domenica 31 agosto 2014

L'economia italiana a sei anni dalla crisi e il vincolo esterno

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel primo semestre l'economia italiana è scesa dello 0,3% rispetto allo stesso periodo del 2013. Ha inciso su questa evoluzione soprattutto il calo delle scorte, dato che la domanda effettiva è rimasta di fatto sugli stessi livelli dell'anno scorso.

A dire il vero la domanda aggregata è cresciuta dello 0,3%, ma  è andata a tutto vantaggio dei produttori esteri (le importazioni sono aumentate dell'1,5%), lasciando le vendite finali delle nostre imprese invariate rispetto a dodici mesi prima.

La componente più dinamica della domanda aggregata è stata quella estera, aumentata nel semestre del 2,2%, mentre quella interna è arretrata dello 0,3 a causa della flessione della domanda del settore privato (-0,5), non adeguatamente compensata dalla domanda del settore pubblico (+0,3). 

La debolezza della domanda interna del settore privato è imputabile sia agli investimenti fissi, scesi dell'1,7%, sia ai consumi delle famiglie, limati dello 0,2%. 



Le esportazioni nei primi sei trimestri della crisi arrivarona perdere quasi 1/4 dei volumi antecedenti la recessione. Cadde anche la domanda interna, ma si fermo a -4,5 grazie anche al ruolo anti-ciclico giocato dalla domanda pubblica, per quanto flebile. Successivamente, mentre le esportazioni ritornavano a crescere, sebbene non siano ancora ritornate sui livelli del primo trimestre del 2008 (-3,8%), si agì per comprimere la domanda interna, sia pubblica che privata, al fine di conseguire i necessari aggiustamenti delle partite correnti con l'estero. 

La riduzione della domanda interna entro l'attuale sistema dell'euro è possibile tuttavia in un solo modo: mediante la compressione dei redditi. 

I risultati di questa politica economica si evincono dal grafico sopra riportato, ove la domanda interna del settore privato è del 13% inferiore rispetto all'inizio della crisi, mentre quella pubblica è stata ridotta di quasi sei punti percentuali rispetto al suo massimo. 

Il calo più accentuato della domanda aggregata (-9,3) rispetto a quella effettiva (-8%) evidenzia che la compressione dei redditi interni si è riflessa anche sulle importazioni, contribuendo a migliorare il saldo delle partite correnti. 

Da circa sei trimestri la domanda interna, sia pubblica che privata, è sostanzialmente piatta, mentre l'export sembra aver esaurito il suo ruolo propulsivo

L'aver puntato sulla domanda estera per uscire dalla crisi non sembra aver giovato all'economia italiana, sia perché le esportazioni sono una quota minoritaria delle vendite delle imprese (che restano fortemente legate al mercato nazionale), sia perché la crescita dell'ultimo anno si è tradotta in una ripresa delle importazioni. Il ché segnala che difficilmente si potranno avere ulteriori margini di miglioramento nei rapporti con l'estero. 

La debolezza dell'euro che si prospetta potrà sicuramente essere di sostegno, ma contemporaneamente comporterà un aumento, sia in volume che nei prezzi, degli acquisti all'estero. 

Sarebbe tuttavia apprezzabile rilanciare la domanda: non vi può essere crescita se tutte le componenti restano sotto i livelli del primo trimestre 2008. Ma in tal caso bisogna accettare l'idea di riassorbire il surplus commerciale che si è creato negli ultimi anni, peraltro assai modesto (1,5% del pil) innanzi alla caduta subita sia dalla domanda effettiva (-8%) sia dalla domanda interna (-10,9%).

Entrati nell'euro pensando di allentare il vincolo esterno della bilancia dei pagamenti (in quanto moneta che sarebbe stata accettata internazionalmente da tutti, come il dollaro), questo si ripresenta con lo svantaggio di non aver più né il controllo della politica valutaria né di quella monetaria. Se si volesse spingere oltre sul lato della domanda interna si ripresenterebbe infatti il problema del finanziamento delle partite correnti, a cui non saremmo in grado di far fronte se non con l'imposizione di politiche economiche decise all'esterno del nostro paese e che suonano più orecchiabili se vengono definite "riforme", ma che non sono altro che la compressione dei redditi mediante un'estensione della precarietà e della disoccupazione. 

venerdì 29 agosto 2014

7,2 milioni di disoccupati effettivi (il 24,7% della forza lavoro potenziale).

Fonte: Elaborazioni su dati Istat ed Eurostat

Nel secondo trimestre di quest'anno vi sono stati 14 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo del 2013. La flessione è il risultato che deriva da un aumento di 42 mila lavoratori dipendenti che compensano parzialmente l'abbandono dell'attività da parte di 56 mila autonomi.

