sabato 31 gennaio 2015

Le ricette irrealistiche e sbagliate di Alberto Quadrio Curzio

La via per risolvere il problema greco non è una nuova ristrutturazione del debito ma un rilancio dell'occupazione e della crescita sia con un piano di investimenti pubblici finanziati e governati in modo commissariale dalla Ue sia con condizioni favorevoli agli investimenti esteri.  
 Questo è ciò che scrive Alberto Quadrio Curzio su Il Sole 24 Ore di oggi. Ed è paradossale che a nemmeno una settimana dalle elezioni greche si abbia il coraggio di invocare il commissariamento del nuovo governo che ha ricevuto un chiaro mandato per por fine alle politiche di austerità imposte dalla troika negli ultimi anni. Ciò dimostra il grado di democraticità di questi personaggi e l’alta considerazione che hanno della volontà popolare.

Per di più la sua “soluzione” è irrealistica su entrambi i fronti del problema. Perché non solo Tsipras ha detto molto chiaramente che non dialogherà con la troika, in quanto non ha alcuna legittimità istituzionale anche rispetto ai Trattati (a cui vengono continuamente richiamati  i greci), ma anche perché non trova conforto neppure dall’altro lato, ovvero dalla Germania, come quando Quadrio Curzio invoca 
gli investimenti in infrastrutture materiali e immateriali finanziati con iniziative europee potenziate e che abbiano, nella misura in cui lo siano a scala nazionale, maggiori flessibilità di bilancio. Bisogna anche rilanciare con forza la proposta degli eurobond (da emettere tramite lo ESM modificato) anche per assorbire una parte dei debiti pubblici della eurozona

Se fa riferimento al cosiddetto piano Juncker,  l’iniziativa finanziaria europea per gli investimenti e le infrastrutture appare alquanto depotenziata, dato che i fondi realmente messi a disposizione sono 21 contro i 315 annunciati.

Quanto agli eurobond, per quante volte si vuole sentirsi dire dalla Germania  di no e che non hanno alcuna intenzione di condividere in nessun modo i debiti pubblici?

Le soluzioni indicate da Quadro Curzio non sono quelle giuste e certamente sono alquanto velleitarie, più ancora delle intenzioni del governo greco.

giovedì 29 gennaio 2015

Prestiti nell'eurozona al settore privato a -0,4%; Depositi +1,3 (-2,2 in Grecia)

Fonte: Elaborazioni su dati BCE


Il 2014 si chiude con i prestiti al settore privato non bancario della zona euro erano in calo dello 0,4% rispetto al dicembre 2013.

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che diminuiscono dell'1,3%.  Si riducono anche i prestiti alle famiglie (-0,3), con i mutui per l'acquisto dell'abitazione praticamente fermi al livello di fine 2013 (-0,1).


Il calo dei prestiti al settore privato è un po' più accentuato in Italia (-0,8%), con i prestiti alle SNF che calano ad un ritmo del 24%. Minore ma non trascurabile è il rientro chiesto alle famiglie (-0,9%). Certamente avviene ad un passo triplo a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.


Il calo dei prestiti si accompagna ad una crescita dei depositi del settore privato della zona euro dell'1,3%, con una preferenza per i conti più liquidi,  dato che i depositi a vista aumentano di oltre l'8% a scapito di forme di deposito a più lungo termine. In Italia i conti correnti aumentano quasi del 9% e del 7,3 in Germania.



Nel complesso la M1, che comprende il circolante oltre i depositi a vista, aumenta a fine 2014 del 7,8%. Ciò nonostante i prezzi al consumo segnano un calo a dicembre dello 0,2%.  



Corsa agli sportelli in Grecia?

Nei giorni scorsi sono apparsi degli articoli in cui si annunciava che in Grecia era iniziata "la corsa ai bancomat", in seguito alla crisi politica per la mancata elezione del presidente della Repubblica che avrebbe condotto alle elezioni anticipate e alla conseguente probabile vittoria di Syriza (come è in effetti avvenuto). I dati rilasciati dalla BCE ufficializzano un calo dei depositi di 5,6 miliardi ad opera principalmente del settore business interno per 2,8 miliardi e per 1,8 ad opera delle famiglie. Gli investitori dell'area euro, prevalentemente del settore bancario, hanno ritirato quasi un miliardo.



Il calo dei depositi, pari al 2,2% rispetto al dicembre 2013, dimostra che per quanto consistente non è così drammatico come si vuole far supporre. In una prospettiva storica, appare quasi insignificante (nel luglio 2012 fu di oltre il 22%). 


