domenica 30 novembre 2014

Non è questione di politiche economiche sbagliate.

Non vi fidate di Bagnai? Crederete allora a Mario Draghi. E cosa dice il presidente della BCE?

In un discorso tenuto all’Università di Helsinki ha sostenuto che non solo con l’unione monetaria i paesi hanno rinunciato alla sovranità monetaria, ma che affinché l’unione abbia successo, e sia quindi irreversibile, è necessario che i paesi più lenti nel realizzare gli aggiustamenti richiesti cedano anche la sovranità politica, che questa sia cioè esercitata congiuntamente agli organismi comunitari.
Il ragionamento sottostante è molto semplice: 
se vi sono parti dell’area dell’euro che si trovano in condizioni peggiori partecipando all’unione, potrebbe sorgere il dubbio che alla fine si ritrovino a doverla lasciare. E se un paese può potenzialmente uscire dall’unione monetaria si crea un precedente ripetibile per tutti gli altri. Questa situazione a sua volta minerebbe la fungibilità della moneta, in quanto i depositi bancari e gli altri contratti finanziari in un qualsiasi paese sarebbero soggetti al rischio di ridenominazione.
Poiché, però, agli stati membri è stata sottratta la possibilità di procedere mediante aggiustamenti del tasso di cambio, si dovranno utilizzare altri canali per far sì che gli squilibri all'interno dell'unione siano quantomeno attenutati. Quali? I trasferimenti dalle regioni in crescita a quelli che soffrono uno shock recessivo? No. Anche questo strumento non è previsto dall’unione monetaria (non siamo gli Stati Uniti).

Draghi è inoltre convinto che nemmeno la migrazione all’interno dell’area euro sia in grado di alleviare le differenze tra le diverse regioni, a causa delle barriere culturali che si frappongono fra i vari paesi.

E allora come potrebbe avvenire l’aggiustamento degli squilibri? Ma è semplice, mediante l’adeguamento dei prezzi e dei salari. I paesi 
devono (…) essere sufficientemente flessibili da reagire con rapidità agli shock a breve termine, anche attraverso l’aggiustamento salariale o la riallocazione di risorse tra settori.
Vuol forse dire che, ad esempio, la Germania deve aumentare i livelli salariali e aumentare i prezzi dei propri prodotti, divenuti eccessivamente competitivi, per adeguarsi quantomeno alla media dell’Unione? Certamente no. Non si può chiedere ad un paese di diventare meno competitivo. Saranno gli altri che dovranno ridurre i prezzi e i salari.

Ed ecco quindi le tanto acclamate "riforme strutturali", mai ben definite, ma chiare a tutti: occorre che i salari siano flessibili (ovviamente verso il basso) e se vi sono degli ostacoli (legislativi, sindacali od altro) andranno rimossi con gli opportuni interventi.

Pertanto, 
i paesi dell’area dell’euro non possono disinteressarsi del fatto che gli altri affrontino o meno le proprie sfide sul fronte delle riforme né del modo in cui lo fanno. Il loro stesso benessere dipende in ultima analisi dalla condizione che ciascun paese crei i presupposti per prosperare in seno all’unione. Vi sono perciò ottime ragioni perché la sovranità sulle politiche economiche pertinenti sia esercitata in maniera congiunta. 
In nome dell’euro, questo nuovo totem, verso cui tutti devono rivolgere i pensieri, parole ed opere, dovremo rinunciare ad ulteriori gradi di sovranità, indotti se è il caso da interventi extra-nazionali.

In altre parole, secondo il presidente della BCE, le riforme strutturali – ovvero la rimozione delle barriere (anche sindacali?) che ostacolano la discesa dei salari nominali e reali – dovrebbero essere imposte anche con il sollecito condizionamento degli altri stati membri, qualora gli organismi legislativi nazionali non si adoperino con “rapidità” ad introdurle.

