mercoledì 23 dicembre 2015

Non è questione di complotti, ma di regole assurde.

Sul blog Phastidio.net si può leggere:


Ora, io mi domando come si possa considerare illegittimo l'intervento di un fondo di garanzia costituito dalle stesse banche volto ad assicurare "la stabilità del sistema bancario".

Ma questo breve paragrafo è un concentrato di assurdità. Perché uno potrebbe pensare che, pubblico o privato che sia l'intervento per risolvere la crisi bancaria, è illegittimo se risponde a finalità pubbliche, mentre non lo è se avesse "finalità (...) private di settore".

Ma forse le cose si chiariscono leggendo  il testo della lettera dei commissari U€ pubblicata da il Sole 24 Ore



Dove il "puro intervento privato" deve necessariamente essere inteso come un salvataggio della banca in difficoltà effettuato da un'altra banca.

Ma se così è, è una precisazione superflua, dato che sarebbe alquanto paradossale che l'acquisizione avvenisse a spese degli azionisti (magari con una semplice lettera in cui si comunica che le loro azioni non valgono nulla e che si procederà all'esproprio della loro banca) e soprattutto degli obbligazionisti!

Sicché ritorniamo all'inizio. E anche ammesso che l'impiego di un fondo interbancario possa essere assimilato ad un intervento pubblico (aiuto! lo Stato!), per me rimane incomprensibile come possa essere considerato illegittimo.

Ma proseguendo nella lettura della lettera dei commissari U€ emerge l'inconsistenza e la ridicola distinzione tra aiuti di stato (uso dei fondi privati bancari per salvare altre banche mediante una disposizione di legge) e intervento privato (se il settore bancario autonomamente interviene per salvare le banche attraverso il fondo di garanzia):



E' come nascondersi dietro a un dito: i fondi privati diventano aiuti di stato se lo chiede il governo, ma se le banche, di nascosto, senza dirlo a nessuno, in una notte senza luna, usano gli stessi fondi, allora è tutto regolare.

Il problema non è se vi è un complotto o meno contro l'Italia, ma se ha senso restare in una U€ di questo tipo.

domenica 20 dicembre 2015

Il portafoglio finanziario delle famiglie per condizione socio-professionale (2014)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia (1) (2)

Le attività finanziarie delle famiglie al netto delle banconote in circolazione e dei fondi pensione contano per oltre 3.500 miliardi, pari a poco meno di 140 mila euro a famiglia. Mediamente, i depositi bancari e postali contano per oltre il 30%. I titoli di Stato il 5%. Gli altri titoli (obbligazioni bancarie e del settore privato)  il 7%. Le azioni, i fondi comuni di investimento (FCI) e i titoli esteri (sia obbligazionari che azionari) per quasi un terzo. Le altre attività finanziarie, tra cui le quote di partecipazioni in attività imprenditoriali e commerciali e le riserve assicurative, per un ¼. 


Le attività finanziarie in mano agli imprenditori e ai liberi professionisti ammontano mediamente a poco più di 400 mila euro.  La quota detenuta in depositi è il 27,6%. I titoli di Stato rappresentano solamente il 3,8% delle attività finanziarie, gli altri titoli  contano per il 4,6 del portafoglio. Le azioni, i FCI e i titoli esteri raccolgono il 63% degli investimenti. Le  altre partecipazioni e le riserve assicurative   valgono il residuo 1% del portafoglio finanziario.

I dirigenti detengono attività finanziarie per oltre 386 mila euro. La quota detenuta in depositi è il 24,4%. I titoli di Stato sono oltre il 6%. Gli altri titoli superano l’11%. Anche per loro, le azioni, i FCI e i titoli esteri sono gli investimenti preferiti (43,3%).  Le partecipazioni in attività imprenditoriali  e le riserve assicurative coprono il restante 15%.

I pensionati possiedono in media attività finanziarie per 160 mila euro. I depositi sono il 29%.  Gli investimenti in titoli pubblici sono il 5,7%. Gli altri titoli contano per il 6,6% del portafoglio. Consistenti ma inferiori alle altre attività finanziarie (32,3%) sono gli investimenti in azioni, FCI e titoli esteri (26,4).

