venerdì 26 settembre 2014

Pil Usa +2,2% nel primo semestre

Fonte: Elaborazioni su dati BEA

Il clima di fiducia delle imprese americane dovrebbe essere tornato sui massimi se si guarda ai profitti conseguiti nel secondo trimestre di quest’anno, soprattutto per quelli generati all’interno degli Stati Uniti, pari ad un valore annuo superiore ai 1.700 miliardi di dollari, a cui si aggiungono i quasi 400 derivanti dalle attività estere. Nel complesso le imprese americane incassano oltre 2.100 miliardi, l’8,4% in più di quanto conseguito nel trimestre precedente.


Ciò spiega in parte il buon andamento di Wall Street, che ha raggiunto nuovi record.


Ma l’incertezza degli ultimi mesi nel mercato azionario americano si spiega non solo per aver assorbito il gap che si era aperto tra le due variabili dopo la crisi del 2008, ma anche con il calo del tasso di profitto, tanto rispetto al capitale impiegato (investimenti + monte salari), quanto rispetto al pil.



D’altra parte, se si guarda all’intero primo semestre, i profitti risultano in calo rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso del 2,3% e ciò riguarda sia il settore finanziario (-7,9%) che quello non finanziario (-1,3%).


Pur con queste incertezze sul futuro, gli investimenti fissi sono cresciuti nel primo semestre del 5% in termini reali, trainati soprattutto dagli investimenti non residenziali (+5,7), mentre quelli residenziali hanno limitato la corsa al 2,3%.

Nell’ultimo anno la quota degli investimenti finanziata mediante indebitamento è passata dal 23 al 24%.


Quanto all’intensità di capitale, la quota degli investimenti sul totale della spesa delle imprese in investimenti e monte salari è poco al di sotto del 23%.



Ciò ha permesso di espandere l’occupazione nel primo semestre dell’1,4% rispetto allo stesso periodo del 2013, che sale all’1,7 per i lavoratori dipendenti non agricoli.

La crescita del pil, pari al 2,2% nella prima metà di quest’anno, si è quindi tradotta in un aumento della produttività per occupato dello 0,8%.


Con la crescita dell’occupazione dipendente sono aumentati anche i salari reali individuali dell’1,1%. Complessivamente, per effetto dell'aumento dell'occupazione e dei redditi individuali, i redditi reali da lavoro dipendente crescono nel semestre del 2,9%.



I trasferimenti pubblici e privati sono parimenti cresciuti al netto della variazione dei prezzi al consumo del 2,4%. I redditi da capitale e impresa sono infine aumentati del 2,6% in termini nominali, ovvero dell’1,2 in termini reali. Nel complesso il potere d’acquisto delle famiglie è aumento del 2,5% sul primo semestre dell’anno scorso.

I consumi sono conseguentemente aumentati del 2,3%, grazie soprattutto agli acquisti di beni durevoli (+5,7% in termini reali annui), a loro volta sospinti da un espansione del credito al consumo del 6,4% in termini nominali. Si può stimare che l’indebitamento netto nell’ultimo anno abbia coperto il 16% degli acquisti di beni durevoli.

Le esportazioni sono aumentate nel primo semestre del 3,3% e contribuiscono positivamente alla crescita della domanda del settore privato (+2,9%).  Permane invece negativo l’apporto della domanda pubblica (-0,9%), soprattutto per il forte taglio alla spesa militare (-4%).

Nel complesso la domanda aggregata sale del 2,3% e favorisce una crescita delle importazioni del 3,4%. Le vendite effettive delle imprese presenti sul territorio americano salgono quindi del 2,1%. Un leggero accumulo di scorte porta la crescita del pil nel primo semestre al 2,2%.



Al momento si prevede che il pil 2014 possa aumentare del 2%. Perché questa previsione si realizzi è sufficiente che in questo semsetre cresca dell’1,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, ovvero del 2,6% annualizzato rispetto al primo semsetre del 2014.

martedì 23 settembre 2014

Salari reali, Produttività e Costo del lavoro.

