giovedì 31 marzo 2016

Risparmio e prezzi delle case in crescita fanno lievitare la ricchezza delle famiglie americane

Nel 2015, il reddito delle famiglie americane al netto delle imposte personali è stato di 13.575 miliardi di dollari, a fronte di consumi per 12.445 miliardi. Ne consegue che il risparmio (l’8,4% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere la ricchezza delle famiglie di oltre  1.130 miliardi e rappresenta la quasi totalità dei 1.170 miliardi di incremento delle attività  finanziarie possedute. Le attività non finanziarie, ovvero immobili e altri beni di valore, sono parimenti cresciuti per poco meno di 1.800 miliardi.  A fine 2015, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 101.300 miliardi di dollari, in crescita rispetto al 2014 di oltre 2.950 miliardi (+3%).

Dei 1.130 miliardi di capitali freschi, oltre 490 sono rimasti parcheggiati nei depositi. Nel complesso questi rappresentano oltre il 15% delle attività finanziarie.


A parte il risparmio gestito nelle sue varie forme (dai fondi comuni alle gestioni patrimoniali, dalle formule assicurative ai fondi pensione) che rappresentano la principale forma di impiego (46% delle attività finanziarie), gli investimenti azionari costituiscono un’attività significativa delle famiglie, sebbene nel 2015 il mercato azionario sia stato avaro di soddisfazioni (l’indice S&P500 è sceso dello 0,7%), procurando una perdita di 416 miliardi.  L’esposizione è stata quindi ridotta di  157 miliardi, ma rappresenta comunque quasi il  19% delle attività finanziarie.


Importanti sono anche le partecipazioni in attività imprenditoriali e commerciali non azionarie. La loro consistenza è aumentata di oltre 570 miliardi e valgono il 15,3%.

Il valore dei titoli obbligazionari in portafoglio è sceso invece di 13,8 miliardi, ma  i titoli del Tesoro americano sono aumentati di quasi 400 miliardi. La quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie sale di mezzo punto percentuale, all’1,8%.


Tra le attività reali, che contano più del 30% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni ha registrato un aumento in termini nominali di 1.560 miliardi  di dollari (+6,6%). Detto incremento è per buona parte riconducibile ai prezzi che, in base  all’indice  S&P Case-Shiller, sarebbero aumentati del 5,3%. D’altra parte, secondo i dati della FED, le famiglie avrebbero incrementato il patrimonio immobiliare di almeno 500  miliardi.

L’ampliamento del patrimonio residenziale si è accompagnato alla crescita dell’indebitamento delle famiglie, dopo sette anni consecutivi di  cali. Ciò nonostante, l’incidenza percentuale dei mutui scende dal 39,6 al 37,5%, grazie alla rivalutazione del patrimonio edilizio.

E’ cresciuto anche l’indebitamento legato ai consumi (+5,4%). Nel complesso l'indebitamento aumenta del 2,4% e rappresenta il 14,3% della ricchezza complessiva delle famiglie.

La ricchezza netta, pari a più di 86.800 miliardi di dollari, è aumenta del 3,1%. Mediamente i 320 milioni di americani possiedono oltre 270 mila dollari a testa (ovvero 250 mila euro). 

lunedì 28 marzo 2016

L'economia americana nel 2015

Nel 2015 i profitti delle imprese americane sono scesi del 3,1%. Il calo è stato particolarmente forte su quelli conseguiti all’estero (-7%), in seguito al rafforzamento del dollaro (10,7%), ma anche quelli interni non sono sfuggiti ad un ridimensionamento del 2,1%.


Il calo dei profitti è stato indotto dalla riduzione dei margini unitari così come si deduce da un aumento del costo del lavoro per unità di prodotto (clup) dell’1,9% a fronte di una crescita del deflatore del pil dell’1%.


Il tasso di profitto, misurato come rapporto tra gli utili lordi e il capitale investito, rappresentato dagli investimenti e dal costo del lavoro, è conseguentemente diminuito dal 17,2 del 2014 al 16% (nel 2012 era al 18,1).