Non è quindi questione di politiche economiche sbagliate o di divergenze macroeconomiche. Ciò che Draghi chiede è essenziale per la sopravvivenza della stessa unione monetaria e dell'euro. E' uno dei requisiti essenziali, senza il quale la moneta comune potrebbe dissolversi.
L’euro è – e deve essere – irrevocabile in tutti gli Stati membri che l’hanno adottato, non solo perché è scritto nei trattati, ma perché senza irrevocabilità non può esistere una moneta realmente unica.
E l’Unione, per essere irrevocabile, deve avere paesi il più possibile omogenei nei livelli e nel ciclo  economico. E se per ottenere questo risultato occorre cambiare gli assetti democratici vigenti, ben venga.

Si dirà: ma è fatto a fin di bene; per migliorare il tenore di vita; per adeguarlo ai paesi più avanzati dell’unione.

Davvero? Portare i redditi degli italiani al livello dei rumeni o dei polacchi migliora forse il tenore di vita? Ci adegua alla Germania?

L’euro, con questi presupposti, difficilmente sarà irreversibile.

sabato 29 novembre 2014

Bilanci 2012 delle imprese industriali: reggono le grandi, male le medie e moria delle piccole

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Secondo l’Istat, nel 2012 le imprese industriali (escluse le costruzioni) erano 437.650 (-1,3% sul 2011) ed hanno conseguito un fatturato complessivo di oltre 1.230 miliardi di euro (+3,4%).

Gli acquisti di materie prime e dei servizi intermedi per l’attività produttiva sono parallelamente aumentati del 4,8%, assorbendo oltre l’80% delle vendite (79% nel 2011).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, è pertanto sceso dal 21 a meno del 20% del fatturato.

Il costo del lavoro è diminuito dell’1,2%, quale effetto combinato di un calo dei dipendenti dell’1,3% e un aumento del costo per dipendente dello 0,1%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 12,4 all’11,8%.

Nonostante il minor peso del fattore lavoro, il margine operativo lordo (MOL) scende dall’8,6 all’8,1% del fatturato per l’aumento della quota dei beni intermedi utilizzati nella produzione che si è riflesso sul  valore aggiunto per oltre un punto percentuale. In termini assoluti il Mol scende del 2,5% sul 2011.

Il calo del Mol ha indotto le imprese a tagliare gli altri oneri relativi alla gestione del 5,6%, ma non è stato sufficiente ad evitare un calo dei  profitti dell’1,9%. Il ritorno sulle vendite passa dal 7,3 al 6,9%.


Struttura e indicatori di competitività

Le 437.650 imprese del settore industriale occupano oltre 4 milioni e 150 mila di persone (-1,9% sul 2011), con una media di 9,5 addetti per azienda.

Le imprese fino a 19 addetti (in media meno di 4 occupati per azienda) sono il 92,7% del settore ed occupano il 37,6% delle persone.  Il loro fatturato vale il  17,8% delle vendite complessive.

Le imprese tra 20 e 249 addetti (con una media di 50 persone) sono il 7%, occupano il 37,2% del personale e fatturano il 36,5% delle vendite complessive. 

Le imprese con oltre 250 addetti (in media quasi 744 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,3%, ma garantiscono oltre il 25% dell’occupazione e realizzano il 45,7% del fatturato del settore industriale.


Il fatturato per dipendente delle imprese industriali è mediamente superiore a 342 mila euro (+4,8% sul 2011). Tale rapporto sale a quasi 538 mila per le grandi imprese, mentre scende a 210 mila per le piccole.

Il fatturato delle piccole imprese aumenta del 4,8% e del 6% tra le grandi. Le medie imprese, quelle da 20 a 249 addetti, vedono invece rimanere sostanzialmente invariate le vendite (-0,2% sul 2011).

L’incidenza del valore aggiunto è più elevata tra le piccole imprese (25,3%) e scende al 21 tra le medie e al 17 tra le grandi. 

La debolezza delle vendite tra le medie imprese si è riflessa sul valore aggiunto che scende del 5,3% rispetto al 2011. Non va meglio alle grandi, ove l’aumento del fatturato si accompagna ad  un aumento  dei beni intermedi, lasciando di fatto invariato il valore aggiunto in termini assoluti rispetto all’anno precedente (-0,1%). Migliore (rispetto alle medie e alle grandi) è l’efficienza produttiva delle piccole imprese, ove il valore aggiunto riesce a crescere del 2%.

