sabato 29 marzo 2014

Il rapporto spesa pubblica / pil non definisce l'efficienza della spesa

E’ opinione diffusa che la spesa pubblica italiana sia inefficiente e troppo elevata. Non è raro sentire i liberisti lamentarsi per il fatto che sia superiore al 50% del pil.

Che la qualità della spesa possa essere migliorata non vi è ombra di dubbio, sia in termine di funzioni (destinazione della spesa), sia in termini di efficacia e di efficienza.

Ma il più delle volte, anche quando si parla di spending review, non si chiede altro che sia ridotta, pensando in tal modo di costringere i nostri amministratori a tagliare il superfluo e gli sprechi.

Abbiamo più di una prova che i tagli (lineari o meno) non incidono in realtà sulle inefficienze (e tanto meno sui privilegi di chi è chiamato ad esercitare la funzione pubblica). I tagli finiscono immancabilmente per ripercuotersi sulla qualità dei servizi, sulle prestazioni sociali e sul blocco degli stipendi pubblici. Inoltre, non è raro che si parta con l’idea di tagliare e si finisca con introdurre nuove imposte.

Ma questo furore ideologico contro la spesa pubblica non ha alcun fondamento economico, poiché la spesa del settore pubblico è un’entrata per il settore privato, in termini di stipendi (i dipendenti pubblici sono dei privati cittadini come tutti gli altri), di pensioni e di acquisto di beni e servizi alle imprese. La spesa pubblica sostiene i redditi del settore privato.

Per rendersene conto si può dare un’occhiata a questo grafico che riporta la spesa pubblica per abitante e il pil procapite in parità di potere d’acquisto.


Come è evidente, più è elevata la spesa pubblica più è elevato il pil (vi è una correlazione di poco inferiore al 90%).

Si scopre poi che la spesa pubblica italiana è praticamente in media con quella dell’Unione Europea (a 28 paesi). Spendono più di noi la Germania, l’Irlanda, la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Austria e la Finlandia (per restare  tra i maggiori paesi dell’area euro).

Ma il grafico ci dice anche un'altra cosa: se un paese si trova al di sopra della retta di regressione (linea blu) vuol dire che a parità di spesa pubblica procapite l’effetto sul pil è maggiore di  quello ottenuto dal paese che si trova al di sotto.

Tenendo conto che sono inclusi anche gli interessi sul debito, l’Italia si trova proprio in linea con la retta di regressione. 

Va da sé che il pil può essere più elevato o più basso per altre ragioni. Ma resta il fatto che la spesa pubblica italiana – oltre che essere quantitativamente in linea – non è meno “efficiente”  di quella media europea.

Può essere migliorata e resa più efficiente? Certo, ma non è il livello della spesa (il 50% del pil, gli 800 miliardi tanto citati) che ci può dire se è stata spesa bene o male.

Si può spendere malissimo pur spendendo poco e spendere bene pur spendendo molto di più.

Guardiamo questo grafico.


La spesa pubblica è messa a raffronto sia in termini procapite sia in percentuale del pil. Tracciando i quadranti rispetto alla media dell’Unione Europea, si nota ancora un volta che l’Italia è sostanzialmente in linea su entrambi i fronti. Spendono molto più di noi, sia in termini procapite che in percentuale del pil, l’Austria, il Belgio, la Francia e la Finlandia.

Se provate a chiedere qual è il settore pubblico più efficiente tra quello olandese e quello italiano è quasi certo che tutti vi diranno che quello olandese è migliore. Eppure, con una spesa in rapporto al pil identica alla nostra (50,4% quella olandese, 50,6% quella italiana), il settore pubblico olandese spende quasi il 40% in più per ogni cittadino rispetto a quanto spende il settore pubblico italiano (18 mila contro 13 mila, nel 2012).
Come può essere più efficiente un sistema che ha lo stesso impatto sul pil, spendendo il 40% in più?

E’ non è un caso. Si prenda la Grecia (ove la spesa pubblica conta il 53,6% del pil) e l’Austria (51,7%). Se si conviene che il settore pubblico austriaco sia migliore di quello greco (e non è così difficile di questi tempi, viste le draconiane misure che sono state imposte a quel paese), come è possibile che il settore pubblico austriaco spenda più del doppio (18.800 contro 9.200 euro)? Dove sta l’efficienza nello spendere il doppio per ottenere un impatto sul pil perfino inferiore?

