sabato 26 aprile 2014

Grecia, dall'ironia del rating al crimine premeditato

Morya Longo su Il Sole 24 Ore di oggi, a proposito delle promozioni delle agenzie di rating sul debito pubblico dei paesi europei, scrive
Ancora nel 2009 erano considerati iper-sicuri Paesi come la Spagna e l'Irlanda. Anche l'Italia e il Portogallo, fino al 2009, avevano valutazioni poco inferiori alla "Tripla A". Persino la Grecia (con i conti truccati) poteva sfoggiare un'invidiabile "A": sinonimo (alquanto ironico se visto oggi) di elevata capacità di rimborsare i debiti.

Sul debito greco in realtà vi è ben poco di ironico, dato che il default è avvenuto sotto le insegne dell'euro (e non per averlo lasciato), mediante l'imposizione ad uno stato sovrano, per opera di un comitato di tecnici privo di qualsiasi legittimità democratica, di politiche di bilancio che avevano il solo scopo di dare il tempo alle banche nord-europee di recuperare i loro crediti, prima di abbandonare il paese a se stesso e alla miseria più nera (pil -23,7% dal 2007; disoccupazione al 27,5%).

Ma nonostante le politiche imposte dalla troika (BCE, Commissione Ue e FMI), il debito pubblico è (ironicamente?) passato dal 107 al 175% del pil. 

Vi è forse motivo per ritenere che il debito greco sia ora più affidabile?  Eppure i tassi sono tornati al livello di quattro anni fa, quando il debito era inferiore di oltre 25 punti percentuali. Il che dimostra una volta di più che non è il livello del debito pubblico che determina i tassi (il Giappone ha un debito pubblico superiore al 240% e paga  lo 0,6%, quasi un punto in meno dei titoli tedeschi, e per di più con una valuta che dall'inizio del 2012 si è svalutata in termini reali del 28,4% - il che a sua volta dimostra che con la sovranità monetaria si possono avere bassi tassi anche con la svalutazione).


Le sofferenze inferte al popolo greco potevano essere evitate e poteva essere evitato il default. Se così non è stato, vuol dire che hanno prevalso altre logiche: finanziarie a quelle sociali, tecnocratiche a quelle democratiche. Ma quelle scelte, compiute consapevolmente, prima ancora che fallimentari, hanno l'aspetto di un atto criminale. Ad opera di una associazione a delinquere. 

Brevetti

Fonte: Ocse

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Animal Spirits e Vudù

Fabrizio Galimberti su Il Sole 24 Ore di oggi scrive
riduzioni di imposta finanziate da riduzione di spesa, si dice, possono essere recessive invece di dare uno stimolo (il moltiplicatore della spesa è superiore al moltiplicatore dell’entrata). Il che è tecnicamente vero, ma la temperie presente della nostra economia mal si presta a questi calcoli. Dopo una lunga prostrazione che ha rigettato il reddito reale pro-capite al livello di fine secolo scorso, tutto ormai si gioca su variabili diverse dalla contabilità degli stimoli. Quel che conta è la fiducia, la propensione al consumo non è una costante, la propensione ad investire è scalpellata dagli “spiriti animali”, l’umore del Paese può cambiare rapidamente.
Sono sostanzialmente le stesse tesi che venivano avanzate per l’austerità espansiva: un taglio della spesa pubblica, permettendo di ridurre la pressione fiscale, avrebbe ridato fiducia al settore privato che avrebbe incominciato ad investire, alleviato dal ridotto peso delle imposte. Sappiamo come è andata: l’avanzo primario dal 2010 al 2013 è passato dallo 0,1 al 2,5% del 2012 e al 2,2 dell’anno scorso. Nello stesso periodo il pil è sceso del 3,6% ed ora gli stessi fantasiosi autori (Giavazzi e Alesina) sono favorevoli ad uno sforamento del deficit del 3%.

Non si capisce infatti perché una teoria (quella del moltiplicatore della spesa pubblica), confermata da studi empirici del Fmi, non debba valere per l’Italia e ci si debba piuttosto affidare a teorie non molto diverse da quelle vudù, per le quali politiche restrittive avrebbero effetti espansivi.

Ma al di là delle dispute teoriche, resta il fatto che il programma economico del governo Renzi, così come illustrato dal DEF, prevede che l’avanzo primario salga dal 2,2 al 2,6%. Anche tralasciando tutti i discorsi sui moltiplicatori, l’effetto sul settore privato è chiaramente restrittivo.