Considerando le variazioni annue risulta anche inferiore a quanto avvenuto nel gennaio e febbraio 2014.


domenica 25 gennaio 2015

Gli effetti incerti del QE

Ieri Il Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo di Jeffrey D. Sachs, originariamente uscito sul sito Project Syndacate, intitolandolo I pessimisti hanno torto, la politica monetaria funziona.

Infatti, il professore della Columbia University nel suo intervento afferma:

La buona notizia è che, anche in prossimità dello ZLB (Zero lower boundtassi di interesse zero,, ndr), la politica monetaria funziona. Il QE aumenta i prezzi azionari; abbassa i tassi di interesse a lungo termine; induce le valute a deprezzarsi; e allenta le strette creditizie, anche quando i tassi di interesse sono quasi a zero.

Inoltre:

lo stimolo fiscale è uno strumento debole per la gestione della domanda a breve termine. (…) in un influente documento del 1998, Krugman aveva spiegato perché. A quel tempo sosteneva, e a ragione a mio avviso, che gli sgravi fiscali a breve termine e i trasferimenti sarebbero stati in parte risparmiati, e non spesi, e che il debito pubblico si sarebbe moltiplicato e avrebbe creato un’ombra a lungo termine sul bilancio fiscale e sull’economia. 


Esaminiamo innanzi tutto la prima citazione, quella relativa alla trappola della liquidità.

Conviene innanzi tutto ricordare che tale situazione fu teorizzata da John M. Keynes. Si determina quando i tassi di interesse scendono verso lo zero, al punto che per gli investitori non è più vantaggioso impiegare le proprie disponibilità liquide e preferiscono mantenerle presso di sé. Se questa preferenza è diffusa e generalizzata, si ha il fenomeno della trappola della liquidità e questa costituisce un ostacolo agli investimenti, dato che viene meno l’incentivo ad impiegare la liquidità.


Il modello IS-LM

Per quanto  non rappresenti fedelmente la teoria keynesiana, il modello IS-LM è utile per rappresentare graficamente ciò che succede in questo caso particolare.

In una situazione normale, il modello afferma che il tasso di interesse (i) sarà determinato dall’incrocio tra la curva IS, quella degli investimenti e del risparmio, con la curva LM, della domanda e dell’offerta di moneta.


La IS rappresenta da un lato la domanda di investimenti (I) in funzione del tasso di interesse (più il costo del denaro è elevato, minore sarà l’incentivo ad investire in attrezzature e macchinari, e viceversa), e dall’altro la stessa curva rappresenta il risparmio (S) in funzione del reddito (più il reddito Y cresce, maggiore sarà il livello del risparmio, e viceversa). 

La LM, parallelamente, rappresenta la domanda di moneta (L) in funzione del reddito (più il reddito è elevato maggiori saranno le necessità del sistema di detenere moneta), nonché l’offerta di moneta (M) in funzione del tasso di interesse (più è elevato maggiore sarà la disponibilità ad offrire la liquidità, e viceversa).

L’incrocio tra le curve IS-LM determina sia il tasso di interesse che il livello del reddito. Il risparmio, determinato dal livello del reddito andrà a soddisfare gli investimenti che saranno intrapresi a quel livello di tasso  (S=I). Contestualmente, il tasso di interesse determinerà l’offerta di moneta che sarà eguale a quella che il sistema domanda in funzione del reddito (L=M)



Cosa succede se i tassi tendono verso lo zero? In base alla teoria keynesiana, la preferenza per la liquidità diventa anelastica: i tassi sono talmente bassi (o nulli) che gli operatori preferiscono restare liquidi ed  ogni aumento dell’offerta di moneta da parte della Banca Centrale (LM à LM’) non avrà altro effetto che accrescere le scorte di liquidità.


In questa situazione, il tasso di interesse e il reddito saranno determinati dalla curva IS, dato che la preferenza per la liquidità assorbirà tutta la moneta che viene immessa nel sistema.


Gli effetti del QE

Ora non è dato sapere da Sachs perché in una situazione di trappola della liquidità la politica monetaria dovrebbe funzionare. E’ vero: il quantitative easing (QE) dovrebbe in prima battuta ridurre i tassi di interesse a lungo termine dei titoli obbligazionari, offrendo liquidità al sistema bancario. Ma se il sistema bancario investe in altri mercati finanziari (azioni, esteri, metalli preziosi) non vi è garanzia che venga meno la stretta creditizia, tanto più in un periodo in cui le insolvenze sono particolarmente elevate (le sofferenze sui prestiti a società non finanziarie e famiglie sono al 12,7%).