Aggiorno un esercizio iniziato due anni fa con i dati Ameco, relativamente al settore manifatturiero, in cui si  esamina l'andamento della produzione (valore aggiunto a prezzi costanti) e i redditi agli occupati deflazionati con i prezzi al consumo armonizzati.



La produttività per occupato della Germania cresce tra il 1998 e il 2013 di oltre il 40%, mentre quella italiana solo del 3%. Come mai?

Prima di ogni altra considerazione, conviene ricordare che la produttività in questo caso è definita mettendo a raffronto la produzione con gli occupati. La produzione è rappresentata nei conti economici nazionali dal prodotto interno lordo e per i singoli settori (come quello manifatturiero) dal valore aggiunto opportunamente deflazionati dalla variazione dei prezzi. Se si assume la ragionevole ipotesi che le imprese producano per vendere (e non per accumulare scorte in magazzino) si può allora sostenere, soprattutto per un periodo così lungo, che la produzione rispecchi l’andamento della domanda.

Ed ecco quello che succede alla produttività se evidenziamo le variabili che la determinano, ossia la produzione (ovvero la domanda) e l’occupazione nel settore manifatturiero, per entrambi i paesi.



Succede che la produttività è strettamente connessa nella sua evoluzione all’andamento della produzione e quindi alla domanda.

Entrambi i paesi hanno ridotto in questo periodo l’occupazione: noi di oltre il 10% e i tedeschi del 5%. Da questo punto di vista, l’efficienza produttiva del settore manifatturiero italiano dovrebbe essere superiore a quella tedesca. Ma i dati ci raccontano un'altra storia: la produttività in Germania è cresciuta del 40% e solo del 3 in Italia. Ciò si spiega solo con l’altra variabile che concorre a determinare la produttività, ossia la produzione, ovvero la domanda rivolta alle imprese.

La produttività è esplosa in Germania non per una maggiore efficienza produttiva, ma per una crescita della domanda e quindi della produzione di circa il 35%. Nello stesso periodo, la domanda alle imprese italiane e conseguentemente la produzione è crollata di quasi il 10%.

Ne consegue che il problema non è il costo del lavoro, poiché se è vero che quello italiano è cresciuto più di quello tedesco, quest’ultimo continua ad essere del 28% più elevato rispetto a quello italiano.


Ma il diverso andamento della produttività, ovvero il diverso andamento della domanda e quindi della produzione, si riflette sul costo del lavoro per unità di prodotto (clup), spiazzando la capacità competitiva delle nostre imprese.


Alla luce di questa analisi, dove conviene agire? Sul costo del lavoro o sulle politiche di sostegno alla domanda? La riduzione del costo del lavoro, ovvero dei redditi dei lavoratori, non farebbe altro che deprimere ulteriormente la domanda interna e ciò si rifletterebbe nuovamente sulle vendite delle imprese e sulla loro produttività. D’altra parte i redditi reali dei lavoratori italiani, come si è visto, non sono per nulla più alti di quelli tedeschi, né in termini assoluti né in termini di trend rispetto al 1998.

Occorre pertanto agire sull’altra variabile che determina la produttività e il clup, ossia la produzione. Ma per far crescere questa occorre far crescere la domanda. Ma nell’attuale contesto dell’eurozona le politiche espansive sono bandite e prevalgono – fallita la fantasiosa teoria dell’austerità espansiva – le altrettanto illusorie speranze delle “riforme strutturali”, ovvero quelle mirano a rendere il mercato del lavoro più flessibile, ovviamente dal lato dei licenziamenti. Ma non si vede come una maggiore incertezza nelle prospettive lavorative e redditi più bassi possano sostenere la domanda. E’ illusorio pensare che un maggior margine di profitto possa indurre le imprese ad assumere. Queste ringrazieranno e porteranno a casa i maggior profitti che in tal modo potranno conseguire, ma l’occupazione non crescerà fino a quando non aumenteranno le vendite (non i profitti). Ma le vendite come potranno aumentare se il mercato del lavoro non sarà in grado di dare sicurezza e redditi adeguati alle famiglie e ai lavoratori?

