domenica 26 ottobre 2014

Bilanci 2012 delle Medie Imprese Industriali: il calo della pressione fiscale fa aumentare i profitti del 4%, ma non l'occupazione



Il fatturato delle medie imprese industriali (quelle con fatturato da 15 a 330 milioni di euro) è sceso nel 2012 di quasi il 5% (-4,4 secondo le indagini congiunturali sul fatturato dell'Istat).

La quota delle esportazioni passa dal 38,7% del 2011 al 41,5 delle vendite complessive del 2012.

Parallelamente al calo del fatturato sono stati ridotti gli acquisti di beni e servizi intermedi necessari alla produzione. Il valore aggiunto, pari al 22,5% delle vendite, si contrae del 4,7%.

Nonostante un aumento del costo del lavoro per dipendente del 2%, quello complessivo scende del 3,2 per aver ridotto il personale del 5,2%. Ciò nonostante la quota sul fatturato sale dal 14,2 al 14,4%. 

Il margine operativo lordo (MOL) ne risente e cala del 7,3%. La quota sul fatturato scende all’8,1% dall’8,3 dell'anno precedente.

Le medie imprese riescono tuttavia a razionalizzare le altre voci inerenti alla gestione, comprimendole del 9,2%. Sebbene non sia sufficiente per evitare una caduta dei profitti del 4,8% riescono a mantenere invariato il ritorno sulle vendite al 3,5%.

La pressione fiscale tra il 2011 e il 2012 si allenta e passa dal 54,2 a meno del 50% degli utili, consentendo un aumento dei profitti netti del 4%. La loro quota sul fatturato sale dall’1,6 all’1,8%.

venerdì 24 ottobre 2014

I saldi settoriali dal 2007 ad oggi

Fonte: Elaborazioni su dati Istat e Banca d'Italia (nuovi criteri statistici)

Il vantaggio che doveva offrire l’euro ad un paese come l’Italia era di poter allentare il vincolo esterno. La cronica situazione deficitaria della bilancia commerciale poteva diventare meno preoccupante se le importazioni fossero state pagate con una valuta accettata internazionalmente.



Purtroppo, a partire dal 2008 e ancor più dal 2010, con la crisi del debito greco, abbiamo scoperto che avevamo solo rinunciato ad un altro pezzo della nostra sovranità.

Fino a quel momento ci eravamo illusi di aver fatto evaporare il problema del debito estero, dato che si pensava che il debito pubblico convertito in euro sarebbe stato garantito dalla BCE.

Su questa falsa premessa (o promessa) il saldo del settore pubblico ha superato la formazione del risparmio del settore privato, fino a determinare un deficit delle partite correnti nel 2010 vicino al 4% del pil.

Quando la BCE dichiara di non aver alcuna intenzione di garantire il debito pubblico greco, come pure quello degli altri paesi, riappare in tutta la sua drammaticità il problema del vincolo esterno.

Da quel momento in poi le politiche restrittive diventano inevitabili, se non si vuole andare in default. E poiché la Germania e la Francia non avevano alcuna intenzione di perdere i capitali investiti nei titoli di Stato italiani, Monti è chiamato a riportare in equilibrio i nostri conti con l’estero, nell’unica maniera possibile: riducendo la domanda interna. La qual cosa è stata ottenuta, da lato del settore pubblico, tagliando la spesa e inasprendo la pressione fiscale e, dal lato del settore privato, comprimendo il costo del lavoro, mediante una riduzione delle tutele per i nuovi assunti (con i contratti a tempo determinato), nonché andando ad erodere il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato.

Le politiche economiche di austerità, decurtando i redditi delle famiglie, hanno fatto calare  la domanda e di pari passo le importazioni. A metà del 2013 la missione poteva essere considerata conclusa: l’Italia riconquistava il surplus nelle partite correnti.




Tuttavia, le politiche restrittive hanno avuto l’effetto non tanto di rilanciare il risparmio, quanto di deprimere gli investimenti, per la semplice ragione che non ha molto senso investire quando la domanda effettiva nel giro di sei anni cala dell’8% e quella interna quasi dell’11%.



Come il miglioramento del saldo con l’estero non è avvenuto grazie ad un aumento delle esportazioni, ma attraverso una contrazione delle importazioni, così la ripresa del saldo del settore privato non è merito di una maggiore accumulazione del risparmio, ma della forte contrazione degli investimenti (-27,4% dal primo trimestre 2008).


