giovedì 27 agosto 2015

Usa, pil nel secondo trimestre a +2,7% annuo, ma in calo le principali voci della domanda

Nel secondo trimestre il pil degli Stati Uniti è cresciuto del 2,7% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, in rallentamento  dal 2,9 messo a segno nel primo quarto dell'anno.


Il passo ridotto del pil è dovuto per lo più agli investimenti, che passano da una crescita del 4,8 al 4,4% tra il primo e il secondo trimestre, e alle esportazioni (da +2,6 a +1,5).

Mentre le esportazioni americane risentono della forza del biglietto verde, gli investimenti sono influenzati negativamente dalle aspettative sui profitti, espresse come rapporto degli utili per azione delle società considerate dall'indice S&P500 e i prezzi delle stesse.


Rallenta anche la crescita dei consumi delle famiglie, dal 3,3 al 3,1%, per l'affievolirsi dell'espansione occupazionale (dal 2,3 al 2,1% nel confronto annuo), mentre i redditi reali dei lavoratori restano invariati a +1,6%.


Il rallentamento della domanda del settore privato (da +3,5 a +3,1 tra il primo e il secondo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2014) e la già accennata forza del dollaro, che comporta un aumento dei prezzi dei prodotti finiti importati, spiegano il ripiegamento del tasso di crescita delle importazioni (da 6,5 al 4,8%).

L'unica voce in espansione è la domanda del settore pubblico (da +0,4 a +0,7), soprattutto per la spesa non militare (+1,4), mentre quella per la difesa diminuisce dell'1,3%.

Nel primo semestre il pil americano è  cresciuto del 2,8%. Le attuali previsioni asseriscono che il 2015 si chiuderà con un aumento del 2,3%. Se fosse confermato, il semestre in corso vedrebbe una crescita del pil non superiore all'1,8%.

Altri grafici sull'economia americana qui

lunedì 17 agosto 2015

La disoccupazione in Turchia è inferiore a quella della Francia


Esattamente, nel 2014 era il 9,9% contro il 10,3% dei cugini d'oltralpe. In Italia era il 12,7, in Spagna il 24,5 e in Grecia il 26,5%.

Solo nei paesi sotto l'influenza tedesca la disoccupazione era inferiore a quella della Turchia.

A quanto pare non è così indispensabile fare parte della UE e men che meno della zona Euro.

lunedì 3 agosto 2015

Per gli amici liberisti, per i quali le statistiche scomode non significano nulla.

Per quelli che lo Stato è brutto e cattivo, riporto questo sondaggio d'opinione effettuato in Inghilterra, ove l'energia e le ferrovie sono state privatizzate.



A quanto pare il mercato non ha dato il meglio di sè (per usare un eufemismo).

Immagino che in qualche altro blog si avrà il coraggio di dire che anche questa statistica non dimostra nulla.

Qualcun altro dirà che assecondare i desideri della gente  è .... populismo.

Ecco, seguite le indicazioni che giungono dai banchieri, che hanno avuto il merito di portarci in questa situazione di ...bip.

Un ringraziamento per la segnalazione del tweet a @alexdelprete 

Wagner, chi era costui?

Nei giorni scorsi il Financial Times ha pubblicato i dati della spesa pubblica per abitante, ove si mostra che quella italiana non è poi così elevata come si suole dire.


Qui se ne era dato conto il 7 luglio scorso. Mentre avevo espresso un commento sulla significatività di questo tipo di statistiche il 20 febbraio.

Ora vi ritorno perché ai liberisti questo tipo di statistiche non piacciono. Vi sono dei professori alla Bocconi  che hanno argomentato che la spesa pro capite non è significativa perché mancherebbe il denominatore, ovvero un altro parametro di raffronto, rappresentato dal pil pro capite. 

Capite ora che tipo di laureati possano uscire da un’università di questo tipo!  

Occorre spiegarlo? Spieghiamolo allora. Il denominatore esiste ed è la popolazione. Si parla infatti di spesa pubblica per abitante, ovvero di G/P se con G indichiamo la spesa pubblica e con P la popolazione. Il rapporto che Carlo Alberto Maffè riterrebbe significativo, ovvero

G/P
Y/P

non sarebbe altro infatti che il rapporto tra spesa pubblica e pil:


G . P  =  G
P    Y       Y

Rapporto significativo, ma non è quello di cui si stava parlando.


In apparenza, più sofisticato è il richiamo di Riccardo Puglisi, che invoca una meritatamente sconosciuta legge di Wagner.


In sintesi questa sofisticata teoria sostiene che la spesa pubblica aumenta con la crescita del reddito pro capite, per cui non vi sarebbe nulla di particolarmente straordinario nelle statistiche appena diffuse.

Se così fosse, di che si  lamentano i liberisti? Se la spesa pubblica è alta sarebe allora merito di un reddito più elevato. O forse vogliono ridurre i redditi dei cittadini al solo scopo di ridurre la spesa pubblica?

Questi sono i paradossi a cui si giunge partendo da correlazioni errate. La spesa pubblica non aumenta per il solo fatto che il reddito aumenta. Il reddito pro capite americano è sicuramente più elevato, ma l’incidenza della spesa pubblica è inferiore a quella europea. Si deve pertanto prendere atto che la spesa pubblica è una spesa autonoma, non strettamente dipendente dal reddito. Ne è prova il caso greco, ove la spesa pubblica è stata drasticamente tagliata e il pil è crollato (e non certo viceversa, dato che i tagli sono stati imposti da organismi esteri, la troika, ai legittimi governi ellenici).