D’altra parte l’eventuale  impiego della liquidità da parte del sistema bancario nei mercati azionari innalzerà certamente i valori dei titoli e muoverà la liquidità verso altri operatori e alla lunga potrebbe creare un effetto ricchezza tra le famiglie e i risparmiatori, inducendoli a spendere più volentieri il reddito corrente (sempre che non si provveda ad inasprire la pressione fiscale per rispettare i criteri europei sul deficit pubblico). Ma in Italia, nel 2012, i titoli obbligazionari, azionari e i fondi comuni  (ossia gli strumenti più sensibili ai movimenti di mercato) erano meno del 30% delle attività finanziarie delle famiglie; sicché oltre ad essere ritardato nel tempo, l’effetto ricchezza potrebbe essere notevolmente smorzato. In tal caso il beneficio previsto dall’economista americano apparirà alquanto inconsistente.

Abbiamo visto tuttavia che anche in una situazione di ZLB, il reddito può aumentare se la curva IS si sposta verso destra (da IS a IS”). Ma che cosa dovrebbe indurre, nella situazione attuale, un aumento degli investimenti. Certo, il sistema bancario potrebbe ritornare a finanziare le imprese, anche se – come si è detto – si esporrebbe a forti rischi di insolvenza a fronte di ritorni sui mercati finanziari che appaiono alquanto scontati. Ma la vera domanda è perché le imprese dovrebbero investire in un contesto di conclamata recessione (da gennaio a novembre 2014, il fatturato delle imprese industriali è sceso del 2,2% in termini reali); perché dovrebbero ampliare la capacità produttiva quando non riescono a saturare gli impianti (nel terzo trimestre 2014 il grado di utilizzo degli impianti era al 72,3%).

Un canale che potrebbe spingere la domanda è quello delle esportazioni. Se – come si è detto – il sistema bancario dirotterà la liquidità derivante dal QE anche sui mercati finanziari esteri o sui metalli preziosi si rafforzerà la domanda di valuta estera, in primis del dollaro. Avremo quindi un indebolimento dell’euro (come è successo subito dopo l’annuncio della BCE del programma di acquisti per 60 miliardi al mese a partire da marzo fino al settembre 2016 ed anche oltre se le attese di inflazione non si riporteranno su valori prossimi al 2%). Ciò dovrebbe favorire le esportazioni e penalizzare i concorrenti al di fuori dell’area dell’euro. Sarà sufficiente per far ripartire l’economia?

Al contrario di ciò che pensa Sachs l’unica voce certa in grado di rilanciare la domanda (far spostare la curva da IS ad IS”) è la spesa pubblica. Le altre (consumi, investimenti ed esportazioni nette) hanno diversi gradi di incertezza e tempi relativamente lunghi per esplicitarsi. Ma ovviamente l'intervento pubblico è ancor più eretico dello stampar moneta.  

Quanto alle argomentazioni di Krugman, vanno riferite a quale leva sia più efficace: se una riduzione delle tasse o un aumento degli investimenti. Nel primo caso, gli sgravi fiscali (e tali sono anche i provvedimenti come gli 80 euro di Renzi) spesso si trasformano  in risparmi, ossia non danno origine a quella domanda supplementare in grado di rilanciare l'economia. Invece l’aumento della spesa pubblica, soprattutto mediante gli investimenti, oltre che innalzare direttamente il pil innesca un effetto moltiplicativo grazie agli acquisti di materiali e attrezzature delle imprese chiamate a realizzare le opere pubbliche presso i fornitori, e così via risalendo a monte nella catena produttiva; parallelamente i lavoratori assunti dalle imprese per la realizzazione degli investimenti pubblici, spendendo quanto ricevono come retribuzione, avviano un altro circolo virtuoso dal lato dei consumi. Se questi investimenti sono  di una misura tale da innescare le dinamiche sopra descritte, il sistema economico si rivitalizza, gli impianti tornano a girare  e migliora il clima di fiducia delle imprese, inducendole a  intraprendere nuovi investimenti. Tutto ciò innalzerà il reddito nazionale e conseguentemente aumenterà il gettito fiscale, andando a ripagare la spesa pubblica iniziale.

Ma ovviamente nell’attuale contesto europeo, ove conta di più rispettare  i parametri privi di ogni fondamento scientifico, come quelli del 3% (o addirittura il pareggio di bilancio), piuttosto che preoccuparsi di ridurre la disoccupazione offrendo un’opportunità di lavoro a chi lo cerca, è nella migliore delle ipotesi una pia illusione. Più realisticamente è un disegno nemmeno tanto nascosto volto a determinare una precisa distribuzione del reddito tra lavoro e capitale, a favore del secondo. 

sabato 17 gennaio 2015

UE, mercato auto 2014 a +5,7%; Italia +4,2; FCA +3,4 (+0,7 in Italia)

Fonte: Anfia


Nel 2014 le immatricolazioni di auto nuove nell’Unione Europea sono aumentate del 5,7% rispetto al 2013. Tra i principali paesi, l’Olanda non riesce a riprendersi dal crollo dell’anno scorso (-17%) e mette a segno una nuova caduta del 6,9%.  In controtendenza anche le vendite in Austria (ove diminuiscono del 4,9%) e in Belgio (oltre mezzo percentuale in meno).  In notevole espansione invece le immatricolazioni in Spagna (+18,4%), grazie alla spinta delle agevolazioni.  Ma le vendite sono andate altrettanto bene in Polonia (+12,9) e in Svezia (+12,4). In aumento anche il Regno Unito (+9,3) e l'Italia, ove le vendite sono salite più che in Germania (4,2 e 2,9 rispettivamente).  Sono risultate sostanzialmente invariate in Francia (+0,3).