Il costo del lavoro è diventato più pesante tra le medie imprese (13,7%) che tra quelle piccole (13,6) , mentre tra le grandi scende al 9,6% del fatturato, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (51.600 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 28.600 euro (il 44,6% in meno delle grandi e il 30% in meno delle medie imprese). Per il settore industriale nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 40.400 euro annui.


Sono state quasi 1.690 le ore mediamente lavorate da ogni dipendente delle piccole imprese (l’1,6% in più delle medie e il 5,8% in più delle grandi). 

Per il complesso del settore industriale le ore mediamente lavorate sono state quasi 1.650 per dipendente.

Nel 2012, gli investimenti delle piccole imprese sono stati pari al 3,3% del fatturato, come per le grandi, e il 2,7% delle medie, sebbene in termini assoluti le piccole spendano solo 7.200 euro per addetto contro i 12 mila delle medie e i 18.650 delle grandi. 

Gli investimenti delle piccole imprese contano per meno di un quinto degli investimenti complessivi del settore industriale, mentre per le grandi la quota rasenta il 50% di quelli complessivi.

Nel complesso, le grandi imprese riescono ad arrotondare le quote di mercato senza sacrificare eccessivamente i margini (-0,5% il mol), sebbene non abbiano esitato a ridurre i dipendenti di oltre un punto percentuale.

Le medie imprese non hanno retto alla crisi (il pil nel 2012 è sceso del 2,3%). Accusano un calo delle quote di mercato e un forte calo dei margini (oltre il 10%), nonostante la drastica riduzione degli organici (-1,9%).

Meglio, relativamente parlando, è andata alle piccole imprese, che riescono a tenere la concorrenza e a salvaguardare i margini, riducendo i dipendenti solamente dello 0,6%. Tuttavia questi dati si riferiscono inevitabilmente a quelle che sono sopravvissute alla crisi, dato che oltre 28 mila piccoli imprenditori o artigiani (ovvero il 5,2%) hanno dovuto chiudere l’attività.

venerdì 28 novembre 2014

Ad ottobre la disoccupazione supera il 13% (quella vera è oltre il 25%)

Fonte: Istat (1) (2) ed Eurostat


Nel terzo trimestre di quest'anno vi sono stati 124 mila occupati in più rispetto allo stesso periodo del 2013. L'aumento è concentrato  tra i lavoratori dipendenti (+172 mila), mentre sono 48 mila i lavoratori autonomi che hanno abbandonato l'attività.

E' il settore industriale che fornisce il maggior incremento occupazionale, assumendo 126 mila dipendenti. Hanno invece abbandonato l'attività 23 mila piccoli imprenditori.

Positivo l'apporto dei servizi, che nell'ultimo anno assumono 110 mila dipendenti. Tuttavia sono ben 44 mila i lavoratori autonomi che hanno deciso di porre termine alla loro esperienza professionale.

In modesto progresso è il settore agricolo, che si avvale di 14 mila nuovi imprenditori agricoli, mentre l'occupazione alle dipendenze diminuisce di un migliaio di unità.

Infine il settore delle costruzioni, che perde 63 mila dipendenti, mentre si aggiungono 3 mila nuovi imprenditori edili.

Dei 172 mila dipendenti in più rispetto ad un anno fa, oltre 250 mila sono precari o part time. I dipendenti full time a tempo indeterminato sono così privilegiati che ben 80 mila di loro non hanno più un lavoro. 

I lavoratori precari (ovvero a tempo determinato) sono aumentati di oltre 150 mila unità e rappresentano il 14,2% dei dipendenti (13,4 nel terzo trimestre 2013). Se si tiene conto anche di chi lavora part time con un contratto a tempo indeterminato la percentuale sale al 29,3% dei dipendenti.



I dipendenti in  cassa integrazione sono diminuiti del 9,2% rispetto ad un anno fa, a 513 mila, pari al 3,5% dei dipendenti a tempo indeterminato.