Ciò nonostante gli investimenti sono aumentati del 4%. Un ritmo inferiore rispetto al 5,3 dell’anno precedente, ma comunque significativamente positivo. Hanno sostenuto gli investimenti soprattutto quelli  residenziali (che passano dal +1,8 a +8,9%). Dimezzano il tasso di crescita invece gli altri investimenti (dal +6,1 al +3%).


I profitti hanno potenzialmente coperto il 69% degli investimenti. Il 27,2% di quest’ultimi  sono stati effettuati ricorrendo all’indebitamento e il restante 3,8% immettendo capitale fresco derivante dai risparmi accumulati.


La forte espansione degli investimenti residenziali si può ricondurre sia al significativo aumento dei prezzi delle case nuove (+4,7%) sia all’aumento della domanda (+14,1% il numero delle nuove abitazioni vendute).

Quanto all’intensità di capitale dei nuovi investimenti, misurata dal rapporto tra gli stessi investimenti e il capitale impiegato (investimenti + costo lavoro), è aumentata leggermente dal 23,1 al 23,2%, ma rimane significativamente al di sotto dei valori pre crisi (prossimi al 25%).


L’occupazione è cresciuta  dell’1,7% e dell’1,8  per i dipendenti. I compensi individuali sono aumentati del 2,5%, sicché i redditi complessivi da lavoro sono cresciuti del 4,4%. Tenendo conto che i prezzi al consumo sono aumentati solamente dello 0,3%, i redditi reali individuali crescono del 2,2% e di oltre il 4% quelli complessivi.

I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 5%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 3,7% in termini nominali, ovvero del 3,3 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie aumenta del 4,1% e del 3,4 al netto delle imposte sui redditi individuali.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 3,1%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+6%), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,5% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto oltre il 16% degli acquisti di beni durevoli.


Le esportazioni sono aumentate per poco più dell’1% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore provato (+3%).  Positivo anche l’apporto della domanda pubblica (0,7%), nonostante il taglio alla spesa militare (-1,2%).


Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,6% e favorisce una crescita delle importazioni di poco inferiore al 5%, indotta anche – come si è visto – dalla forza del dollaro. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,3%. Un leggero accumulo di scorte, porta la crescita del pil al 2,4%.

Le ultime previsioni per il 2016 stimano un rallentamento della crescita del pil al 2,1%.


giovedì 10 marzo 2016

A fine 2015 la disoccupazione effettiva è al 23,7%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

In base alle rilevazioni trimestrali dell’Istat, gli occupati sarebbero cresciuti nel corso degli ultimi dodici mesi terminanti a dicembre 2015 di 184 mila unità, grazie pressoché esclusivamente alla crescita dei dipendenti, dato che i lavoratori autonomi sarebbero diminuiti di 114 mila unità.

Dei 298 mila dipendenti in più, quelli assunti a tempo indeterminato sono 207 mila e 91 mila quelli con contratti a termine. Quest’ultimi sono oltre il 14% dei dipendenti (13,8 alla fine del 2014).

Delle 207 mila assunzioni nette a tempo indeterminato, ben 74 mila sono part time.

Tra i lavoratori a tempo indeterminato si stima che quasi 320 mila siano in cassa integrazione (il 2,2%), in calo rispetto ad un anno prima del 45%, ovvero di 260 mila unità.

L’area del lavoro precario estensivamente intesa, ossia quelli con contratto a tempo determinato, i lavoratori part-time  e quelli in cassa integrazione, riguarda più di 5,4 milioni di persone, pari al 31,7% dei dipendenti.

I disoccupati ufficialmente censiti dall’Istat sarebbero poco meno di 3,1 milioni, in calo rispetto ad un anno prima di 367 mila unità. Il tasso di disoccupazione scende dal 13,3 all’11,9%.

Tuttavia occorre considerare anche coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un’occupazione ma sono disponibili a lavorare, qualora ve ne fosse l’opportunità. Parliamo di 3,6 milioni di persone.


Aggiungendo anche i cassintegrati  il tasso di disoccupazione effettivo arriva  al 23,7%. Rispetto ad un anno prima abbiamo una diminuzione di 2,3 punti percentuali. Una buona notizia, ma non si può dimenticare che vi sono comunque 6,9 milioni di persone che non hanno un lavoro e dipendono dal sostegno pubblico o dall’aiuto di parenti e amici.