Nonostante la ripresa del 2014, i principali mercati europei permangono al di sotto dei livelli del 2007, ad eccezione del Regno Unito (+3%). Anche la Spagna, nonostante la straordinaria crescita registrata nell’anno appena concluso, le vendite restano di oltre il 45% più basse di sette anni prima, come pure in Italia.


Nonostante l’aumento piuttosto contenuto del mercato tedesco, la Volkswagen aumenta le vendite nel teatro europeo del 7,2%, portando la quota di mercato dal 25 al 25,4%.

Il Gruppo PSA mantiene il secondo posto, ma vede limare la propria quota dall’11 al 10,8% per un aumento delle vendite (+3,7) inferiore a quelle complessive registrate nei paesi UE. Va meglio all’altro gruppo francese, la Renault, che si porta al 9,7% (dal 9,1) grazie ad un aumento delle immatricolazioni del 13,3%. La quota dei due gruppi francesi nel loro insieme resta comunque inferiore alla VW.


La Ford scavalca l’Opel e guadagna il quarto posto in Europa, sebbene la quota di mercato rimanga invariata al 7,4%. E’ la Opel che arretra dall’8 al 7,2% per un calo delle vendite del 4,3% (unico caso tra i primi nove produttori).


BMW mantiene la sesta posizione, portata via nel 2013 alla Fiat, con una quota del 6,4%.

La casa guidata da Marchionne, ora denominata FCA, arrotonda  al ribasso la quota di mercato, dal 6,1 al 6%. Il punto debole si registra proprio in Italia, ove le vendite aumentano solo dello 0,7 innanzi ad un aumento delle immatricolazioni complessive del 4,2. La corrispondente quota scende di un punto secco, dal 28,7 al 27,7%. Il miglior dinamismo delle vendite nel resto d’Europa (+6,3), consenteno di mantenere invariata al 3% la quota di mercato al di fuori dell’Italia.  


Allargando lo sguardo a livello mondiale, la tabella seguente mostra le vendite 2014 nei principali paesi.


venerdì 16 gennaio 2015

Disoccupazione effettiva in Italia al 25,5% nel terzo trimestre 2014

Lo certifica Eurostat quando si tenga conto, oltre dei disoccupati ufficialmente censiti, anche di chi ha dovuto accettare un part-time ma desiderava lavorare a tempo pieno, nonché di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione ma sono disponibili a lavorare. E' la definizione più estesa di disoccupazione, quella che fa emergere per l'Italia più sfiduciati (3,7 milioni) che disoccupati ufficiali (3 mln.) e che innalza il relativo tasso di disoccupazione dall’11,8 al 25,5% della forza lavoro potenziale.


Peggio di noi i paesi che di volta in volta ci vengono proposti quali modelli per avere seguito le  politiche di austerità, ovvero la Spagna, che ha una disoccupazione effettiva superiore al 34% e la Grecia, ove si supera il 32%.

Nella zona Euro il tasso di disoccupazione effettivo è poco al di sotto del 20% e coinvolge oltre 33 milioni di persone.

domenica 11 gennaio 2015

Euro, Capitale finanziario, Capitale industriale e marxisti dell'Illinois

Non è una recensione all’ultima fatica di Alberto Bagnai, L’Italia può farcela. Sono solo alcune considerazioni emerse in seguito alla lettura delle ultime pagine del terzo capitolo del libro dell'economista dell'Università di Pescara.

Tuttavia, prima di affrontare i punti che più mi interessano, è giusto riconoscere che il libro si legge facilmente ed è a tratti divertente. Sia che si rivolga al lettore occasionale (magari sviato dalla vena di ottimismo che può ispirare il titolo, in un contesto come quello attuale in cui è difficile vedere qualcosa di positivo), sia che si rivolga ai fedeli lettori del suo blog, agli imprenditori o a suoi colleghi economisti sono rari i momenti in cui la lettura diventa pesante, non tanto per i temi trattati, quanto per l’analisi dettagliata dei dati, che può talvolta apparire sovrabbondante a chi non è appassionato ai temi economici.

