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mercoledì 17 febbraio 2016

Ad otto anni dall'inizio della crisi, produzione industriale ancora sotto del 23%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel 2015 la produzione industriale destagionalizzata è aumentata dello 0,8% rispetto al 2014. Nell’ultimo trimestre dell’anno si nota tuttavia un certo affaticamento, diminuendo dello 0,7% annualizzato rispetto al trimestre precedente.


Il settore che ha sostenuto l’attività produttiva è stato quello dei beni strumentali, che nell’anno appena concluso è aumentato del 3,2%, trainato soprattutto dai mezzi di trasporto (+16,5), senza i quali si dovrebbe registrare un calo in media annua della produzione dei beni strumentali dello 0,7. 


Sono state  le immatricolazioni di auto nuove (+15,8%) il propulsore della crescita produttiva. Ciò ha favorito, per il settore dei beni strumentali nel suo complesso, il tono sostenuto delle importazioni, cresciute quasi dell’8%. Insignificante è invece stato l’apporto delle esportazioni, che si limitano ad un aumento di mezzo punto percentuale.


Nel settore dei beni di consumo sia le esportazioni (+1% nel 2015) che la domanda interna fanno fatica a sostenere la produzione industriale, che rimane invariata rispetto al 2014. Il dinamismo della domanda interna è desunto dalla crescita delle importazioni, che crescono del 2,6%. 

La produzione industriale congiunta dei beni di consumo e di investimento  del 2015 aumenta del 1,7%, ma la produzione di beni intermedi e di energia non riesce a cogliere questa modesta opportunità ed arretra dello 0,4%. Sono pertanto le importazioni a coprire il fabbisogno realizzando una crescita del 6%. Se poi si tiene conto che le esportazioni di beni intermedi ed energia sono aumentate del 2,4% senza riuscire a risollevare la produzione interna complessiva del settore se ne deduce la forte carenza sofferta dal nostro paese nella lavorazione e nella trasformazione dei prodotti manufatti. 

E’ il risultato della crisi iniziata nel 2007,  che ha spazzato via quasi un quarto della produzione industriale.


martedì 16 febbraio 2016

Migliora il surplus commerciale, ma solo grazie al calo della bolletta energetica

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Il surplus della bilancia commerciale tra il 2014 e il 2015 è salito da 41,9 a 45,2 miliardi. Il miglioramento è attribuibile ad una crescita più elevata delle esportazioni ai prezzi correnti (+3,7%) rispetto alle importazioni (+3,3).

Tuttavia, se si guarda alla tipologia dei beni,  si nota che le esportazioni di prodotti finiti sono aumentate solamente del 5,5% rispetto al +9,9 delle importazioni, nonostante che tra il 2014 e il 2015 l’euro si sia indebolito da 1,33 a 1,11 nei confronti del dollaro (-16,5%).

Sono i beni intermedi e l’energia in realtà ad apportare il miglioramento della bilancia commerciale, grazie ad un calo del valore delle importazioni del 3,5% innanzi ad una sostanziale invarianza delle ri-esportazioni (+0,6). In particolare è la bolletta energetica che ci consente di risparmiare quasi il 20%, grazie al crollo del prezzo petrolio che in media annua passa da 99 a 52,25 $ al barile (-47,2%) e che, per quanto ridimensionato se espresso in euro, si commisura in un calo teorico nella valuta comune del 38,5%. Secondo l’Istat il prezzo medio effettivamente pagato sulle importazioni di energia è diminuito del 26.7%.

Il deficit commerciale sui beni intermedi ed energetici scende pertanto da 35,4 a 28,5 miliardi, mentre il surplus dei prodotti finiti si ridimensiona da 77,4 a 73,7.


In termini di quantità, le esportazioni crescono dell’1,8% a fronte di un aumento delle importazioni superiore al 7%, trainate non solo dai beni intermedi ed energetici (+6%), che in parte vengono ri-esportati (+2,4), ma anche dagli acquisti di beni finali (+5), innanzi ad esportazioni che non raggiungono il punto percentuale di crescita.



Gli scambi con i paesi UE

Dal punto di vista geografico, il deficit con la zona euro è fortemente peggiorato, da meno di un miliardo ai 4,2 dell’anno appena terminato, con la Germania che pesa per 5,8 miliardi.