Se le cose stanno in questi termini, vi è solo un’altra possibile spiegazione: il rapporto spesa pubblica / pil non racconta tutta la storia che ci vogliono far credere. Forse il problema non è nella spesa pubblica (quella italiana e greca, ma anche spagnola e portoghese), ma nel pil. Se in percentuale la spesa pubblica è alta, pur con una spesa per abitante inferiore, forse il problema sta in un pil troppo basso.

E guarda caso, ad avere problemi recessivi sono soprattutto i PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna). Un alto rapporto spesa pubblica / pil può quindi indicare non tanto un eccesso di spesa, quanto una carenza o un’incapacità del sistema economico a generare un alto volume di reddito. Ma, come abbiamo visto, i redditi aumentano in parallelo con l’aumento della spesa pubblica (non con i tagli).

Eppure, per una stupida ideologia liberista, si è fatto l’opposto. E i risultati si vedono: disoccupazione al 13% in Italia e oltre il 25% in Grecia e in Spagna. Olè! 


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Aggiornamenti del 1° Aprile 2014

1) Si veda anche l'intervento a quattro mani di Stefano Perri e Riccardo Realfonzo, Tagli alla spesa pubblica? Una vecchia ricetta, pubblicato su Economia e Politica.

2) Il Bruegel Policy Brief di aprile pubblica i seguenti grafici:



Il primo mette in relazione la spesa sociale in percentuale del pil (sebbene sarebbe stata più utile la spesa procapite) con la riduzione della diseguaglianza dei redditi.
Questo grafico è comunque utile per determinare l'efficacia o meno della spesa. Infatti, l'Italia pur avendo una spesa sociale simile all'Olanda (circa il 20% del pil) riesce a ridurre le disuguaglianze del 28% circa, contro il 36 del paese nord-europeo.
Si noti che spendono in spesa sociale più dell'Italia, il Belgio, la Francia, l'Austria e la Germania (che destina a tale finalità il 26% del pil).

Il secondo grafico mette in relazione la pressione fiscale sempre con la riduzione della diseguaglianza dei redditi. Pertanto, a rigore, non si può attribuire precisamente quanto sia efficace o meno la spesa sociale,  piuttosto che il sistema fiscale.
Tuttavia, si noti che l'Italia pur avendo una pressione fiscale simile alla Finlandia, ha un effetto redistributivo decisamente inferiore (il 41% contro il nostro 28%).

sabato 22 marzo 2014

L'importante è fare un polverone

Renzi vuole spendere di più in modo da rilanciare la domanda e la crescita economica. La sua speranza è che questo sia un modo più facile per ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil
Lui sembra più determinato di ogni recente primo ministro italiano nell’usare i tagli alla spesa, non gli aumenti delle tasse, per far quadrare i conti pubblici


E' quanto si può leggere sul settimanale The Economist e ripreso dal FQ.

Non notate anche voi una leggera contraddizione?

Beh, certo, si può sempre dire che taglia la spesa pubblica improduttiva per dare spazio a quella buona.

Quindi dare 80 euro ai lavoratori e tagliare 85 mila dipendenti pubblici sarebbero le due facce della stessa medaglia (sorvolando sul fatto che i primi sono delle minor entrate, più che un aumento di spesa).

Ma se, per gli 85 mila pubblici che saranno licenziati, non si andrà tanto per il sottile, con Mauro Moretti, Amministratore Delegato delle Ferrovie dello Stato (che ha minacciato di dimettersi se gli tagliano lo stipendio di 850 mila euro), Renzi indosserà il guanto di velluto e portandogli una mano all'orecchio lo convincerà a restare, per la gioia dei pendolari costretti ogni giorno a viaggiare come se fossero in carri bestiame.

Può essere che 85 mila dipendenti siano di troppo, ma in tal caso c'è da chiedersi perché si assumano delle persone con contratti precari. Per risparmiare? 

Ma in tal caso è conforme allo spirito costituzionale una pubblica amministrazione che tratta in maniera differente persone chiamate a svolgere lo stesso lavoro? (art. 36, primo comma).

