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giovedì 10 marzo 2016

Sofferenze sui prestiti bancari al 12,4% del pil (+385% dal 2008)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

I tassi di interesse sui prestiti bancari alle società non finanziarie (SNF) sono saliti dall’1,67 di novembre ad oltre il 2% a gennaio, pur in presenza di una sostanziale stabilità dei tassi sui titoli pubblici quinquennali intorno allo 0,55%. Ciò indica che la domanda da parte delle imprese si è rafforzata, ma non ha convinto il sistema bancario che ha ridotto i prestiti in essere dagli oltre 804 miliardi di novembre a meno di 792 miliardi di gennaio (-1,5%).


Nonostante lo spread tra i tassi sui prestiti e i titoli quinquennali sia passato da 1,1 a 1,5 punti percentuali, il calo dei prestiti (anche nel confronto annuale: -2,3 a gennaio) si spiega con l’aumento delle sofferenze, che per le imprese equivalgono a 143,8 miliardi, ovvero il 18,2% dei prestiti, in aumento del 9% rispetto a dodici mesi prima.


Analoga evoluzione si nota per i piccoli imprenditori, per i quali i tassi passano dal 3,57 di dicembre al 3,74 di gennaio.  Ma anche per loro, nonostante lo spread con i titoli a cinque anni sia salito a 3,2 punti percentuali, non sarebbe conveniente concedere nuovi prestiti. Infatti tra la fine del 2015 e il primo mese del 2016 quelli effettivamente in essere sono scesi dello 0,7% e dell’1,4 negli ultimi dodici mesi.


Ancora una volta sono le sofferenze a guidare il pensiero dei banchieri. Quelle dei piccoli imprenditori sono aumentate nell’ultimo anno del 6,5% e rappresentano il 17,6% del valore dei prestiti.

Insieme, il settore produttivo non finanziario ha accumulato sofferenze per quasi 160 miliardi, pari ad oltre il 18% dei prestiti erogati.

Il settore più in difficoltà è quello delle costruzioni. A dicembre i prestiti coprivano due anni di attività produttiva, nonostante siano stati ridotti di quasi il 14% dal 2010. I crediti inesigibili sono ad un passo dal 30% e superano il 60% della produzione annua.

Segue il terziario, che pur essendo relativamente poco indebitato (meno del 60% del valore aggiunto) presenta un tasso di insolvenza del 15,8%, superando il settore industriale che si ferma al 15,5. Vi è infine il settore agricolo che ha ottenuto finanziamenti per ben oltre la produzione annua (il 134% del valore aggiunto) ed ha un’inadempienza di poco superiore al 14%.


I tassi di interesse tra dicembre e gennaio sono aumentati anche per le famiglie, soprattutto per quelli finalizzati al consumo (di circa mezzo punto), trainati da una forte domanda, fortemente connessa agli acquisti di auto nuove (+17,5% le nuove immatricolazioni a gennaio rispetto ad un anno prima). Ma nell’arco degli ultimi dodici mesi, i tassi sono potuti scendere (dal 7,3 al 6,9%) in linea con il calo dei tassi quinquennali (dallo 0,9 allo 0,55), lasciando invariato lo spread a 6,4 punti percentuali. Ciò ha indotto il sistema bancario a concedere il 13,7% in più di finanziamenti.

Negli ultimi due mesi i tassi sui mutui per l’acquisto dell’abitazione sono rimasti sostanzialmente stabili. Il che dimostra la persistente debolezza del settore immobiliare. Ciò ha consentito di beneficiare del calo dei tassi sui titoli pubblici decennali (che in un’ottica annuale scendono dall’1,7 all’1,5%) riducendo corrispondentemente i tassi sui mutui dal 3,1 al 2,85%. Ma i prestiti erogati nello stesso periodo sono aumentati solamente dello 0,8%.

Nel complesso i prestiti non onorati dalle famiglie sono il 7,3%, a 37,8 miliardi, in aumento ad un tasso annuo del 9%.


