venerdì 26 dicembre 2014

I motori della ripresa americana

Il dato finale del terzo trimestre relativo alla crescita del pil americano, pari al 5% in termini annui, ha messo a tacere gli scettici sulla reale consistenza della ripresa economica  al di là dell’Atlantico.

Per chi vive negli Stati Uniti, ove vi sono ancora più di 9 milioni di disoccupati e altri 6 milioni e mezzo di persone disposte a lavorare ma che hanno rinunciato a cercare un’occupazione, la crescita del pil può anche non impressionare: un economista come Paul Krugman può giustamente insistere sulle politiche espansive fin tanto che non verrà assorbito l’output gap.

Tuttavia, dal punto più acuto della crisi, più di 9 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro e ciò ha permesso un aumento del reddito complessivo di oltre 3.250 miliardi di dollari. Più del 90% di questo incremento, ovvero quasi 2.980 miliardi, è stato speso, consentendo una crescita dei volumi produttivi (al netto dell'inflazione) di 1.576 miliardi.


Quali sono stati i motori della ripresa americana?

A prima vista, il merito va dato ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. I consumi sono aumentati in termini reali di quasi 1.200 miliardi. Vale a dire che i ¾ dell’aumento della domanda effettiva sono attribuibili ai consumi. Gli investimenti contano per il 40%. Mentre negativi sono stati gli apporti della domanda pubblica e degli scambi con l’estero.


La domanda pubblica è diventata restrittiva a partire dalla fine del 2010. Ma nel 2009, con un deficit prossimo al 10% del pil, aveva contribuito a fermare una caduta che sembrava inarrestabile. Nel 2010 il deficit fu ridotto all’8,9% e all’8,6 nel 2011. Quest’anno sarà solamente del 2,8%.


Merito della ripresa va quindi attribuito anche al settore pubblico. Merito dell’Amministrazione Obama è di aver tirato le redini del bilancio gradualmente.

Chi parla di crescita ma dice che occorre rispettare il vincolo del 3% non fa altro che perpetuare la recessione, come il caso italiano ben dimostra (-8,6% il pil dal 2007).

Un altro motore della crescita è stata la politica monetaria. I famosi QE (quantitative easing) non solo hanno salvato il sistema finanziario americano, ma hanno sostenuto la scalata ai 2000 punti dello S&P. In parte ne hanno beneficiato anche le famiglie, la cui ricchezza finanziaria è cresciuta in termini reali del 31,6% rispetto al secondo trimestre del 2009. Ciò si è riflesso sul clima di fiducia, tanto che i consumi sono aumentati più dei redditi reali, sostenuti da un ritorno all’indebitamento, soprattutto a partire dal 2013.


Gli investimenti più che essere il motore della ripresa sono stati l’acceleratore, ma solo dopo che la domanda era ripartita. Il loro ruolo rimane marginale fino alla fine del 2011. Solo dopo il loro contributo raggiunge il 50% dell’apporto dei consumi.

La scintilla fu quindi innescata dalla crescita dei redditi reali per occupato e quando questa incominciò ad affievolirsi nel 2011 il testimone era già stato preso dalla crescita degli occupati indotti dalla domanda.


La ripresa americana è quindi il frutto di diversi fattori: un massiccio intervento pubblico a sostegno dell’economia e dei redditi delle famiglie, che ha permesso di arrestare prima il declino e poi rilanciare la domanda, coadiuvata da una politica monetaria che ha infuso fiducia e sicurezza. Avviato il motore della ripresa, tutto ha cominciato a girare per il verso giusto e ad un fattore se ne affiancava un altro che rafforzava e rinvigoriva il ciclo: il sostegno dei redditi attraverso la spesa pubblica veniva ampliato dall’aumento degli occupati i quali portavano ad una ripresa degli investimenti. Il tutto in un clima di ritrovata fiducia, indotta da una politica monetaria accomodante che permetteva non solo alle famiglie di guardare con più ottimismo al futuro, ma consentiva alle imprese di ampliare i profitti.