Il peggioramento deriva da una crescita delle importazioni (+5,1%) superiore a quella delle esportazioni (+3,2). Ancor più evidente è il divario se si guarda agli scambi con la Germania, ove le importazioni crescono del 4,4 innanzi ad un aumento delle nostre vendite dell’1,7.

La zona Euro vale oltre il 40% delle nostre esportazioni (la Germania il 12,3) e il 46,2 delle nostre importazioni (15,4 quelle tedesche).

Gli scambi con i paesi UE non facenti parte della zona euro ci procurano un surplus di 15,7 miliardi, in leggera diminuzione dai 15,9 del 2014, a causa di un aumento delle importazioni dell’8,2% innanzi ad esportazioni che crescono del 5,5.

La UE rappresenta il 54,3% delle nostre vendite all’estero e il 53,4 dei nostri acquisti, generando un surplus di 11,5 miliardi (14,9 nel 2014). 



Il resto del mondo

Gli scambi con i paesi non UE hanno procurato un surplus di 33,7 miliardi, contro i 27 conseguiti nell’anno precedente, grazie ad un aumento delle vendite del 3,6% a fronte della sostanziale invarianza delle importazioni (-0,1).

Particolarmente significative sono state le esportazioni verso gli Stati Uniti che, grazie alla debolezza dell’euro, sono aumentate di quasi il 21%.  Le importazioni crescono del 13,8%, più per effetto del cambio che per un aumento significativo dei volumi (in teoria in calo del 2,3%). Il surplus sale da 17,3 a 21,8 miliardi di euro.

Notevoli anche le esportazioni verso l’India, in crescita del 10,3%, mentre gli acquisti arretrano del 4,1%.

Ferme le esportazioni verso la Cina (-0,7), dalla quale abbiamo acquistato il 12,3% in più, ampliando il deficit da 14,6 a 17,7 miliardi.

Le importazioni dai paesi Opec risentano del calo del prezzo del petrolio e scendono del 12,3% e ciò si riflette anche sulla domanda di prodotti italiani, in calo dell’1,3%. L’avanzo commerciale del 2014 raddoppia da 2,2 a 4,4 miliardi di euro.


lunedì 18 gennaio 2016

La crisi sembra aver colpito soprattutto il cuore della nostra manifattura: la lavorazione dei beni intermedi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel trimestre terminante a novembre la produzione industriale destagionalizzata è aumentata rispetto al trimestre precedente ad un tasso annuo dell’1,6% e del 2% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.


Il settore che sostiene l’attività produttiva è quello dei beni strumentali. Nel periodo considerato la crescita è stata del 4,9% rispetto ad un anno prima, grazie soprattutto alla domanda interna, dato che le esportazioni sono diminuite dello 0,6%. La conferma del tono sostenuto della domanda interna la si può avere anche dalle importazioni, in crescita del 4,4%, anche se il loro ritmo appare in rallentamento (nel trimestre terminante ad agosto superavano il 12%).


Tuttavia, il merito dell’espansione dei beni di investimento è per lo più limitato alla produzione dei mezzi di trasporto, che crescono nel trimestre di oltre il 21%, mentre gli altri beni strumentali non riportano alcun incremento rispetto allo stesso periodo del 2014.


Nel settore dei beni di consumo sia le esportazioni che la domanda interna fanno fatica a sostenere la produzione industriale, che aumenta nel trimestre solamente dello 0,3% rispetto ad un anno prima. La domanda estera cresce per poco più di mezzo punto percentuale, mentre il dinamismo della domanda interna è desunto dalla crescita delle importazioni, che si espandono quasi del 2%.



La produzione industriale congiunta dei beni di consumo e di investimento  aumenta del 2,7%, ma la produzione di beni intermedi non riesce a cogliere la domanda proveniente dagli altri due segmenti ed incrementa i livelli produttivi solamente dell’1,2%, tanto più che le esportazioni contribuiscono ad accrescere la domanda con un'espansione del 2,4%. Sono pertanto le importazioni a coprire il fabbisogno realizzando una crescita che sfiora il 6%.


Da questi andamenti si potrebbe arguire che la crisi abbia falcidiato una fetta consistente della base produttiva, soprattutto nel settore dei beni intermedi, ovvero di ciò che costituisce la tipica vocazione manifatturiera dell’Italia, che non appare più in grado di reagire alla crescita sia pur modesta della domanda interna, lasciando ampi spazi alle forniture estere.