Oggi abbiamo quindi un surplus delle partite correnti e conseguentemente un saldo del settore pubblico inferiore a quello del settore privato. Ma ciò vuol dire che vi sarebbe spazio per allentare la morsa delle politiche di austerità.

Ma il problema fondamentale che deve affrontare il nostro paese deriva comunque da come è stato costruito l'Eurosistema: non ci ha sgravato dal vincolo esterno e ci ha depredato di un pezzo della nostra sovranità, con la quale avremmo potuto gestire in maniera meno traumatica la crisi iniziata nel 2008.

E ciò che è peggio è che questo scenario – stando così le cose – impedirà di intraprendere le politiche espansive necessarie per ridurre la disoccupazione e si riproporrà nel futuro ogni qualvolta l’Italia si troverà ad avere un deficit delle partite correnti, ovvero ogni qualvolta il saldo del settore pubblico sarà superiore all’eccedenza del risparmio sugli investimenti (1).


__________ 
1) La teoria potrebbe tornare utile per comprendere quanto affermato. Partiamo dalla classica equazione del reddito:

Y = C + I + (G-T) + (X-M)

ove Y è il reddito, C i consumi delle famiglie, I gli investimenti, G la spesa pubblica, T le entrate del settore pubblico, X le esportazioni ed M le importazioni.

Y-C rappresenta il risparmio S, quindi

S = I + (G-T) + (X-M)

L’eccedenza del risparmio sugli investimenti, ovvero S-I, al netto del saldo del settore pubblico (G-T) determina il saldo con l’estero (X-M):

(S-I) – (G-T) = (X-M).

Se (G-T) è maggiore di (S-I), allora le partite correnti (X-M) sono in deficit (e viceversa):

(S-I) < (G-T) --> (X-M) < 0
(S-I) > (G-T) --> (X-M) > 0

Quella che segue è la rappresentazione grafica dal 2007 del saldo privato, pubblico ed estero in rapporto al pil.


E’ pertanto evidente che si porrà un problema di solvibilità del debito estero (fin tanto che la BCE non garantirà il debito pubblico dei paesi membri) ogni qualvolta l’Italia avrà un deficit delle partite correnti prolungato nel tempo o particolarmente pesante.  Non potendo decidere gli acquisti dei clienti esteri (ossia il volume delle esportazioni) e non potendo adeguare il cambio alle condizioni delle nostre partite correnti, l’unico modo per riequilibrare i conti (a parte il default) sarà la compressione della domanda interna mediante politiche di austerità, che intaccheranno i redditi delle famiglie e i livelli occupazionali.

martedì 21 ottobre 2014

I paesi ove è più forte la disuguaglianza della ricchezza

Il Global Wealth Databook preparato dal Credit Suisse Research Institute fornisce una stima aggiornata della concentrazione della ricchezza.

In Italia il 10% più ricco non solo detiene il 51,5% della ricchezza complessiva, ma non sembra che abbia risentito della crisi, dato che la fetta posseduta è cresciuta dal 2008 di 4 punti percentuali. Tale incremento si concentra tuttavia nell’1% più ricco, che passa dal 17,2 al 21,7%.

Estendendo lo sguardo ad altri paesi e considerando il periodo che va dal 2000 ad oggi, uno degli incrementi più forti della ricchezza posseduta dal Top 10% è avvenuto in Cina, ove sale dal 48,6 al 64%.

Notevoli anche gli aumenti in Egitto (dal 61 al 73,3%), Hong Kong (dal 65,6 al  77,5) e Turchia (dal 66,7 al 77,7%).

I paesi ove vi è stata una maggiore redistribuzione della ricchezza sono la Polonia, con la quota del Top 10% che scende da poco meno del 70 al 62,8%, e l’Arabia Saudita, che passa dal 73,3 al 66,4%.

Il grafico seguente illustra per diversi paesi la variazione della quota percentuale detenuta dal 10% più ricco dal 2000 ad oggi.


Ma ancor più impressionanti sono stati gli incrementi patrimoniali dell’1% più ricco. In Cina l’aumento supera i 18 punti percentuali ed equivale al 37,2% della ricchezza complessiva. Ad Hong Kong la fine del protettorato inglese non ha ostacolato per nulla i più facoltosi: la quota di ricchezza del top 1% è passata dal 35,4 al 52,6%.