Il settore delle costruzioni è quello che ha visto svanire il maggior numero di posti di lavoro se considerato in percentuale (-3,8%), equivalenti a più di 60 mila unità (per due terzi riguardanti i dipendenti e per un terzo gli imprenditori edili).

Il settore dei servizi accusa una flessione occupazionale dello 0,6%, ma in termini assoluti registra la perdita più consistente, pari a 92 mila unità. In tal caso la perdita più rilevante si registra tra i lavoratori autonomi (56 mila, pari a -1,4%), ma vengono coinvolti anche 36 mila dipendenti (-0,3%).

In modesto progresso il settore agricolo (+14 mila, +1,8%), nonostante 7 mila imprenditori agricoli abbiano rinunciato all'attività. Sono quindi le aziende più solide ad arruolare gli oltre 20 mila lavoratori agricoli in più rispetto ad un anno fa.

Ma è il settore industriale ad assorbire la quota più consistente di nuovi lavoratori, ben 124 mila, di cui quasi 100 mila sono dipendenti (+2,5%). Vi sono poi oltre 25 mila nuovi imprenditori (+5%).

Tuttavia i 42 mila dipendenti in più rispetto al secondo trimestre 2013 derivano da un aumento di quasi 100 mila unità tra i lavoratori a tempo determinato o part time, mentre  57 mila sono coloro che, pur avendo un lavoro full time a tempo indeterminato, sono stati lasciati a casa.

I lavoratori precari (ovvero a tempo determinato) sono aumentati di oltre 85 mila unità e rappresentano il 14% dei dipendenti (13,5 nel secondo trimestre 2013). Se si tiene conto anche di chi lavora part time tra chi ha un contratto a tempo indeterminato la percentuale sale al 29,2% dei dipendenti.

I dipendenti in  cassa integrazione sono diminuiti del 12,4% rispetto ad un anno fa, a 535 mila, pari al 3,7% dei dipendenti a tempo indeterminato.

I disoccupati sono 3,1 milioni, in crescita del 2,2% rispetto ad un anno prima. Il tasso di disoccupazione del secondo trimestre è al 12,3%. Tuttavia se si tiene conto di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione, ma sono disponibili a lavorare (ovvero altri 3,5 milioni di sfiduciati), nonché i cassintegrati, la disoccupazione effettiva raggiunge il 24,7% e coinvolge 7,2 milioni di persone.


Al netto degli effetti stagionali, la disoccupazione ufficiale a luglio è al 12,6%, con quella giovanile (che coinvolge oltre 700 mila ragazzi) vicina al 43%.

Nella zona euro, la Grecia ha un tasso di disoccupazione (ufficiale) al 27,2% (a maggio). La Spagna è al 24,5 e la Francia al 10,3% (entrambe a luglio). La Germania, sempre a luglio, ha sfondato verso il basso la barriera del 5%.


Nel complesso della zona euro, la disoccupazione è all'11,5% e riguarda 18,4 milioni di persone, di  cui 3,3 giovani con meno di 25 anni. Negli Stati Uniti, il mese scorso il tasso di disoccupazione (calcolato in modo omogeneo a quello europeo) era al 6,2%.


lunedì 25 agosto 2014

La scoperta dell'acqua calda

Il sito LaVoce, curato da Tito Boeri, pubblica un intervento dedicato agli effetti delle politiche di austerità.

Da quell'articolo riprendo due grafici che mi sembrano significativi. 

Il primo mette in relazione le politiche di bilancio restrittive con la disoccupazione, dal quale si deduce che non esiste nessuna "austerità espansiva" alla Giavazzi e Alesina (forse dovrebbero darsi alla fantascienza).


Il secondo smentisce la vulgata così tanto diffusa che il rigore fiscale possa contribuire a ridurre il rapporto debito/pil.


Insomma niente di nuovo. Ma c'è sempre qualcuno che scopre l'acqua calda.

P.S. Il fatto che sia esclusa la Grecia è un'aggravante.

giovedì 14 agosto 2014

I "successi" del modello spagnolo

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco

* Dal 2007 al 2013 l'occupazione è crollata del 16,7%, ovvero 3,4 milioni di persone hanno perso il lavoro.

* I disoccupati sono passati dall'8,1 al 25,8%, vale a dire che sono passati da 1,8 a 6 milioni di persone

* Il pil è sceso in termini reali del 6,7% rispetto al 2008. 



