giovedì 19 giugno 2014

Unione Monetaria incompatibile con modello sociale europeo


Il commissario all'Occupazione e agli Affari Sociali dell'Unione Europea, Laszlo Andor, nel fare il bilancio della sua esperienza in questi anni di crisi, è giunto alla conclusione che l'euro - così come è stato impostato - è incompatibile con il modello sociale europeo.

Ovviamente nessuno in Italia ha ripreso le dichiarazioni rilasciate durante la conferenza stampa del 13 giugno a Berlino dal commissario Ue. L'ha fatto invece Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph e ora le potete trovare tradotte sul blog Voci dall'estero.

mercoledì 18 giugno 2014

Il Pil pro capite dell'Italia nel 2013 scende sotto la media Ue

Fonte: Eurostat

Nel 2013 il pil pro capite dell'Italia espresso in parità di poteri d'acquisto è sceso sotto la media dell'Unione Europea.




Costo orario del lavoro, 2012

Fonte: US BLS

Nel 2012, il costo orario del lavoro nel settore manifatturiero negli Stati Uniti era di 35,67 $. Quello italiano di 34,18 (ovvero quasi il 25% in meno di quello tedesco, pari a 45,79 $).



In Polonia il costo orario del lavoro è di 8,25 $. Un prezzo sicuramente interessante per gli industriali. Eppure la disoccupazione polacca ad aprile era quasi il doppio di quella tedesca (9,7 contro 5,2%). 

Forse il costo del lavoro non è il fattore più importante nel determinare i livelli di occupazione.

Addendum del 19 giugno 2014
I liberisti sostengono che l'occupazione sia determinata dal costo del lavoro. Non è raro sentir dire che una sua riduzione favorirebbe le assunzioni delle imprese. Ne dovrebbe conseguire che la disoccupazione, ove il costo del lavoro è più basso, debba essere corrispondentemente più bassa.

Già abbiamo visto che questa teoria cozza contro la realtà in Germania e in Polonia, ove non possono certo subentrare aspetti di geo-localizzazione che possano in qualche modo impedire di sfruttare i "vantaggi" del basso costo del lavoro.

Estendendo l'analisi ai principali paesi europei emerge questa rappresentazione grafica:


La relazione tra costo orario del lavoro e disoccupazione è debole: non supera il 17%. Ma se proprio si vuole vedere un legame, è evidente che non è l'alto costo del lavoro che determina la disoccupazione. E' vero semmai il contrario: la disoccupazione è mediamente più bassa, ove più alto è il costo del lavoro.

Un altro esempio delle teorie farlocche dei liberisti.

venerdì 13 giugno 2014

Uno sguardo all'economia americana (e non solo) con alcuni grafici

L'Ocse nel rapporto dedicato all'economia americana pubblica alcuni grafici molto interessanti, che qui riporto. L'Overview del rapporto lo trovate invece qui.

1) La forza della ripresa dell'economia americana dall'ultima crisi rispetto alle riprese precedenti, sia in termini di pil che di occupazione.

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2) Il livello di indebitamento sia delle famiglie che delle imprese (ho evidenziato con una freccia la posizione dell'Italia)

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3) L'impatto dell'ultima crisi sul tasso di crescita del pil, rispetto al trend pre-esistente. Si noti il confronto con l'economia dell'Euro Zona.

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4) Infine il livello del rapporto prezzo / utili delle azioni  americane, corretto per il ciclo, rispetto alla media storica, così come calcolato dal premio Nobel Robert J. Shiller



giovedì 12 giugno 2014

Negli USA un amministratore delegato prende in media quanto 290 lavoratori subordinati

Fonte: EPI


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Nel 1965 l'amministratore delegato di un'azienda (CEO) prendeva quanto 20 lavoratori. Oggi supera in media il reddito di 290 lavoratori.

Si parla delle migliori imprese, delle prime 350 aziende americane con le maggiori vendite. Ai valori 2013, si tratta di un incremento dei guadagni di oltre il 900% in termini reali rispetto a trentanni prima. 

Per i lavoratori l'incremento è stato poco più del 10%.