Se la pubblica amministrazione assume delle persone perché gli organici sono carenti, come è possibile che ve ne siano 85 mila di troppo? Non sarebbe forse il caso di riorganizzare gli uffici? Forse varrebbe la pena di convocare le organizzazioni sindacali.

Anche perché ho il sospetto che se la pubblica amministrazione non è così efficiente, oltre che per le numerose leggi e regolamenti che è chiamata a rispettare (e a far rispettare), dipenda dal fatto che le risorse sono state tagliate in tutti i settori. 

Al contrario di quanto comunemente si crede, la spesa pubblica al netto degli interessi e deflazionata dell'aumento dei prezzi, è in realtà scesa di quasi il 5% rispetto alla fine del 2009. 


Ma mentre si invocano tagli alla spesa pubblica, con il risultato di avere scuole, strade e ospedali fatiscenti, nonché una rete internet da terzo mondo e un assetto idrogeologico da aver paura ad ogni temporale più forte del solito, gli sprechi restano sempre lì. A vantaggio di chi? Quali sono le aziende che traggono extra-profitti grazie ad un sistema di appalti che definire borbonico è fare un complimento? 

Perché se ci sono degli sprechi vuol dire che ci sono delle aziende private che fanno dei guadagni illeciti. Ma il governo chi ascolta? la Confindustria o gli utenti dei servizi? Ascolta i genitori degli studenti, le organizzazioni che rappresentano i pazienti, i cittadini o le imprese? Chi siede al tavolo con il governo?

Quindi è troppo facile parlare di deficit del 3%, se i provvedimenti lasciano alle imprese gli extra profitti, mentre si continua a tagliare i fondi per la scuola,  la ricerca, i servizi ospedalieri e a licenziare 85 mila persone.

Alla fine, la maggior spesa per gli 80 euro verrà assorbita da altre minori spese altrettanto essenziali e il risultato netto sarà nullo. E se, come al solito, ad un aumento di 80 euro seguiranno aumenti di accise, addizionali irpef e alte imposte sulla casa, il risultato sarà negativo, con un effetto recessivo sull'economia, come recessive sono state le manovre dei governi Monti e Letta.

Ma questo l'Istat ce lo dirà tra un anno. Adesso ci sono le europee. E se gli 80 euro non bastano, si sollevi un bel polverone (come un pseudo scontro con la Commissione Ue sul rispetto o meno del 3%: non dovete dircelo voi che dobbiamo rispettare i vincoli, dobbiamo essere noi a dirlo), in modo che  gli elettori per non sbagliare siano indotti a votare come hanno sempre votato (salvo poi lamentarsi il giorno dopo di come va il paese).



mercoledì 19 marzo 2014

Produzione Auto 2003-2013, l'Italia passa dall'11° al 25° posto a livello mondiale

Fonte: OICA

La quota di mercato sulla produzione mondiale di auto passa dal 2,4 allo 0,6%.


Istruzione, Spesa sanitaria e ineguaglianze in Italia e nei paesi Ocse

Fonte: Ocse

Il grado di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi può essere misurato dall'indice del Gini, che varia da zero a uno. Più l'indice è basso più si ha equidistribuzione del reddito; più è alto più il reddito del paese è concentrato in poche persone.


La spesa sanitaria per abitante. Nonostante tutto il male che si può dire, quella italiana è non solo inferiore a quella media dei paesi più sviluppati (Ocse), ma è inferiore di circa un terzo rispetto a quella tedesca.


La spesa per l'istruzione per studente


martedì 18 marzo 2014

Evoluzione debito per interessi e saldo primario dal 1981

A Ballarò, Fiorella Kostoris ha difeso il divorzio Bankitalia-Tesoro.

Vorrei ricordare che nel 1980 il  debito pubblico era equivalente a 114 miliardi di euro, pari al 55% del pil. Oggi, grazie a quella scellerata decisione, il debito è arrivato a 2.070 miliardi, pari al 132,6% del pil. Una decisione evidentemente fallimentare. Perché in questo periodo, dovendo necessariamente ricorrere pressoché esclusivamente ai mercati finanziari, sono stati pagati quasi 2.300 miliardi di interessi (su un debito che è arrivato a 2.070 partendo da 114). 