Infine, vale la pena evidenziare che l’aumento della produzione industriale è particolarmente fragile, perché si basa sull'espansione di un solo segmento, per quanto importante, come quello dei mezzi di trasporto. Al di fuori da questo, la produzione industriale  crescerebbe solamente dello 0,7 annuo anziché del 2% 


lunedì 11 gennaio 2016

Saldi settoriali, dalle politiche di bilancio alla produttività, passando per la UE

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2012, con l’arrivo del governo Monti e poi con tutti i governi che si sono succeduti (incluso quello di Renzi, attualmente in carica) il saldo primario del settore pubblico è stato gestito per pagare gli interessi ai creditori esteri.


Nel 2010, il saldo primario era in pareggio. Il deficit era dato solo dagli interessi. Ma di questi oltre il 40% (pari alla quota di debito detenuta da investitori stranieri) finiva oltre frontiera. Il restante 60% andava ad incrementare i redditi interni. Gli interessi sul debito pubblico verso l’estero rappresentavano l’1,8% del pil e in misura corrispondente determinava un deficit nelle partite correnti verso il resto del mondo. Un altro 1,8% di deficit negli scambi con l’estero  veniva dal settore privato, che si indebitava per finanziare la spesa eccedente degli investimenti rispetto alla capacità di risparmio. A fine 2010, il deficit delle partite correnti era superava il 3,5% del pil.

Un anno dopo la situazione non era migliorata. All’1,8% di deficit delle partite correnti causato degli interessi sul debito pubblico detenuto da creditori esteri si andava ad aggiungere l’eccesso di spesa, pari al 2,5% del pil, del settore privato. Lo squilibrio verso il resto del mondo era potenzialmente del 4,3%, se non fosse intervenuta nell’estate la manovra restrittiva imposta dalla BCE, che portò al cambio di governo e all’arrivo di Monti, che permise al settore pubblico di conseguire un avanzo primario di 1,2 punti percentuali, con i quali ripagare almeno in parte gli interessi a favore dei creditori esteri. La bilancia dei pagamenti chiudeva quindi con un deficit del 3,1%.

Con l’arrivo di Monti, le misure restrittive diventano particolarmente pesanti. A fine 2012 l’avanzo primario è al 2,2% del pil e il settore privato pensa bene di tagliare la spesa: il surplus degli investimenti sul risparmio scende all’1% del pil (un punto e mezzo in meno rispetto all’anno precedente). Il beneficio sugli interessi del debito pubblico detenuto da creditori esteri è modesto, un decimo di punto (a 1,7%). Il deficit potenziale della bilancia dei pagamenti scende al 2,7%, ma sarà in buona parte coperto dall’avanzo primario del settore pubblico. Il deficit effettivo delle partite correnti si attesterà allo 0,5%.

In soli due anni siamo passati dal pareggio del saldo primario al (quasi) pareggio della bilancia dei pagamenti. Ma la missione non era finita. Con il governo Letta si raggiunge un surplus negli scambi con l’estero dello 0,9%: l’1,6% degli interessi da pagare oltre confine sono ampiamente coperti dall’avanzo primario, pari all’1,9% del pil; mentre il prosieguo delle politiche restrittive porta il settore privato a ridurre la spesa per investimenti al di sotto del risparmi (sottraendo quindi circa mezzo punto percentuale alla crescita del pil). L’avanzo primario del settore pubblico abbinato all’eccesso di risparmio del settore privato consentono di portare la bilancia dei pagamenti in attivo.

Con Renzi lo scenario non cambia. Viene solo leggermente allentata la briglia della politica di bilancio: l’avanzo primario scende dal 2 all’1,5% del pil, sufficiente tuttavia a pagare gli interessi ai creditori esteri. Ma le bastonate inferte al settore privato sono ancora vive nella memoria (e nella pelle), che  cautamente decide di non spendere: l’eccesso di risparmio rispetto alla spesa per investimenti sale a fine settembre 2015 al 2% del pil. Il surplus della bilancia dei pagamenti è quindi solo il risultato di una insufficienza della domanda interna rispetto al potenziale di spesa.

Il calo degli investimenti non deriva da una minore capacità di risparmio: tra il 2010 e il 2015, la quota del risparmio si aggira intorno al 19% del pil, sia pur con un leggero afflosciamento negli più duri delle manovre finanziarie. Ma la spesa per investimenti tra il 2011 e il 2015 scende dal 18 al 14% .