Una volta si diceva che i manager erano pagati in funzione dell'andamento dei prezzi delle azioni. Ora si può tranquillamente dire che essere il CEO equivale ad un posizione lavorativa speculativa. Ovvero che in quella posizione si può guadagnare anche 2 volte l'andamento dell'indice S&P500,   come avviene con i future o gli strumenti finanziari a leva. Con una garanzia rispetto alle opzioni di borsa: se le cose dovessero mettersi male, difficilmente ci perdi. 

Al limite, saranno i lavoratori a pagarne le conseguenze.

martedì 10 giugno 2014

Una crisi lunga (almeno) 13 anni

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel primo trimestre l’occupazione è rimasta sostanzialmente invariata  rispetto all’ultimo trimestre del 2013 (+0.1% in termini annualizzati). Ma rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso è risultata in calo dell’1%.

Ciò spiega in parte l’andamento  dei consumi delle famiglie, che crescono dello 0,3 annuo rispetto alla parte finale del 2013, ma scendono dello 0,6 rispetto a dodici mesi prima.

I consumi durevoli nonostante una crescita annualizzata negli ultimi due trimestri superiore al 3%, risultano di fatto invariati rispetto ad un anno prima.


Con riferimento al primo trimestre del 2008, i consumi delle famiglie sono caduti del 7,8%, soprattutto a causa dei beni durevoli, crollati del 24,2%.  Ma anche gli altri beni non vanno meglio, poiché scendono di oltre il 13%. Resta invece sostanzialmente invariata la domanda di servizi (-0,2).

L’export risulta in crescita di oltre il 3%, sia nel confronto annuale che in quello trimestrale rapportato ad anno. Ma nonostante il buon andamento degli ultimi dodici mesi, la domanda estera risulta di oltre il 3% inferiore al primo trimestre del 2008.


Le importazioni, per quanto si siano leggermente riprese negli ultimi trimestri (oltre l’1% sia nel confronto annuale che rispetto al trimestre precedente in termini annui), permangono di oltre il 14% sotto il livello del primo trimestre 2008.

La domanda pubblica è cresciuta nei primi tre mesi ad un tasso annuo dell’1,5% rispetto al trimestre precedente ed è ora dello 0,3% più alta rispetto ad un anno fa. Tuttavia rispetto all’inizio della crisi è del 3,3% inferiore in termini reali.

La domanda effettiva al netto degli investimenti è cresciuta negli ultimi due trimestri ad un tasso annuo superiore al punto percentuale. Nel confronto annuo cresce dello 0,5%. Rispetto all’inizio della crisi è del 2,5% più bassa. Occorre peraltro rilevare che, sebbene non si sia più ripresa, al di là delle deboli oscillazioni cicliche, l’entità del calo della domanda non sembra giustificare il crollo degli investimenti intervenuto in questo periodo (-26,7%). Tale andamento viene confermato anche dal primo trimestre di quest’anno: rispetto alla fine del 2013 gli investimenti scendono del 4,4% annualizzato e dell’1,3 rispetto allo  stesso periodo dell’anno scorso.


Nonostante il freno esercitato dagli investimenti, la domanda effettiva mostra un segno positivo, sia pur debole, dello 0,2% rispetto ad un anno prima. Ma le imprese hanno preferito smaltire le scorte accumulate, sicché il prodotto interno lordo (pil) risulta in calo dello 0,5%.

Questa crisi, al contrario di quanto si potrebbe pensare, non ha pulito il mercato dalle imprese meno efficienti. Se così fosse, si dovrebbe registrare un miglioramento della produttività, tanto più che l’occupazione negli ultimi sei anni è stata ridotta del 4,5% (ovvero di oltre un milione di persone). Invece, nonostante il taglio della base occupazionale, la produttività del sistema risulta inferiore del 4,6% rispetto all’inizio della crisi.


Con un pil del 9% inferiore rispetto a sei anni fa, non saranno certo “le riprese” allo 0,1%, come quelle dell’ultimo trimestre dell’anno scorso, che potranno portarci fuori dal pantano in cui siamo caduti. Se mai si ritornasse a crescere ad un tasso medio dell’1,5% annuo (come nel 2007) ci vorranno sette anni per raggiungere il livello del primo trimestre 2008.