Se alle imprese non finanziarie e alle famiglie si aggiungono anche gli altri settori (finanziari e pubblica amministrazione) le sofferenze superano i 202 miliardi, pari al 12,4% del pil (un punto in più rispetto al 2014). Ma dal 2008, i crediti inesigibili sono aumentati del 385%, con punte superiori al 450% per le SNF.


sabato 6 febbraio 2016

L'immotivato entusiasmo del Sole 24 Ore per i prestiti alle imprese

Fonte: BCE


Il Sole 24 Ore di oggi pubblica in fondo alla pag. 4  un articolo da cui trasuda da tutti i pori della carta color salmone l'entusiasmo per una presunta ripresa, dopo sei anni, dei nuovi prestiti alle imprese.

Al secondo paragrafo si può leggere che nel 2015 i nuovi prestiti sarebbero arrivati a "quota 450,4 miliardi di euro".

Neanche un dubbio sul fatto che - come lo stesso giornalista riporta verso la fine del suo pezzo - vi sia qualcosa che non quadra, dato che "l'intero stock di debiti bancari per le società non finanziarie" sia "poco meno di 800 miliardi" (sic!).

Si deve quindi pensare che nel solo anno 2015 sia stato erogato più della metà (il 56,2%) di tutti i prestiti in essere da almeno dieci anni a questa parte e forse più?

E' chiaramente irrealistico. Ma anche fosse, poiché l'indebitamento delle imprese  a fine dicembre dell'anno scorso era di oltre 800 miliardi, contro gli 814 dell'anno precedente, si deve concludere che quella massa di prestiti è stata aperta per ripagare a sua volta vecchi prestiti e che anzi il finanziamento per le imprese nel loro insieme è diminuito di oltre 13 miliardi. 



Infatti, secondo i dati della BCE i flussi netti (tra prestiti erogati e quelli estinti) nel corso del 2015 sono stati negativi per 11,8 miliardi.

Evidentemente la necessità di sostenere l'attuale quadro politico è più forte del dover raccontare la verità ai propri lettori, in maggioranza manager e imprenditori, di cui dice di essere l'organo di stampa ufficiale dell'organizzazione che li rappresenta.

sabato 30 gennaio 2016

Crisi bancaria, tre possibili scenari

A fine novembre 2015 le sofferenze bancarie ufficialmente censite dalla Banca d’Italia erano superiori a 200 miliardi. Il 55,8% di questo valore era già stato svalutato, addebitando il relativo costo al conto economico. Le residue perdite potenziali ammontano a 89 miliardi, pari al 18,5% del patrimonio netto del sistema bancario.

L'accordo concluso dal ministro Padoan con l'Unione Europea  prevede che le banche possano cedere a società costituite ad hoc i crediti deteriorati, liberando i conti da asset che appesantiscono la struttura patrimoniale e che limitano l'espansione dell’attività creditizia.

Vi è tuttavia un problema: a quale prezzo dovrebbero essere cedute le sofferenze? Nel caso del “salvataggio” delle quattro banche effettuato nel novembre scorso il valore dei crediti deteriorati fu fissato al 17%. Ma in questa circostanza, non essendo una misura presa in una situazione di emergenza, si può ritenere che le banche possano spuntare un prezzo migliore. Attualmente si ritiene che possa essere intorno al 30% (Sole 24 Ore di oggi, p.5).

Se così fosse, per l’intero sistema bancario significherebbe una perdita di quasi 29 miliardi. Perdita che richiederebbe un’analoga ricapitalizzazione, in un momento in cui il mercato non ha molta voglia di far affluire nuovi capitali di rischio in questo settore. Il che porrebbe un serio problema di solidità e affidabilità delle banche italiane.

Dopo quanto è successo con le quattro banche “salvate”, il rischio di essere coinvolti in nuovi bail-in (ossia il risanamento delle perdite bancarie con i risparmi dei correntisti) potrebbe generare una corsa agli sportelli che a sua volta provocherebbe una crisi di fiducia generalizzata verso il sistema bancario, potenzialmente devastante.

