giovedì 26 febbraio 2015

Molto circenses, poco panem

Fonte: Elaborazioni su dati Istat (1) (2)


Il 2014 si chiude con le vendite al dettaglio depurate della stagionalità in calo dello 0,9% rispetto al dicembre 2013. Poiché nello stesso periodo i prezzi dei beni di consumo sono diminuiti in media dello 0,8% le vendite reali scendono solamente dello 0,1%. Può sembrare poca cosa, ma rispetto al 2010 il calo è superiore al 12% in termini reali.

Un po’ meglio è andata ai beni alimentari, scesi rispetto a quattro anni fa solo del 9% (e non certo per ragioni salutistiche). Rispetto ad un anno fa il calo è di poco inferiore al mezzo punto percentuale in termini reali.


Nonostante l’andamento reale delle vendite al dettaglio sia stato sostanzialmente piatto nel corso dell’anno appena concluso, secondo le rilevazioni Istat il clima di fiducia dei consumatori sarebbe cresciuto a febbraio del 13,9% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, quando il governo Renzi subentrava a quello Letta.


Direi che l’unico merito del nuovo presidente del consiglio, se così si può dire, è di tenere “su di morale” gli italiani.  Panem et Circenses. Il secondo lo vediamo ogni sera, molto meno il primo. 

venerdì 20 febbraio 2015

Spesa pubblica in rapporto al pil o spesa pro capite? Entrambi

L’altro giorno ho pubblicato su twitter il seguente grafico dell’Istat che riportava la spesa pubblica per abitante e sono stato ripreso perché, secondo questi critici, sarebbe stato più significativo il raffronto con il pil, in quanto – questa è la tesi – si spenderà di più se si avrà un pil più alto.


Per i liberisti, ove il raffronto con il numero degli abitanti farebbe emergere che in Italia l’intervento pubblico non è poi così elevato (siamo leggermente sopra la media europea e ben al di sotto del Regno Unito, della Germania, dell’Olanda, dell’Austria, della Finlandia e del Lussemburgo, tutti paesi che non perdono occasione per darci lezioni sui conti pubblici), l’unico raffronto utile è quello che consente di dire con orrore e disgusto che oltre la metà dell’economia passa attraverso il settore pubblico.

Non ho nessuna preclusione ad usare il rapporto della spesa pubblica con il pil, ma bisogna sapere che cosa significa e che cosa implica.

Guardando il grafico qui sotto troviamo il rapporto della spesa pubblica sia con il pil (asse delle ordinate) che con il numero degli abitanti (asse dell’ascissa) e la suddivisione del grafico in quattro quadranti in base ai valori dell’Unione Europea.




La spesa pubblica rispetto al pil dell’Italia (50,5%) è in linea con il Portogallo (50,1) e l’Austria (50,9).

Ma gli stessi paesi spendono, in rapporto alla popolazione, in maniera molto diversa: il Portogallo poco più di 8000 euro annui, l’Italia circa 13.500 e l’Austria oltre 19 mila euro.

A parità di impatto sul pil, uno direbbe che chi più spende per ogni suo cittadino, meno è efficiente. Si deve allora concludere che dei tre il Portogallo ha una spesa pubblica più efficiente dell’Austria? A me qualche dubbio viene.

Vediamo allora quest'altro grafico


Come scrivevo nel post di un anno fa, commentando i dati del 2012, il grafico non mette solo a raffronto la spesa per abitante con il pil per abitante (al contrario di quanto non fanno i liberisti che si arrogano il diritto di dire all’Istat che il grafico non è significativo), ma ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica pro capite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. L’Austria si trova un po' più sopra e il Portogallo un po' più sotto la linea blu. Seppur in maniera non eclatante, e tenendo conto delle condizioni generali del paese, si può dire che la spessa pubblica austriaca è leggermente più efficiente di quella italiana, a sua volta leggermente migliore di quella portoghese.

Una riprova si ha ad esempio con il confronto tra Spagna e Grecia ove emerge chiaramente che a parità di spesa pro capite (entrambe prossime ai 10 mila euro), la Spagna consegue un pil pro capite nettamente superiore.  O, per fare contenti i liberisti, che a parità di spesa pro capite la Grecia deve spendere quasi il 60% del pil contro il 44 della Spagna. Vi è solo un’altra possibile spiegazione: che il pil della Spagna è più grande di quello della Grecia. E in effetti lo è perché è maggiore la produttività spagnola (in termini di pil pro capite) rispetto a quella greca.