Gli altri lavoratori autonomi possiedono in media attività finanziarie per poco meno di 135 mila euro. Quasi un terzo è lasciato nei depositi bancari o postali, il 4,8 è in titoli di Stato e il 6,2% in altri titoli. Gli investimenti azionari, nei FCI e nei titoli esteri, per quanto importanti (oltre il 30%) sono inferiori ai depositi. Oltre ¼  del patrimonio è destinato a partecipazioni in attività imprenditoriali, in riserve assicurative e altri attivi minori.  


Gli impiegati posseggono investimenti finanziari per a 115.800 euro. Il 36% è disponibile presso  conti bancari o postali.  I titoli di Stato sono meno del 3%, mentre gli altri titoli superano il 9%. Le azioni, i FCI e i titoli esteri rappresentano meno del 22%, mentre le partecipazioni e le riserve assicurative completano il portafoglio con il 30%.

Gli operai possono contare in media  su 47.500 euro a famiglia. Il 41,2%  è lasciata sui conti correnti o di deposito. I titoli di Stato contano per il 4,5%, mentre gli altri titoli sono al 4,3%. Modesti gli investimenti azionari, nei FCI e nei titoli esteri (15%). Le coperture assicurative e altre attività finanziarie rappresentano il 35%.

Le famiglie dei disoccupati e degli altri non attivi professionalmente possono contare in media su 32.400 euro. I depositi raccolgono  il 37,6% delle loro disponibilità finanziarie. I titoli di Stato sono presenti per l’1,1%. Gli altri titoli pesano oltre il 6,5%.  Meno del 24% sono gli investimenti in azioni, FCI e titoli esteri. Le altre attività finanziarie (ovvero il 31%) sono immobilizzate in polizze assicurative o altre attività poco liquide.



sabato 19 dicembre 2015

L'Europa delle banche

Se le banche falliscono, a risponderne – su norme imposte dalla Commissione Europea - sono chiamati i clienti, con i loro risparmi.

Visto quello che è successo ai correntisti delle quattro banche sottoposte al cosiddetto bail-in, ossia l’azzeramento degli investimenti in obbligazioni emesse dalle stesse banche oggetto di salvataggio, si potrebbe pensare che l’unico modo per restare tranquilli sia di lasciare tutti i soldi sul conto corrente.

Sbagliato. Perché se convertite i vostri titoli (bancari o meno) in depositi, dal 1° gennaio potranno essere aggrediti, se superate i 100 mila euro.

Il risparmio privato è posto a garanzia del sistema bancario.

Ma questo non basta. Secondo il Sole 24 Ore il risparmio privato è chiamato a fornire la garanzia che il debito pubblico sia ripagato.



In altri termini le famiglie e in minor misura le imprese pur possedendo meno dell’8% del debito pubblico (circa 168 mila miliardi) dovrebbero risponderne per 2.200 miliardi.

E chi detiene gli altri 2.032 miliardi? Ma è ovvio: il sistema finanziario nazionale (più della metà) e internazionale (35%).

Hanno accusato i correntisti delle quattro banche di essere degli speculatori perché avevano acquistato i titoli a reddito fisso emessi dalla loro stessa banca e si è ritenuto giusto – in base alle norme europee – che fossero chiamati a ripianare le perdite, di cui non avevano alcuna responsabilità.

Ed ora, come se nulla fosse, si dice che  il risparmio privato dovrebbe essere chiamato a ripagare i titoli pubblici che le banche possiedono.

Cosa si dovrebbe fare invece?

Un intervento pubblico, tanto per la risoluzione delle crisi bancarie (nazionalizzazione, nuovi vertici bancari e nuova gestione seguita da eventuale rivendita della banca risanata), quanto per il debito pubblico, come è sempre stato ed è sempre avvenuto, almeno fino a quando è denominato nella moneta nazionale (per il 99,8% è in euro).