Se calo di risparmio c’è stato, per le famiglie questo è avvenuto nel 2009, quando passa da oltre il 9 al 7% del pil, che viene tuttavia compensato dalle imprese, per le quali passa da oltre il 9 all’11%.

Negli anni successivi, il risparmio delle famiglie oscillerà intorno al 7%, mentre gli investimenti proseguiranno la loro discesa iniziata nel 2007 con la crisi immobiliare, passando dal 7,8 al 5,8%.


Le imprese, invece, dopo la crisi del 2008, rilanciano gli investimenti, in sintonia con il ritorno alla crescita delle disponibilità liquide. Ma dopo l’arrivo del governo Monti gli investimenti vengono drasticamente tagliatida oltre l’11 a poco più dell’8%, nonostante gli utili si mantengano tra l’11 e il 12% del pil.


In definitiva, dal 2012 la politica di bilancio, imposta e controllata dalla UE, è rivolta unicamente a garantire i creditori esteri, a scapito dei redditi e della base produttiva interna. 

Chi parla della produttività, quale causa principale della crisi italiana, dovrebbe chiedersi se questa non sia causata

a) da un lato, dal calo della domanda indotta dalle politiche fiscali introdotte dai governi Monti in poi e che si sono tradotte in un calo della produzione del 25%

b) dall’altro, dall’aver indotto le imprese – in seguito al calo delle vendite – a tagliare gli investimenti (-30% dal 2008), anche di quelli rivolti ad incrementare l’efficienza degli impianti, dato che non vi era più alcuna necessità evidente di soddisfare una domanda che poteva essere ampiamente soddisfatta dagli ampi margini di capacità produttiva inutilizzata (tra il 2009 e il 2014 il grado di utilizzo degli impianti si muove tra il 65 e il 75%).

Negli ultimi cinque anni è quindi divenuto evidente che la politica di bilancio, eterodiretta dalla UE, è stata indirizzata esclusivamente a garantire che l’Italia assolvesse ai suoi impegni verso i creditori esteri, dato che la BCE non si sarebbe posta come garante dei debiti pubblici degli stati membri della zona euro.  Se queste politiche avessero o meno dei costi per le famiglie e le imprese italiane non era un problema che valesse la pena di prendere in considerazione poiché, se anche vi fossero stati, agli occhi della UE questi costi, questi sacrifici, sarebbero stati i benvenuti.


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Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:
(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in uscite al netto degli interessi U, interessi pagati ai residenti ir e interessi pagati all’estero ix si ha

(X-M) = (S-I) – (U + ir + ix –T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ha

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post.


sabato 4 aprile 2015

Pil e saldi settoriali dopo la crisi del 2008

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Dal 2007 il prodotto interno lordo italiano è sceso del 9,6%. Il 2014 vi ha contribuito per lo 0,4%.


L’occupazione nello stesso periodo è scesa di circa 780 mila unità, pari al 3,4%. Nonostante ciò la produttività risente del calo del prodotto e arretra del 6,5%.


Le famiglie, redditi e consumi

I redditi delle famiglie, deflazionati con i prezzi al consumo, sono caduti dai livelli del 2008 del 10,6%, il ché implica una caduta dei redditi reali anche per chi ha mantenuto il posto di lavoro in media del 7,5%.

I consumi delle famiglie nel loro insieme calano di oltre il 7%.  Sono i beni durevoli a subire il maggior colpo, -21,7%, sebbene nel 2014 siano rimbalzati del 3,2%, grazie soprattutto alle auto (le immatricolazioni sono aumentate del 4,3%).

Per quanto modesto, l’unico segno positivo nel periodo considerato viene dai servizi (+0,8), dato che gli altri beni di consumo vengono tagliati del 13,4% rispetto a 7 anni prima.


Il reddito reale per le famiglie dei lavoratori autonomi e degli imprenditori nel complesso è sceso dell’11,5%, contro il 10,5 subito dai dipendenti, i pensionati  e gli inoccupati. Tuttavia, il reddito reale di quest’ultimi è inferiore a quello del 1999, mentre per i primi è del 4,5% superiore.


Il calo dei redditi dei dipendenti e dei pensionati (con le retribuzioni complessive reali che scendono del 7%) è stato compensato  aumentando la propensione al consumo dall’88,8 al 91,7%. Ciò nonostante i consumi sono stati tagliati del 7,7% (-0,3 nel 2014). I risparmi sono conseguentemente crollati del 26,9% in termini nominali e gli investimenti (prevalentemente immobiliari) del 22,7%. Peraltro, mentre i risparmi sono ritornati sugli stessi livelli di 15 anni prima, gli investimenti sono del 36% più elevati. La differenza presuppone una maggiore esposizione debitoria e/o l’impiego di risorse finanziarie in precedenza accumulate.