Ma questa non è l’unica minaccia. In Germania stanno considerando l’idea di far valutare i titoli pubblici secondo il rating dello Stato che li ha emessi, anziché ai prezzi di mercato come viene attualmente. Se l’intenzione dei tedeschi diventasse realtà, le banche italiane verrebbero pesantemente danneggiate. 

Il debito pubblico in mano al sistema bancario è attualmente di 663 miliardi, di cui 400 mila in titoli pubblici. Non è ancora chiaro come potrebbe essere espresso il giudizio delle agenzie di rating in termini percentuali sul valore nominale dei titoli, ma è evidente che una svalutazione di appena il 10% comporterebbe un ammanco di 40 miliardi.

Il sistema bancario italiano non sarebbe in grado di reggere a due colpi di questa entità. 

Cosa potrebbe succedere? Vedo tre possibili scenari.

Il primo, più probabile, è anche quello meno risolutivo e farebbe solo guadagnare tempo: si tratta della concentrazione del sistema bancario. Già si stanno studiando possibili fusioni tra le maggiori banche popolari. Ma se le sofferenze del sistema bancario sono preoccupanti in sé, non è aggregando le singole realtà che si può risolvere il problema: se si ritiene che  il sistema sia a rischio superata la soglia del 10% di crediti inesigibili, non è certo con la fusione di due banche, la prima ad esempio con il 12% di sofferenze e la seconda con l’8%, che si riuscirà a rendere il sistema bancario più affidabile.

Non si deve poi trascurare un altro possibile effetto della concentrazione bancaria: la scomparsa delle banche locali, in quanto inserite in una rete di sportelli più vasta, potrebbe indebolire il legame con la realtà imprenditoriale del territorio, tanto da divenire un ostacolo all’espansione di iniziative meritevoli, ma limitate nelle dimensioni, preferendo privilegiare il finanziamento di attività considerate meno rischiose (solitamente di grandi dimensioni), magari lontane dai luoghi ove viene raccolto il risparmio.

Il secondo scenario è la versione peggiorata del primo: la colonizzazione (e non si può escludere che si realizzi inizialmente un mix dei due). Le nostre banche potrebbero diventare oggetto di acquisizione da parte di quelle estere. Il risparmio italiano, uno dei più elevati in Europa, diverrebbe appannaggio dei sistemi finanziari stranieri. In tal caso è facile prevedere che potrebbe essere dirottato a sostegno delle zone più sviluppate del continente europeo. Tanto più che – conviene ricordarlo – abbiamo già perso un quarto della produzione industriale con annesse strutture produttive. All’impoverimento economico del paese, seguirebbe quello finanziario. Saremmo a tutti gli effetti una colonia, dalla quale estrarre la quota più elevata possibile di reddito nazionale, sia in termini spesa per consumi di beni prodotti da altri, sia in termini  di risparmio, da convogliare all’estero.

Vi è infine una terza possibilità: non riuscendo a trovare i fondi per ricapitalizzare il sistema bancario, il governo potrebbe decidere di chiedere l'intervento dei meccanismi di salvataggio europei. In cambio, dovremo sottostare alle prescrizioni che la troika ci imporrà in termini di politica fiscale e di bilancio. I redditi e i risparmi delle famiglie verranno aggrediti dall’inasprimento fiscale e dal taglio dei servizi pubblici. Sarà il trionfo del sistema liberista e la rovina degli italiani. Ma le banche saranno salve.

Vi è un’alternativa a questi scenari da incubo? 

C’è sempre un’altra possibilità. Ed è quella di riguadagnare la nostra indipendenza politica, economica e finanziaria. Ciò implica innanzi tutto il controllo della nostra moneta, con una banca centrale che agisca da prestatore di ultima istanza. Ma insieme al ritorno alla lira sarà fondamentale liberare le politiche di bilancio dagli assurdi vincoli, privi di qualsiasi fondamento scientifico, che ci vengono imposti dall’Unione Europea. E’ lo scenario più improbabile nel breve periodo, ma è l’unico che potrebbe risolvere definitivamente una crisi che, temo, coinvolgerà anche le prossime generazioni.

mercoledì 23 dicembre 2015

Non è questione di complotti, ma di regole assurde.