Una crisi che, se non vi saranno altre ricadute, sarà durata 13 anni.

venerdì 6 giugno 2014

Emiliano Brancaccio sulla MMT

Si è discusso negli ultimi tempi della cosiddetta “Modern Money Theory” (MMT). Ispirata da alcune intuizioni del finanziere Warren Mosler e sistematizzata in campo accademico da Randall Wray ed altri, la MMT può essere in realtà considerata un caso particolare della teoria Post-Keynesiana. Si tratta di un caso fondato su alcune estremizzazioni teoriche, che danno luogo a risultati peculiari anche sul versante della politica economica. Una delle critiche che possono essere rivolte alla MMT verte sul fatto che, almeno nelle sue versioni più elementari, questa teoria sembra supporre che la semplice flessibilità del tasso di cambio sia in grado di risolvere i problemi derivanti dall’attuazione di politiche espansive a livello nazionale e dal possibile accumulo conseguente di disavanzi verso l’estero. In realtà la storia ci dice che il cambio flessibile non rappresenta uno strumento sufficiente per tenere in equilibrio i conti verso l’estero. In assenza di coordinamento internazionale, una politica espansiva nazionale dovrebbe essere accompagnata da meccanismi di controllo dei movimenti di capitali e, laddove necessario, anche di merci. 

Una intervista di VoxPopuli a Emiliano Brancaccio.

Attività finanziarie delle famiglie - 2013

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia e Istat

Secondo l’Istat, il reddito delle famiglie nel 2013 è stato pari a 1.079 miliardi di euro, lo 0,1% in più rispetto al 2012. I prezzi al consumo sono cresciuti tuttavia dell’1,3%, sicché il reddito reale è diminuito dell’1,2%. Ciò ha indotto le famiglie a ridurre i consumi in misura più che doppia, del 2,6%.

E’ pertanto aumentata la propensione al risparmio, dall’11,4 al 12,7% del reddito nominale, pari a 137 miliardi. Di questi, 11,4 sono stati impiegati per i rimborsi netti dei debiti pre-esistenti. Il totale delle passività finanziarie è pertanto sceso da 710 a 698 miliardi, pari al 64,7% del reddito delle famiglie.


La fetta più consistente del risparmio è stata utilizzata per gli investimenti, prevalentemente immobiliari. Secondo l’Istat tale voce avrebbe drenato 98,7 miliardi. Tuttavia, rispetto al 2012, detti investimenti sarebbero scesi del 3,8%, assai più dei mutui per l’acquisto delle abitazioni (-1,2%).

Dedotte le due voci precedenti, il risparmio destinato alle attività finanziarie si commisura in 26,9 miliardi, pari ad un terzo dalla crescita del patrimonio mobiliare stimato dalla Banca d’Italia per il 2013. Al netto di questa immissione di capitale fresco, la ricchezza finanziaria delle famiglie cresce dell’1,4%, poco al di sopra dell’inflazione.

Le famiglie possono contare su 3.758 miliardi di euro. Circa un terzo è detenuto in banconote e depositi (oltre 1.200 miliardi). Questi sono aumentati nel corso dell’anno passato di 24,4 miliardi e di 0,7 per interessi netti.

I titoli obbligazionari in mano alle famiglie sono 625 miliardi. Oltre la metà (326,5 mld.) sono emessi dalle banche, sebbene siano diminuiti di quasi 50 miliardi. I titoli pubblici contano per 184,4 miliardi, meno del 5% del patrimonio finanziario lordo. Anch’essi sono diminuiti di 20 miliardi rispetto ad un anno prima. In calo anche i titoli esteri, che valgono meno di 114 miliardi, mentre è marginale il possesso di titoli emessi dalle imprese (0,3 mld.).

Le famiglie vantano prestiti, inclusi quelli alle cooperative, per oltre 15 miliardi.

Le azioni nel portafoglio delle famiglie valgono 60,6 miliardi (2,1 mld. in più rispetto a fine 2012). Ma gli investimenti effettivi sarebbero diminuiti, secondo la Banca d’Italia, di 11 miliardi. Ne consegue che i prezzi (+16,6% il Ftse-Mib nel 2013), avrebbero rivalutato gli investimenti di 13,1 miliardi, ossia del 22,4%.