Pertanto il rapporto spesa pubblica / pil è un indicatore incompleto se non si tiene conto del livello del pil e della produttività. In altri termini, il 60% della spesa pubblica è più alto rispetto al 44 non perché si spende di più (in termini pro capite in Grecia e Spagna sono praticamente uguali), ma perché il pil (e la produttività) della Grecia è inferiore a quella della Spagna.

Ma non è nemmeno una questione di dimensioni del paese o della sua popolazione. La Francia ha una spesa pro capite leggermente superiore all’Olanda . Ma la sua spesa pubblica è meno efficiente di quella olandese, poiché la prima si trova al di sotto e la seconda al di sopra della retta di regressione. L’Olanda, spendendo più o meno quanto la Francia per ogni suo cittadino, ottiene un pil per abitante significativamente superiore.

Quindi un elevato rapporto spesa pubblica / pil potrebbe voler dire che non è la spesa ad esser alta, ma che  il pil ad essere basso e che l’economia è in difficoltà a generare un adeguato volume di redditi.

Si noti anche che ove è maggiore la spesa per abitante, maggiore è il pil pro capite (vi è una correlazione superiore al 94%).

E che vi sia una direzione di correlazione che va dalla spesa pubblica al pil mi pare difficilmente contestabile. In Grecia la spesa pubblica si è ridotta del 25% tra il 2007 e il 2014 non perché il pil è sceso del 23, ma perché è stata tagliata alla troika.

Peccato che per aumentare i redditi (e la produttività) la spesa pubblica andrebbe aumentata. Ma noi siamo in mano ai liberisti, che scambiano il 50% di spesa pubblica come il frutto di un regime statalista totalitario, e non come un problema di efficienza del settore privato, incapace di generare un adeguato livello di reddito.

venerdì 13 febbraio 2015

Debito Pubblico a fine 2014 al 131,9%

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il 2014 si chiude con un debito pubblico inferiore a 2.135 miliardi (131,9% del pil contro il 127,8 del 2013), in aumento rispetto ad un anno prima di 66,2 miliardi.


Al netto degli oltre 60 miliardi che l'Italia ha dato  ai paesi della zona euro in difficoltà (direttamente o attraverso organismi europei), il debito “interno” si riduce a meno di  2.075 miliardi (61,6 in più rispetto a dodici mesi prima).


L’aumento del debito “interno” è stato finalizzato per 52 miliardi alla copertura del “fabbisogno interno”, di cui 76,4 derivanti dagli interessi passivi. Il saldo primario (ossia al netto degli interessi sul debito pubblico) segna pertanto un avanzo di 24,5 miliardi, ovvero l’1,5% del pil.

I restanti 9,7 miliardi derivanti dall’aumento dell’indebitamento sono confluiti nelle disponibilità liquide del settore pubblico,  ora pari a 72 miliardi, equivalenti al 4,4% del pil. In particolare, a  fine dicembre la liquidità del Tesoro nei conti della Banca d’Italia era di 46,3 miliardi, mentre le altre AAPP  vantavano 25,7 miliardi presso gli altri istituti di credito.

La liquidità disponibile del settore pubblico è pertanto in grado di coprire poco meno di 18 mesi di “fabbisogno interno”.


Quasi il 34% del debito a novembre 2014 era in mani estere, il 51 nei portafogli del settore finanziario nazionale e il 10,4% presso altri residenti (imprese e famiglie). La Banca d’Italia, che a partire da marzo sarà chiamata ad acquistare titoli pubblici attuando le direttive della BCE in tema di politica monetaria, alla stessa data deteneva 106 miliardi di debito pubblico, pari al 5% di quello complessivo.

Il rendimento medio dei titoli decennali a gennaio è stato dell’1,7%, con uno spread sui titoli tedeschi di pari scadenza di poco superiore a 130 punti base.

giovedì 12 febbraio 2015

Oro, si amplia l'eccesso di offerta

Nel 2014, la domanda mondiale di oro, secondo il World Gold Council, è crollata del 17,8% rispetto all’anno precedente.