L’euro non è la moneta nazionale? E allora qualcuno ci ha raccontato delle balle e vuole farci pagare i suoi errori.

E' l’Europa delle banche, bellezza!




Addendum del 20 dicembre 2015

Il Corriere della Sera di oggi riporta un editoriale del duo Alesina & Giavazzi in cui si può leggere:

Nel novembre del 2008 la Federal Reserve e il governo di Washington salvarono Citibank impiegando 45 miliardi di dollari. Solo dodici mesi dopo Citibank era tornata in attivo e restituì allo Stato 20 miliardi. Nei due anni successivi tutto il credito fu ripagato con un utile, per i contribuenti americani, pari a 12,3 miliardi. Salvare Citi si rivelò ex post un ottimo investimento: un rendimento del 27 per cento in tre anni. Insomma la Fed e l’amministrazione Usa in due anni hanno risolto il problema Citibank. 


Come si vede, non è impossibile né folle che una crisi bancaria sia risolta mediante l'intervento pubblico. Anzi è il modo normale di procedere.
A chi pone l'accento sull'elevato debito pubblico italiano (ad esempio il giornalista del Sole 24 Ore questa mattina ad Omnibus su La7), quale causa dell'impossibilità dell'intervento, vorrei far notare che

1) la citazione sopra riportata evidenzia che l'intervento pubblico può procurare anche un vantaggio per i tanto invocati contribuenti

2) che i limiti imposti al livello del debito pubblico derivano da norme europee che non hanno alcun fondamento teorico ed empirico: il debito pubblico non è andato fuori controllo negli Usa, come non è andato fuori controllo in Italia quando è stata chiamata - sempre per le norme europee - a dare 60 miliardi  per salvare le banche tedesche che si erano esposte troppo in quelle spagnole e greche.

giovedì 17 dicembre 2015

Le multinazionali italiane all'estero - 2013

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


Nel 2013, solo lo 0,5% delle imprese italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente al 10,7% di quella presente in Italia, realizzando il 15% del fatturato conseguito sul territorio nazionale.

Limitatamente alle imprese industriali, quelle con stabilimenti all’estero erano l’1,8%  e garantivano l’occupazione ad un numero di persone equivalente al 23% degli addetti nazionali. Il peso del fatturato delle filiali estere era il 23,8% di quello complessivo.

Rispetto al 2012, il numero delle imprese che hanno un'attività all’estero è aumentato dello 0,8%. Sono aumentate in particolare le imprese industriali (+3,9) e quelle dei servizi non finanziari (+0,2). Sono diminuite quelle impegnate nelle costruzioni (-2%) e quelle dei servizi finanziari (-7,4).  Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 0,6%.

La dimensione media delle aziende italiane all’estero è di circa 80 addetti, che sale a 120 per quelle industriali e a 135 per quelle dei servizi finanziari. Scende a 85 per le imprese di costruzioni e a 47 per i servizi non finanziari.


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane all’estero

Quindici paesi accolgono il 71,6% delle filiali estere delle imprese manifatturiere italiane. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  mediamente di 29.278 euro (+4,3% sul 2012). In Italia, nel 2013, il costo del lavoro per dipendente era di 40.482 euro (il 38% in più della media dei 15 paesi esteri).   

Tra i principali paesi in cui si sono insediate le aziende manifatturiere vi è la Romania, con il 15,5% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero e il 9,6% dell’occupazione, grazie ad un costo del lavoro per addetto di poco superiore a 7.900 euro annui (+13,1% sul 2012).

La Cina ospita l’8% delle aziende italiane all’estero e il 9,4% dei dipendenti, con un costo del lavoro per addetto annuo analogo a quello rumeno, sebbene nel corso del 2013 sia aumentato del 22,4%.

In Brasile si sono insediate il 5% delle aziende manifatturiere italiane all’estero ed offrono lavoro al 10,2% del personale occupato all’estero dalle nostre imprese. Il costo del lavoro per dipendente è in media di 22.972 euro.