Bagnai ha l’indubbia capacità di analizzare e smontare i classici luoghi comuni propagandati dai media per spiegare la crisi, nonché le devianti soluzioni che questi propongono per uscirne, come il fenomeno della corruzione, i tempi della giustizia, l’evasione, gli investimenti esteri, la spesa pubblica, ecc. Tutti temi che ovviamente possono anche essere condivisi (chi è a favore della corruzione o dell’evasione?), ma non costituiscono la causa o l’origine della crisi. La lotta e il contrasto a questi fenomeni, che pure va fatta (o andrebbe fatta) non può quindi – al contrario di quanto comunemente si crede –  portarci fuori dal baratro in cui siamo caduti.


Alcune osservazioni critiche minori

Ma basta con gli elogi e passiamo alle osservazioni critiche. Partendo da quelle di minor rilevanza.

Prima però, ancora un ultimo apprezzamento. Leggendo il suo blog non passa giorno che non vi sia un attacco alla sinistra, non solo governativa, ma anche quella che si definisce “radicale” o anche oltre. Tanto che Bagnai ha riservato a quest’ultimi – parafrasando i Blues Brothers – l’etichetta di marxisti dell’Illinois. Devo dire che nelle 262 pagine che ho letto finora ho trovato molta meno acredine di quanto sarebbe stato lecito attendersi. La critica è decisamente indirizzata alle politiche economiche di impronta liberista che sono andate affermandosi, soprattutto a partire dagli anni ’80, e ai mezzi di informazione che si rendono artefici di diffondere tesi propagandiste a supporto di un sistema fallimentare.

Ciò fino a quando mette a raffronto le posizioni keynesiane con quelle marxiste.  

Secondo Bagnai, l’economia keynesiana
ha tenuto insieme i cocci del capitalismo, così contribuendo implicitamente a far esplodere i cocci di altre esperienze di organizzazione dei rapporti di produzione, quelle a cui i marxiani si sentono più legati
arrivando 
alla conclusione, logicamente corretta, che siccome il keynesismo ha impedito che esplodessero le contraddizioni del capitalismo, il keynesismo è borghese, e i keynesiani sono nemici (p. 244).

Sicuramente le mie letture e le mie frequentazioni sono più ristrette di quelle del prof. Bagnai, il quale avrà tutte le ragioni per riproporre posizioni che potevano andar bene, per esser generosi, fino alla fine degli anni ’70. Ma sulla base della mia esperienza è più facile che un marxista conviva piuttosto bene con le teorie keynesiane, piuttosto che un sostenitore dell’economia di mercato, come i neo-liberisti, per i quali (soprattutto in Italia, ma non solo) qualsiasi discorso che ipotizzi un intervento dello Stato è visto come  fumo negli occhi, nonostante le politiche keynesiane siano state una reale alternativa sia alla rivoluzione bolscevica che al fascismo e al nazismo, permettendo di salvare il capitalismo liberale.

So che il vero dissenso tra Bagnai e i marxisti risiede nell’atteggiamento che una parte di essi ha verso l’euro, in quanto sembra che non colgano ciò che effettivamente rappresenta, ossia un metodo di governo (p. 130). E su questo mi trova dalla sua parte. Ma ho voluto evidenziare la mia perplessità sui rapporti tra le teorie keyensiane e i marxisti perché non mi sembra che la spiegazione data da Bagnai sia convincente, almeno ai giorni nostri  (ma può essere che sia una questione di sensibilità o di cerchie di frequentazioni. In tal caso sarebbe evidentemente un problema soggettivo).


Capitalismo finanziario e capitalismo industriale

Ma lasciando da parte i rilievi che possono aver origine da esperienze personali, affrontiamo un punto che ritengo importante per comprendere ciò che è successo in Italia e nei paesi capitalistici avanzati.

Bagnai riporta un interessante passo di Augusto Graziani, in cui viene lucidamente presentato il circuito monetario che si innesca a partire dalle politiche di bilancio dello Stato. In sintesi, l’economista partenopeo ci ricorda che il deficit di bilancio, rappresentando un eccesso di spesa rispetto alle entrate fiscali, finisce – direttamente o indirettamente – per costituire un afflusso di liquidità verso le imprese e che tale liquidità  non è un debito sul quale si devono pagare gli interessi (p.250). Cosa non da poco, visto che l’alternativa, in una situazione di carenza di domanda effettiva, comporta ai fini dello smaltimento dell’eccesso di offerta – come ben spiega Bagnai nelle pagine precedenti – un indebitamento o delle famiglie (per i consumi) o delle imprese (per gli investimenti). Un indebitamento, quello privato, che – a differenza di quello pubblico – può diventare talmente oneroso da innescare una crisi finanziaria e dare origine ad una recessione come quella del ’29 o come quella che stiamo vivendo in questo periodo (lo Stato, invece, se ha emesso titoli denominati in valuta nazionale, sarà sempre in grado di far fronte ai propri impegni).