Anche gli autonomi e gli imprenditori compensano il crollo dei redditi reali innalzando la propensione al consumo, dal 20,7 al 22,5%. I consumi si riducono solo del 3,7% (e restano invariati rispetto al 2013). La creazione di risparmio si riduce del 4,7% in termini nominali, mentre gli investimenti sono stati tagliati del 21,8. Ciò ha consentito di ridurre l’indebitamento e/o di accumulare risorse finanziarie.


Nel complesso, il risparmio delle famiglie si contrae del 22,2%. Rispetto al pil passa dal 9,4 al 7,3%. Analogamente gli investimenti delle famiglie scendono dal 7,3 al 5,7%. L’eccesso di risparmio si riduce dal 2,1 all’1,6%.


Le imprese e gli investimenti

Il valore aggiunto ai prezzi correnti del settore economico privato, ossia il valore della produzione, è rimasto sostanzialmente invariato rispetto al primo trimestre 2008 (-0,5%). Depurato dell’andamento dei prezzi si traduce in un calo del 9,5%. Per le società non finanziarie (SNF) la produzione arretra dell’11,4%.

Il costo del lavoro aumenta solamente del 4,4% (3,5 per SNF), ma il calo della produzione innalza il clup del 15,4% (16,7 per le SNF).


Il margine operativo lordo (MOL) si riduce del 3,2% (-13,4 per le SNF ) ed equivale al 62,8% del valore aggiunto (40,6 per le SNF).  All’inizio del 2008 era al 64,6 per il settore privato (e al 45% per le SNF).


Per quanto la contrazione dei margini appaia molto più pesante per le SNF rispetto agli altri agenti dell’area business, sono proprio quest’ultimi che operano un drammatico taglio agli investimenti, del 56,3%. Pesante è comunque il taglio anche per le SNF (-26,4%).

Valutando gli investimenti del settore business nel suo insieme risulta un calo del 27,4%, leggermente meglio di quanto fatto dal settore pubblico (-29,9).

Vi sono infine gli investimenti delle famiglie, prevalentemente in nuove abitazioni e ristrutturazioni, crollati di quasi  1/3.


Nel complesso gli investimenti crollano del 29,5%, con le opere pubbliche e l’edilizia non residenziale che sfiora una caduta del 40%.

Leggermente meglio, se così si può dire, vanno gli investimenti non infrastrutturali, dato che la discesa si ferma a meno del 25%. Tuttavia, se le spese per impianti e macchinari limitano la caduta a a meno del 20%, un vero e proprio tonfo si registra tra i mezzi di trasporto (quasi il 45%).


Rispetto al pil, gli investimenti delle imprese del settore privato scendono dal 12% del 2008 all’8,7%, nonostante il risparmio (11,7% del pil) sia prossimo ai livelli di inizio 2007 (11,9). L’eccesso di risparmio raggiunge il 3%, quasi il doppio di quello delle famiglie (1,6).



Tuttavia, considerando il settore privato nel suo insieme, il risparmio non risulta particolarmente elevato (per quanto sia paradossale che sia concentrato tra le imprese piuttosto che tra le famiglie): a fine 2014 era al 19% contro il 21,3 di inizio 2007. Sono gli investimenti che segnano nuovi minimi (14,3% del pil contro il 19,4 del terzo trimestre 2007).

La domanda interna del settore privato appare pertanto in calo del 13,2% rispetto al primo trimestre del 2008.


Il settore pubblico

La domanda del settore pubblico, nonostante i classici luoghi comuni, appare in calo del 2,4% in termini reali, con i redditi da lavoro in flessione del 10,6%. Sono invece aumentati gli acquisti di beni e servizi presso il settore privato, del 6,5% rispetto all’inizio del 2008.

Come abbiamo già visto, gli investimenti pubblici sono crollati del 29,9%, il che conduce ad un apporto complessivamente negativo del 6,2%.

Tenendo conto delle altre voci di spesa, ad eccezione degli interessi, le uscite pubbliche risultano di fatto invariate in termini reali rispetto a sette anni prima.