Se il debito è inferiore agli interessi pagati lo si deve all'avanzo primario, che nel periodo è stato di 545 miliardi. Vale a dire che il settore pubblico (con tutti i suoi sprechi, le inefficienze, i privilegi, la corruzione e l'evasione fiscale)  ha prelevato dal settore privato in questi 30 anni 545 miliardi in più di quanto abbia restituito in termini di servizi, pensioni, stipendi, investimenti pubblici e acquisti di beni e servizi alle imprese, deprimendo l'economia italiana e ampliando la disoccupazione.


Il debito non è dato dalla spesa pubblica, solitamente intesa, ma dagli interessi che dobbiamo pagare prevalentemente al sistema finanziario italiano e internazionale. E per pagare questa rendita al settore finanziario hanno prelevato dalle tasche del settore privato negli ultimi 30 anni 545 miliardi netti e la differenza è andata ad accumulare il debito.

Riportare la Banca d'Italia sotto il controllo del Tesoro eviterebbe alle finanze pubbliche di pagare tassi di interesse non sostenibili per l'economia italiana.

Import-Export di armi

Fonte: Sipri-The Economist

cliccare per ingrandire

lunedì 17 marzo 2014

Euro ... o non Euro? Questo è il problema

Ieri, discutendo su twitter a proposito dell’uscita o meno dall’euro, ho trovato un interlocutore secondo il quale il calo della produzione industriale (-25% dal 2007) era riconducibile, tra le altre cause citate prive di fondamento (es.: colpa della svalutazione della lira degli anni precedenti), alla chiusura di imprese che producevano magliette, in quanto messe fuori mercato da produzioni cinesi o perché avevano delocalizzato in Tunisia o altri paesi.

Ora, quando un indice cade del 25%, difficilmente il problema si concentra in uno o pochi settori. Ma un conto è avere una sensazione è un conto è averne la certezza. E così mi sono preso la briga di andare verificare.

Ma prima di esporvi il risultato della mia ricerca, non voglio dare l’impressione di sfuggire alle tesi dell’intercultore eurista.

Il discorso della svalutazione della lira non sta in piedi per due ragioni: la prima, perché tendenzialmente le svalutazioni favoriscono le esportazioni e quindi l’aumento dell’attività produttiva; la seconda è che l’euro c’è da quando è stata fissata la parità della lira a 1936,27, ossia dal 1999. E non è concepibile  sostenere che una crisi avvenuta nel 2007 tragga origine da fatti avvenuti più di dieci anni prima. Nemmeno se si volesse sostenere (come sembra da qualche suo tweet) che l’euro avrebbe solo evidenziato le difficoltà di un sistema industriale non competitivo (le famose magliette che continuava a citarmi). Perché, se anche fosse, bisognerebbe allora riconoscere che l’euro è comunque stato un danno per le nostre imprese.

Ma è vero che la crisi ha fatto chiudere le imprese non competitive, come quelle del tessile-abbigliamento?


Ora, va da sé che le imprese che chiudono sono quelle meno competitive (banalità), ma quando un paese perde un quarto dell’attività produttiva non è più così banale. Inoltre se ne dovrebbe desumere che, se sono venute meno solo le imprese meno competitive, la produttività del sistema ne abbia  tratto giovamento. E’ cosi?


I dati sembrano raccontare un’altra storia. La produttività, tanto per l’economia nel suo complesso quanto per il settore industriale, è inferiore a quella del 2007 (o, se vogliamo essere generosi, uguale). Se fossero sparite solo le imprese non competitive, come mai la produttività per occupato non è aumentata?

Forse perché la crisi ha coinvolto tutti, non solo i produttori di magliette e non solo le imprese più traballanti. Infatti ecco cosa è successo alla produzione industriale per settore dal 2007:


Su 15 comparti industriali, solo uno è riuscito ad aumentare la produzione, quello farmaceutico. Tutti gli altri hanno perso produzione: l’alimentare del 3%, due settori subiscono perdite tra il 10 e il 20%,  altri sette accusano un calo compreso tra il 20 e il 30% e vi sono infine ben quattro settori che crollano di oltre il 30%.