In sostanza, dieci dei 15 paesi hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano quasi il 43% delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro a più del 46% di quanti sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso rispetto a quello  francese (56.600 euro), a quello degli Stati Uniti (quasi 56mila euro), della Germania (53.265) e del Regno Unito (quasi 46.700 euro).  Anche quello spagnolo (44.320) supera di quasi il 10%  il costo del lavoro medio per dipendente sostenuto in Italia dalle aziende manifatturiere nel 2013.




mercoledì 16 dicembre 2015

Italia paese da mungere: imprese estere poco innovative che sfruttano settori ad alto valore aggiunto con scarsi benefici per l'occupazione

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Le imprese a controllo estero presenti in Italia, censite nel 2013 dall’Istat, sono 13.165.  Poco più di 9.400 operano nei servizi e quasi 3.760 nell’industria. Rispetto ad un anno prima diminuiscono del 1,2%, ma il calo si concentra nel settore dei servizi (-2%), mentre nell’industria aumentano dello 0,7.

L’occupazione in tal modo offerta coinvolge più di un milione e centosettanta mila persone, in calo rispetto al 2012 dell’1,5%. In tal caso, la flessione avviene soprattutto nell’industria (-2,5%), nonostante la crescita del numero delle attività estere, ma si estende ovviamente anche il settore dei servizi, ove l’occupazione diminuisce dello 0,9.


Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2008. Da allora hanno lasciato il nostro paese l’8,6% delle imprese a controllo straniero, determinando un calo del 6% dell’occupazione.


Se si guarda agli ultimi dieci anni si nota che le imprese estere pur non avendo mai offerto più del 7,5% dell’occupazione complessiva, hanno incrementato non solo il fatturato (dal 14,8 al 16,7% del fatturato totale delle imprese presenti in Italia), ma soprattutto il valore aggiunto (dall’11 al 13,6%), riducendo al contempo le spese in ricerca e sviluppo (dal 26,3% del 2003 al 23,3 del 2013).

In altri termini, le imprese estere  non sono state particolarmente innovative e la loro presenza ha fatto affidamento esclusivamente su prodotti e/o segmenti di mercato ad alto valore aggiunto. Non se ne è giovata l’occupazione, né il livello tecnologico della nostra struttura produttiva. Nel complesso, le imprese italiane hanno perso quote di mercato.



I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano oltre l’80% delle imprese estere e l’85% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Francia (18,3%) e la Germania (13,5).

I paesi che nel 2012 hanno ridotto maggiormente la loro presenza in Italia sono stati la Spagna (-4,6% delle imprese, con un calo occupazionale del 4,3), l’Olanda (-3,6 le imprese e -3,4 i dipendenti) e la Francia (-2,6 e -0,2 rispettivamente).

Rafforza invece la propria presenza l’Austria (2%  di imprese in più), senza che tuttavia si abbia un beneficio per l’occupazione, dato che scende di quasi un punto percentuale rispetto ad un anno prima.  Analoga evoluzione per il Regno Unito, con un incremento delle imprese sul nostro territorio dell’1,7%, ma che procede ad un taglio occupazionale del 10,5%.  Impercettibile la crescita delle imprese giapponesi (+0,3), che tuttavia aumentano gli occupati del 3,3%.


Si deve tuttavia avvertire che le acquisizioni da parte di operatori esteri di imprese italiane comporta statisticamente l’attribuzione al nuovo paese controllante dell’occupazione connessa alle imprese acquisite e che non necessariamente gli aumenti segnalati corrispondono ad effettivi incrementi occupazionali.

martedì 15 dicembre 2015

Il settore dei servizi regge meglio alla crisi del 2013

I bilanci

Nel 2013, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in calo dello 0,7% sul 2012 (hanno cessato l'attività 22.290 aziende). Il fatturato è stato di 1.592  miliardi, in diminuzione dell’1,4% rispetto all’anno precedente. Si rammenta che, secondo l'Istat, il settore industriale ha registrato un calo dei ricavi del 3,8% e quello delle costruzioni un vero e proprio crollo che ha falcidiato l'11% del fatturato.