L’offerta mineraria non ha minimamente tenuto conto del calo della domanda ed ha ampliato la produzione del 4,8%. Ad adeguarsi, almeno parzialmente, è stata l’offerta di oro riciclato, sceso dell’11,1% per il calo dei prezzi (-10% in media annua espressi in dollari). Sono proseguite anche le vendite degli ETF, per 160 t. dopo che da acquirenti nel 2013 sono diventati venditori netti.

Nel complesso, l’offerta di oro nel 2014 è scesa del 13,9%, determinando un’eccedenza rispetto alla domanda dell’8,7%.


Nel 2014 gli investimenti finanziari in oro sono crollati non solo per gli ETF, ma anche per i lingotti e le monete,  che segnano un regresso di poco inferiore al 40%. La loro quota sul totale della domanda di oro scende dal 35,5 al 26%.



Il calo della domanda di monete e lingotti per quanto diffuso ha superato il 50% in Cina e in India. Le loro quote complessivamente scendono dal
42,2 a meno del 35% della domanda complessiva per questo segmento.

Le Banche centrali sono le sole che hanno continuato a sostenere la domanda, accrescendo le riserve auree di 477 tonnellate, dopo averle aumentate di 409 nel 2013.  Il loro contributo alla domanda mondiale vale l’11,7%. Nel 2014, i paesi più attivi sono stati la Russia (173 t.), il Kazakhstan (oltre 48 t.) e l’Iraq (47,6 t). L’Ucraina, coinvolta in una grave guerra civile, ha monetizzato 18,7 t. di oro (al prezzo medio di 1254 $/oz, il governo di Kiev ha la disponibilità di circa 750 milioni  di dollari)

Nel complesso, gli acquisti di oro con finalità finanziarie sono scesi del 29,2%, innanzi ad una offerta in calo di quasi il 20% al netto dei consumi di gioielleria, industria e odontoiatria.

Anche l’oro per impieghi non finanziari è diminuito, quasi del 9%, trainato giù sia dal settore della gioielleria (-9,4), sia dalla domanda per uso  industriale  e odontoiatrico (-4,2%).


La gioielleria rappresenta oltre la metà degli acquisti di oro (52,7%). L’Italia ha ridotto gli acquisti di circa il 7%  e ciò nonostante ha incrementato la quota di mercato dall’1 all’1,3% del settore. L’India supera la Cina e diventa il principale mercato mondiale con una quota vicina al 31% (ed insieme costituiscono quasi il 60% della domanda mondiale di oro per gioielleria, nonostante un calo del 16,6%). In contro tendenza vanno gli Stati Uniti, la cui domanda sale dell’8,5%. Ma la crescita maggiore avviene al di fuori dei primi dieci paesi o aree considerate nella tabella (+22,8)

Prezzo dell'oro
In un orizzonte decennale,  il rendimento medio annuo dell’oro a fine 2014  è stato del 10,7%, contro il 5,4% dell’indice azionario S&P500, l’invarianza (se non la perdita) dei prezzi delle case così come calcolato dall’indice S&P/Case-Shiller e il 4,3% dei titoli decennali americani, se fossero stati acquistati nel dicembre 2004 e portati a scadenza.


Imprese High Tech 2010-2012, calano di numero ma sono più produttive

Eurostat aggiorna i dati delle imprese High Tech al 2012. Rispetto a due anni prima le imprese manifatturiere più avanzate tecnologicamente sono diminuite del 5,5%. Tra i maggiori paesi, il calo maggiore è avvenuto in Italia, ove sono state letteralmente decimate (-10,4%). Sembrerebbe tuttavia che siano sopravvissute quelle più robuste, dato che il fatturato medio passa da 7,3 a 7,9 milioni di euro (+7,9%).


Le imprese manifatturiere High Tech sono diminuite anche in Germania (-8,1%) e in Francia (-5,2). Ed anche in questo caso, il fatturato medio aumenta rispettivamente del 13,4 e del 3,7%.


Al di fuori della zona euro, notevole è il progresso del fatturato medio delle imprese svizzere (+33,2%), che superano per dimensione quelle finlandesi, titolari del podio più alto nel 2010.