Se crescita sarà (la media delle previsioni è allo 0,6%), non sarà certo per merito della domanda pubblica, ma nemmeno dei consumi delle famiglie (il FMI li stima in calo di un altro 0,2%). L’espansione dovrebbe arrivare dalla domanda estera, la quale andrebbe però a compensare il calo della domanda interna al netto degli investimenti. Questi ultimi, infine, innanzi ad una domanda effettiva sostanzialmente stagnante dovrebbero crescere secondo il Fmi, di quasi il 2%. Perché? Boh. Spiriti animali o wishful thinking, salvo poi scoprire tra sei mesi che la previsione era troppo ottimista.


P.S. - Intanto sono già arrivati i primi lamenti per il calo dell'export in seguito alle svalutazioni dei paesi emergenti. (Se la svalutazione del tasso di cambio è un male per il sistema economico, come mai la rivalutazione non è così benefica?)

venerdì 25 aprile 2014

Dal 2007 la deflazione è stata indotta dal calo del reddito reale delle famiglie

La deflazione favorisce l'aumento del potere d'acquisto delle famiglie? A prima vista potrebbe essere ragionevole, ma come ricorda Paul Krugman potrebbe essere che la deflazione sia indotta da un calo dei redditi. In tal caso, non essendo per lo più omogeneo il rallentamento delle due variabili economiche, è possibile che ad un calo dei prezzi si accompagni una caduta dei redditi reali.

Ed è quanto è successo in Italia dal 2007. Ogni volta che i prezzi hanno cominciato a rallentare, il potere d'acquisto delle famiglie è sceso. Mentre con un'inflazione in crescita - per quanto possa sembrare paradossale - i redditi si sono difesi meglio.



Le famiglie non rinviano una serata al ristorante nella speranza di pagare l'1,35% in meno, ma possono sicuramente rinviare l'acquisto di una casa o di un auto se ritengono di spuntare prezzi migliori tra sei mesi o un anno. Si deve inoltre tener presente che non è ancora introiettata nella propensione al consumo delle famiglie la sensazione di vivere in un contesto deflazionistico, perché non si ha la percezione di una generalizzata discesa dei prezzi.

Ma se la deflazione si dovesse affacciare realmente e fosse indotta da una parallela discesa dei redditi reali - come lo è stata dal 2007 ad oggi - dubito che vi sarebbero motivi per essere contenti. Tanto più che le famiglie chiamate a rimborsare un prestito (ad esempio per l'acquisto di un auto, piuttosto che di un mutuo) si troverebbero nella sgradevole situazione di dover far fronte ad un impegno sempre più gravoso, dato che il valore del debito resterebbe invariato innanzi ad un reddito che potrebbe calare non solo per i sacrifici che sarebbero chiamati a sopportare le famiglie lavoratrici, ma anche per il possibile venir meno della stessa fonte di reddito (perdita del posto di lavoro) o in seguito ad una drastica decurtazione provocata dalla crisi (es.: cassa integrazione). 

In tal caso, anche in presenza di un calo dei prezzi dei carburanti, il beneficio per le famiglie non sarebbe molto diverso da quello che arreca un placebo ad un malato terminale.

In altri termini, il potere d'acquisto delle famiglie più che dalla paranoica paura dell'inflazione è determinato dall'andamento dei redditi. Ma la difesa di questi può generare conflitti sociali, mentre "la lotta all'inflazione" è per un verso più tranquillizzante e dall'altro più convincente nel contenere le pretese di aumenti salariali.

giovedì 24 aprile 2014

Il sistema bancario italiano tra i più esposti nella crisi russo-ucraina

Fonte: BRI

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L'esposizione indicata come "immediate borrower basis" (barra rossa) esprime i crediti vantati, mentre quella "ultimate risk basis" (barra azzurra) li corregge per il trasferimento del rischio mediante garanzie e collaterali ad altri paesi o settori.

venerdì 11 aprile 2014

La Politica di Bilancio del 2013 e quello che ci aspetta nel 2014

L’anno scorso le entrate fiscali sono diminuite, dello 0,8%. Qualcuno se n'è accorto? Meglio non farla questa domanda se non si vuole ricevere insulti e contumelie. Eppure la pressione fiscale è stata limata dal 44 al 43,8%.