Dal prossimo anno la FED dovrebbe iniziare a tirare le redini della politica monetaria.  L’impressione che il settore finanziario sia salito troppo giustificherebbe un aumento dei tassi.  Bisognerà però vedere se, dopo aver tolto la stampella dell’intervento pubblico, il sistema si reggerà in piedi anche senza la stampella della politica monetaria.

Se così non fosse, Krugman avrà avuto ragione nel mettere in guardia dall’eccessiva fretta di porre fine ai QE, quando il rischio di una caduta è ancora troppo forte rispetto al rischio di una ripresa dell’inflazione.

Ciò che Krugman non considera è che non è detto che si voglia raggiungere a tutti i costi la piena occupazione, poiché per il sistema capitalistico è bene che vi sia sempre ... un esercito industriale di riserva.

mercoledì 17 dicembre 2014

Le imprese estere presenti in Italia nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

L'Istat calcola che  nel 2012 le imprese  a controllo estero presenti sul territorio nazionale fossero 13.328.  Meno di 9.600 operavano nei servizi e oltre 3.700 nell’industria. Rispetto al 2011 sono diminuite del 1,5%, ma il calo si concentra nel settore dei servizi (-2,6), mentre sono aumentate dell'1,7 nell’industria.

L’occupazione in tal modo offerta coinvolgeva poco meno di un milione e duecentomila persone, in calo rispetto al 2011 dello 0,6%. Anche in tal caso la flessione avviene nel settore dei servizi, ove l’occupazione scende dell’1,3%, mentre aumenta dello 0,5 nell’industria.


Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2007. Rispetto ad allora il 7,5% delle imprese a controllo estero ha lasciato il nostro paese, con conseguente calo del 6% dell’occupazione.


Le multinazionali pur essendo solo lo 0,3% delle imprese residenti in Italia, assicurano il 7,1% dell’occupazione e generano il 16,6% del fatturato complessivamente prodotto dalle imprese presenti sul territorio nazionale. 

La quota del valore aggiunto tra il 2007 e il 2011 passa dal 12 al 13,5% (era meno dell’11 nel 2005).

Le spese in Ricerca & Sviluppo sono il 23,6% di quelle realizzate in Italia dal totale delle imprese.


Sono imprese che mediamente occupano 77 persone se operano nei servizi contro i 3 della media nazionale (e i 43 se ci si limita alle aziende di servizi con più di nove addetti). L’occupazione media delle imprese estere operanti nell’industria è di 120 contro i 6 della media nazionale e i 37 delle imprese con più di nove addetti.

I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano oltre l’80% delle imprese estere e l’85% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Francia (18,6%) e la Germania (13,1).

I paesi che nel 2012 hanno ridotto maggiormente la loro presenza in Italia sono l’Austria (-6,7% delle imprese con un calo occupazionale del 22,4%), la Germania (-3,7 le imprese e -1,5 i dipendenti) e la Svizzera (-3,1 e -2,1 rispettivamente).

Rafforza invece la propria presenza la Spagna (+9,5%  di imprese in più), senza che tuttavia si abbia un beneficio per l’occupazione, che crolla del 9,5% rispetto ad un anno prima.  Le imprese giapponesi  aumentano del 7,9% e l’occupazione fa un balzo di oltre il 20%. Quelle francesi crescono del 3,5% e l’occupazione del 3,3.

Si tenga tuttavia conto che le acquisizioni da parte di operatori esteri di imprese italiane comporta statisticamente l’attribuzione al nuovo paese dell’occupazione connessa alle imprese acquisite e che non necessariamente gli aumenti segnalati corrispondono ad effettivi incrementi occupazionali.


martedì 16 dicembre 2014

Ripartizione delle attività finanziarie delle famiglie presso il sistema bancario

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Avvertenza: il seguente grafico cumula i depositi con i c/Titoli entrambi fino a 50 mila euro e così via per le altre classi di intervallo. 