Altro che magliette! (per inciso il settore tessile-abbigliamento è uno di quelli che ha perso meno, “solo” il 21%). Quello che ha perso di più è stato quelle delle apparecchiature elettriche (-36,4%).

Quando gli ho fatto notare che la Fiat non produce magliette e che la produzione italiana di automobili è inferiore a 500 mila (e i dati del 2013 pubblicati dall’OICA dicono meno di 390 mila) era già abbastanza tardi (circa l’una e mezza di notte) e mi risponde ricordandomi il costo del lavoro.

Ora, ammesso e non concesso (perché come vedremo non è così) che il costo del lavoro in Italia sia il più alto di tutti, non mi pare di vedere tutto questo benessere in giro: non credo che i lavoratori siano contenti del loro tenore di vita. E ne hanno ben donde. Ma fin qui siamo alle impressioni e alle opinioni.

Vediamo allora i dati del costo del lavoro:


Ora sarà pure vero che i cinesi e i tunisini abbiano messo fuori mercato i produttori di magliette e questi abbiano chiuso o delocalizzato.  E sarà pure vero che la Fiat preferisce produrre in Polonia piuttosto che in Italia (senza peraltro apprezzabili miglioramenti nelle quote di mercato a livello di UE, dato che queste scendono dal 6,5 al 6,1%, facendosi scavalcare dalla BMW). Ma resta il fatto che il costo del lavoro italiano non è quello più alto in assoluto. Quindi delle due l’una: o il resto del mondo ce l’ha a morte con l’Italia (solo a noi fa concorrenza?) o non è un problema di costo del lavoro, dato che Canada, Regno Unito, Germania, Usa e Francia pur avendo un costo del lavoro per dipendente più elevato dell’Italia stanno sicuramente meglio di noi.  

Qui si potrebbe invocare la diversa specializzazione produttiva in termini di valore aggiunto rispetto ai nostri competitor più ricchi. Ma il crollo della produzione è avvenuto di schianto nel 2008/2009 ed ha riguardato - come si è visto - contemporaneamente tutti i settori, anche quelli più avanzati. Quindi, per quanto vi siano delle responsabilità nella classe imprenditoriale nostrana, non può essere questa la causa scatenante (sebbene sia una causa complementare all’intensità della crisi).

A difesa dell’euro, il mio interlocutore sosteneva che il problema era la domanda interna, mentre le esportazioni andrebbero bene (ovviamente in contraddizione con l’affermazione che il problema sia il  costo del lavoro; ma a quanto pare su twitter non è richiesta la logica).

Peccato che le esportazioni pur riprendendosi dalla botta del 20% cumulata a fine 2009 siano tutt’ora sotto i livelli pre-crisi.


E se vi è un problema delle esportazioni e la causa non è imputabile al costo del lavoro (salvo per scopi strumentali e di classe), vi è solo un altro fattore che può aiutare a spiegare ciò che è successo: il tasso di cambio o, meglio, l'impossibilità per l'Italia di usufruire di quell'aggiustamento fisiologico che deriva dagli squilibri nei rapporti con l'estero. Infatti, da quando è entrato in vigore l'euro, il tasso di cambio effettivo deflazionato con i prezzi al consumo segnala permanentemente una sopravvalutazione rispetto al tasso di cambio effettivo tedesco.

Inutilmente ho cercato di far comprendere che con un tasso di cambio sopravvalutato le esportazioni vengono penalizzate.



E’ poi vero che il calo è stato particolarmente forte  per la domanda interna (oltre il 12% rispetto al 2007), ma ciò è dovuto soprattutto al calo dell’occupazione (quasi il 7%), a sua volta riconducibile alla crisi scoppiata dopo il 2007 che ha decurtato il pil dell’8,5%.

E’ ovvio che sia una crisi da domanda. Ma che cosa l’ha generata? Non certo i subprime (anche questo ho dovuto leggere!). In Italia il fenomeno è stato praticamente inesistente, mentre sono state coinvolte le banche tedesche e inglesi; ma non mi pare che loro stiano peggio di noi.