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Produzione Industriale 2014: fuori dalla recessione? solo gli USA

Fonte: Eurostat, FED, Ocse


A dicembre 2014, gli Stati Uniti sono l'unico paese che può vantare una crescita consistente della produzione industriale rispetto a dodici mesi prima (+4,9%). Modesti o insignificanti sono gli incrementi registrati dal Regno Unito (+0,5), dalla Germania (+0,2) e dalla Francia (invariata). Modeste, ma in negativo, sono le variazioni  dell'Italia (-0,2) e della Spagna (-0,7). In Giappone, nonostante la buona intonazione del mese di dicembre, la produzione rimane dell'1% inferiore rispetto ad un anno prima.


In media, il 2014 si chiude con una aumento piuttosto generalizzato della produzione industriale, ad eccezione della Francia e dell'Italia, che nel confronto con il 2013 si contraggono rispettivamente dell'1, e dello 0,7%. In media annua crescono invece Spagna (+1,2), Germania (+1,3), Regno Unito (+1,4), Giappone (+2,1) e Stati Uniti (+4,3). 

Ad eccezione degli Stati Uniti (la cui produzione industriale è il 6,5% più elevata rispetto ai livelli pre-crisi) e della Germania (+1,1 sui livelli del 2007), tutti gli altri paesi subiscono ancora gli effetti della recessione:  il Regno Unito perde quasi l'11%, il Giappone e la Francia oltre il 13; per l'Italia il calo della produzione è di poco inferiore al 24%, mentre la Spagna, nonostante il rimbalzo dell'ultimo anno, ha visto svanire  il 29% della produzione che riusciva a realizzare nel 2007. 

martedì 10 febbraio 2015

E' la Germania il paese più indebitato d'Europa

Per quanto incompleti e non omogenei (nel tempo e nel perimetro) abbiamo finalmente i primi dati ufficiali sulle passività escluse dal computo del debito pubblico, ma che potrebbero rientrarvi se si considerasse – oltre agli enti pubblici – anche le imprese pubbliche o sotto il controllo pubblico.

Nel 2013 avevamo il rapporto debito / pil rappresentato in questo grafico:




L’Italia aveva il 127,9% ed era preceduta, tra i maggiori paesi europei, dal Portogallo (128%) e dalla Grecia (174,9).

Tra i paesi “virtuosi” la Germania aveva il 76,9%, l’Olanda il 68,6 e la Finlandia il 56%.

In base ai dati Eurostat diffusi oggi, si deve tener conto di questi altri debiti, non considerati nel rapporto debito / pil  che abbiamo appena visto:


Si scopre così che la Germania è il paese con le maggiori passività “fuori bilancio”: ben il 126,3%; seguita dall’Olanda (107,2) e dall’Irlanda (64,5). L’Italia deve aggiungere al suo debito pubblico ufficiale il 45,5%.

Ed ecco cosa succede se si tiene conto di entrambi i tipi di debito:


Il paese con il maggior debito allargato in rapporto al pil è la Germania, con oltre il 200%; segue l’Irlanda con quasi il 188%. L’Italia scende dal terzo posto, se si considera solo il debito ufficiale, al sesto (173,4%) ed è preceduta dall’Olanda (176%), che è considerata tra i paesi virtuosi.

Se c'è una morale in tutto questo, potete trovarla per conto vostro.

lunedì 9 febbraio 2015

Banche, prestiti e raccolta in calo nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il 2014 si chiude con i prestiti al settore privato in calo dell’1,4% rispetto a dodici mesi prima. Il calo maggiore è avvenuto per il settore produttivo non finanziario (-1,6%, che fa seguito al -4,5 del 2013); più contenuto il calo tra le famiglie (-0,6% dopo il -1 di un anno prima e un altro -1% nel 2012).


La concessione dei prestiti permane restrittiva in seguito al  forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiore ai 183 miliardi, in aumento rispetto ad un anno prima del 17,8% che si cumula al +24,7% del 2013.

Le difficoltà finanziarie riguardano in egual misura tanto le imprese strutturate (SnF) quanto le ditte individuali o familiari e sono superiori al 16% dei prestiti in essere.  Per le famiglie, il valore dei crediti deteriorati è di poco inferiore al 7%.