Dato che non si vuole un intervento da parte della domanda pubblica vi è solo un altro canale che può dare un contributo positivo: le esportazioni. Attualmente contano per meno del 30% del pil. Di quanto si devono comprimere i redditi dei lavoratori (e di quanto si deve ampliare la disoccupazione per convincerli ad accettare le nuove condizioni di lavoro) affinché gli effetti positivi delle esportazioni superino quelli  negativi derivanti dalla domanda interna?

E fino a quando potrà reggere la pressione su questa molla sociale, volta a reprimere le aspettative di vita e di guadagno dei lavoratori? E’ un gioco pericoloso che, se sfugge di mano, di solito provoca una reazione violenta.

Temo tuttavia che i nostri imprenditori non vedano al di là del loro naso e che questo problema non riguardi loro personalmente ma eventualmente le prossime generazioni. Loro devono solo pensare a far profitti, qui e ora. Se vi sono disoccupati e precari, non è affar loro.

sabato 20 settembre 2014

Capitalismo feudale

"Il Sole 24 Ore" di oggi riporta in prima pagina un breve commento di Fabrizio Fourquet (f.f.) intitolato Equità.

Oltre l'80 per cento dei nuovi contratti oggi non solo non ha l'articolo 18 ma non ha nessuna delle tutele del contratto a tempo indeterminato. E soprattutto quattro giovani su 10 non trovano alcun lavoro. Questa è la realtà lì fuori. Chi non la vede si illude di difendere i lavoratori ma protegge in realtà una ridotta che sa sempre più di discriminazione. Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro (...)


In effetti esiste una discriminazione 

(da Wikipedia: La discriminazione consiste in un trattamento non paritario attuato nei confronti di un individuo o un gruppo di individui in virtù della loro appartenenza ad una particolare categoria) 

Ma da quando si risolve un trattamento ingiusto estendendolo a tutti, anziché rimuovendo la causa che  ha generato lavoratori con tutele differenziate? E' come se con l'apartheid, ove si nega il diritto di voto ai neri, si volesse risolvere la discriminazione negando il diritto di voto anche ai bianchi. Un'assurdità.

Ma a quanto pare in Italia è lecito dire qualunque scemenza senza che questo mini la credibilità di chi proferisce simili sciocchezze.

Se in Italia vi è un trattamento differenziato tra i lavoratori è perché si è avuta la brillante idea di creare assurdi contratti di lavoro precari. Ma costoro anziché ammettere di aver rovinato la vita alle ultime generazioni vogliono rovinare la vita degli italiani per i prossimi cento anni. 

Il diritto che va difeso, oggi, è quello di lavorare e creare lavoro. Vero. E l'articolo 18 difende proprio questo diritto: il diritto di non essere cacciato dal proprio lavoro senza una giusta causa o un giustificato motivo. Andrebbe quindi esteso a tutti i lavoratori. Invece lo vogliono togliere a tutti. 

Ma in Italia le parole non hanno più senso e vengono stravolte: avere dei diritti sul posto di lavoro è fatto passare per un privilegio e si fa credere che abolendo il privilegio (ossia il diritto del lavoratore a non essere licenziato senza una giusta causa) si compia un atto di giustizia e di uguaglianza, di equità. Peccato che in tal modo si lasci tutti i lavoratori indifesi alla mercé degli imprenditori. 

Zitti e lavorare. Se vi va, bene. Se no, fuori dai coglioni. 
Questo è il rapporto di lavoro. 

Un ritorno alle origini del capitalismo, quando era appena uscito dal feudalesimo. 

mercoledì 17 settembre 2014

Le balle di Luca Ricolfi

Su “La Stampa” di oggi, nell’editoriale di Luca Ricolfi, si può leggere questa frase, a proposito del “giusto” confronto tra i modelli del mercato del lavoro italiano e spagnolo: 
  
Il confronto vero va fatto sul numero di occupati, non sui tassi di disoccupazione. Ebbene, nel 2013 il tasso di occupazione spagnolo, a dispetto di anni di austerity, era più alto di quello italiano, e questo nonostante in quello italiano siano inclusi tutti i lavoratori in cassa integrazione. 
  
Questa affermazione è falsa. 
  