La conclusione a cui giunge Bagnai è formalmente corretta e riprende la tesi di Graziani: se lo Stato si indebita non lo fa per spirito malvagio, incapacità, corruzione o altro. Chi si avvantaggia dell’indebitamento pubblico è l’impresa privata, sia nella forma di acquisto di beni e servizi  da parte della pubblica amministrazione, sia indirettamente mediante la spesa per consumi degli impiegati pubblici, dei pensionati o dei disoccupati (se sussidiati) dei redditi  che vengono loro erogati. Lo Stato non spende per dare [i soldi] a se stesso, ma al settore privato (mettendolo in condizioni di finanziarsi senza passare dalle banche, come spiega tanto bene Graziani) (p. 254).

Tuttavia, immagino il salto che deve aver fatto l’imprenditore – a cui si rivolge direttamente Bagnai – quando scrive che il debito pubblico diventa in ogni caso una forma di finanziamento dell’impresa privata (p.254).

E ne avrebbe ben donde, dato che a costui sembrerà,  tra tasse e prelievi fiscali – soprattutto negli ultimi 20 anni –, che sia lui a finanziarie lo Stato e non viceversa. Ma se  l’imprenditore, per il quale Bagnai mostra tanta attenzione, può affidarsi solo alle impressioni, dal professore sarebbe stato lecito attendersi un maggior approfondimento, dato che certamente saprà che il deficit, dal 1992,  se depurato  degli interessi si tramuta in un avanzo primario.


E’ questo un fatto non secondario e che, se tenuto in debita considerazione, può spiegare meglio ciò che è successo in Italia e negli altri paesi capitalistici avanzati.

Una simile rappresentazione avrebbe permesso di evidenziare che lo Stato non sta fornendo liquidità alle imprese private, almeno non alle imprese non finanziarie. Il deficit è dato esclusivamente dagli interessi sul debito pubblico. Ma chi usufruisce di questa fonte di reddito? 


Fino al 1997 i principali detentori del debito pubblico erano i residenti non finanziari (famiglie e imprese). Successivamente il sistema finanziario italiano e quello estero si sono accaparrati la fetta più consistente del debito pubblico.

Attualmente il sistema finanziario nazionale od estero controlla quasi il 90% del debito pubblico italiano (per quanto non si possa escludere che la casalinga di Aquisgrana, come quella di Voghera,  abbia anche lei i BTP). E per quanto le banche o le società finanziarie estere non votino, sono tuttavia in grado di esercitare delle pressioni opportunamente calibrate affinché i suoi desiderata siano tenuti nel debito conto (si veda come i creditori esteri (la linea verde del grafico)  abbiano incominciato a vendere i titoli pubblici a partire dall’inizio del 2011 portando i tassi fino al 7,25% al punto da provocare le dimissioni di Berlusconi e come siano tornati successivamente, con Monti, ad acquistare sia pur gradualmente i titoli italiani).

Detto in altri termini, gli interessi del capitale finanziario e di quello industriale non sono coincidenti. Anche le imprese private sono state chiamate a fare i “sacrifici” per ripagare gli interessi e il debito pubblico detenuto dal sistema finanziario, nazionale od estero. 

Chi governa in Italia è il capitale finanziario, così come negli Stati Uniti: non è raro che gli amministratori di importanti società finanziarie siano chiamati a ricoprire il ruolo del Segretario del Tesoro, come ad esempio  Henry Paulson sotto Bush. In Italia abbiamo esempi analoghi con Corrado Passera (che proveniva da Banca Intesa) o Domenico Siniscalco, che è andato ricoprire dopo la sua esperienza governativa un ruolo di prestigio nell’ambito delle società finanziarie.

Ma se l’interesse del capitale finanziario è di garantirsi un adeguato rendimento dai capitali che presta al settore pubblico, compatibilmente con le condizioni di mercato vigenti, quello industriale non trae alcun vantaggio da un deficit pubblico volto ad alimentare flussi di reddito per il settore finanziario.

Ciò nonostante, anziché chiedere maggiore spesa pubblica, come parrebbe logico attendersi sulla base dell’analisi di Graziani, non fa altro che istigare il governo a tagliarla.

Come mai? Forse perché che i lavoratori non hanno più nessuno che li rappresenti e li difendi?

Come mai il PCI, che non aveva mai superato il 34% e non era mai entrato al governo, era riuscito ad ottenere – insieme alle rappresentanze sindacali dei lavoratori – lo Statuto dei Lavoratori e la Scala Mobile ed oggi che i suoi eredi sono al governo e conquistano il 40% dei voti, come prima misura si preoccupano di smantellare l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, essendo la Scala Mobile già stata abolita?