In altri termini, tra depositi e c/Titoli la soglia effettiva giunge a 100 mila euro e analogamente raddoppia per le altre soglie.

E' ovvio che questa classificazione è meramente rappresentativa, poiché ad esempio si può dare il caso che un cliente abbia un deposito fino a 50 mila euro e un c/Titoli superiore a 250 mila. 

E' inoltre evidente che se lo stesso cliente intrattiene più rapporti bancari i suoi valori vengono necessariamente considerati singolarmente dalle statistiche della Banca d'Italia.


Tali valori sono stati ottenuti partendo dai seguenti grafici:


lunedì 15 dicembre 2014

Costo del lavoro all'estero delle multinazionali italiane nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2012, solo lo 0,5% delle imprese italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente al 10,5% di quella presente sul territorio nazionale, L'incidenza del fatturato estero su quello realizzato in Italia è del 18%.

Tra le aziende manifatturiere, quelle con stabilimenti all’estero erano l’1,5% di quelle censite  in Italia e garantivano l’occupazione ad un numero di persone equivalente al 21,7% degli addetti nazionali. Il fatturato delle filiali estere era il 23,5% di quello realizzato sul territorio nazionale.

Il numero delle imprese che hanno attività e stabilimenti all’estero è di fatto rimasto invariato rispetto al 2011, quale risultato di un calo delle imprese dei servizi non finanziari (-0,7%) e delle imprese manifatturiere (-0,2) ampiamente compensati da un aumento delle  imprese delle costruzioni (+10,4%) e dall’espansione delle società finanziarie (+9,5%).

Nonostante il calo delle aziende manifatturiere all’estero, i dipendenti sono cresciuti del 3,2%, innalzando la dimensione media da  125 a 130 dipendenti.

Anche il settore dei servizi non finanziari accresce l’occupazione all’estero (+7%). La dimensione media passa da 42 a 45 addetti.

Con l’aumento delle imprese di costruzioni operanti all’estero cresce anche l’occupazione, del 10,9%. La dimensione media rimane invariata a  79 dipendenti.

Il settore finanziario, nonostante la forte espansione delle filiali all’estero, ha ridotto l’occupazione del 5,2%, riducendo la dimensione media delle rappresentanze estere da  157 a 136  addetti.

Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 3,3%, elevando la dimensione media delle filiali da 78 a 80 addetti.


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane all’estero

Quindici paesi accolgono il 72,8% delle filiali estere delle imprese manifatturiere italiane  (un punto in meno rispetto al 2011), dando lavoro ad oltre il 79% degli occupati stranieri impegnati in questo settore. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  stato mediamente di 28 mila euro (+6,4%). In Italia, nel 2012, il costo del lavoro per dipendente era di 39.570 euro (il 40% in più della media dei principali 15 paesi esteri).   

Tra i quindici paesi in cui si sono insediate le aziende manifatturiere vi è la Cina, che accoglie l’8% delle aziende italiane all’estero e il 9% dei dipendenti, grazie ad un costo del lavoro per addetto annuo inferiore ai 6 mila e cinquecento euro.

Segue l’India (il 2,6% delle filiali estere con il 2,7% dell’occupazione), ove il costo del lavoro è di poco superiore a quello cinese.

La Romania accoglie il 16,6% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero, ma solo il 9,4% dell’occupazione, con una dimensione media di 74 addetti per azienda. Il costo del lavoro per dipendente è di 7 mila euro l'anno.

Dieci dei 15 paesi più importanti hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano quasi il 44% delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro a poco meno della metà  di coloro che sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso se confrontato con quello della Francia (56.800 euro), con gli Stati Uniti (50.850 euro), con il Regno Unito (50.700) e con la Germania (49.500).  Infine anche il costo del lavoro  spagnolo (42.450) è di oltre il 7% superiore a quello pagato in media in Italia dalle aziende manifatturiere.


martedì 2 dicembre 2014

Profitti in calo per le imprese dei servizi nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


I bilanci

Nel 2012, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in aumento dello 0,4% su un anno prima. Il fatturato è stato di 1.614  miliardi, in linea con quello dell’anno precedente (+0,1%).