Rispetto ai settori produttivi,  le sofferenze rappresentano il 25% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni. Peraltro, questo settore è esposto per il 206,5% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (96%) e i crediti dubbi sono il 14,7%.

Nei servizi non finanziari del settore privato i crediti in sofferenza sono il 14,3% e l'esposizione equivale al 59%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il 136% del valore della produzione annua e i crediti in difficoltà sono il 12,6%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture già effettuate equivale al 19,3% del patrimonio netto del sistema bancario, contro il 21,1 del 2013.


Dal lato della raccolta, il rimborso netto delle obbligazione bancarie per più di 65 miliardi nel corso degli ultimi dodici mesi ha contribuito ad incrementare i depositi delle famiglie per 29 miliardi e quelli delle imprese per quasi 30. Ma gli investitori dell’area euro hanno ridotto i loro depositi di 17,7 miliardi. Il risultato netto, includendo i bond bancari, è un calo della raccolta bancaria tra residenti e area euro di 24,2 miliardi, pari all’1,1%.



sabato 7 febbraio 2015

Grecia: non è questione di pagare i creditori, ma di voler ridimensionare il ruolo dello Stato

La Grecia entro poche settimane dovrà decidere se piegarsi nuovamente ai diktat della BCE e della Commissione UE –  sotto l'attenta regia della Germania – o uscire dall’euro.

La Grecia, su pressioni della Troika, aveva già ristrutturato il proprio debito. Ma ora è evidente che non è servito a nulla.

Ma che non sarebbe servito a nulla era noto anche agli osservatori più attenti.

Ringrazio Zoe Keller per la segnalazione via twitter

Le frasi evidenziate affermano in maniera chiara ed esplicita che il governo greco ha raggiunto un accordo con le autorità UE (che includono la Commissione Europea e la BCE) e il FMI che peggiorerà gli attuali problemi economici (…). In meno di tre anni, e probabilmente anche prima, la Grecia dovrà affrontare la stessa crisi che affronta oggi. (…) Il popolo greco andrà incontro a molte sofferenze, la loro economia crollerà, il debito crescerà e alla fine si ritroveranno molto probabilmente con lo stesso problema di riscadenzare il debito, ristrutturarlo o andare in default – e/o lasciare l’euro. (…) La “svalutazione interna” – in cui la disoccupazione viene portata a livelli elevati per facilitare il taglio dei salari e dei prezzi, mantenendo il tasso di cambio nominale fisso – è non solo ingiusta, ma inattuabile.

Si potrebbe pensare che questo doloroso processo sia necessario per ripagare i creditori.

Ma chi erano i creditori? Lo dice un grafico della BRI che ho messo nel post del 9 giugno 2013: Francia e Germania. 


Ma quel post riportava anche la traduzione di un articolo del WSJ in cui si riferiva che, in un report riservato del FMI, l’accordo tra il governo greco e la troika doveva servire soprattutto per dare il tempo  alle banche francesi e tedesche di recuperare i capitali investiti in Grecia.

Gli “aiuti” ricevuti dal paese ellenico non sono stati altro che nuovi debiti con cui ripagare i vecchi creditori (inclusi gli interessi). Dei soldi ricevuti solo l’11% è stato utilizzato dal governo greco per esercitare le sue funzioni. Se si tiene conto dei fondi destinati a ricapitalizzare le banche elleniche (19%), solo il 30% ha finanziato l’economia greca. 

Il resto, il 70%, come è entrato, così è uscito.



Oggi, come riporta il manifesto del 5 febbraio scorso,

Il debito pub­blico greco ammonta a 323 miliardi di euro, pari al 177% del Pil. Di que­sti, il 15% è dete­nuto dal set­tore pri­vato, il 10% dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e il 6% dalla Bce. Il grosso del debito – il 60% del totale, pari a 195 miliardi di euro – è in mano agli altri governi dell’eurozona. Di que­sti 195 miliardi, 142 miliardi sono arri­vati alla Gre­cia attra­verso l’Efsf, il Fondo euro­peo di sta­bi­lità finan­zia­ria (più comu­ne­mente noto come «Fondo salva-stati»); 53 miliardi sono invece il frutto di pre­stiti bila­te­rali rice­vuti dagli altri stati mem­bri. I paesi più espo­sti al debito greco sono la Ger­ma­nia (56 miliardi), la Fran­cia (42 miliardi), l’Italia (37 miliardi), la Spa­gna (24 miliardi) e l’Olanda (11 miliardi).