Sul blog Phastidio.net si può leggere:


Ora, io mi domando come si possa considerare illegittimo l'intervento di un fondo di garanzia costituito dalle stesse banche volto ad assicurare "la stabilità del sistema bancario".

Ma questo breve paragrafo è un concentrato di assurdità. Perché uno potrebbe pensare che, pubblico o privato che sia l'intervento per risolvere la crisi bancaria, è illegittimo se risponde a finalità pubbliche, mentre non lo è se avesse "finalità (...) private di settore".

Ma forse le cose si chiariscono leggendo  il testo della lettera dei commissari U€ pubblicata da il Sole 24 Ore



Dove il "puro intervento privato" deve necessariamente essere inteso come un salvataggio della banca in difficoltà effettuato da un'altra banca.

Ma se così è, è una precisazione superflua, dato che sarebbe alquanto paradossale che l'acquisizione avvenisse a spese degli azionisti (magari con una semplice lettera in cui si comunica che le loro azioni non valgono nulla e che si procederà all'esproprio della loro banca) e soprattutto degli obbligazionisti!

Sicché ritorniamo all'inizio. E anche ammesso che l'impiego di un fondo interbancario possa essere assimilato ad un intervento pubblico (aiuto! lo Stato!), per me rimane incomprensibile come possa essere considerato illegittimo.

Ma proseguendo nella lettura della lettera dei commissari U€ emerge l'inconsistenza e la ridicola distinzione tra aiuti di stato (uso dei fondi privati bancari per salvare altre banche mediante una disposizione di legge) e intervento privato (se il settore bancario autonomamente interviene per salvare le banche attraverso il fondo di garanzia):



E' come nascondersi dietro a un dito: i fondi privati diventano aiuti di stato se lo chiede il governo, ma se le banche, di nascosto, senza dirlo a nessuno, in una notte senza luna, usano gli stessi fondi, allora è tutto regolare.

Il problema non è se vi è un complotto o meno contro l'Italia, ma se ha senso restare in una U€ di questo tipo.

sabato 19 dicembre 2015

L'Europa delle banche

Se le banche falliscono, a risponderne – su norme imposte dalla Commissione Europea - sono chiamati i clienti, con i loro risparmi.

Visto quello che è successo ai correntisti delle quattro banche sottoposte al cosiddetto bail-in, ossia l’azzeramento degli investimenti in obbligazioni emesse dalle stesse banche oggetto di salvataggio, si potrebbe pensare che l’unico modo per restare tranquilli sia di lasciare tutti i soldi sul conto corrente.

Sbagliato. Perché se convertite i vostri titoli (bancari o meno) in depositi, dal 1° gennaio potranno essere aggrediti, se superate i 100 mila euro.

Il risparmio privato è posto a garanzia del sistema bancario.

Ma questo non basta. Secondo il Sole 24 Ore il risparmio privato è chiamato a fornire la garanzia che il debito pubblico sia ripagato.



In altri termini le famiglie e in minor misura le imprese pur possedendo meno dell’8% del debito pubblico (circa 168 mila miliardi) dovrebbero risponderne per 2.200 miliardi.

E chi detiene gli altri 2.032 miliardi? Ma è ovvio: il sistema finanziario nazionale (più della metà) e internazionale (35%).

Hanno accusato i correntisti delle quattro banche di essere degli speculatori perché avevano acquistato i titoli a reddito fisso emessi dalla loro stessa banca e si è ritenuto giusto – in base alle norme europee – che fossero chiamati a ripianare le perdite, di cui non avevano alcuna responsabilità.

Ed ora, come se nulla fosse, si dice che  il risparmio privato dovrebbe essere chiamato a ripagare i titoli pubblici che le banche possiedono.

Cosa si dovrebbe fare invece?

Un intervento pubblico, tanto per la risoluzione delle crisi bancarie (nazionalizzazione, nuovi vertici bancari e nuova gestione seguita da eventuale rivendita della banca risanata), quanto per il debito pubblico, come è sempre stato ed è sempre avvenuto, almeno fino a quando è denominato nella moneta nazionale (per il 99,8% è in euro).