I disoccupati sono 3 milioni, in crescita del 5,8% rispetto ad un anno prima. Il tasso di disoccupazione del terzo trimestre è all'11,8%. Tuttavia se si tiene conto di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione, ma sono disponibili a lavorare (ovvero quasi 4 milioni di sfiduciati), nonché i cassintegrati, la disoccupazione effettiva raggiunge il 25,3% e coinvolge 7 milioni e mezzo di persone.





Al netto degli effetti stagionali, la disoccupazione ufficiale ad ottobre ha superato la soglia del 13%,  con quella giovanile (che coinvolge oltre 700 mila ragazzi) abbondantemente sopra il 43%.


Nella zona euro, la Grecia ha un tasso di disoccupazione (ufficiale) di poco inferiore al 26% (ad agosto). La Spagna è al 24 e la Francia al 10,5% (entrambe a ottobre). La Germania ha tagliato verso il basso la barriera del 5%.


Nel complesso della zona euro, la disoccupazione è all'11,5% e riguarda 18,4 milioni di persone, di  cui 3,4 milioni sono giovani con meno di 25 anni. 

Negli Stati Uniti, il mese scorso la disoccupazione era al 5,8%.


domenica 16 novembre 2014

Il circolo vizioso della svalutazione fiscale

Fabrizio Galimberti, su Plus (l’inserto finanziario de “Il Sole 24 Ore”), riprende uno studio del Fmi in base al quale si propugna la svalutazione fiscale in alternativa alla svalutazione dei redditi da lavoro.

Non si tratta affatto di avviare una concorrenza tra sistemi fiscali europei, anche perché porrebbe seri problemi sulla tenuta dei conti (tanto cara alla Commissione Europea) o sulla tenuta politica e sociale dei paesi che avviassero corrispondenti tagli alla spesa in misura tale da compromettere definitivamente i servizi pubblici, alimentando malcontento tra i ceti più poveri della popolazione, già martoriati dalla crisi.

L’idea contempla invece la possibilità di ridurre il costo (fiscale) del lavoro recuperando il gettito mediante l’aumento dell’iva.

Diminuendo i contributi sociali e finanziando la perdita di gettito con un aumento dell’iva (che non è pagata dall’export) si riduce il costo del lavoro.

E’ ciò che il governo italiano ha fatto in questi anni con la riduzione degli oneri sociali a favore delle imprese, ma aumentando contemporaneamente le accise e le aliquote iva.

Con il governo Renzi la musica non è cambiata: si vuole ridurre l’Irap sul costo del lavoro, ma si provvederà ad aumentare l’iva al 25% nei prossimi anni, quale “clausola di salvaguardia” per tenere i conti “in ordine”.

Peccato che le esportazioni contino per meno del 30% del pil, per cui il beneficio – al di là di ogni altra considerazione sull’efficacia o meno di simili misure sulle capacità competitive delle imprese – appare alquanto limitato e per converso l’aggravio fiscale sul mercato interno intacchi i redditi delle famiglie e quindi i consumi.

Il calo del potere d’acquisto, oltre a comprimere la domanda interna (che costituisce il principale mercato di sbocco delle imprese italiane), riduce anche il gettito fiscale complessivo e compromette quella compensazione tanto auspicata e voluta dai sostenitori delle politiche di austerità.

La “svalutazione fiscale” in Italia alla fine non ha avuto altro effetto che comprimere la domanda interna e generare buchi di bilancio, che hanno richiesto altre misure restrittive, che andavano ad ampliare la recessione.

Ciò nonostante non sembra che si voglia uscire da questo circolo vizioso o, più precisamente, da questo apparentemente geniale stratagemma che si è rivelato solo folle.

venerdì 14 novembre 2014

Pil Italia -9,4% dal primo trimestre del 2008

Fonte: Istat, Eurostat

Il pil in Italia è sceso nel terzo trimestre dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dello 0,4 sullo stesso periodo del 2013. 