Sofferenze sui prestiti bancari al 12,4% del pil (+385% dal 2008)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

I tassi di interesse sui prestiti bancari alle società non finanziarie (SNF) sono saliti dall’1,67 di novembre ad oltre il 2% a gennaio, pur in presenza di una sostanziale stabilità dei tassi sui titoli pubblici quinquennali intorno allo 0,55%. Ciò indica che la domanda da parte delle imprese si è rafforzata, ma non ha convinto il sistema bancario che ha ridotto i prestiti in essere dagli oltre 804 miliardi di novembre a meno di 792 miliardi di gennaio (-1,5%).


Nonostante lo spread tra i tassi sui prestiti e i titoli quinquennali sia passato da 1,1 a 1,5 punti percentuali, il calo dei prestiti (anche nel confronto annuale: -2,3 a gennaio) si spiega con l’aumento delle sofferenze, che per le imprese equivalgono a 143,8 miliardi, ovvero il 18,2% dei prestiti, in aumento del 9% rispetto a dodici mesi prima.


Analoga evoluzione si nota per i piccoli imprenditori, per i quali i tassi passano dal 3,57 di dicembre al 3,74 di gennaio.  Ma anche per loro, nonostante lo spread con i titoli a cinque anni sia salito a 3,2 punti percentuali, non sarebbe conveniente concedere nuovi prestiti. Infatti tra la fine del 2015 e il primo mese del 2016 quelli effettivamente in essere sono scesi dello 0,7% e dell’1,4 negli ultimi dodici mesi.


Ancora una volta sono le sofferenze a guidare il pensiero dei banchieri. Quelle dei piccoli imprenditori sono aumentate nell’ultimo anno del 6,5% e rappresentano il 17,6% del valore dei prestiti.

Insieme, il settore produttivo non finanziario ha accumulato sofferenze per quasi 160 miliardi, pari ad oltre il 18% dei prestiti erogati.

Il settore più in difficoltà è quello delle costruzioni. A dicembre i prestiti coprivano due anni di attività produttiva, nonostante siano stati ridotti di quasi il 14% dal 2010. I crediti inesigibili sono ad un passo dal 30% e superano il 60% della produzione annua.

Segue il terziario, che pur essendo relativamente poco indebitato (meno del 60% del valore aggiunto) presenta un tasso di insolvenza del 15,8%, superando il settore industriale che si ferma al 15,5. Vi è infine il settore agricolo che ha ottenuto finanziamenti per ben oltre la produzione annua (il 134% del valore aggiunto) ed ha un’inadempienza di poco superiore al 14%.


I tassi di interesse tra dicembre e gennaio sono aumentati anche per le famiglie, soprattutto per quelli finalizzati al consumo (di circa mezzo punto), trainati da una forte domanda, fortemente connessa agli acquisti di auto nuove (+17,5% le nuove immatricolazioni a gennaio rispetto ad un anno prima). Ma nell’arco degli ultimi dodici mesi, i tassi sono potuti scendere (dal 7,3 al 6,9%) in linea con il calo dei tassi quinquennali (dallo 0,9 allo 0,55), lasciando invariato lo spread a 6,4 punti percentuali. Ciò ha indotto il sistema bancario a concedere il 13,7% in più di finanziamenti.

Negli ultimi due mesi i tassi sui mutui per l’acquisto dell’abitazione sono rimasti sostanzialmente stabili. Il che dimostra la persistente debolezza del settore immobiliare. Ciò ha consentito di beneficiare del calo dei tassi sui titoli pubblici decennali (che in un’ottica annuale scendono dall’1,7 all’1,5%) riducendo corrispondentemente i tassi sui mutui dal 3,1 al 2,85%. Ma i prestiti erogati nello stesso periodo sono aumentati solamente dello 0,8%.

Nel complesso i prestiti non onorati dalle famiglie sono il 7,3%, a 37,8 miliardi, in aumento ad un tasso annuo del 9%.


Se alle imprese non finanziarie e alle famiglie si aggiungono anche gli altri settori (finanziari e pubblica amministrazione) le sofferenze superano i 202 miliardi, pari al 12,4% del pil (un punto in più rispetto al 2014). Ma dal 2008, i crediti inesigibili sono aumentati del 385%, con punte superiori al 450% per le SNF.