Gli acquisti delle imprese dei servizi sono stati ridotti in misura più che sufficiente per limitare il calo del valore aggiunto a meno di un punto percentuale. 

Il costo del lavoro è aumentato dello 0,5%, quale effetto combinato di una riduzione dei dipendenti di poco inferiore all’1% e un aumento del costo per dipendente dell’1,6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato cresce dal 12,8 al 13%.

Il margine operativo lordo (MOL) viene limato di un decimo di punto, dall’11,4 all’11,3%. In termini assoluti  si assottiglia del 2,5%.


Le imprese dei servizi non sono riuscite tuttavia a ridimensionare gli altri oneri della gestione, che aumentano dell’1,4%. I profitti vengono pertanto decurtati del 6,2%. In rapporto al fatturato passano dal 5,8 al 5,5%.


Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,4 milioni di persone (-0,7% sul 2012), con una media di 3,1 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,7 occupati per azienda) sono il 96,7% del settore, garantiscono il 54% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 35,4% del fatturato complessivo.

Le imprese con oltre 9 addetti (in media  quasi 44 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,3% delle imprese, ma garantiscono il 46% dell’occupazione e realizzano il 64,6% del fatturato del settore.

Il fatturato medio per azienda è di 480 mila di euro. Sale a 9,4 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a meno di 176 mila per le piccole aziende.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole, pari al 26,9%, e scende al 23 tra le grandi.

Il costo del lavoro nelle aziende di servizi meno strutturate si ferma  all’8,2% dei ricavi e sale al 15,7 tra le più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 35.100 euro annui. Nelle piccole il costo del lavoro per dipendente scende a 23.400. 
Infine, l’incidenza del MOL sul fatturato scende dal 7,5 al 7,3% per le imprese più complesse, mentre per le piccole sale dal 18,5 al 18,7%.

lunedì 14 dicembre 2015

Crisi bancaria, le considerazioni della Banca d'Italia

Riporto i passi più interessanti di un intervento alla Camera dei Deputati di Carmelo Barbagallo, capo del dipartimento di Vigilanza bancaria e finanziaria della Banca d'Italia, in merito alla soluzione adottata per la crisi di quattro banche locali.

E' un documento molto interessante, che non richiede molti commenti.

Come è stata affrontata la crisi bancaria a partire dal 2008?



La Banca d'Italia sostiene di aver proposto una soluzione meno traumatica per le quattro banche coinvolte nella crisi, ma incontrò il diniego europeo:


Quindi, pur avendo risolto senza alcun danno per i bilanci pubblici le precedenti crisi bancarie, è stato sufficiente un diniego della Commissione Europea per dare avvio al Bail-in, ossia  all'azzeramento  dei titoli bancari emessi dalle stesse banche oggetto di salvataggio.

Così, mentre alla Germania, per citare un paese a caso, veniva concesso di usufruire effettivamente degli aiuti di Stato per 238 miliardi di euro,  l'Italia avrebbe violato i sacri principi del libero mercato se si fosse fatto ricorso al Fondo Interbancario per un intervento di 3,6 miliardi.


Ma dal 2016 andrà anche peggio, perché una crisi bancaria analoga a quelle delle quattro banche coinvolgerà ...


Un milione di risparmiatori coinvolti per quattro banche che operano a livello locale!

Come si può avere fiducia in un sistema che pensa di risolvere le crisi aggredendo i risparmi? Non si può.


Peraltro, questa storia dei costi delle crisi addossate ai contribuenti non ha alcun fondamento, sia perché - come abbiamo visto - non vi è stato alcun costo sopportato dai bilanci pubblici, sia perché 

La nostra classe politica e dirigenziale ha abdicato alla difesa degli interessi nazionali. Non ha mai "sbattuto i pugni sul tavolo", come amano ripetere, né ha "rovesciato tavoli". Ha accettato supinamente una direttiva europea iniqua e punitiva per l'Italia. 