La pressione fiscale nello stesso periodo passa dal 41,5 al 43,4%, contribuendo a determinare un calo dell’avanzo primario dal 3,3 all’1,6% del pil.


Le Partite correnti in termini di saldi settoriali

La domanda interna, pubblica e privata, scende dell’11,3% rispetto al primo trimestre 2008 (-0,6 nel 2014) e permane al di sotto del prodotto interno lordo, consentendo un surplus negli scambi con l’estero.


Nonostante la svalutazione dell’euro nel corso del 2014 (1,7% in termini effettivi reali, ma del 10,1 verso il dollaro), la domanda estera è cresciuta solamente del 2,4% e permane sotto i livelli pre-crisi di circa l’1%.



La domanda aggregata, ossia quella interna ed estera, resta di fatto nel 2014 invariata (+0,1) ed è di oltre il 9% inferiore a quella del primo trimestre 2008.

Le importazioni nel periodo considerato sono conseguentemente cadute del 12% (+1,6 nel 2014), facilitate nell’ultimo periodo dalla rivalutazione del dollaro.


Considerando anche i trasferimenti di reddito e le altre voci che regolano i rapporti con l’estero, le partite correnti risultano in surplus dell’1,7% rispetto al pil (-1,8 all’inizio del 2008).


In termini settoriali, le partite correnti ritornano in surplus non solo per il calo della domanda delle famiglie, ma anche per il venir meno degli investimenti delle imprese. A ciò si aggiunge l’ormai cronico effetto recessivo del settore pubblico che con l’avanzo primario sottrae risorse al settore privato per pagare gli interessi sul debito pubblico detenuto dagli investitori esteri.


Dedotte le importazioni, la domanda effettiva rivolta alle imprese presenti sul territorio risulta dell’8,3% inferiore al primo trimestre 2008 (-0,3 nel 2014). L’arresto della produzione interna (-9,6) è stato maggiore del calo della domanda, favorendo lo smaltimento delle scorte.

Ciò potrebbe favorire un rimbalzo nel 2015. La media delle previsioni confida in una crescita dello 0,8%. Resta tuttavia incerta una crescita, sostenibile nel tempo, senza una ripresa della domanda interna, sia da parte delle famiglie che delle imprese.

sabato 14 marzo 2015

Continuiamo così, facciamoci del male

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia


Le partite correnti con l’estero nel 2014 hanno chiuso con un attivo, in base ai primi dati, di oltre 29,5 miliardi di euro, pari all’1,8% del pil. Nel 2013 l’attivo era dell’1%.


Sembra quindi che si sia interrotta la fase di indebitamento verso l’estero che era cominciata all’inizio del nuovo millennio, durata 13 anni se si esclude l’impercettibile surplus del 2001.

Convinti che con la moneta unica sarebbe venuto meno il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti, potendo contare su una valuta accettata internazionalmente e di cui la BCE si sarebbe posta come garante, abbiamo scoperto a partire dalla crisi del 2007 e più ancora dal 2010 che – pur avendo rinunciato alla politica valutaria e monetaria – i condizionamenti imposti dai deficit esteri non sarebbero venuti meno.

Siamo quindi esposti agli stessi vincoli esterni che avevamo sotto la lira e ai possibili attacchi dei mercati finanziari, ma privi degli strumenti di difesa, non potendo più agire né sui tassi di interesse né sul cambio.

La Bce è disposta a soccorrerci solo in cambio alla rinuncia della politica fiscale autonoma. Siamo in tal modo espropriati da ogni possibile linea di politica economica, che non sia quella dettata da Bruxelles e Francoforte, volta a ridimensionare il potere contrattuale dei lavoratori, il welfare e l’intervento pubblico in economia.

Così, a partire dal 2010, quando la BCE scioccò i mercati rifiutandosi di garantire il debito pubblico greco, i rendimenti sui titoli pubblici incominciarono ad incorporare un premio per il rischio emittente (e i tassi di interesse a differenziarsi tra i vari paesi). 


Dalla fine del 2007 alla metà del 2011 lo spread sui titoli decennali tedeschi era passato da 33 punti base a 193. Quindi arrivò la lettera della Bce al governo Berlusconi in cui si “consigliava” esattamente ciò che sarebbe stato opportuno eseguire in cambio di un occhio di riguardo sui tassi di interesse. E per essere più convincente, la BCE utilizzò lo spread come una clava, lasciandolo salire in cinque mesi – poco prima delle dimissioni del governo – fino a 575 punti.