Non solo lo sgravio è impercettibile, ma può dare una falsa illusione. Perché mentre le imposte dirette sono aumentate (dello 0,6%), sono calate le imposte indirette (-3,6%) e i contributi sociali (-0,5%). Eppure tutti ci ricordiamo che l’iva e le accise sono state aumentate.  E come può un aumento dell’aliquota accompagnarsi ad una riduzione del gettito? In un solo modo: riducendo la base imponibile, ovvero in seguito alla riduzione dei consumi e degli acquisti. Nel 2013, infatti, la domanda interna del settore privato espressa in termini reali è scesa del 3,1% e le importazioni (su cui si applica l’iva) del 2,9%. Le manovre fiscali restrittive anziché incrementare il gettito lo hanno ridotto. Come si sono ridotti i contributi sociali per il calo degli occupati (-2%). Ed ecco spiegato come una stretta fiscale si traduce in un’apparente miglioramento della pressione fiscale.

Con le entrate extra-tributarie, gli introiti delle Amministrazioni Pubbliche restano invariate rispetto al 2012 (47,7% del pil).


La spesa per i dipendenti è scesa dello 0,7%, mentre le prestazioni sociali sono aumentate del 2,7%. In leggera crescita gli acquisti di beni e servizi (+0,6%).

La riduzione dei tassi di interesse ha permesso di ridurre l’onere sul debito del 6,8%, da 84,6 a 78,8 miliardi.

Notevole anche il calo degli investimenti (-9,2% a prezzi correnti) e delle spese in c/capitale in generale (-12,8%).

Nel complesso le uscite diminuiscono dello 0,5% in linea con il calo del pil nominale (-0,4) e restano pertanto invariate al 50,6%.

Il deficit è pari  al 2,8% (2,9 nel 2012), ma è tutto imputabile agli interessi sul debito, dato che nel 2013 l’avanzo primario è stato del 2,2%.



Cosa ci aspetta per il 2014? Gli 80 euro? Sarà pure, ma secondo il DEF del governo Renzi, le imposte dirette dovrebbero aumentare dell’1,7% e i contributi sociali dello 0,6. Si avrà quindi una redistribuzione del carico fiscale spostando il peso dai lavoratori dipendenti a basso reddito ad altre categorie? Forse. Ed è un forse non ispirato da pregiudizi ideologici, perché contestualmente le imposte indirette (quelle che incidono di più sui ceti meno abbienti) dovrebbero aumentare del 5,4%! Temo quindi che vi sia ben poco in termini di redistribuzione fiscale (e che ancora una volta, si tolga con una mano ciò che si dà con l’altra).

Nel complesso le entrate fiscali dovrebbero aumentare del 2,2%, ben oltre l’1,7 previsto per il pil nominale, e la pressione fiscale ritornerebbe al 44% (dal 43,8 del 2013).

La spesa per i dipendenti continuerebbe a diminuire (-0,7%), come avviene ormai da quattro anni (-5,3% dal 2010), mentre le prestazioni sociali (pensioni, disoccupazione, ecc.) continuerebbero a crescere del 2,7%.

E’ previsto un aumento degli acquisti di beni e servizi del 3,3%, ma proseguirebbe il taglio degli investimenti (-5,3% a prezzi correnti). Nel complesso, tuttavia, la spesa in c/capitale aumenterebbe del 6,7%.

L’avanzo primario, ossia il saldo tra le entrate e le uscite al netto degli interessi, salirebbe dal 2,2 al 2,6%.

Gli interessi sul debito aumenterebbero a 82,5 miliardi (+4,7%), con il totale delle uscite che aumenterebbe del 2,6%, pari al 51% del pil.

Il deficit, per effetto dell'aumento delle entrate superiore a quello delle uscite, scenderebbe dal 2,8 al 2,6%.

mercoledì 9 aprile 2014

I twitter-epistemologi

Bene ha imparato "correlazione non è causa-effetto"

E' l'ultimo che su twitter ha voluto precisarmi che un grafico non dimostra scientificamente nulla, perché vi possono essere altri fattori, che non è un'analisi multivariata, che una correlazione non necessariamente implica una relazione di causalità.

Vero. Peccato che quelli che si fanno belli con i principi epistemologici od econometrici quasi sempre nei loro tweet non citano quasi mai un dato, ma solo affermazioni sulla cui bontà si potrebbe discutere a lungo.