Gli acquisti sono aumentati più di quanto è stato fatturato per i servizi espletati, assorbendo il 75,8% dei ricavi (74,4% nel 2011).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, diminuisce del 5,3% rispetto all'anno precedente, ed equivale al 24,2% del fatturato.

Il costo del lavoro aumenta dello 0,4%, quale effetto combinato di un allargamento della base occupazionale del 2,2% e un calo del costo per dipendente dell’1,9. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato rimane invariata rispetto all’anno prima al 12,8%.

Il margine operativo lordo (MOL) si riduce a causa del maggior peso degli acquisti dei beni intermedi necessari per espletare i servizi, dal 12,9 all’11,4%, con un calo in termini assoluti che sfiora l’11%.


Ridimensionare gli altri oneri della gestione (-4,7%) non è stato sufficiente a compensare il calo dei margini. I profitti si contraggono infatti di oltre il 16%. In rapporto al fatturato passano da meno del 7% al 5,8%.



Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,4 milioni di persone (+0,5% sul 2011), con una media di 3,1 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,8 occupati per azienda) sono il 96,7% del settore, garantiscono il 54% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 36% del fatturato complessivo.

Le imprese con oltre 9 addetti (in media  43 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,3% delle imprese, ma garantiscono il 46% dell’occupazione e realizzano il 64% del fatturato del settore.

Il fatturato medio per azienda è di 483 mila di euro (-0,3% sul 2011). Sale a 9,3 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a poco più di 180 mila per le piccole aziende o le ditte individuali.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese, pari al 26,5%, e scende al 23 tra le grandi.
Il costo del lavoro nelle piccole aziende di servizi si ferma  all’8% dei ricavi e sale al 15,5 tra quelle più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 34.700 euro annui (nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 22.900). Per il settore nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco superiore ai 31 mila euro.


L’eterogeneità dei servizi (dal commercio al minuto alle catene distributive, dagli avvocati e i notai a tutti coloro che esercitano un’attività individuale,  dal sistema bancario e finanziario alle grandi aziende di telecomunicazione o della sanità privata, ecc.) rende difficile esprimere valutazioni significativamente coerenti.

lunedì 1 dicembre 2014

Bilanci 2012 imprese costruzioni: solo quelle medie reggono alla crisi (ma non i loro dipendenti)

Fonte: Istat

I bilanci

Nel 2012 sono sparite più di 18.100 imprese del settore delle costruzioni, cancellando circa 105 mila posti di lavoro. Le imprese sopravvissute sono poco più di 572 mila (-3,1% sul 2011) ed occupano poco più di 1 milione e mezzo di persone (-6,4%). Mediamente sono attività portate avanti da meno di 3 persone (titolare più due collaboratori).

Le vendite sono scese del 3,2%. Pur essendo il 30% più numerose delle imprese industriali  fatturano solo il 16% delle stesse, vale a dire meno  di 195 miliardi di euro. 

Nonostante il calo dell’attività, le imprese delle costruzioni non hanno contenuto in maniera corrispondente le spese per i materiali necessari alla loro attività (solo -0,9%), L'incidenza degli acquisti sul fatturato passa così dal 71 al 72,6%.

Il valore aggiunto si contrae drasticamente (-8,6%), commisurandosi al 27,4% delle vendite, contro il 29% del 2011 e il 32,6 del 2009.

Il costo del lavoro è sceso dell’1,2%, quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti di poco inferiore al 6% e un aumento del costo per dipendente del 4,8%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato sale dal 16,3  al 16,6%.

Per effetto di tutti questi fattori, ovvero il calo delle vendite non compensato dalla razionalizzazione degli acquisti  e l’aumento del costo del lavoro (nonostante il taglio occupazionale), il margine operativo lordo (MOL) crolla del 18%. In rapporto al fatturato scende dal 12,8 al 10,8%.