Se la preoccupazione fosse quella di rimborsare i creditori, oggi come allora, vi sarebbe un modo molto semplice per risolvere la questione: la BCE si porrebbe come garante. L’esborso complessivo – qualora dovesse intervenire su tutto il debito pubblico greco – sarebbe comunque nettamente inferiore agli oltre mille miliardi che metterà in campo dal prossimo marzo al settembre 2016 mediante il c.d. quantitative easing. E sarebbe molto più efficace.

Se non lo si fa, non è per una fantomatica questione morale, secondo cui il debitore deve pagare - sempre e comunque - il creditore (i precetti cristiani dicono in verità un’altra cosa, provate a recitare il Padre Nostro), né per rigidi e severi principi economici (non esistono pasti gratis):  il danno di un mancato pagamento per la Germania e la Francia sarebbe pari al 2% del pil e al 2,3 per l’Italia. Se non lo si fa, è perché si vuole che sia compresso il ruolo del settore pubblico  (tanto in Grecia, quanto in Italia, in Spagna, Portogallo, Irlanda e, se fosse il caso, anche in Francia).

I creditori possono esser pagati oggi come lo potevano nel 2010.  Ma l’odio per l’intervento dello Stato in economia condiziona "gli aiuti" all'attuazione delle "riforme strutturali": la BCE paga i tuoi creditori solo se tu Stato ti ritiri dall'economia, solo se vengono tagliati gli stipendi e i servizi pubblici (e se questi non possono essere tagliati, se vengono privatizzati). Queste sono “le riforme” che vengono imposte, non la lotta agli sprechi o la corruzione.

Non si combatte la corruzione tagliando del 25% le retribuzioni, né si riducono le inefficienze del settore pubblico aumentando l’iva o le accise. Ma queste sono le misure che sono state introdotte dalla troika in Grecia (e per interposti governi in Italia e negli altri paesi coinvolti dalla crisi) ed hanno come un unico scopo quello di cancellare l’idea che lo Stato possa essere utile per sostenere l’economia e il benessere dei cittadini. 

venerdì 6 febbraio 2015

Come Krugman spiega una possibile ripresa dell'economia mondiale

Ciò che segue è la traduzione-adattamento di alcuni passi essenziali del post di Paul Krugman.


In tempi normali, cioè con tassi significativamente maggiori di zero, la domanda è determinata dalla curva IS, ove la spesa reale è più alta quanto più bassi sono i tassi di interesse.

Supponiamo che la banca centrale adegui i tassi di interesse e stabilizzi l’economia rispetto alla piena occupazione.




Che succede se c’è un aumento della domanda, diciamo per un miglioramento dei bilanci delle famiglie? La curva IS si sposta verso destra. Ma se la banca centrale ha fatto il suo lavoro, l’economia è già in piena occupazione. In tal caso un aumento della domanda non si rifletterà in un aumento della produzione, ma in un aumento dei tassi di interesse.

In un sistema internazionale aperto agli scambi con l’estero ci aspettiamo che l’afflusso di capitali eguagli il rendimento tra i diversi paesi. 

Ora, l’aumento della domanda negli Stati Uniti ha aumentato i tassi, ma non all’estero.

Quindi che succede? Che la valuta si rafforza, causando o ampliando il deficit commerciale. Se lo shock iniziale è percepito come permanente, questo processo andrà avanti e l’aumento della domanda negli Stati Uniti condurrà ad un aumento dei tassi di interesse nel resto del mondo, in quando aumenterà la domanda (e quindi la curva IS si sposterà a destra) anche negli altri paesi.

Guardiamo ora ai tempi anormali che stiamo vivendo. La politica monetaria è ingabbiata nella trappola della liquidità (tassi zero) e siamo sotto il livello di piena occupazione.