Se le cose stanno in questi termini, la polemica con Emiliano Brancaccio sulla scala mobile (p. 262) è del tutto pretestuosa: non è questione di “minacciare” di introdurre la scala mobile, dopo che si sia usciti dall’euro, al fine di difendere i redditi da lavoro dall’inevitabile svalutazione. E’ che questa misura è una condizione necessaria, come lo è  la Banca Centrale sotto le direttive del governo democraticamente eletto, affinché la gestione dell’euro-exit non sia accompagnata dalla solita e scontata politica di far pagare i costi dell’aggiustamento alla parte più debole della società.

In quest’ottica appare sorprendente la fiducia che Bagnai concede agli imprenditori italiani, confidando in una equa ripartizione dei costi che l’uscita dall’euro comporta.

Sarà ancora una volta una questione di esperienza personale, ma l’atteggiamento di Bagnai è da questo punto di vista molto simile a quello che hanno i sostenitori dell’euro quando dicono che l’Italia è troppo piccola per farcela da sola nel mondo della globalizzazione, ma al tempo stesso sfidano il senso del ridicolo quando dicono che dobbiamo andare a minacciare la Germania per farle fare quello che noi vogliamo (p.221).

E’ illusorio pensare che gli imprenditori non scarichino sui lavoratori – nonostante ogni evidenza empirica e teorica – i costi di un’uscita dall’euro, tanto più quando questi sono in una posizione di debolezza politica e sociale. Da un lato devono recuperare le perdite subite in questi anni di scellerate politiche di austerità e dall’altro non si dimenticheranno certo di tutelare i loro interessi, che sono contrapposti a quelli dei lavoratori. 

Non è questione di malvagità o cattiveria. E’ questione di conflitto di interessi. E’ questione di lotta di classe, marxisti dell’Illinois o meno.

sabato 10 gennaio 2015

Occupazione e Disoccupazione negli Stati Uniti nel 2014

Fonte: Elaborazioni su dati US BLS

Nel 2014 l’occupazione negli Stati Uniti è aumentata di 2,8 milioni di unità (tutti con orario a tempo pieno). Equivale ad un aumento dell’1,9% innanzi ad una crescita prevista del pil del 2,3%.

La crescita occupazionale dell’ultimo anno è attribuibile pressoché interamente al settore privato non agricolo (2,7 su 2,8 milioni).

Il tasso di occupazione, ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa, è salito dal 58,6 al 59,2%, ma rimane ben distante dalla situazione pre crisi: nel dicembre 2006 era al 63,4%. Se quest’ultimo valore fosse applicato all’attuale popolazione, avremmo avuto 157,9 milioni di occupati contro i 147,4 odierni.  La differenza, oltre 10 milioni di posti di lavoro, indica “il mancato guadagno” occupazionale inferto dalla crisi del 2007.


Tuttavia, dal dicembre 2009, punto più buio della recessione per l’occupazione, 9,4 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro. 

I disoccupati ufficialmente censiti sono 8,7 milioni, pari al 5,6%, contro i 15,4 dell’ottobre 2009, quando erano il 10% della forza lavoro.

Nei dodici mesi che portano al dicembre 2014, i disoccupati sono diminuiti di 1,7 milioni. Ma i tempi di attesa prima di trovare un nuovo lavoro permangono elevati: mediamente passano oltre 32 settimane (quattro in meno rispetto al dicembre 2013). Ed è per questa ragione che, nonostante il buon momento dell’economia americana, aumenta il numero di coloro che hanno rinunciato a cercare un’occupazione pur essendo disponibili a lavorare. E’ il fenomeno degli sfiduciati, che riguarda 6,4 milioni di persone (300 mila in più rispetto ad un anno prima). Se si tenesse conto anche di loro, il tasso di disoccupazione salirebbe al 9,3%.


Ma negli Stati Uniti la disoccupazione ha una forte connotazione razziale. Mentre tra i bianchi è al 4,8%, quella tra gli afroamericani è al 10,4%. Valore quest’ultimo superiore a quello tra i disoccupati che non hanno conseguito nemmeno un diploma (8,6%).  La disoccupazione tra gli ispanici è al 6,5%, oltre un punto più rispetto ai disoccupati che hanno conseguito un diploma (5,3%). 