Se le attuali previsioni, antecedenti al calo appena annunciato, verranno confermate a -0,3% per l'intero 2014, nel trimestre in corso si dovrebbe registrare un lieve aumento dello 0,1 sul trimestre appena concluso e un calo dello 0,2% sull'ultimo quarto del 2013.



Nella zona euro il pil è aumentato dello 0,2% sul secondo trimestre e dello 0,8 sul terzo trimestre dell'anno scorso.

Anche in tal caso se le attuali previsioni per il 2014 dovessero essere confermate (+0,8) nel trimestre in corso si dovrebbe registrare un nuovo amento dello 0,2 sul trimestre appena concluso, ma solo dello 0,6 sulla fine del 2013.



Rispetto all'inizio della crisi, l'Italia ha perso il 9,4% del pil, contro il 2,2 della zona euro.

Impietoso il confronto con gli Stati Uniti, dove il pil è cresciuto dal primo trimestre del 2008 dell'8,5%.

lunedì 10 novembre 2014

Prestiti bancari -2,3%; Sofferenze +22,4 in un anno

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

A settembre i prestiti al settore privato erano il 2,3% inferiori rispetto a dodici mesi prima. Il calo è stato particolarmente accentuato per il settore produttivo non finanziario (-3%); più contenuto tra le famiglie (-0,8). 


Secondo l’ultimo sondaggio di Banca d’Italia il calo dei prestiti è attribuibile – per il settore delle imprese – al lato della domanda, sebbene si sia in presenza di un restringimento dei criteri di concessione dei prestiti rispetto al trimestre precedente, soprattutto per le piccole medie imprese.

Ciò è confermato dallo spread tra i tassi sui prestiti alle imprese e i BTP a dieci anni, che aumenta tra il secondo e il terzo trimestre da 104 a 124 punti base.


Molto più contenuto lo spread calcolato sui mutui rispetto ad un BTP decennale (poco oltre i ¾ di punto, sebbene anch’esso sia cresciuto rispetto ai 52 punti base del trimestre precedente) e ciò può aver indotto, secondo il sistema bancario, un certo risveglio della domanda di finanziamenti da parte delle famiglie.


Ma al di là delle impressioni espresse dagli operatori bancari, l’irrigidimento dell’offerta di prestiti deriva dal forte aumento delle sofferenze sui crediti, ormai superiori ai 176 miliardi, ovvero di poco inferiori all’11% del pil e in aumento su dodici mesi prima del 22,4%.

A loro volta, le sofferenze sono strettamente connesse alle difficoltà che attraversa il sistema economico. Il tasso di disoccupazione, oggi pari al 12,6%, è un buon anticipatore del livello che sarà raggiunto dai crediti problematici tra circa 12 mesi, esprimendo sia le difficoltà delle famiglie che delle imprese (nel senso che per quest’ultime il tasso di disoccupazione può essere letto come l’incapacità di crescere e svilupparsi).


Le situazione più critica si riscontra tra le ditte familiari, ove  il 15,6% dei prestiti è di dubbia esigibilità. Non molto distante è il rapporto tra le SNF (15,4%). Quanto alle famiglie, il valore dei crediti deteriorati è al 6,7%.


Rispetto ai settori produttivi,  più del 23% dei prestiti concessi al settore delle costruzioni  è problematico. Peraltro, questo settore è esposto per il 210% del valore aggiunto annuo (vale a dire che mediamente è stata finanziata la produzione di oltre due anni).

Nell’'industria in senso stretto è praticamente finanziata la produzione di un anno (97,7%) e i crediti dubbi sono superiori al 14%.

I crediti dubbi dei servizi non finanziari del settore privato sono il 13,7% e sono esposti per il 60%  del valore aggiunto.

Nel settore agricolo i debiti coprono il valore della produzione di un anno e quattro mesi e i crediti in sofferenza sono quasi il 12%.

L’ammontare delle sofferenze al netto delle coperture  equivalgono al 19% del patrimonio netto del sistema bancario.


Con i prestiti che languono anche i depositi finiscono per risentirne. Negli ultimi dodici mesi sono risultati di fatto invariati, quale effetto contrapposto tra i ritiri degli operatori dell’area euro per 24,6 miliardi e l’ampliamento dei depositi da parte dei residenti per 24,7 miliardi.