L’euro non è la moneta nazionale? E allora qualcuno ci ha raccontato delle balle e vuole farci pagare i suoi errori.

E' l’Europa delle banche, bellezza!




Addendum del 20 dicembre 2015

Il Corriere della Sera di oggi riporta un editoriale del duo Alesina & Giavazzi in cui si può leggere:

Nel novembre del 2008 la Federal Reserve e il governo di Washington salvarono Citibank impiegando 45 miliardi di dollari. Solo dodici mesi dopo Citibank era tornata in attivo e restituì allo Stato 20 miliardi. Nei due anni successivi tutto il credito fu ripagato con un utile, per i contribuenti americani, pari a 12,3 miliardi. Salvare Citi si rivelò ex post un ottimo investimento: un rendimento del 27 per cento in tre anni. Insomma la Fed e l’amministrazione Usa in due anni hanno risolto il problema Citibank. 


Come si vede, non è impossibile né folle che una crisi bancaria sia risolta mediante l'intervento pubblico. Anzi è il modo normale di procedere.
A chi pone l'accento sull'elevato debito pubblico italiano (ad esempio il giornalista del Sole 24 Ore questa mattina ad Omnibus su La7), quale causa dell'impossibilità dell'intervento, vorrei far notare che

1) la citazione sopra riportata evidenzia che l'intervento pubblico può procurare anche un vantaggio per i tanto invocati contribuenti

2) che i limiti imposti al livello del debito pubblico derivano da norme europee che non hanno alcun fondamento teorico ed empirico: il debito pubblico non è andato fuori controllo negli Usa, come non è andato fuori controllo in Italia quando è stata chiamata - sempre per le norme europee - a dare 60 miliardi  per salvare le banche tedesche che si erano esposte troppo in quelle spagnole e greche.

lunedì 14 dicembre 2015

Crisi bancaria, le considerazioni della Banca d'Italia

Riporto i passi più interessanti di un intervento alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia, in merito alla soluzione adottata per la crisi di quattro banche locali.

E' un documento molto interessante, che non richiede molti commenti.

Come è stata affrontata la crisi bancaria a partire dal 2008?



La Banca d'Italia sostiene di aver proposto una soluzione meno traumatica per le quattro banche coinvolte nella crisi, ma incontrò il diniego europeo:


Quindi, pur avendo risolto senza alcun danno per i bilanci pubblici le precedenti crisi bancarie, è stato sufficiente un diniego della Commissione Europea per dare avvio al Bail-in, ossia  all'azzeramento  dei titoli bancari emessi dalle stesse banche oggetto di salvataggio.

Così, mentre alla Germania, per citare un paese a caso, veniva concesso di usufruire effettivamente degli aiuti di Stato per 238 miliardi di euro,  l'Italia avrebbe violato i sacri principi del libero mercato se si fosse fatto ricorso al Fondo Interbancario per un intervento di 3,6 miliardi.


Ma dal 2016 andrà anche peggio, perché una crisi bancaria analoga a quelle delle quattro banche coinvolgerà ...


Un milione di risparmiatori coinvolti per quattro banche che operano a livello locale!

Come si può avere fiducia in un sistema che pensa di risolvere le crisi aggredendo i risparmi? Non si può.


Peraltro, questa storia dei costi delle crisi addossate ai contribuenti non ha alcun fondamento, sia perché - come abbiamo visto - non vi è stato alcun costo sopportato dai bilanci pubblici, sia perché 

La nostra classe politica e dirigenziale ha abdicato alla difesa degli interessi nazionali. Non ha mai "sbattuto i pugni sul tavolo", come amano ripetere, né ha "rovesciato tavoli". Ha accettato supinamente una direttiva europea iniqua e punitiva per l'Italia. 