Tra i laureati la disoccupazione è al 2,9%. Tenendo conto degli alti costi universitari, la posizione economica della famiglia di origine determina il divario del tasso di disoccupazione tra i bianchi in funzione degli studi effettuati.


lunedì 5 gennaio 2015

Spending review, produttività ed efficienza nel settore pubblico

Su  “Il Sole 24 Ore” del 3 gennaio, Giacomo Vaciago interviene a proposito delle recenti modifiche introdotte dal Jobs Act all’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in merito all’applicabilità o meno delle stesse al settore pubblico. Un argomento in verità già chiarito dallo stesso capo del governo, che le ha confinate al settore privato, riservandosi una più ampia revisione delle normative che regolano i rapporti di lavoro nel settore pubblico.

Ma non è questo l’argomento di cui intendo occuparmi. Mi interessa piuttosto riprendere un’affermazione buttata lì, tra parentesi nel testo dell’intervento dell’economista piacentino, in cui con nonchalance si dice:

le imprese private la loro “spending review” l’hanno già fatta da un pezzo, mentre la Pa deve ancora cominciare la sua

E’ il classico luogo comune che descrive il settore pubblico come improduttivo contrapposto alle virtù del settore privato, tutto teso a massimizzare l’efficienza (e i profitti).

A parte il fatto che se le imprese italiane avessero effettivamente recuperato efficienza e produttività non avremmo un calo del pil per il terzo anno consecutivo, i dati raccontano un’altra storia.

La spending review forse non avrà intaccato gli acquisti di beni e servizi della PA (e ciò avvantaggia le imprese private), ma sicuramente ha inciso sui dipendenti pubblici.

Tra il 2006 e il 2013 il personale del settore pubblico è diminuito di oltre 180 mila unità, ovvero del 5%. Un calo nettamente superiore a quello del settore privato (-2,9%).


Non solo. Negli ultimi anni i dipendenti pubblici hanno avuto il blocco dei rinnovi contrattuali. I loro stipendi sono rimasti quindi fermi. Rispetto al 2006, il costo del lavoro per occupato nella PA è quello che è aumentato di meno (+5,9%, contro il 16,9 delle imprese non finanziarie (SnF) e il 14,7 dell’intero settore privato).


Se si tiene conto dell’inflazione intercorsa nel periodo, pari al 16,5% (secondo l’indice dei prezzi al consumo Ipca), i redditi pubblici medi individuali sono in realtà scesi del 9,1% in termini reali. Nel settore privato il calo è stato dell’1,5%, quale media tra un aumento dello 0,3 tra i dipendenti delle SnF e un taglio del 7,6 tra gli occupati delle altre imprese.

D’altra parte, nel 2013  i dipendenti pubblici in Italia erano il 14,4% del totale degli occupati, contro il 15,2% degli Stati Uniti. E ciò nonostante è difficile ritenere il nostro sistema pubblico più efficiente di quello americano.

E la ragione è molto semplice. Si confonde la produttività con l’efficienza. Alcuni esempi chiariranno il concetto.

Supponiamo che un ufficio postale abbia normalmente due sportelli aperti e che mediamente diano luogo ad un’attesa di 10 minuti per soddisfare le esigenze dei clienti.  Se si dimezza il personale (magari non sostituendo l’impiegato che va in pensione), la produttività di quell’ufficio (ovvero il rapporto tra le pratiche espletate rispetto al personale impiegato) migliorerà, perché assolverà alla stessa domanda (nel breve periodo) con meno personale, ma l’efficienza peggiorerà perché i tempi di attesa probabilmente saliranno da 10 a 20 minuti.

Analogamente, se in un pronto soccorso ove operano 4 equipe mediche occorre mediamente attendere un'ora prima di essere visitati, qualora le equipe fossero ridotte a due la produttività di quel reparto, assolvendo alla stessa domanda di interventi, migliorerà; ma l’efficienza del servizio sanitario peggiorerà per i cittadini, che dovranno probabilmente attendere in media due ore prima di essere visitati.

La produttività, in altri termini, mette a raffronto l’output con le risorse impiegate. L’efficienza – avendo a che fare non solo con la quantità ma anche con la qualità del servizio reso – può invece decadere anche con un uso più produttivo del personale.

Sicché non è raro sentire lamentele sull’efficienza degli uffici postali o del servizio sanitario e pensare di risolvere il problema “tagliando” il servizio pubblico, composto da “fannulloni”. Aggravando in tal modo ancor più la qualità dei servizi.

Nel campo dei servizi pubblici, la maggiore produttività che si richiede per “mettere a posto i conti” può costituire un risparmio di spesa per gli enti pubblici, ma non è detto che ciò si rifletta in un vantaggio per i cittadini, in termini di qualità ed efficienza dei servizi.

Sarebbe quindi opportuno riflettere un attimo prima di continuare a ripetere i soliti insulsi luoghi comuni sul settore pubblico. Sono insopportabili al bar, a maggior ragione sulla bocca o sulla penna di un economista.