Sono perfino capaci di dirti che gli argomenti che tratti richiedono dei paper.

E quand'anche si mettesse un link, quanti di questi twitter-epistmologi riuscirebbero a comprendere uno studio econometrico?

Se vogliamo riservare agli econometrici l'uso esclusivo di twitter non ho problemi a farmi da parte ed assistere ai duelli sugli R quadro o i t-student. Oppure, anziché continuare a ripetere che un grafico non è una analisi multivariata, si abbia la bontà di portare una tesi (anche monovariata) alternativa. Perché 

a) un grafico o una tabella può non essere sufficiente a dimostrare una relazione funzionale tra due variabili, ma può essere in grado di smentire un'affermazione

b) perché non può significare il contrario di quello che rappresenta 

c) perché se le variabili rappresentate in un grafico o in una tabella hanno un minimo di coerenza logica (economica) e vi è una relazione tra i due fenomeni, per quanto non esaustiva, quella relazione ha un fondamento.

L'alternativa, altrimenti, è che su twitter i dati e i grafici non sono scientifici, ma i luoghi comuni assurgono a verità rivelate. Mi pare un po' troppo.

Nessuno in 140 caratteri può sviscerare un argomento sotto tutti i punti di vista e analizzare ogni singola sfaccettatura. Non è facile nemmeno in un blog (ci vuole come minimo un paper). Ma tra le cazzate in libertà e un'affermazione supportata da un  singolo dato, spirito scientifico vuole che si esamini la seconda e si lasci perdere la prima. 

Inoltre non è una confutazione  dire che una tabella è monovariata. Confutazione è quando altro dato o altra analisi smentisce la tesi o ne dà una spiegazione migliore.  





martedì 8 aprile 2014

domenica 6 aprile 2014

Salario Minimo

Ovviamente si sono già alzate le voci dei liberisti paventando delocalizzazioni delle imprese italiane, qualora fosse introdotto anche da noi.

Ma com'è che in Belgio, Olanda, Irlanda, Francia, Regno Unito e Stati Uniti le imprese convivono con il salario minimo e solo in Italia sarebbero terrorizzate? 

E come mai ora viene introdotto in Germania, ma non può essere considerato per l'Italia?


Aggiornamento del 18 aprile 2014
Il link conduce ad una cartografia ove si rappresenta il tasso di disoccupazione e i paesi con il salario minimo. Ad un primo sguardo direi che non vi è alcuna relazione evidente che porti a concludere che il salario minimo si accompagni a tassi di disoccupazione più elevati. 

giovedì 3 aprile 2014

La piena occupazione? quando i disoccupati sono al 10%

Fonte: Ocse

I presunti (e presuntuosi) tecnici dell'Ocse (come quelli della Commissione Ue) hanno stabilito che l'Italia avrà la piena occupazione quando i disoccupati saranno circa il 10% (contro l'attuale 13%).

Non ci credete? Impossibile? 

Beh, pensate che questi incompetenti, che si sentono autorizzati a fornire raccomandazioni di politica economica come se fossero i depositari della Legge, prevedono la piena occupazione per la Spagna con il 22% dei disoccupati.

Serve altro per capire che usano modelli totalmente sballati? 

Anziché far riferimento al punto più alto del ciclo economico, questi sciacalli definiscono il massimo della capacità produttiva (e annessa occupazione e disoccupazione) quella che risulta dalla media degli ultimi anni. E poiché dal 2008 la disoccupazione è in crescita, la media restituisce tassi di disoccupazione "strutturale" sempre più elevati. Ne consegue che le politiche espansive devono essere evitate, perché altrimenti ripartirebbe l'inflazione anziché crescere l'occupazione. 

Follia allo stato puro!

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Nel 2013 compravendite immobiliari in calo del 9,2% (-25,8 nel 2012).

Fonte: Istat, BI, AdT

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Fonte: Istat

Fonte: Banca d'Italia

mercoledì 2 aprile 2014

Due pensionati su tre ricevono meno di 1.500 euro al mese

Fonte: Istat

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Solo 211 mila persone hanno una pensione superiore a 5.000 euro al mese (ovvero l'1,3% dei pensionati percepisce il 6,3% della spesa pensionistica).

Il 65% dei pensionati riceve invece una pensione inferiore ai 1.500 euro (e sono esclusi dagli 80 euro annunciati da Renzi). Le loro pensioni incidono per il 39% della spesa complessiva.