A fine 2011 il deficit delle partite correnti era il 3,1% e seguiva il 3,5 del 2010. Con l’arrivo di Monti, iniziano le politiche di austerità, l’età pensionabile è ritardata e gli assegni vengono ricalcolati con il metodo contributivo. La politica fiscale è inasprita ed è volta “a distruggere la domanda interna”, come espressamente dirà Monti in un’intervista ad una tv estera


L’effetto sarà un ritorno di fatto al pareggio delle partite correnti (-0,4% del pil) e l’inizio dell’allentamento della morsa sugli spread (a fine 2012 scesero a 324 punti).

Le politiche di austerità sono proseguite con il governo Letta e Renzi. Quest’ultimo ha dato avvio, con il plauso della BCE e della Commisione UE, al cosiddetto Jobs Act, che riduce le tutele per i nuovi assunti. Parallelamente gli spread scendevano ulteriormente ed ora sono a meno di 100 punti base.

Da un punto di vista settoriale, il saldo primario pubblico passava da un deficit nel 2009 di quasi un punto di pil ad un avanzo nel 2012 del 2,2%, attuando quindi una stretta sul settore privato di 4,3 punti percentuali (ovvero di 70 miliardi in tre anni). Nei due anni successivi mediante l’avanzo primario sono stati sottratti al settore privato altri 56 miliardi. Nel complesso, dal 2009 il settore privato ha dovuto rinunciare a più di 125 miliardi.

Il settore privato si trova pertanto costretto a tagliare i consumi e gli investimenti: le famiglie per far fronte alle politiche di austerità e le imprese per il venir meno della domanda. Si genera pertanto un eccesso di risparmio (al netto degli interessi percepiti sul debito pubblico, [1]) che nel 2014 vale l’1,7% del pil e che spiega buona parte del surplus delle partite correnti.

L’avanzo primario del settore pubblico serve invece per pagare gli interessi  ai creditori esteri  (è pertanto paradossale sentire i politici e gli opinion leader che invocano l’acquisto dei nostri titoli pubblici da parte degli investitori stranieri, dato che maggiore è la quota, maggiori saranno i sacrifici richiesti al settore privato interno).


Il risultato di queste politiche è stato un crollo del pil di oltre il 9%, della domanda interna di oltre l’11, della produzione industriale del 25% e un aumento della disoccupazione dal 6% del 2007 al 12,6%.

Citando Nanni Moretti potremmo dire: continuiamo così, facciamoci del male.



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[1] Partendo dall’equazione del reddito

Y = C + I + (X-M) + (G-T)

ove Y rappresenta il reddito nazionale,
C i consumi del settore privato
I gli investimenti del settore privato
X le esportazioni
M le importazioni
G la spesa pubblica
e T le entrate pubbliche

il saldo delle partite correnti con l’estero (X-M) è dato da

(X-M) = Y – C - I – (G-T)

Se definiamo il risparmio S = Y-C

abbiamo la classica equazione per saldi settoriali delle partite correnti:

(X-M) = (S-I) – (G-T)

Se scomponiamo la spesa pubblica G in 
uscite al netto degli interessi, U 
interessi pagati ai residenti, ir 
e interessi pagati all’estero, ix 

si ha

(X-M) = (S-I) – (U +ir +ix – T)

Se si definisce il saldo primario SP = U-T, si ottiene

(X-M) = (S-I-ir) – SP – ix

che è alla base del grafico delle partite correnti espressa in saldi settoriali pubblicata nel post. 

venerdì 24 ottobre 2014

I saldi settoriali dal 2007 ad oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia (nuovi criteri statistici)

Il vantaggio che doveva offrire l’euro ad un paese come l’Italia era di poter allentare il vincolo esterno. La cronica situazione deficitaria della bilancia commerciale poteva diventare meno preoccupante se le importazioni fossero state pagate con una valuta accettata internazionalmente.



Purtroppo, a partire dal 2008 e ancor più dal 2010, con la crisi del debito greco, abbiamo scoperto che avevamo solo rinunciato ad un altro pezzo della nostra sovranità.

Fino a quel momento ci eravamo illusi di aver fatto evaporare il problema del debito estero, dato che si pensava che il debito pubblico convertito in euro sarebbe stato garantito dalla BCE.