Come del resto il presidente del consiglio ammette candidamente:

Questa classe politica e dirigente pensa in tal modo di sfuggire alle proprie responsabilità. Ma non fa altro che certificare, se non il tradimento degli interessi nazionali, certamente la propria inettitudine e incapacità.


sabato 12 dicembre 2015

Occupazione (precaria e part time) in aumento, nonostante il Jobs Act

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

In base alle rilevazioni trimestrali dell’Istat, gli occupati sarebbero cresciuti nel corso degli ultimi dodici mesi terminanti a settembre di 247 mila unità, grazie pressoché esclusivamente alla crescita dei dipendenti, dato che i lavoratori autonomi sarebbero aumentati solamente di 5 mila unità.

Dei 242 mila dipendenti in più, sono 60 mila quelli che sarebbero stati assunti a tempo indeterminato e 182 mila quelli con contratti a termine. Quest’ultimi sono ormai quasi il 15% dei dipendenti (il valore più elevato di tutti i tempi, nonostante il tanto decantato Jobs Act).


Inoltre, delle 60 mila assunzioni a tempo indeterminato, ben 80 mila sono part time. Il ché lascia presupporre che circa 20 mila persone abbiano dovuto accettare una riduzione dell’orario di lavoro, se volevano mantenere l’occupazione.


Tra i lavoratori a tempo indeterminato si stima che più di 300 mila siano in cassa integrazione (il 2,1%), in calo rispetto ad un anno prima del 35,8%, ovvero di 170 mila unità.

L’area del lavoro precario estensivamente intesa, ossia quelli con contratto a tempo determinato, i lavoratori part-time  e quelli in cassa integrazione, riguarda più di 5,5 milioni di persone, pari al 32,1% dei dipendenti.

I disoccupati ufficialmente censiti dall’Istat sarebbero diminuiti di quasi 300 mila unità (a 2,7 milioni) e il tasso di disoccupazione sarebbe sceso al 10,6%.

Tuttavia occorre considerare anche coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un’occupazione ma sono disponibili a lavorare, qualora ve ne fosse l’opportunità. Parliamo di altri 3,9 milioni di persone.

Considerando anche i cassintegrati,  il tasso di disoccupazione effettivo arriva al 23,6%. Rispetto ad un anno prima abbiamo una diminuzione di 1,6 punti percentuali. Una buona notizia, ma non si può dimenticare che vi sono comunque 6,9 milioni di persone che non hanno un lavoro e dipendono dal sostegno pubblico o dall’aiuto di parenti e amici.


giovedì 10 dicembre 2015

Settore delle costruzioni, dal 2009 al 2013 sono state cancellate 73.600 imprese e 466 mila posti di lavoro

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Nel 2013 nel settore delle costruzioni sono sparite più di 22.500 imprese e quasi 108 mila posti di lavoro. 

Dal 2009 hanno cessato l'attività più di 73.600 imprese edili. L’occupazione è stata ridotta di 466 mila unità, ovvero di ¼.   

Le imprese sopravvissute sono meno di 550 mila (-3,9% sul 2012) ed occupano poco più di 1,4 milioni di persone (-6,9%). Mediamente sono attività costituite da meno di 3 persone (titolare più due collaboratori).

Pur essendo il 28% più numerose delle imprese industriali  fatturano meno del 15% delle stesse, vale a dire poco più  di 175 miliardi di euro. Rispetto al 2012 le vendite sono scese dell'11%.

Conseguentemente, le spese per i materiali necessari all'attività sono state tagliate dell’11,9%, portando la loro incidenza sul fatturato dal 72,6 al 71,9%.

Ciò nonostante, il valore aggiunto arretra dell’8,7%, sebbene risalga sopra il 28% dei ricavi.

Drastico il taglio del costo del lavoro (quasi 10%), quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti dell’8,9% e un calo del costo per dipendente dello 0,9. A causa della più pesante caduta del fatturato, l’incidenza del costo del lavoro sale dal 16,6  al 16,8%.

Per effetto di tutti questi fattori, il margine operativo lordo (MOL) diminuisce per poco meno del 7%, ma rispetto al fatturato sale di mezzo punto percentuale, all’11,3%.