Sono sopra il 50% anche in Turchia, Russia, Indonesia, Thailandia e Filippine.

Mettendo a raffronto la quota del Top 1% e la variazione della ricchezza intervenuta dal 2000 ad oggi emerge che quasi tutti i paesi che hanno
a) un’alta concentrazione della ricchezza
b) e una forte crescita tra le persone più ricche
hanno avuto, sia pur per diversi motivi, delle turbolenze politiche o problemi economici.


lunedì 20 ottobre 2014

La ricchezza mondiale vale 263 mila miliardi di dollari

La ricchezza accumulata nel mondo, secondo il Global Wealth Databook 2014 del Credit Suisse, supera i 263 mila miliardi di dollari, in crescita dell’8,3% rispetto al 2013.

I maggiori incrementi sono stati in Nord America (+11,4%) e in Europa (+10,6). La ricchezza è invece diminuita in India (-1%) ed è rimasta sostanzialmente invariata in America Latina (-0,1). Nel resto del mondo la crescita è stata inferiore a quella mondiale.

E’ il Regno Unito a conquistare l’aumento percentuale più consistente della ricchezza delle famiglie (+19,1%), grazie ad un aumento dei valori di borsa superiore al 23% e ad un effetto cambio dovuto alla conversione dei valori in dollari del 12,4%. I prezzi delle abitazioni sono parimenti cresciuti del 9,4.

Anche la Grecia e la Spagna accrescono la ricchezza accumulata del 15,5%, grazie ai buoni andamenti dei mercati azionari (+25 e + 55,4% rispettivamente) e nonostante il calo dei prezzi delle case (-5,4 e -2,7%). L’effetto cambio incrementa la valorizzazione in dollari del 5,3%.

Negli Stati Uniti la ricchezza è aumentata per poco meno del 12%, anche grazie ad un apprezzamento dei valori azionari del 22,6%. Nullo sarebbe stato l’effetto prezzi del patrimonio immobiliare.


In Italia la ricchezza è cresciuta del 9,6%, anche grazie ad un aumento dei corsi azionari prossimo al 50% e nonostante una caduta dei prezzi delle case vicina al 5%. L’effetto cambio è ovviamente identico a quello di Grecia e Spagna.



La ricchezza accumulata in Nord America è di 91.240 miliardi, pari al 34,7% di quella mondiale, sebbene gli adulti siano solo il 5,7% di quelli stimati a livello planetario.  La quota di ricchezza detenuta dagli adulti europei è del 32,4%, con una popolazione adulta del 12,4%.

Meno del 19% si trova nell’area asiatica e del pacifico, escluse Cina e India. Le quali possiedono rispettivamente l’8,1 e l’1,4% della ricchezza complessiva.

Seguono l’America Latina con il 3,5 e l’Africa con l’1,1%.



Coloro che possiedono più di un milione di dollari sono solo lo 0,7% degli adulti, ma la loro ricchezza equivale al 44% di quella  mondiale (un anno fa era il 41%). Si tratta di 35 milioni di persone che in media posseggono più di 3,3 milioni di dollari a testa.

Vi è quasi un 8% che detiene tra i 100 mila e il milione di dollari e la loro fortuna vale il 41,3% di quella complessiva.

Quelli sotto i 100 mila dollari sono il 91,3% della popolazione adulta mondiale, che possiede solamente il 14,7% della ricchezza (16,7 nel 2013). Di questi, tre su quattro possono contare solamente su 2.326 dollari (1.790 euro).



Secondo la banca elvetica sono 1.611 i miliardari. Di questi, 504 sono americani e 29 italiani.


mercoledì 15 ottobre 2014

Italia cavia degli esperimenti neo-liberisti

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sembra che per mettere i conti a posto le abbiano provate tutte. 

Sotto il governo Berlusconi le entrate fiscali aumentavano in termini reali e la spesa pubblica veniva tagliata. Con Monti, si passa alla scure fiscale, mentre la spesa pubblica resta più o meno invariata. Con Letta si riducono sia le entrate che la spesa pubblica. In questi primi mesi del governo Renzi sembra che si voglia limitare i danni, lasciando più o meno invariate in termini reali tanto le entrate quanto le uscite del settore pubblico.


