sabato 6 febbraio 2016

La Sindrome di Stoccolma e la necessità di un nuovo Risorgimento

L’Italia come è noto non ha mai avuto una rivoluzione sul modello di quella francese. Anche il Risorgimento (il momento forse più rivoluzionario della nostra storia) è stato ispirato dall’alto, dalle élite, che avevano l'ambizione di fondare uno Stato unitario e con  il quale la borghesia imprenditoriale avrebbe beneficiato di un vasto mercato nazionale.

Ottenuta la riunificazione del paese, le classi dirigenti non avevano più alcun interesse ad appoggiare i moti popolari che in precedenza potevano aver mobilitato prospettando una maggiore equità sociale, possibile solo dopo aver riconquistato l’indipendenza dal dominazione straniera.

Divennero anzi una forza conservatrice e non esitarono a sostenere  il fascismo fin dalle origini per reprimere qualunque aspirazione di tipo socialista. A fianco del regime fascista parteciparono al banchetto imbastito dalle spedizioni coloniali e successivamente all’entrata in guerra, ciechi dell’isolamento internazionale in cui veniva relegata l’Italia e al disastro che di lì a poco sarebbe seguito.

Solo un evento traumatico esterno (lo sbarco il 10 luglio 1943 degli Alleati in Sicilia) indusse 15 giorni dopo i vertici del partito fascista a rovesciare Mussolini e due mesi dopo a ripudiare il nefasto patto con la Germania che ci aveva trascinato in guerra.

Nell'immediato dopoguerra gli Stati Uniti furono il nuovo punto di riferimento delle classi dirigenti. 

Con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica, l’Atlantico divenne (per entrambe le sponde) più largo. Per quanto gli Stati Uniti siano un alleato fondamentale, il legame si è inevitabilmente allentato. Sempre più stretti e cogenti sono diventati quelli con l'Europa. 

Nell’ultimo decennio, la Germania dopo aver digerito la fase della riunificazione, ha rivolto lo sguardo al resto dell’Europa ed è diventata il nuovo punto di riferimento  del continente europeo.

Nel 2008, allo scoppio della crisi finanziaria, la Germania non era preparata a gestire una possibile disgregazione dell’area dell’euro. I timori che si potesse dissolvere un progetto portato avanti da 60 anni occupava le menti delle élite europee.

Infine la classe dirigente tedesca si pose il dilemma se proseguire con l’aggregazione di paesi assai diversi per cultura e condizioni socio-economiche, con il rischio di costituire un'Unione troppo grande per essere governata (e con il rischio di perderne il controllo) o di rafforzare, piuttosto, un’area omogenea intorno alla Germania, composta da Stati sensibili alle esigenze della politica economia tedesca.

La scelta  della seconda opzione è diventata chiaramente evidente a partire dal 2015. La Germania non ha più paura di veder dissolvere l’area dell’euro, poiché si è resa conto che la paura dei paesi periferici di uscire dall’euro (con tutte le inimmaginabili conseguenze che vengono prospettate) è ben maggiore della perdita di un paese come la Grecia (ovviamente dopo aver provveduto a farsi rimborsare i prestiti che le sue banche avevano concesso).

Se il Regno Unito deciderà con il prossimo referendum di uscire dall’Unione, la minaccia di un effetto domino potrebbe ripresentarsi. Tanto vale allora accelerare il progetto di una germanizzazione dell’Europa. Si spiega solo così la sfacciata e provocatoria idea di rendere infruttiferi e non rimborsabili i titoli degli Stati che faranno ricorso all’aiuto europeo.

E’ sempre più evidente l’iniquo trattamento riservato ai paesi periferici rispetto a quanto è successo in Germania, in cui il sistema bancario è tutt’altro che sano, ma che è stato salvato con oltre 250 miliardi di aiuti di stato; mentre per l’Italia era illegale un intervento di  3 miliardi per risanare quattro banche.

E poiché il sistema finanziario italiano ha in bilancio più di 1.100 miliardi di debito pubblico non è sufficiente che venga valutato secondo i discutibili criteri delle agenzie di rating, imponendo pesanti perdite che ricadrebbero comunque sui risparmiatori, ma pretendono che non vi sia più alcun investimento privo di rischio. I risparmiatori non devono aver via di scampo: che mettano i soldi in banca o in titoli di Stato, devono sapere che li perderanno se l’Italia chiederà un aiuto europeo.

E’ il modo che hanno individuato per abbattere gli ultimi scampoli di stato sociale e impedire qualsiasi nuovo intervento pubblico nell’economia. Sarà il mercato a regolare i rapporti economici e sociali.

La Germania sa bene che l’Italia dovrà scegliere tra uscire dall’Unione Europea, con tutte le incognite e i timori del caso, o adeguarsi supinamente alle condizioni imposte. E ciò vale anche per gli altri paesi. Chi accetterà, volente o nolente, entrerà a far parte di un’area sufficientemente omogenea dominata dalle politiche economiche e industriali tedesche in cui si dovrà fornire forza lavoro a basso costo, per poter competere a livello internazionale, e al contempo fornire un’adeguata domanda per le imprese tedesche.

Ed è per questo che ormai le condizioni sono sempre più provocatorie e sfacciate: se l’Italia e gli altri paesi periferici vogliono “restare in Europa” devono pagare il fio fino in fondo. 

Nonostante la corda venga stretta ogni giorno di più, in Italia non si vede alcuna resistenza degna di questo nome. Anzi, il mito dell’Europa e della Germania è talmente introiettato da poter asserire che la nostra classe dirigente sia affetta da una specie di sindrome di Stoccolma. Per quanto si venga sottoposti a condizioni sempre più assurde e inaccettabili, i sacrifici e le sofferenze sono giustificati per  “restare in Europa” e non subire l’onta di essere estromessi.

Ciò è possibile anche perché chi deve sopportare i sacrifici è privo di rappresentanza politica e le poche voci dissenzienti sono isolate e prive di qualsiasi organizzazione in grado di opporsi efficacemente. Nonostante le sofferenze che verranno inflitte, dubito che vedremo un movimento dal basso in grado di rovesciare ciò che si sta preparando per il nostro paese. 

Per quanto l’Italia sia destinata ad un inesorabile, lento e penoso declino, non credo nemmeno che vi sia una classe dirigente, una borghesia, in grado di dare avvio ad un nuovo Risorgimento.

Solo un evento traumatico esterno, temo, potrà porre fine ad una situazione sempre più insensata e insostenibile. Al momento non è dato sapere quale potrà essere. Speriamo non sia necessaria una nuova guerra affinché ci si renda conto che l’assoggettamento alla nefasta influenza tedesca non è nel nostro interesse.

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