Prendendo i dati di Eurostat è facile accorgersi che il tasso di occupazione (ossia il rapporto tra gli occupati e la popolazione in età lavorativa) in Spagna non solo è inferiore a quello italiano (e questo fin dall’inizio del 2012), ma che è sceso durante la crisi assai di più del nostro paese. Tra il 2007 e il primo trimestre di quest’anno, il tasso di occupazione spagnolo è crollato di oltre 10,5 punti percentuali (dal 65,3 al 54,7%) contro i meno di tre punti del corrispondente tasso italiano (dal 57,9 al 55,1%). 



Questo non è per nulla consolatorio e non significa affatto ricalcare le posizioni 

di Tremonti e Berlusconi nel 2008-2011, quando dicevano che, a differenza di altri Paesi, l’Italia tutto sommato aveva tenuto, restava un Paese solido, eccetera eccetera. 
  
Significa solo che chi propone il modello spagnolo sta auspicando una crescita ulteriore della disoccupazione per il nostro paese. E non vedo come questa prospettiva possa essere positiva per gli italiani.  

mercoledì 10 settembre 2014

Gli effetti della spending review

Ieri sera mi è capitato di guardare uno spezzone di “Porta a Porta”, ove era ospite Matteo Renzi. In particolare quel momento in cui spiega perché è bene che si faccia la spending review. E lo fa più o meno in questi termini (vado a memoria): se a un cittadino che guadagna 1000 euro al mese si chiede di tagliare il 3%, si tratta di risparmiare 30 euro, un caffé al giorno. Ma i cittadini l’hanno già fatta la spending review; ora è lo Stato che la deve fareee (un po’ come quando Crozza imita Conte).

Quale modo migliore per convincere gli italiani che occorre tagliare la spesa pubblica? Basta dire che non si chiedono altri sacrifici ai cittadini, ma all’odiata pubblica amministrazione, agli sprechi e alle inefficienze.

Su questo discorsetto si aprono alcune interessanti riflessioni.

La prima, di carattere prettamente politico, è che mentre si dice che si vogliono tagliare gli sprechi e le inefficienze si bloccano per l’ennesima volta gli stipendi dei lavoratori pubblici, i quali – fino a prova contraria – sono cittadini italiani come gli altri (ma è un classico delle classi dominanti contrapporre i sudditi, divide et impera). Così mentre si dice che si tagliano gli sprechi, in realtà si tagliano gli stipendi e i servizi pubblici, mentre gli sprechi e le inefficienze restano lì dove sono.

La seconda, riguarda la solita riproposizione del luogo comune di voler paragonare lo Stato ad una famiglia. Non spenderò molte parole: è un parallelo del tutto assurdo, per la semplice ragione che mentre una persona non può – salvo rischiare di perdere la libertà – stampare le banconote che le tornerebbero utili e deve affidarsi alle entrate che derivano dal proprio lavoro, lo Stato (volendo) può sempre affrontare le proprie spese e il debito espresso nella valuta nazionale aumentando l’offerta di moneta.

La terza riflessione riguarda le implicazioni economiche della spending review. Matteo Renzi ha ragione quando dice che i cittadini hanno già rinunciato al loro caffè di metà mattina (o ad una uscita in pizzeria). Ma il guaio del presidente del consiglio è che non si chiede cosa è successo dopo: hanno chiuso delle attività commerciali, sono diminuiti i consumi e quindi le vendite delle imprese, così quest’ultime non hanno ritenuto conveniente fare nuovi investimenti ed hanno ridotto l’occupazione. In poche parole, la spendig review del settore privato ha condotto ad un aumento della disoccupazione.

I consumi delle famiglie sono scesi dell’8% in termini reali dal 2008 (altro che 3%), con quelli durevoli (auto, tv, mobili, ecc.) crollati del 24%.


E di pari passo sono crollate le vendite delle imprese e la produzione. 



E con il crollo dell’attività produttiva si è ridotta l’occupazione ed è aumentata la disoccupazione.


Non sembra che sia sta una buona cosa questa spending review imposta al settore privato. E se non lo è stata per le famiglie perché dovrebbe essere un bene per la domanda pubblica? 

Ah … gli sprechi.