Che cosa determina il tasso di cambio? Se i rendimenti attesi devono essere uguali sia all’interno che all’estero e i tassi di interesse sono parimenti a zero, il tasso di cambio corrente deve essere eguale alle aspettative future del tasso di cambio, che come abbiamo visto è strettamente connesso all’equilibrio tra i tassi di interesse  necessari per raggiungere la piena occupazione.

Ora consideriamo due casi di aumento della domanda americana.

Nel primo caso, vi è la convinzione diffusa che l’aumento della domanda sia temporanea o che l’aumento interno avvenga più o meno contemporaneamente con un aumento della domanda interna negli altri paesi. In questo caso il dollaro non si muoverà e l’aumento della domanda americana si riverserà prevalentemente all’interno degli Stati Uniti.

Nel secondo caso, è diffusa la convinzione che sia permanente rispetto agli altri paesi.
In tal caso il dollaro si rafforzerà rapidamente e la domanda sarà condivisa con il resto del mondo.

Pertanto, che cosa sta accadendo? Che il dollaro si sta rafforzando. Ciò suggerisce che i mercati considerano l’aumento della domanda americana come un fenomeno duraturo. Si deve pertanto concludere che l’incremento della domanda verrà condiviso con gli altri paesi. In altre parole, la forza del dollaro probabilmente sarà il principale motore della ripresa internazionale.

domenica 1 febbraio 2015

Previsioni pil 2015 a gennaio

Il Pil degli Stati Uniti, registrando nella parte finale dell'anno scorso un aumento del 2,6% annualizzato sul trimestre precedente, chiude il 2014 con una crescita del 2,4%.


Per il 2015 si attende una crescita del 3,1%.

Nella zona euro, dopo il +0,8 previsto per l'anno appena concluso, si dovrebbe registrare un aumento dell'1,1. Migliorano le aspettative anche per l'Italia, con una crescita del pil che passa dallo 0,4 allo 0,5%, sostanzialmente grazie all'effetto congiunto del calo dei prezzi energetici con l'indebolimento dell'euro. Molto più incerto è l'effetto del QE appena varato dalla BCE sulla crescita della domanda interna.


Vice presidente della BCE: rischio di default deriva da prolungata depressione

Traduco velocemente l'inizio di un articolo di Ferdinando Giugliano pubblicato ieri dal Financial Times che vedete riprodotto in questa immagine.


Il vice presidente della BCE ha difeso il programma di quantitative easing (acquisto di titoli sul mercato) affermando che gli acquisti su larga scala erano necessari per contrastare l’insufficienza della domanda in Europa.

Parlando alla Cambridge Union, Victor Constâncio ha attaccato l’idea sbagliata che i problemi economici dell’Eurozona siano solamente un problema derivante dal lato dell’offerta. Ed ha sostenuto che l’Eurozona ha la necessità di “aumentare la domanda aggregata” per sfuggire al rischio della trappola del debito.

La scorsa settimana, la BCE ha lanciato un programma di quantitative easing da 1.100 miliardi di € che includeva per la prima volta massicci acquisti di titoli di stato di tutti i paesi dell’Eurozona, allo scopo di prevenire il rischio che l’area della valuta comune cada in un prolungato periodo di deflazione.

Venerdì, Eurostat riportava che l’inflazione era -0,6%, significativamente sotto l’obiettivo del 2% della banca centrale.

Constâncio ha sostenuto che alla BCE si paventava il rischio assai elevato che le aspettative di inflazione a medio termine avrebbero potuto sganciarsi (dall’obiettivo). Una vasta gamma di indicatori segnalava che il tasso medio di inflazione atteso su cinque anni a partire dal quinto anno desunto dai mercati swaps (in cui si negoziano contratti a tasso fisso contro tassi variabili) era sceso sotto l’1,7% nella settimana antecedente  il lancio del QE.

Ha inoltre aggiunto che gli attuali problemi economici dell’Eurozona derivano dalla carenza di domanda aggregata, che ha già causato tensioni politiche e sociali nell’area della moneta comune. Questa situazione è differente da quella del 2011/2012, quando l’Eurozona soffrì a causa di uno shock finanziario, spiegando che “il rischio di default è ora una conseguenza del rischio di una prolungata depressione”.

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Ringrazio Zoe Keller per la segnalazione dell'articolo via twitter