Come del resto il presidente del consiglio ammette candidamente:

Questa classe politica e dirigente pensa in tal modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Ma non fa altro che certificare, se non il tradimento degli interessi nazionali, certamente la propria inettitudine e incapacità.


martedì 28 luglio 2015

A tre mesi dall'inizio del QE, i prestiti al settore privato non finanziario crescono dello 0,3%

Fonte: Elaborazioni su dati BCE

Al terzo mese di acquisti di titoli pubblici ad opera delle varie banche centrali della zona euro la BCE può cantare vittoria: i prestiti al settore privato non finanziario sono aumentati dello 0,3%! E l'aumento riguarda tutti e tre i principali paesi: Germania +0,5;  Italia +0,8 e per la Francia uno straordinario +1,1. Calano in Spagna (-1,1) e in Grecia (-2,2), ma non si può ottenere sempre tutto dalla vita.


Rispetto ad un anno prima i prestiti al settore privato non finanziario della zona euro sono aumentati dello 0,5%, grazie esclusivamente ai prestiti alle famiglie, che crescono dell'1,3%. Quelli alle società non finanziarie (SNF) calano invece dello 0,3.


Il debole aumento dei prestiti per il complesso dell'eurozona non spiega la crescita dei depositi del settore privato  (+2,5%), spinti dai depositi a vista (+11,7). 


In Germania i depositi crescono del 2,8%, con i conti correnti in crescita del 10,5%.

In Italia, la liquidità del settore privato presso il sistema bancario è aumentata  negli ultimi dodici mesi del 5%, con i depositi a vista in espansione del 9,5. La crescita dei depositi è più marcata tra le SNF (+7,2), ma è positiva anche tra le famiglie (+1,9). 


In termini assoluti, la crescita dei depositi nell'ultimo anno in Italia è stata di oltre 100 miliardi, di cui 64 imputabili ai rimborsi netti sui bond bancari. 


Nel complesso dell'area euro la M1, che comprende oltre ai depositi a vista il circolante, aumenta poco meno del 12%. Ciò nonostante i prezzi al consumo aumentano solamente dello 0,2.

I rendimenti medi sui titoli decennali dell'area euro salgono, contro ogni previsione che poteva attendersi dal QE, all'1,67% dallo 0,85  di aprile. Quelli italiani salgono dall'1,36 al 2,2%, influenzati indubbiamente dalla crisi greca.

Crisi che ha provocato dall'inizio dell'anno un calo di 42,7 miliardi, ovvero 1/4 dei depositi bancari ellenici a fine 2014.


Indubbiamente un successo del sistema dell'euro.

venerdì 29 maggio 2015

Grecia, ad aprile è ripresa la corsa ai bancomat

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Ad aprile i depositi presso il sistema bancario greco hanno continuato a scendere ad un passo nettamente superiore al calo dei prestiti. Negli ultimi dodici mesi i primi sono diminuiti di oltre il 22% a fronte di un calo dei prestiti dell’1,6%.



In termini assoluti si tratta di un calo di 42,6 miliardi per i depositi e meno di 4 per i prestiti. L’effettivo deflusso dei depositi negli ultimi dodici mesi, al netto dei rimborsi netti sui prestiti, è stato pertanto di 38,7 miliardi.


Limitatamente al mese di aprile i depositi presso il sistema bancario ellenico sono diminuiti di 5,3 miliardi (contro i  3,9 di marzo).

I depositi delle famiglie sono scesi di oltre 3,5 miliardi. Al netto dei circa 400 milioni utilizzati per i rimborsi netti sui prestiti, l’effettivo deflusso si attesta sui 3,1 miliardi.

I depositi degli altri soggetti residenti (prevalentemente imprese) sono diminuiti di 2,8 miliardi. Se si tiene conto dei 1,3 miliardi di rimborsi netti sui prestiti, il deflusso effettivo si attesta su un miliardo e mezzo, ammontare che risulta invariato negli ultimi tre mesi.

I depositi degli investitori dell’area euro, prevalentemente bancari, sono diminuiti di circa 55 milioni. Tuttavia i prestiti netti erogati sono aumentati di  568 milioni. Al netto di questa voce, l’effettivo rimpatrio si attesta sopra i 600 milioni. 


