenti, del 56,3%. Pesante è comunque il taglio anche per le SNF (-26,4%).

Valutando gli investimenti del settore business nel suo insieme risulta un calo del 27,4%, leggermente meglio di quanto fatto dal settore pubblico (-29,9).

Vi sono infine gli investimenti delle famiglie, prevalentemente in nuove abitazioni e ristrutturazioni, crollati di quasi  1/3.


Nel complesso gli investimenti crollano del 29,5%, con le opere pubbliche e l’edilizia non residenziale che sfiora una caduta del 40%.

Leggermente meglio, se così si può dire, vanno gli investimenti non infrastrutturali, dato che la discesa si ferma a meno del 25%. Tuttavia, se le spese per impianti e macchinari limitano la caduta a a meno del 20%, un vero e proprio tonfo si registra tra i mezzi di trasporto (quasi il 45%).


Rispetto al pil, gli investimenti delle imprese del settore privato scendono dal 12% del 2008 all’8,7%, nonostante il risparmio (11,7% del pil) sia prossimo ai livelli di inizio 2007 (11,9). L’eccesso di risparmio raggiunge il 3%, quasi il doppio di quello delle famiglie (1,6).



Tuttavia, considerando il settore privato nel suo insieme, il risparmio non risulta particolarmente elevato (per quanto sia paradossale che sia concentrato tra le imprese piuttosto che tra le famiglie): a fine 2014 era al 19% contro il 21,3 di inizio 2007. Sono gli investimenti che segnano nuovi minimi (14,3% del pil contro il 19,4 del terzo trimestre 2007).

La domanda interna del settore privato appare pertanto in calo del 13,2% rispetto al primo trimestre del 2008.


Il settore pubblico

La domanda del settore pubblico, nonostante i classici luoghi comuni, appare in calo del 2,4% in termini reali, con i redditi da lavoro in flessione del 10,6%. Sono invece aumentati gli acquisti di beni e servizi presso il settore privato, del 6,5% rispetto all’inizio del 2008.

Come abbiamo già visto, gli investimenti pubblici sono crollati del 29,9%, il che conduce ad un apporto complessivamente negativo del 6,2%.

Tenendo conto delle altre voci di spesa, ad eccezione degli interessi, le uscite pubbliche risultano di fatto invariate in termini reali rispetto a sette anni prima.


La pressione fiscale nello stesso periodo passa dal 41,5 al 43,4%, contribuendo a determinare un calo dell’avanzo primario dal 3,3 all’1,6% del pil.


Le Partite correnti in termini di saldi settoriali

La domanda interna, pubblica e privata, scende dell’11,3% rispetto al primo trimestre 2008 (-0,6 nel 2014) e permane al di sotto del prodotto interno lordo, consentendo un surplus negli scambi con l’estero.


Nonostante la svalutazione dell’euro nel corso del 2014 (1,7% in termini effettivi reali, ma del 10,1 verso il dollaro), la domanda estera è cresciuta solamente del 2,4% e permane sotto i livelli pre-crisi di circa l’1%.



La domanda aggregata, ossia quella interna ed estera, resta di fatto nel 2014 invariata (+0,1) ed è di oltre il 9% inferiore a quella del primo trimestre 2008.

Le importazioni nel periodo considerato sono conseguentemente cadute del 12% (+1,6 nel 2014), facilitate nell’ultimo periodo dalla rivalutazione del dollaro.


Considerando anche i trasferimenti di reddito e le altre voci che regolano i rapporti con l’estero, le partite correnti risultano in surplus dell’1,7% rispetto al pil (-1,8 all’inizio del 2008).


In termini settoriali, le partite correnti ritornano in surplus non solo per il calo della domanda delle famiglie, ma anche per il venir meno degli investimenti delle imprese. A ciò si aggiunge l’ormai cronico effetto recessivo del settore pubblico che con l’avanzo primario sottrae risorse al settore privato per pagare gli interessi sul debito pubblico detenuto dagli investitori esteri.


Dedotte le importazioni, la domanda effettiva rivolta alle imprese presenti sul territorio risulta dell’8,3% inferiore al primo trimestre 2008 (-0,3 nel 2014). L’arresto della produzione interna (-9,6) è stato maggiore del calo della domanda, favorendo lo smaltimento delle scorte.

Ciò potrebbe favorire un rimbalzo nel 2015. La media delle previsioni confida in una crescita dello 0,8%. Resta tuttavia incerta una crescita, sostenibile nel tempo, senza una ripresa della domanda interna, sia da parte delle famiglie che delle imprese.

venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

venerdì 13 febbraio 2015

Debito Pubblico a fine 2014 al 131,9%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il 2014 si chiude con un debito pubblico inferiore a 2.135 miliardi (131,9% del pil contro il 127,8 del 2013), in aumento rispetto ad un anno prima di 66,2 miliardi.


Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a meno di  2.075 miliardi (61,6 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 52 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”, di cui 76,4 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 24,5 miliardi, ovvero l’1,5% del pil.

I restanti 9,7 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora pari a 72 miliardi, equivalenti al 4,4% del pil. In particolare, a  fine dicembre la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 46,3 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 25,7 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire poco meno di 18 mesi di “fabbisogno interno”.


Quasi il 34% del debito a novembre 2014 era in mani estere, il 51 nei portafogli del settore finanziario nazionale e il 10,4% presso altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che a partire da marzo sarà chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, alla stessa data deteneva 106 miliardi di debito pubblico, pari al 5% di quello complessivo.

Il rendimento medio dei titoli decennali a gennaio è stato dell’1,7%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di poco superiore a 130 punti base.