Ma quale che sia la combinazione adottata, le politiche di austerity non hanno impedito che il debito pubblico aumentasse, con i nuovi criteri di calcolo del pil, da meno del 100% del 2007 al 131,6% previsto per quest'anno. Ma ciò che è peggio hanno contribuito ad abbattere il pil dell'8,6%.

Sembra che non comprendano che le politiche di austerità aggravino la crisi e impediscano ai conti pubblici di trovare quella presunta evoluzione virtuosa in grado di contenere il debito pubblico.


Sono talmente imbevuti delle ideologie liberiste che non riescono a concepire come il moltiplicatore della spesa pubblica possa essere sopra l'unità e che - qualora si decidano a tagliare le tasse - l'effetto sulla domanda possa essere inferiore all'unità.

Sono talmente convinti delle capacità taumaturgiche del mercato che, mettendo in Costituzione il pareggio di bilancio, hanno in teoria reso illegale le politiche keynesiane.

In tal modo l'Italia si è aggiunta alla lista dei paesi che hanno fatto (e fanno tuttora) da cavia per avvalorare le tesi neo-liberiste, tanto in voga  a Bruxelles e a Francoforte. Il risultato è stato un aumento della disoccupazione e della precarietà e la perdita di quasi il 25% della produzione industriale.


martedì 14 ottobre 2014

Dal 2010 forte aumento delle famiglie in difficoltà

L'audizione del presidente dell'Istat in merito al DEF è corredata da un ricco allegato statistico.

Ciò permette di aggiornare, ad esempio, la documentazione relativa al disagio delle famiglie al 2013.

Dal grafico che segue emerge un forte  aumento delle famiglie in difficoltà, soprattutto a partire dal 2010.


Le persone che hanno dichiarati di essere in difficoltà ad acquistare gli alimenti sono più  che raddoppiate tra il 2006 (4,2%) e il 2013 (9%).

Quelle che hanno dovuto rinunciare ad un pasto proteico almeno ogni due giorni sono passate dal 6,2% del 2009 al 14,3%.

Più del 19% non può permettersi di riscaldare adeguatamente l'abitazione (era poco più del 10% nel 2007).

Le famiglie che non erano in grado di affrontare una spesa imprevista sono passate dal 28% del 2006 ad oltre il 40%.

Infine, smentendo un luogo comune che sostiene che gli italiani non rinunciano alle vacanze, nel 2013 una famiglia su due non ha potuto permettersi nemmeno una settimana di ferie.

*   *   *   *   *

Dato che ci siamo, riprendo anche il grafico aggiornato al 2013  relativo alla quota percentuale dei lavoratori a tempo determinato in Italia e nella UE.

Si noterà che il nostro paese è perfettamente allineato alle condizioni del mercato del lavoro europeo e che circa il 50% dei giovani (15-24 anni) è costretto ad accettare un contratto a termine, contro il 40% nel resto d'Europa.

cliccare sul grafico per ingrandire

La tesi che il nostro mercato del lavoro non sia sufficientemente flessibile è quindi un luogo comune privo di fondamento.

domenica 12 ottobre 2014

Profit Tax 2013

La Banca Mondiale ha pubblicato il nuovo WDI 2014. E' lo studio di riferimento per chi vuole far credere che la pressione fiscale sulle imprese in Italia sia al 68%.

Beh ... nel 2013 sarebbe scesa al 65,8%.

Strilleranno che è sempre troppo alta.

Tuttavia conviene ricordare che tale valore include i contributi sociali, che non sono propriamente un'imposta sui profitti. Gli oneri sociali sono una quota del costo del lavoro e come tali non possono essere inclusi propriamente tra le imposte sugli utili aziendali. Escludendoli dal computo, la tassazione sulle imprese scende al 22,4%. Più bassa di quella del Regno Unito e della Germania.


sabato 11 ottobre 2014

Svalutazione e Costo del Lavoro

Paul Krugman nel post intitolato Europanic 2.0 risponde, tra l'altro, ad un articolo pubblicato dal Financial Times in cui si sostiene che nella zona euro  "i salari e gli altri costi del lavoro sono troppo alti, anche per gli standard dei paesi ricchi, per non parlare dei mercati emergenti" sostenendo che, se questo è il problema, ovvero un problema di competitività, allora è meglio svalutare l'euro piuttosto che tagliare i salari. Infatti, per l'economista americano ridurre i redditi dei lavoratori quando il sistema economico è caduto in una trappola della liquidità non farebbe altro che accentuare la crisi.