Alla fine di aprile, il sistema bancario poteva contare su depositi della clientela nazionale per 142,7 miliardi  e su 6,2  miliardi da parte di clientela dell’area euro.


lunedì 9 febbraio 2015

Banche, prestiti e raccolta in calo nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il 2014 si chiude con i prestiti al settore privato in calo dell’1,4% rispetto a dodici mesi prima. Il calo maggiore è avvenuto per il settore produttivo non finanziario (-1,6%, che fa seguito al -4,5 del 2013); più contenuto il calo tra le famiglie (-0,6% dopo il -1 di un anno prima e un altro -1% nel 2012).


La concessione dei prestiti permane restrittiva in seguito al  forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiore ai 183 miliardi, in aumento rispetto ad un anno prima del 17,8% che si cumula al +24,7% del 2013.

Le difficoltà finanziarie riguardano in egual misura tanto le imprese strutturate (SnF) quanto le ditte individuali o familiari e sono superiori al 16% dei prestiti in essere.  Per le famiglie, il valore dei crediti deteriorati è di poco inferiore al 7%.


Rispetto ai settori produttivi,  le sofferenze rappresentano il 25% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni. Peraltro, questo settore è esposto per il 206,5% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (96%) e i crediti dubbi sono il 14,7%.

Nei servizi non finanziari del settore privato i crediti in sofferenza sono il 14,3% e l'esposizione equivale al 59%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il 136% del valore della produzione annua e i crediti in difficoltà sono il 12,6%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture già effettuate equivale al 19,3% del patrimonio netto del sistema bancario, contro il 21,1 del 2013.


Dal lato della raccolta, il rimborso netto delle obbligazione bancarie per più di 65 miliardi nel corso degli ultimi dodici mesi ha contribuito ad incrementare i depositi delle famiglie per 29 miliardi e quelli delle imprese per quasi 30. Ma gli investitori dell’area euro hanno ridotto i loro depositi di 17,7 miliardi. Il risultato netto, includendo i bond bancari, è un calo della raccolta bancaria tra residenti e area euro di 24,2 miliardi, pari all’1,1%.



giovedì 29 gennaio 2015

Prestiti nell'eurozona al settore privato a -0,4%; Depositi +1,3 (-2,2 in Grecia)

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Il 2014 si chiude con i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano in calo dello 0,4% rispetto al dicembre 2013.

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che diminuiscono dell'1,3%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,3), con i mutui per l'acquisto dell'abitazione praticamente fermi al livello di fine 2013 (-0,1).


Il calo dei prestiti al settore privato è un po' più accentuato in Italia (-0,8%), con i prestiti alle SNF che calano ad un ritmo del 24%. Minore ma non trascurabile è il rientro chiesto alle famiglie (-0,9%). Certamente avviene ad un passo triplo a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.


Il calo dei prestiti si accompagna ad una crescita dei depositi del settore privato della zona euro dell'1,3%, con una preferenza per i conti più liquidi,  dato che i depositi a vista aumentano di oltre l'8% a scapito di forme di deposito a più lungo termine. In Italia i conti correnti aumentano quasi del 9% e del 7,3 in Germania.



Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre i depositi a vista, aumenta a fine 2014 del 7,8%. Ciò nonostante i prezzi al consumo segnano un calo a dicembre dello 0,2%.  



Corsa agli sportelli in Grecia?

Nei giorni scorsi sono apparsi degli articoli in cui si annunciava che in Grecia era iniziata "la corsa ai bancomat", in seguito alla crisi politica per la mancata elezione del presidente della Repubblica che avrebbe condotto alle elezioni anticipate e alla conseguente probabile vittoria di Syriza (come è in effetti avvenuto). I dati rilasciati dalla BCE ufficializzano un calo dei depositi di 5,6 miliardi ad opera principalmente del settore business interno per 2,8 miliardi e per 1,8 ad opera delle famiglie. Gli investitori dell'area euro, prevalentemente del settore bancario, hanno ritirato quasi un miliardo.



Il calo dei depositi, pari al 2,2% rispetto al dicembre 2013, dimostra che per quanto consistente non è così drammatico come si vuole far supporre. In una prospettiva storica, appare quasi insignificante (nel luglio 2012 fu di oltre il 22%). 