La crescita dei depositi dei residenti si deve sicuramente attribuire ai rimborsi delle obbligazioni bancarie, pari a 50,8 miliardi. La raccolta complessiva segna pertanto un calo del 2,3%.

sabato 8 novembre 2014

Meritocrazia e Produttività

Tutto inizia con un tweet di Zingales che illustra il pil procapite dell’Italia, della Francia e della Svezia dal 1997 al 2011.

Dopo un intervento che rimarca il vantaggio della Svezia, paese no-euro, rispetto ai due paesi aderenti alla valuta comune, Zingales si sente in dovere di scagionare l’euro e attribuire il vantaggio svedese alla meritocrazia.

Ovviamente alla mia domanda se il discorso sulla meritocrazia debba essere esteso anche alla Francia non vi è risposta (1).


Per rafforzare la sua tesi Zingales allega nella sua prima replica uno studio in cui, tra l’altro, viene pubblicato il seguente grafico, da me modificato evidenziando semplicemente il divario italiano rispetto all’Unione Europea a partire dal 1997.


Si dovrebbe quindi dedurre che l’Italia ha un problema di meritocrazia a partire solo dal 1997?

Anche questa domanda non merita risposta per il noto economista. Ma più tardi pubblica il seguente tweet:


Ora, a parte il fatto che si passa da un confronto tra paesi euro e non euro e più specificatamente tra l’Italia e la Svezia ad uno tra l’Europa e gli Stati Uniti, il grafico non dimostra altro che la scarsa dotazione di capitale in Information Communication & Tecnology (ICT) dell’Europa rispetto agli Stati Uniti (e ciò sarebbe sufficiente per fornire una spiegazione del più alto pil pro capite americano), ma nulla in realtà ci dice sulla presunta maggiore produttività che deriverebbe da sistemi economici più meritocratici.

Un sistema meritocratico dovrebbe per sua natura accentuare le disuguaglianze di reddito. E ciò è indubbiamente vero per gli Stati Uniti. Al di là dell’Atlantico nel 2009 il 5% della popolazione deteneva quasi un terzo del reddito nazionale. In Italia per avere la stessa fetta di reddito era necessario accumulare il reddito del 10% della popolazione più ricca.


Questa spiegazione ha però un risvolto piuttosto imbarazzante. Perché se negli Usa il 5% della popolazione detiene una quota di reddito più o meno equivalente a quella detenuta dal 10% degli italiani, si deve concludere che il restante 95% degli americani, contro il 90% degli italiani, ha un reddito più basso perché se lo merita. Ovvero che il 95% degli americani contro il 90% degli italiani è meno “produttivo”. Ed è assai curioso che negli USA vi sia una quota più elevata  di persone meno “efficiente” di quanto avviene in Italia, data la nota alta produttività del sistema economico americano.

L’ambiguità delle possibili interpretazioni di questi dati non risolve la questione della maggiore “produttività” del sistema americano rispetto a quello italiano.

Vediamo allora se il compenso medio per ora lavorata è in grado di aiutarci. Se negli USA le retribuzioni seguono la produttività si dovrebbe assistere ad un forte incremento in parallelo con la crescita del pil pro capite.


In effetti tra USA e Italia il divario  del costo orario del lavoro nel settore manifatturiero, al netto degli effetti del tasso di cambio, aumenta dal 6,1% del 1997 al 9,9% del 2010. 

Ma viene spontaneo commentare che un aumento inferiore ai quattro punti percentuali non è così straordinario se il pil pro capite americano aumenta nello stesso periodo di oltre 17 punti rispetto a quello italiano.


Non sembra in definitiva che la presunta superiorità meritocratica americana si traduca in media in un maggiore riconoscimento economico per chi vi lavora. In tal caso, vacilla la tesi secondo la quale il divario della crescita del pil pro capite si debba attribuire al sistema meritocratico, dato che i redditi da lavoro americani non seguono l’incremento della produttività. In altri termini non si vede in che cosa consista questa meritocrazia e come questa operi.