Un’altra risposta del mio interlocutore (è sempre così, tu rispondi su un punto, loro ne tirano fuori un altro che ha meno fondamenti del primo e via così all’infinito) è che la crisi ha coinvolto quelle imprese che hanno crediti verso la Pubblica Amministrazione (la quale non paga gli imprenditori!) o per l’alta tassazione.

Se fosse così, e non ho dubbi che in Italia la tassazione sia elevata e che la P.A. paghi con tempi eccessivamente lunghi, bisognerebbe allora trarne le conclusioni: l’alta pressione fiscale da una  parte e il mancato pagamenti dei debiti della P.A. sono il frutto delle politiche e dei vincoli che l’Eurosistema (BCE, Commissione ed euro) ci impongono.

Se ossessivamente bisogna ridurre il deficit sotto il 3%, quale che sia l'andamento del ciclo economico, è inevitabile che la politica fiscale diventi più restrittiva. Se si continua a dire che occorre ridurre il debito pubblico è inevitabile che i governi cerchino di non far emergere un debito che li espone ai richiami e alle infrazioni punite dalla Commissione UE. 

Insomma, se volete l’euro, vi dovete prendere pure i vincoli e le politiche economiche e fiscali conseguenti.

Immagino già, a questo punto, la classica obiezione che viene sollevata contro l'alta tassazione: riduciamo la spesa pubblica e si potranno ridurre le tasse (anche se il mio interlocutore non l’ha sollevata anche perché, vista l’ora, ho terminato lo scambio di tweet).

Non risponderò a questa fantasiosa teoria con gli argomenti dei manuali di economia del primo anno, ove si dimostra che l’effetto è recessivo.

Risponderò con i dati, che sono lì dal 1992: abbiamo un avanzo primario, non un deficit. In altri termini da 22 anni il settore pubblico, al netto degli interessi,  spende meno di quello che incassa (non di più). E ciò deprime il settore privato che si vede prelevare più di quanto ritorna in termini di servizi pubblici, pensioni, stipendi, investimenti e acquisti di beni e servizi alle imprese.

Se il debito pubblico avesse seguito solamente il saldo primario, i 750 miliardi del 1991 sarebbero scesi a 65 nel 2013. Se invece è a 2.070 miliardi lo si deve agli interessi (1.830 miliardi quelli pagati in questo periodo).


Ma questa storia inizia nel 1981, quando ci fu il divorzio della Banca d’Italia dal Tesoro. Da allora, il settore pubblico ha dovuto fare affidamento al mercato finanziario e noi abbiamo pagato non solo tassi di interesse sempre più alti dell’inflazione, ma anche della crescita del pil, sia che l’economia andasse bene sia che fosse in recessione.


La realtà è che dal 1980 la classe dirigente di questo paese, impregnata dalle ideologie liberiste, ha sistematicamente lavorato per ridurre le conquiste e i diritti dei lavoratori (culminati con la Statuto dei Lavoratori del 1970 e la scala mobile nel 1975). 

I punti salienti di questa rivincita sono: 
- il divorzio Bankitalia-Tesoro, con la funzione di condizionare e limitare la crescita del settore pubblico. 
- l’abolizione della scala mobile,  privando i lavoratori di uno strumento nato per tutelare il potere d’acquisto
- l'introduzione del precariato con la legge Treu 
l’ingresso nell'euro, con il quale - mediante una valuta sopravvalutata - si impone da un lato la deflazione salariale, quale unico modo per recuperare competitività, e dall'altro la Commissione Ue e la BCE che provvedono ad impedire qualsiasi politica espansiva, sia esse monetaria o di bilancio.

Concludendo, è paradossale che Giorgio La Malfa (che aveva come padre, Ugo La Malfa, l'alfiere dell’austerità) abbia scavalcato a sinistra le formazioni che dicono di voler difendere i lavoratori. Per i danni inferti con le loro scelte politiche, queste ultime si dovranno assumere le loro responsabilità.

domenica 16 marzo 2014

Salvare l'euro o l'Europa?