Su questa falsa premessa (o promessa) il saldo del settore pubblico ha superato la formazione del risparmio del settore privato, fino a determinare un deficit delle partite correnti nel 2010 vicino al 4% del pil.

Quando la BCE dichiara di non aver alcuna intenzione di garantire il debito pubblico greco, come pure quello degli altri paesi, riappare in tutta la sua drammaticità il problema del vincolo esterno.

Da quel momento in poi le politiche restrittive diventano inevitabili, se non si vuole andare in default. E poiché la Germania e la Francia non avevano alcuna intenzione di perdere i capitali investiti nei titoli di Stato italiani, Monti è chiamato a riportare in equilibrio i nostri conti con l’estero, nell’unica maniera possibile: riducendo la domanda interna. La qual cosa è stata ottenuta, da lato del settore pubblico, tagliando la spesa e inasprendo la pressione fiscale e, dal lato del settore privato, comprimendo il costo del lavoro, mediante una riduzione delle tutele per i nuovi assunti (con i contratti a tempo determinato), nonché andando ad erodere il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Le politiche economiche di austerità, decurtando i redditi delle famiglie, hanno fatto calare  la domanda e di pari passo le importazioni. A metà del 2013 la missione poteva essere considerata conclusa: l’Italia riconquistava il surplus nelle partite correnti.




Tuttavia, le politiche restrittive hanno avuto l’effetto non tanto di rilanciare il risparmio, quanto di deprimere gli investimenti, per la semplice ragione che non ha molto senso investire quando la domanda effettiva nel giro di sei anni cala dell’8% e quella interna quasi dell’11%.



Come il miglioramento del saldo con l’estero non è avvenuto grazie ad un aumento delle esportazioni, ma attraverso una contrazione delle importazioni, così la ripresa del saldo del settore privato non è merito di una maggiore accumulazione del risparmio, ma della forte contrazione degli investimenti (-27,4% dal primo trimestre 2008).


Oggi abbiamo quindi un surplus delle partite correnti e conseguentemente un saldo del settore pubblico inferiore a quello del settore privato. Ma ciò vuol dire che vi sarebbe spazio per allentare la morsa delle politiche di austerità.

Ma il problema fondamentale che deve affrontare il nostro paese deriva comunque da come è stato costruito l'Eurosistema: non ci ha sgravato dal vincolo esterno e ci ha depredato di un pezzo della nostra sovranità, con la quale avremmo potuto gestire in maniera meno traumatica la crisi iniziata nel 2008.

E ciò che è peggio è che questo scenario – stando così le cose – impedirà di intraprendere le politiche espansive necessarie per ridurre la disoccupazione e si riproporrà nel futuro ogni qualvolta l’Italia si troverà ad avere un deficit delle partite correnti, ovvero ogni qualvolta il saldo del settore pubblico sarà superiore all’eccedenza del risparmio sugli investimenti (1).


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1) La teoria potrebbe tornare utile per comprendere quanto affermato. Partiamo dalla classica equazione del reddito:

Y = C + I + (G-T) + (X-M)

ove Y è il reddito, C i consumi delle famiglie, I gli investimenti, G la spesa pubblica, T le entrate del settore pubblico, X le esportazioni ed M le importazioni.

Y-C rappresenta il risparmio S, quindi

S = I + (G-T) + (X-M)

L’eccedenza del risparmio sugli investimenti, ovvero S-I, al netto del saldo del settore pubblico (G-T) determina il saldo con l’estero (X-M):

(S-I) – (G-T) = (X-M).

Se (G-T) è maggiore di (S-I), allora le partite correnti (X-M) sono in deficit (e viceversa):

(S-I) < (G-T) --> (X-M) < 0
(S-I) > (G-T) --> (X-M) > 0

Quella che segue è la rappresentazione grafica dal 2007 del saldo privato, pubblico ed estero in rapporto al pil.


E’ pertanto evidente che si porrà un problema di solvibilità del debito estero (fin tanto che la BCE non garantirà il debito pubblico dei paesi membri) ogni qualvolta l’Italia avrà un deficit delle partite correnti prolungato nel tempo o particolarmente pesante.  Non potendo decidere gli acquisti dei clienti esteri (ossia il volume delle esportazioni) e non potendo adeguare il cambio alle condizioni delle nostre partite correnti, l’unico modo per riequilibrare i conti (a parte il default) sarà la compressione della domanda interna mediante politiche di austerità, che intaccheranno i redditi delle famiglie e i livelli occupazionali.