Le quote di partecipazioni in altre attività imprenditoriali varrebbero oltre 812 miliardi (+8,4%).

Il possesso di azioni estere rimane modesto (43,2 mld.), sebbene siano incrementate in valore del 14,6%.

Cospicua è anche la crescita dei fondi comuni di investimento (+13,6%), che valgono oltre 308 miliardi.

La posizione netta sulle assicurazioni vita e sui fondi pensione vale oltre 690 miliardi (il 18,4% delle attività finanziarie), con una crescita del 5% sul 2012.

Al netto dei 698 miliardi di debiti, la ricchezza finanziaria delle famiglie si commisura in poco meno di 3.060 miliardi, il 3,1% in più del 2012.

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mercoledì 4 giugno 2014

Morti per inquinamento: tra i primi 10 paesi a livello mondiale, 8 sono europei (Italia inclusa)

Fonte: Quartz.com / Ocse

Credevate che la legislazione europea fosse particolarmente attenta all'ambiente? I morti per inquinamento smentiscono una credenza diffusa. Tra i primi 10 paesi al mondo,  otto sono europei, tra cui l'Italia, ove nel 2010 vi sono stati quasi 570 morti per ogni milione di abitanti (ovvero più di 34 mila persone).


martedì 3 giugno 2014

7,6 milioni di persone senza lavoro (disoccupazione effettiva al 26%)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat ed Eurostat

Nel primo trimestre di quest’anno gli occupati sono diminuiti rispetto allo stesso periodo del 2013 di 213 mila unità. Il calo ha riguardato pressoché integralmente i dipendenti e quasi 10 mila lavoratori autonomi.



Il settore delle costruzioni è quello che ha visto svanire in percentuale il maggior numero di posti di lavoro (-4,8%), colpendo quasi esclusivamente i lavoratori dipendenti (-8%), corrispondenti a più di 75 mila unità.

L’agricoltura ha espulso il 4,6% degli occupati, ovvero 36 mila persone, in prevalenza imprenditori agricoli (20 mila). Cospicua è comunque la quota dei dipendenti che hanno perso il posto di lavoro (16 mila).  

Il settore dei servizi accusa il calo occupazionale più consistente in termini assoluti (83 mila persone), soprattutto per l’espulsione di 76 mila dipendenti e la rinuncia a continuare l'attività di 7 mila lavoratori autonomi.

Nell’industria il calo dell’occupazione si ferma allo 0,3%, coinvolgendo 35 mila dipendenti, sebbene 19 mila persone abbiano intrapreso una nuova attività imprenditoriale.

Dei 204 mila dipendenti che hanno perso il lavoro, 137 mila erano a tempo indeterminato e 67 mila precari (ovvero a tempo determinato). La quota dei precari sul totale dei dipendenti scende dal 13,5 di dodici mesi fa al 12,6%.

Ma anche tra coloro che hanno un’occupazione a tempo indeterminato le cose non vanno particolarmente bene. Quelli che lavorano full time sono diminuiti di 170 mila, ma di questi solo uno su cinque ha potuto  continuare a lavorare part time (+33 mila).

Nel complesso il 28,2% dei dipendenti non ha un contratto permanente o lavora part-time.

I cassa integrati (530 mila equivalenti a tempo pieno; 6 mila in meno rispetto ad un anno prima) sul totale dei dipendenti a tempo indeterminato sono il 3,6%



Rispetto allo stesso trimestre del 2013, vi sono 211 mila disoccupati in più. Tuttavia se si includono coloro che hanno rinunciato a cercare un’occupazione, si arriva a 443 mila persone in più . Tenendone conto, il tasso di disoccupazione aumenta dal 13,6 ad oltre il 24%. Considerando anche i cassaintegrati (equivalenti a tempo pieno), quasi il 26% non ha un’occupazione. Si tratta di 7,6 milioni di persone.


Al netto degli effetti stagionali, la disoccupazione ufficiale ad aprile è del 12,6% (pari a 3,2 milioni di persone, di cui un quinto con meno di 25 anni).



Nella zona euro, la disoccupazione in Grecia è al 26,5% (a febbraio) e supera il 25 in Spagna. La Francia è al 10,4 e la Germania resta poco sopra il 5%.