Giorgio La Malfa si interroga sul futuro dell'Europa (l'enfasi è mia): 
il problema sta diventando [se] dobbiamo scegliere fra la moneta e l’unione politica. E se è così, credo che la scelta non possa che cadere sull’unione politica, cioe in definitiva sulla convivenza fra gli europei.
Forse, costruendo la moneta unica nel modo in cui (..) è stata realizzata, si è gettato un sasso nell’ingranaggio delicato dell’avvicinamento progressivo fra i popoli europei. Pongo il problema in termini interrogativi, perché vorrei che, almeno questa volta, si discutesse per tempo, prima che i processi si mettano in moto in modo inarrestabile. Se abbiamo messo un sasso in un ingranaggio delicato, forse adesso dobbiamo decidere se togliere con coraggio il sasso e salvare l’ingranaggio.

Non è con la flessibilità del mercato del lavoro che si risolve la disoccupazione

Il Sole 24 Ore di ieri pubblicava in terza pagina un grafico dal quale emergeva che le assunzioni a tempo indeterminato sono ormai poco più del 16% e che il restante 84% avviene come forme contrattuali a tempo determinato, apprendistato o altre forme anomale di collaborazione.

Eppure, c’è ancora qualcuno che pensa che il problema sia la rigidità del mercato del lavoro e di voler risolvere il problema della disoccupazione  aumentando la flessibilità!

Ma il quotidiano della Confindustria pubblicava sotto il grafico anche un’interessante tabella comparativa, tra un selezionato numero di paesi europei, relativa alla quota dei dipendenti con contratti a tempo determinato.

Già ad occhio emergeva che non vi è alcuna relazione evidente tra disoccupazione e grado di flessibilità del mercato del lavoro. Pur riferendosi al 2010, dalla tabella emergeva che paesi come l’Italia e la Germania, con quote sostanzialmente simili di lavoratori a tempo determinato, hanno tassi di disoccupazione completamente diversi (l’Italia si avvia a superare il 13%, mentre la Germania è pronta a scendere sotto il 5%). Oppure che la Spagna pur avendo un lavoratore su quattro a tempo determinato ha una disoccupazione superiore al 25%.

Per scrupolo ho provato ad ampliare il numero dei paesi considerati e ad aggiornare la tabella al 2012 (ultimo anno disponibile, anche per Il Sole 24 Ore). Ed è quella che vedete qui sotto.



Messa in grafico ha questo aspetto:


Due sono le considerazioni che emergono. La prima: che la disoccupazione non ha niente a che fare con la flessibilità o meno del mercato del lavoro. [L’R2, che varia da zero a uno (o in percentuale da zero a 100) indica una significativa relazione quanto più è elevato. Nel 2012 non superava l’8%. Vale a dire che la disoccupazione non trova giovamento dalle forme contrattuali flessibili di assunzione e se proprio si vuole vedere una relazione, questa mostra semmai (vista la pendenza della retta di regressione) che più il sistema si affida a forme contrattuali precarie più vi è disoccupazione].

La seconda: non solo che è illusorio pensare di risolvere la disoccupazione estendendo la precarietà, ma che nel tempo (tra il 2010 e il 2012) la disoccupazione è aumentata a parità di livello di flessibilità.

Da ciò emerge che la disoccupazione ha altre cause e altre origini, quali la carenza della domanda effettiva. Ed è questa che occorre sostenere, se si vuole ridurre la disoccupazione, non inventarsi fantasiosi contratti di lavoro con denominazioni ridicole, ma  che hanno il solo effetto di togliere ogni speranza ai giovani, senza che le imprese e il sistema economico ne abbiano un reale giovamento. 

sabato 15 marzo 2014

Puglisi: salari legati alla produttività. Allora siano aumentati del 10,7% in termini reali




































Riccardo Puglisi, in ossequio alla sua teoria neoclassica, propone che i salari siano legati alla produttività.

Magari fosse vero! I lavoratori avrebbero diritto ad un aumento dei redditi reali del 10,7%.

Ma forse voleva fare solo lo spiritoso. Peccato che non vi sia nulla di cui sorridere: chi lavora ha i redditi reali fermi al livello del 2007 e  le persone che non hanno un lavoro sono oltre 6 milioni.

venerdì 14 marzo 2014

Zona Euro, dal 2008 persi 5,4 milioni di posti di lavoro, sono quelli di Grecia, Italia e Spagna

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Negli ultimi cinque anni 5,4 milioni di europei residenti nella zona euro non hanno più un lavoro. Tale cifra può essere circoscritta a tre paesi: Spagna che ne perde 3,4 milioni, Italia e Grecia, che perdono ciascuna un milione di posti di lavoro.