Modesto è stato anche il taglio degli altri oneri relativi alla gestione (-2,2%) e il risultato è un dimezzamento dei profitti lordi (-57,6%). Il ritorno sulle vendite si ferma all’1,6% contro il 3,6 dell’anno precedente.



Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 572 mila imprese di questo settore fatturano poco più di 340 mila euro, che scendono sotto i 177 mila per quelle con meno di 9 addetti e salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni (oltre i 50 addetti), in prevalenza orientate verso le grandi opere infrastrutturali,  sfiorano i 33 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 2 occupati)  sono quasi il 96% ed occupano i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma in termini di fatturato costituiscono solamente il 50% del mercato.

Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16-17 persone) sono meno del 4% ed occupano 1/4 del personale, con una quota di mercato del 28%.

Le imprese con oltre 50 addetti (in media meno di 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, garantiscono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano oltre 1/5 del mercato delle costruzioni.


Se il fatturato nel 2012 scende sia per le piccole (-2,4) che per le medie imprese edili (-2,3), decisamente più pesante è la flessione per le grandi imprese, -5,8%.

Il valore aggiunto si salva solo tra le medie imprese (dal 29,1 al 29% del fatturato), grazie ad un calo del valore degli acquisti (-2,1) sostanzialmente in linea con le vendite. 

Tra le piccole, il calo del fatturato non si riflette sugli acquisti, che aumentano dell’1,1%. Ne risente il valore aggiunto, che scende di oltre il 10%. 

Tra le grandi, infine, il valore degli acquisti cala (-3,8%) ma non in misura corrispondente alla pesante flessione delle vendite. Il valore aggiunto crolla del 12% e scende sotto il 23% del fatturato.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato raddoppia dal 12,8 al 22,5% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende a meno del 18% tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (50 mila euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a meno di 29 mila euro (il 42,4% in meno delle grandi e il 19% in meno delle medie). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco inferiore a 35 mila euro annui.

Sia le medie che le grandi imprese sono riuscite a ridurre il costo complessivo del lavoro (rispettivamente del 3,6 e del 2,8%) solo mediante lo sfoltimento del personale (-9% le medie  e -7,7  le grandi). Il costo del lavoro aumenta invece per le piccole, del 2,3%, nonostante il licenziamento del 2,8% dei dipendenti.

Il MOL delle piccole imprese edili, colpito sia dalla flessione delle vendite che dall’aumento dei costi, crolla del 18,6% e scende a meno del 16% del fatturato (18,9 nel 2011).  

Le imprese di medie dimensioni riescono a salvare il mol sia in termini assoluti (+0,1) sia in rapporto al fatturato (dal 6,4 al 6,5%), grazie soprattutto al drastico calo occupazionale.

Le grandi imprese, infine, non riescono a far fronte al forte calo delle vendite, né tagliando gli acquisti né mediante la riduzione degli occupati. Il Mol crolla di oltre 1/3 rispetto al 2011 e scende dal 7,2 al 5,1%  del fatturato.


Nel complesso solo le medie imprese riescono a difendersi dalla crisi, ma solo trasferendola totalmente sull’occupazione. 

Le grandi imprese, nonostante i tagli all’occupazione, non reggono alla bufera che coinvolge il settore (secondo i dati di contabilità nazionale gli investimenti in costruzioni sono scesi nel 2012 del 6,8% in termini reali) e segnano le maggiori perdite sia in termini di vendite che di margini.

Quanto alle piccole, il cui valore annuo della produzione equivale all’incirca alla costruzione di una villetta, soffrono una gestione approssimativa della loro attività e non potendo rinunciare all’unico eventuale collaboratore, si vedono ridurre i margini. Quelle che non hanno retto alla crisi sono oltre 15 mila a cui si aggiungono circa 25 mila finti “imprenditori edili”, ossia collaboratori subordinati che lavorano con partita iva, che non hanno più trovato lavoro.