Aggiornamento del 12/9/2014

Qual è il successo di un modello che tra il 2007 e il 2014 ha creato il più alto incremento di giovani disoccupati?

cliccare per ingrandire

Italia Riparte (lo slogan di Renzi): +0,2% nel secondo semestre (dopo il -0,4 del semestre appena concluso)

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Battuta d’arresto per il pil tedesco nel secondo trimestre, che scende dello 0,2% sul trimestre precedente. Anche il pil dell’Italia arretra dello 0,2%; ma essendo il secondo calo consecutivo dopo il flebile rimbalzo dell’ultimo trimestre del 2013, ricadiamo tecnicamente in recessione per la terza volta negli ultimi 7 anni. Dall’inizio della crisi, nel 2008, il pil italiano è crollato di oltre il 9%.

Resta invariata l’attività economica francese, mentre quella spagnola mette a segno un incremento dello 0,6%.

In termini tendenziali, crescono tutti i maggiori paesi dell’area euro, ad eccezione dell’Italia che scende dello 0,3%, segnando l’11° trimestre consecutivo in calo nel confronto annuo.


Per il complesso dell’area dell’euro il pil del secondo trimestre risulta invariato rispetto al precedente e in crescita dello 0,6% sullo stesso periodo dell’anno scorso. Ma nel confronto con gli Stati Uniti, cresciuti dell’1% annuo, emerge un forte divario tra le due aree. Mentre al di là dell’Atlantico il pil è quasi dell’8% superiore ai livelli pre-crisi, la zona euro rimane sotto del 2,5% (che a sua volta nasconde le profonde divergenze all’interno dell’area, come si evince dal grafico precedente).


Con riferimento al primo semestre, mentre gli USA sono cresciuti del 2,2% e la zona euro dello 0,8%,  l’Italia scende dello 0,4 rispetto al primo semestre 2013. Per crescere dello 0,3% - come la media delle previsioni asserisce – il pil dovrebbe aumentare di quasi un punto percentuale nella seconda parte dell’anno, ossia dell’1,1% sui livelli del semestre appena concluso. Se invece si accolgono le previsioni per l’Italia di Moody’s  (2014 a -0,1), il semestre in corso dovrebbe essere solo dello 0,1% più alto rispetto a quello dell’anno scorso, ovvero dello 0,2 superiore alla prima parte dell’anno. 

Sarebbe questa la ripresa?

sabato 9 agosto 2014

Il calo del fatturato si riflette sugli utili 2013 delle grandi imprese (-18,6%)

Fonte: Elaborazioni su dati MBRES

L’ufficio Studi di Mediobanca ha pubblicato l’annuale rapporto sui bilanci delle maggiori società operanti in Italia, per il periodo che va dal 2004 al 2013.

L’anno scorso il fatturato delle grandi aziende è sceso del 2,7% (-2,3 per le imprese pubbliche; - 2,9 per quelle private).

Gli acquisti necessari per espletare l’attività produttiva sono diminuiti parallelamente con il calo del fatturato (-2,8%), ed assorbono mediamente più dell’80%.

Il valore aggiunto si attesta al 19,4% del fatturato (16 per le imprese industriali), in calo del 4,6% rispetto all’anno precedente.



Il costo complessivo del lavoro pesa per il 10,7% del fatturato ed è diminuito dello 0,3%, con gli occupati che si riducono dello 0,4%, lasciando di fatto invariato il costo del lavoro per dipendente.  

Il margine operativo lordo (Mol) arretra dall’8,9% del 2012 all’8,7%. Per le imprese pubbliche si posiziona al 9,1% e al 6,5 per le imprese industriali.

Gli altri oneri connessi alla gestione sono aumentati nonostante la flessione dell’attività del 2,6%, collocandosi al 5% del fatturato. Ma le società private sono riuscite a tagliarli del 6,2%, riducendo l'incidenza dal 6,1 al 5,9%.

La riduzione del Mol e la crescita degli oneri connessi alla gestione aziendale riducono  i profitti lordi di oltre il 13% (-24,3 per le imprese pubbliche), con le aziende private che limitano i danni all’1%. In rapporto al fatturato, il Ros passa dal 4,1 al 3,7% (con quelle pubbliche che passano dal 9 al 7% e le private  e dal 2,6 al 2,7).

Le imposte sul reddito delle 2050 società censite da Mediobanca incidono mediamente per il 45,6%, ma scende a poco più del 40% se si tratta di imprese industriali. Per le imprese private (industriali o meno) la pressione fiscale  scende dal 61,5 al 55% e consente di ampliare i profitti netti del 15,8%, a fronte di un calo del 18,6% per il campione nel suo complesso.