Modesto è stato il taglio degli altri oneri relativi alla gestione (-2,4%) e il risultato è un nuovo crollo dei profitti lordi (-32,4%) dopo il dimezzamento del 2012. Il ritorno sulle vendite si ferma all’1,2% contro l’1,6 dell’anno precedente.


Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 550 mila imprese di questo settore fatturano 315 mila euro, che scendono sotto i 170 mila per quelle con meno di 9 addetti e salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni (oltre i 50 addetti), in prevalenza orientate verso le grandi opere infrastrutturali,  sfiorano i 30 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media meno di 2 occupati)  sono quasi il 96% ed occupano oltre i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma costituiscono  solamente il 50% del mercato.

Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16-17 persone) sono il 3,6% ed occupano il 23% del personale, con una quota di mercato del 27,4% sul fatturato dell’intero settore.  

Le imprese con oltre 50 addetti (in media 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, garantiscono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano quasi il 21% del mercato delle costruzioni.


Il calo del fatturato è tanto più pesante quanto maggiore è la classe dimensionale: per le piccole i ricavi scendono del 7,7,  per le medie del 12,9 e per le grandi imprese di costruzione  crolla del 16,3%.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato passa dal 12,9 al 23,3% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende a poco più del 18% tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (45.500 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 29.200 euro (il 35,8% in meno delle grandi e il 19% in meno delle medie). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 34.500 euro annui.

mercoledì 9 dicembre 2015

Nel 2013 vincono le (sopravvissute) medie imprese industriali e perdono le grandi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Secondo l’Istat, nel 2013 le imprese industriali (escluse le costruzioni) erano poco meno di 429 mila, il 2% in meno rispetto all’anno prima (e ciò equivale ad una chiusura di 8.680 imprese, che si aggiungono alle 5.784 cancellate nel 2012). Il calo maggiore si è concentrato tra le medie imprese (quelle tra i 20 e  i 250 addetti), per le quali sono venute meno il 3,6% delle aziende. Le grandi imprese (oltre i 250 addetti) che hanno chiuso o sono passate alla dimensione inferiore sono l’1,7%. Hanno  infine cessato l’attività l’1,9% delle piccole aziende (meno di 20 addetti).

Il fatturato è stato nel complesso di oltre 1.184 miliardi, il 3,8% in meno rispetto al 2012. Il calo è stato particolarmente forte tra le grandi imprese (-9,6%), quale risultato di un decremento del fatturato medio dell’8% che si va ad aggiungere alla flessione del numero delle grandi imprese. Le vendite complessive sono diminuite anche per le piccole (-3,5%), ma il fatturato medio si contrae solamente dell’1,6. Quanto alle medie, nonostante siano diminuite di numero (3,6%), il fatturato complessivo cresce del 3,3%, grazie ad un aumento dei ricavi medi per impresa del 7,2%.

Al calo delle vendite ha corrisposto un taglio degli acquisti di materie prime, beni intermedi e servizi necessari alla produzione del 4,4%.

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, aumenta - grazie alla contrazione degli acquisti dei prodotti intermedi - dal 19,9 al 20,4% del fatturato. La maggiore incidenza del valore aggiunto riguarda le piccole imprese (per le quali aumenta dal 25,3 al 26% del fatturato) e le grandi (dal 17 al 17,7%). Cala invece per le medie (dal 21 al 20,8%).

Il costo del lavoro diminuisce dello 0,7%, quale effetto combinato di un calo dei dipendenti del 3% (pari a 46.700 persone) e un aumento del costo per dipendente del 2,2%. Il maggior calo del fatturato rispetto al costo del lavoro accresce l’incidenza di quest'ultimo, dall’11,8 al 12,2%.

Tra le piccole imprese, i dipendenti diminuiscono del 3,9%. Minore è invece il calo tra le medie e le grandi aziende (2,5-2,6%). Quanto al costo del lavoro per dipendente, vi è sostanziale uniformità tra le piccole e le medie (con aumenti tra il 2,7 e il 2,8%), mentre l’aumento per le grandi imprese si ferma all’1,6%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato diminuisce con l’aumento della classe dimensionale: dal 13,9 delle piccole al 10,5 delle grandi.

