venerdì 10 giugno 2016

Disoccupazione ufficiale del primo trimestre 2016 al 12,1%; quella vera ... il doppio

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

In base alle rilevazioni trimestrali dell’Istat, gli occupati sarebbero cresciuti nel corso degli ultimi dodici mesi terminanti a marzo 2016 di 243 mila unità, grazie esclusivamente alla crescita dei dipendenti, dato che i lavoratori autonomi sarebbero diminuiti di oltre 100 mila.

A loro volta i 344 mila dipendenti in più sarebbero stati assunti tutti a tempo indeterminato, dato che solo 3 mila hanno dovuto accettare contratti a termine. Quest’ultimi sono oltre il 12,7% dei dipendenti (12,9 nel primo trimestre 2015).

Tuttavia, su 341 mila assunzioni nette a tempo indeterminato, ben 180 mila sarebbero part time.


Negli ultimi dodici mesi calano i lavoratori in cassa integrazione, sia pure solo di 4 mila unità (-1,2%). Rispetto al totale dei dipendenti a tempo indeterminato sono il 2,3%.

L’area del lavoro precario estensivamente intesa, ossia quelli con contratto a tempo determinato, i lavoratori part-time  e quelli in cassa integrazione, coinvolge quasi 5,3 milioni di persone, pari al 31% dei dipendenti (30,5 nel primo trimestre 2015)

I disoccupati ufficialmente censiti dall’Istat sarebbero poco meno di 3,1 milioni, in calo rispetto ad un anno prima di 215 mila unità. Il tasso di disoccupazione  nello stesso arco temporale scende dal 13 al 12,1%.

Tuttavia occorre considerare anche coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un’occupazione ma sono disponibili a lavorare, qualora ve ne fosse l’opportunità. Parliamo di altre 3,6 milioni di persone che, insieme ai cassintegrati, conducono ad un tasso di disoccupazione effettivo del 24,2% (il doppio di quello ufficiale). Rispetto ad un anno prima abbiamo una diminuzione di 1,4 punti percentuali. Una buona notizia, ma non si può dimenticare che vi sono comunque 7 milioni di persone che non hanno un lavoro e dipendono dal sostegno pubblico o dall’aiuto di parenti e amici.


martedì 7 giugno 2016

Attività finanziarie delle famiglie a fine 2015

Secondo l’Istat, il reddito delle famiglie nel 2015 è stato di poco inferiore a 1.110 miliardi di euro, lo 0,8% in più rispetto al 2014. I prezzi al consumo sono cresciuti dello 0,1%, sicché il reddito reale cresce dello 0,7%. La sostanziale invarianza del potere d’acquisto delle famiglie le ha indotte  ad intraprendere delle spese che negli anni precedenti erano state rinviate o tagliate, permettendo ai consumi di crescere dello 0,9% in termini reali.

E’ pertanto diminuita leggermente la propensione al risparmio, dall’10,1 al 10% del reddito nominale. Parallelamente il risparmio passa da 111,4 a 110,5 miliardi.

La fetta più consistente del risparmio è stata utilizzata per gli investimenti, prevalentemente immobiliari. Secondo l’Istat tale voce avrebbe drenato 94,8 miliardi, in aumento dello 0,6% rispetto all’anno precedente.

Il risparmio destinato alle attività finanziarie si commisura pertanto in 15,6 miliardi, pari a meno di un quinto dalla crescita del patrimonio mobiliare stimato dalla Banca d’Italia per il 2015. Al netto di questa immissione di capitale fresco, la ricchezza finanziaria delle famiglie cresce dell’1,8%.

Le famiglie possono contare su oltre 3.970 miliardi di euro di attività finanziarie. Circa un terzo è detenuto in banconote e depositi (oltre 1.273 miliardi). Questi sono aumentati nel corso dell’anno passato di 26,1 miliardi, nonostante gli oneri bancari abbiano superato gli interessi riconosciuti di 0,1 miliardi. L’incremento della liquidità si deve pertanto, oltre che all’afflusso del nuovo risparmio finanziario di cui si è detto a disinvestimenti netti da altre forme di impieghi per 10,6 miliardi.

I candidati più probabili ad aver subito un disinvestimento sono i titoli obbligazionari. Nel complesso si ridimensionano di quasi 110 miliardi. I titoli bancari rappresentano la fetta più rilevante, superando i 187 miliardi, pari al 4,7% del patrimonio finanziario delle famiglie (a fine 2014 superavano i 250 miliardi). I titoli pubblici contano per 131,6 miliardi, solo il 3,3%. Anch’essi sono diminuiti di 28,9 miliardi rispetto ad un anno prima. In calo anche i titoli esteri, che valgono meno di 115 miliardi, mentre è marginale il possesso di titoli emessi dalle imprese (7,9 mld.).

Le famiglie vantano prestiti, inclusi quelli alle cooperative, per oltre 13,7 miliardi.

Le azioni nel portafoglio delle famiglie valgono 66,7 miliardi (2 mld. in più rispetto a fine 2014). Ma nel corso del 2015 le famiglie avrebbero ridotto la propria esposizione azionaria di 15,9 miliardi. Ne consegue che l’incremento è da ricondursi all’aumento delle quotazioni (+12,7% il Ftse-Mib nel 2015), che per le famiglie sarebbe stato migliore della media di mercato (+34,5%).

Il possesso di azioni estere rimane modesto (65,7 mld.), ma di poco inferiore alle azioni quotate sul mercato nazionale

Le quote e le partecipazioni possedute in altre attività imprenditoriali varrebbero 825 miliardi (+5,1%).

Cospicua è la crescita dei fondi comuni di investimento (+15,9%), che valgono quasi 457 miliardi. Al netto dei 42,7 miliardi di afflussi netti, l’incremento patrimoniale si commisura intorno al 4,5%.

La posizione netta sulle assicurazioni vita e sui fondi pensione vale quasi 827 miliardi (oltre il 20% delle attività finanziarie), con una crescita di poco inferiore all’8% sul 2014.

Al netto dei 693 miliardi di passività, la ricchezza finanziaria delle famiglie sfiora i 3.280 miliardi, il 2,6% in più del 2014.