Considerando le variazioni annue risulta anche inferiore a quanto avvenuto nel gennaio e febbraio 2014.


martedì 16 dicembre 2014

Ripartizione delle attività finanziarie delle famiglie presso il sistema bancario

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Avvertenza: il seguente grafico cumula i depositi con i c/Titoli entrambi fino a 50 mila euro e così via per le altre classi di intervallo. 

In altri termini, tra depositi e c/Titoli la soglia effettiva giunge a 100 mila euro e analogamente raddoppia per le altre soglie.

E' ovvio che questa classificazione è meramente rappresentativa, poiché ad esempio si può dare il caso che un cliente abbia un deposito fino a 50 mila euro e un c/Titoli superiore a 250 mila. 

E' inoltre evidente che se lo stesso cliente intrattiene più rapporti bancari i suoi valori vengono necessariamente considerati singolarmente dalle statistiche della Banca d'Italia.


Tali valori sono stati ottenuti partendo dai seguenti grafici:


lunedì 10 novembre 2014

Prestiti bancari -2,3%; Sofferenze +22,4 in un anno

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A settembre i prestiti al settore privato erano il 2,3% inferiori rispetto a dodici mesi prima. Il calo è stato particolarmente accentuato per il settore produttivo non finanziario (-3%); più contenuto tra le famiglie (-0,8). 


Secondo l’ultimo sondaggio di Banca d’Italia il calo dei prestiti è attribuibile – per il settore delle imprese – al lato della domanda, sebbene si sia in presenza di un restringimento dei criteri di concessione dei prestiti rispetto al trimestre precedente, soprattutto per le piccole medie imprese.

Ciò è confermato dallo spread tra i tassi sui prestiti alle imprese e i BTP a dieci anni, che aumenta tra il secondo e il terzo trimestre da 104 a 124 punti base.


Molto più contenuto lo spread calcolato sui mutui rispetto ad un BTP decennale (poco oltre i ¾ di punto, sebbene anch’esso sia cresciuto rispetto ai 52 punti base del trimestre precedente) e ciò può aver indotto, secondo il sistema bancario, un certo risveglio della domanda di finanziamenti da parte delle famiglie.


Ma al di là delle impressioni espresse dagli operatori bancari, l’irrigidimento dell’offerta di prestiti deriva dal forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiori ai 176 miliardi, ovvero di poco inferiori all’11% del pil e in aumento su dodici mesi prima del 22,4%.

A loro volta, le sofferenze sono strettamente connesse alle difficoltà che attraversa il sistema economico. Il tasso di disoccupazione, oggi pari al 12,6%, è un buon anticipatore del livello che sarà raggiunto dai crediti problematici tra circa 12 mesi, esprimendo sia le difficoltà delle famiglie che delle imprese (nel senso che per quest’ultime il tasso di disoccupazione può essere letto come l’incapacità di crescere e svilupparsi).


Le situazione più critica si riscontra tra le ditte familiari, ove  il 15,6% dei prestiti è di dubbia esigibilità. Non molto distante è il rapporto tra le SNF (15,4%). Quanto alle famiglie, il valore dei crediti deteriorati è al 6,7%.


Rispetto ai settori produttivi,  più del 23% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni  è problematico. Peraltro, questo settore è esposto per il 210% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell’'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (97,7%) e i crediti dubbi sono superiori al 14%.

I crediti dubbi dei servizi non finanziari del settore privato sono il 13,7% e sono esposti per il 60%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il valore della produzione di un anno e quattro mesi e i crediti in sofferenza sono quasi il 12%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture  equivalgono al 19% del patrimonio netto del sistema bancario.


Con i prestiti che languono anche i depositi finiscono per risentirne. Negli ultimi dodici mesi sono risultati di fatto invariati, quale effetto contrapposto tra i ritiri degli operatori dell’area euro per 24,6 miliardi e l’ampliamento dei depositi da parte dei residenti per 24,7 miliardi.

La crescita dei depositi dei residenti si deve sicuramente attribuire ai rimborsi delle obbligazioni bancarie, pari a 50,8 miliardi. La raccolta complessiva segna pertanto un calo del 2,3%.