Il maggior peso del fattore lavoro sul fatturato erode quasi completamente il guadagno che era stato ottenuto sul valore aggiunto e  il margine operativo lordo (MOL) cresce solo di un decimo di punto, all’8,2%. 

Al contrario del costo del lavoro, il MOL è tanto più alto quanto minore è la classe dimensionale. Si passa così dal 12% delle piccole al 7,2 delle grandi.

Il MOL si contrae in termini assoluti per il complesso delle imprese industriali del 2,6% rispetto al 2012. Le aziende non riescono tuttavia ad evitare un aumento degli altri costi e oneri di gestione (+1%), sicché i profitti lordi arretrano del 3,2%, sebbene restino invariati sul fatturato (6,9%) rispetto all'anno precedente.



Struttura e indicatori di competitività

Le 428.970 imprese del settore industriale occupano oltre 4 milioni e 35 mila di persone, con una media di 9,4 addetti per azienda (9,9 nel 2009).

Le imprese fino a 19 addetti (in media meno di 4 occupati per azienda) sono il 92,8% del settore ed occupano il 37,4% delle persone.  Il loro fatturato vale il  17,8% dell'intero settore industriale.

Le imprese tra 20 e 249 addetti (con una media di 51 persone) sono meno del 7%, occupano il 37,3% del personale e fatturano il 39,2% delle vendite complessive del settore. 

Le imprese con oltre 250 addetti (in media 738 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,3%, ma garantiscono più del 25% dell’occupazione e realizzano quasi il 43% del fatturato del settore industriale.


Il fatturato per dipendente delle imprese industriali è mediamente superiore a 339 mila euro (-0,8% sul 2012). Tale rapporto sale a quasi 499 mila per le grandi imprese, mentre scende a meno di 211 mila per le piccole.

Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente ammonta a 29.400 euro (il 43,9% in meno delle grandi e il 29,8% in meno delle medie imprese). Per il settore industriale nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 41.300 euro annui.


Nelle piccole imprese ogni dipendente in media lavora quasi 1668 ore l’anno (lo 0,4% in più che nelle medie e il 3,9% in più che nelle grandi). Per il complesso del settore industriale le ore mediamente lavorate da ogni dipendente sono state quasi 1.650 ore.

Nel complesso, le quote di mercato crescono soprattutto per le medie imprese e ciò le permette di ampliare i margini del 7,3% sul 2012. Le piccole imprese mantengono gli stessi livelli di MOL dell’anno precedente (e lo aumentano rispetto al fatturato),  ma solo grazie ad un drastico calo dei dipendenti (-3,9%). I perdenti del 2013 sono le grandi imprese che, oltre al calo del fatturato, accusano una contrazione dei margini del 12%.

giovedì 3 dicembre 2015

Le inutili lezioni inglesi del duo A&G

Alesina e Giavazzi nell'editoriale di ieri sul Corriere della Sera, sotto il titolo La lezione inglese sulla spesa, scrivono:


Ora sarebbe opportuno che questi signori, che si qualificano come economisti, prima di impartire lezioni (inglesi o meno), diano un'occhiata ai conti pubblici italiani.

Grazie alle assurde politiche definite umoristicamente di austerità espansiva la spesa pubblica italiana è già stata ridotta in termini reali per più dell'1% ed anche in meno dei dieci anni che ci sono portati ad esempio.


Tra il 2009 e il 2014 il totale della spesa è sceso del 2,6%, mentre quella al netto degli interessi di oltre il 3%.

Per quanto riguarda il futuro, il programma del governo Renzi, così come espresso nella Nota di Aggiornamento al DEF prevede questo andamento:


Sicchè è patetico piangere sulla mancata spending review, quanto si ha intenzione di procedere con la mannaia proprio per esaudire le prescrizioni che provengono dagli "economisti austero-espansivi".