Se il pil americano cresce di più di quello italiano non può essere attribuito al sistema meritocratico, ma ad altri fattori, non escluso quello degli investimenti in ICT.

Ma vi posssono essere anche altri fattori in grado di spiegare la stagnazione della produttività italiana a partire dalla fine degli anni ’90. Uno di questi può essere rappresentato dall’introduzione dell’euro.

E’ difficile negare che con l’adozione della valuta comune per molti paesi del Sud Europa sia diventato più difficile competere sui mercati internazionali, non solo verso gli Stati Uniti, ma anche verso la Germania.


Fin dall’inizio dell’euro l’Italia ha subito la svalutazione implicita del euro-marco e ciò non poteva non riflettersi sulla capacità del sistema produttivo italiano. Tale divario diventa incolmabile a partire dalla crisi del 2008-2011, quando al nostro paese vengono imposte, in aggiunta, le politiche di austerità.

Le conseguenze si vedono nelle dinamiche del pil. Rispetto al primo trimestre 2008, quello italiano crolla del 9,2%, mentre quello tedesco cresce del 2,8%.


Siamo proprio sicuri che “la colpa non [sia] dell’euro” o dell'impianto che presiede l'eurosistema?

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(1) Ha risposto un'altra persona, sostenendo che - a parte la burocrazia - la Francia sarebbe addirittura meno meritocratica dell'Italia. Sono quindi andato a vedere l'andamento dei redditi reali per occupato rispetto alla produttività (pil / occ) dei tre paesi esaminati da Zingales. Ed è risultato questo grafico:


Dal che si evince che non vi è alcun andamento anomalo dei redditi da lavoro reali italiani rispetto a quelli francesi e svedesi. Questi seguono più o meno l'andamento della produttività. E questa non può essere spiegata dalla meritocrazia. Se così fosse, sarebbe sufficiente pagare gli italiani come gli svedesi, ma dubito che la produttività aumenterebbe in maniera conseguente.

martedì 4 novembre 2014

Bella questa Unione Europea con oltre 120 milioni di persone a rischio povertà

Fonte: Eurostat



Un vero successo. 

In Italia le persone a rischio povertà o esclusione sociale sono oltre 17 milioni, il 28,4% della popolazione. Dall'inizio della crisi, nel 2008, sono aumentate di oltre due milioni.


lunedì 3 novembre 2014

Commento alle previsioni Istat

L’Istat questa mattina ha rilasciato le nuove previsioni per il periodo 2014-2016. Secondo queste, il pil dopo il calo dello 0,3% di quest’anno crescerà dello 0,5 nel 2015 e dell’1% l’anno dopo.

Poiché sono già poco attendibili quelle del 2015, è inutile addentrarsi ad esaminare le previsioni per il 2016. Quelle del prossimo anno, pur essendo in linea con le previsioni prevalenti, risultano poco credibili se si esamina in dettaglio la domanda effettiva che dovrebbe giustificare quella crescita.

La tabella che segue riprende le previsioni dell’Istat ed evidenzia gli andamenti semestrali impliciti per il 2014.


La cosa che salta all’occhio è l’andamento degli investimenti. Nel 2014 la domanda effettiva al netto della spesa delle imprese dovrebbe crescere dello 0,3%. Una miseria. E ciò ha indotto le aziende a ridurre gli investimenti del 2,3%. Nel 2015, pur avendo di fatto la stessa crescita anemica (+0,4), non si capisce perché le imprese dovrebbero espandere gli investimenti dell’1,3%. Tanto più che – ad esempio – la capacità produttiva utilizzata dalle imprese manifatturiere è  poco sopra il 72% e dista sei punti percentuali dal culmine del 2007. Ferme restando tutte le altre ipotesi, se solo si lasciasse invariato nel 2015 il livello degli investimenti preventivato per quest’anno la crescita del pil sarebbe dello 0,3 anziché dello 0,5%.



Addendum del 6 novembre
L'Ocse prevede per l'Italia una crescita del pil nel 2015 dello 0,2%.