Tuttavia sarebbe utile ricordare all'articolista del FT che appare alquanto curioso lamentarsi della competitività della zona euro quando a luglio il surplus annuo delle partite correnti era di 233 miliardi di euro.

Molto più banalmente si vuole che la quota dei redditi da lavoro sia ridotta. 

La lotta di classe esiste. Solo che in questa fase storica la fanno i capitalisti, con tutti i mezzi a disposizione, sia con la propaganda che con i provvedimenti delle istituzioni politiche e monetarie.

venerdì 10 ottobre 2014

Nel secondo trimestre la disoccupazione effettiva in Italia era al 25%

Lo certifica Eurostat quando si tiene conto, oltre dei disoccupati ufficialmente censiti, anche di chi ha dovuto accettare un part-time ma desiderava lavorare a tempo pieno, nonché di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione ma sono disponibili a lavorare. E' la definizione più estesa di disoccupazione, quella che fa emergere per l'Italia più sfiduciati (3,3 milioni) che disoccupati ufficiali (3,1 mln.) e che innalza il relativo tasso di disoccupazione dal 12,3 al 25% della forza lavoro potenziale.


Peggio di noi i paesi che di volta in volta ci vengono proposti quali modelli per avere seguito le  politiche di austerità, ovvero la Spagna, che ha una disoccupazione effettiva superiore al 35% e la Grecia, ove si supera il 33%.

Nella zona Euro il tasso di disoccupazione effettivo è al 20% e coinvolge 33,2 milioni di persone.

mercoledì 8 ottobre 2014

La Grecia rivede la luce

Così titola il Giornale.it, riprendendo le parole del governo greco. 

Dopo la Spagna è arrivato il turno della Grecia. Un altro paese massacrato dalla troika che ci viene portato come modello perché quest'anno il pil aumenterà dello 0,6% e del 2,9 l'anno prossimo.

Peccato che dal 2007 l'economia ellenica abbia perso più del 23% del suo pil. Anche se tornasse a crescere del 2,9 nel 2015, i redditi delle famiglie e delle imprese greche sarebbero comunque inferiori a più del 20% in termini reali rispetto a sette anni fa.


E' la luce che c'è dopo essere risaliti di 150 metri in una miniera profonda 1 chilometro.

giovedì 2 ottobre 2014

Ma quanti sono i disoccupati?

Dipende da cosa si intende per disoccupato. Ad esempio l'ufficio statistico americano fornisce ben sei definizioni di disoccupazione. Quella ufficiale (U3) ad agosto era al 6,1% della forza lavoro (occupati + disoccupati ufficiali). La definizione più estesa (U6) include sia coloro che sono disponibili a lavorare, ma hanno smesso di cercare attivamente un'occupazione, sia quelli che pur avendo un'occupazione part time hanno accettato quanto veniva loro proposto per ragioni economiche, ma sarebbero interessati ad un lavoro full time. In tal caso, il tasso di disoccupazione americano sale al 12%.

Il Rapporto sul Mercato del Lavoro del Cnel propone anch'esso sei definizioni di disoccupazione. Sono quelle indicate nella seguente tabella.


La disoccupazione ufficiale è qui definita U1 ed è quella che normalmente calcola l'Istat e riguarda coloro che ricercano attivamente un lavoro. La definizione più estesa, anch'essa definita U6, è simile al quella utilizzata dall'istituto statistico americano. Ma in tal caso, il tasso di disoccupazione italiano supererebbe il 30%. 



Ma chi ha rinunciato a cercare un lavoro perché si è stufato di inviare inutilmente il curriculum è forse meno disoccupato di chi si è appena diplomato o laureato e si affaccia per la prima volta sul mercato del lavoro?

Non sarebbe male se l'Istat si adeguasse alla stessa metodologia impiegata dal BLS americano, diffondendo oltre al tasso di disoccupazione ufficiale anche quello più esteso, assai più veritiero. Sarebbe sicuramente un'operazione più giusta e interessante di quella messa in opera per adeguare il pil.