Certo ci sono funzionari pubblici che guadagnano in misura spropositata. Peccato che questi alti dirigenti abbiano contratti al di fuori dei normali accordi stabiliti con i sindacati e che il blocco degli stipendi riguardi questi ultimi. D’altra parte anche il limite ai compensi agli alti burocrati, per quanto possa sembrare una misura di equità, potrebbe essere conseguito con più efficacia ridisegnando le curve delle aliquote fiscali sui redditi personali, oggi troppo pesanti per i redditi bassi e troppo leggere per i redditi più alti (e non discriminerebbe tra settore pubblico e privato).

Quanto agli altri sprechi, come il costo tra le varie regioni della classica siringa che viene portata ad esempio, si abbia il coraggio di dire che se una pubblica amministrazione paga più del dovuto l’acquisto di beni e servizi sta consentendo un extra-profitto alle imprese. Abbiamo quindi a che fare o con un’errata organizzazione del servizio (e non si capisce perché vi debbano essere 20 centri di spesa regionale per un servizio come quello sanitario che per qualità ed efficienza deve essere uniforme su tutto il territorio nazionale) o con fenomeni di collusione e corruzione a danno della pubblica amministrazione (in quest’ultimo caso abbiamo a che fare più con il codice penale che con il miglioramento delle procedure).

Ma al di là dei singoli casi che possono essere portati ad esempio e che possono essere soggetti indubbiamente a miglioramenti, resta il fatto che la spesa pubblica al netto degli interessi negli ultimi anni è scesa in termini reali (non è aumentata). E la cosa peggiore è che il contributo della domanda pubblica è diminuito in coincidenza della recessione, ampliandone la caduta.



Quindi, non solo sono stati tagliati i redditi del settore privato, ma anche la spesa pubblica è stata tagliata. Ma guarda caso gli sprechi – ovvero gli extra profitti delle imprese – sono sempre lì, nonostante le uscite al netto degli interessi siano diminuite del 3% rispetto al 2008 e del 6,2 sul 2010.


Forse bisognerebbe chiedersi se le politiche finora attuate siano quelle giuste. La risposta sarebbe ovviamente negativa. Ma non si fanno queste politiche per incapacità o ignoranza. Il fine è quello di “ammorbidire” le richieste dei lavoratori. E ciò è possibile solo ampliando la disoccupazione e la precarietà, perché in tal modo diventa possibile ridurre il costo del lavoro. 

Peccato che questa politica, volta in teoria a rilanciare la competitività delle imprese sui mercati esteri, si sia riflessa principalmente sulla domanda interna (perché riducendo i redditi interni si riduce la capacità di spesa delle famiglie), con il paradossale risultato di ottenere un calo del pil del 9%, ovvero una perdita di oltre 130 miliardi in termini di redditi reali per le famiglie e le imprese.

Per le imprese equivale a quanto è rappresentato nel seguente grafico, ove emerge chiaramente che puntare sulle esportazioni è stata una scelta fallimentare.



Nel frattempo, tutte queste politiche di austerità non hanno impedito – per chi è ossessionato dal debito pubblico – che questo salisse dal 103,3% del 2007 al 132,6% del 2013.

Forse dal presidente del consiglio ci si aspetterebbe meno luoghi comuni e più serietà. Ma un paese che ha mandato al governo Berlusconi e Monti, Renzi rappresenta la naturale continuità. Un passo in più verso il baratro.

Spese per l'istruzione

Fonte: Ocse

Riporto alcuni grafici del rapporto Ocse dedicato all'istruzione.

Il primo riguarda la spesa per studente sostenuta da vari paesi nel 2011.

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Il secondo esprime la spesa per l'istruzione in percentuale del pil



L'ultimo grafico mostra la quota della spesa per l'istruzione in rapporto alla spesa pubblica complessiva

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lunedì 8 settembre 2014

Italia, molte piccole imprese (poco produttive) e troppo poche grandi imprese (produttive)

Dal rapporto dell'Ocse dedicato alla Spagna estraggo i seguenti grafici relativi alla classe dimensionale delle imprese (incluse quelle italiane) e la produttività di quelle manifatturiere

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