Ovviamente non sono gli unici paesi a subire un calo dell'occupazione. Il Portogallo ne perde 620 mila e 220 mila la Francia. Ma - per quanto poco consolante per le persone coinvolte - le statistiche compensano più che abbondantemente questi cali con l'aumento degli occupati in Germania (+1,5 milioni dal 2008).

In termini percentuali, il crollo occupazionale più forte è avvenuto in Grecia (-28,7% sul 2007) che ha superato la Spagna in questa non invidiabile classifica a metà del 2012. Il paese iberico è infatti a soli due punti percentuali di distanza (26,7%), mentre il Portogallo accusa un crollo del 21,7% sempre dal 2007.

Se l'Italia ha il 4% di lavoratori in meno rispetto a sei anni fa, i cugini d'oltralpe riescono a contenere la perdita allo 0,3%.

La Germania ha il 5% in più di lavoratori rispetto all'inizio della crisi (quale crisi?).

martedì 11 marzo 2014

Pil definitivo 2013 a -1,8%. Dal 2007 sotto dell'8,5%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Sotto alcuni grafici relativi all'economia italiana. 

In prospettiva, interessante il commento di Agenor su Re:Vision. Interessante perché  ciò che dovremmo fare è impossibile e ciò che stiamo facendo non funzionerà.

Peccato che ad un metro dalla possibile soluzione di questo assurdo paradosso, non si abbia però il coraggio di trarre le inevitabili conclusioni. Indovinate quali.






domenica 9 marzo 2014

La ricchezza netta della famiglie americane cresce del 13,8%

Fonte: FED

A fine 2013, le famiglie americane possedevano attività finanziarie e reali per oltre 94.400 miliardi di dollari, in crescita rispetto alla fine del 2012 di di quasi 10.000 miliardi (+11,8%).  Gli strumenti finanziari vi hanno contribuito per 7.500 miliardi e per poco meno di 2.500 le attività non finanziarie.

Nel 2013, il reddito delle famiglie al netto delle imposte personali è stato di oltre 12.475 miliardi, a fronte di consumi per 11.500 mld. Ne consegue che il risparmio (il 7,8% dei redditi netti) ha contribuito ad accrescere le disponibilità delle famiglie per  più di 980 miliardi. Al netto del  risparmio generato dalle famiglie, la ricchezza è aumentata di 8.980 miliardi (+10,6%).

Tra le attività reali, che contano il 29% della ricchezza complessiva delle famiglie, il valore delle abitazioni registra un aumento in termini nominali di poco inferiore ai 2.300 miliardi (+11,6%). Detto incremento è imputabile esclusivamente alla crescita dei prezzi delle case, pari al 13,4% in base all’indice  S&P Case-Shiller. Se ne deduce che le famiglie, dopo tre anni consecutivi di incrementi,  abbiano ridotto di  oltre 350 miliardi le proprietà immobiliari in loro possesso.


I mutui espressi ai valori correnti sono diminuiti per il sesto anno consecutivo e la loro incidenza percentuale  passa dal 55,7% delle proprietà immobiliari delle famiglie del 2009 al 42,6%.

Tale evoluzione è connessa al livello medio-alto degli acquirenti. Le case di nuova costruzione vendute nel corso del 2013 sono infatti aumentate di oltre il 15%. Ma, mentre le abitazioni di valore inferiore a 150 mila dollari sono diminuite di oltre il 20%, le vendite superiori ai 500 mila dollari sono aumentate di quasi il 60%. Quelle di valore intermedio aumentano per poco meno del 18%.




Il buon andamento delle attività finanziarie, collocate per il 43,7% a gestori o società finanziarie, è da imputarsi al comparto azionario. Nel 2013, l’indice S&P500 è aumentato di circa il 30%, consentendo una rivalutazione delle azioni in portafoglio di oltre 3.000 miliardi. Dopo i timidi approcci dei due anni precedenti le famiglie si sono lasciate convincere e vi hanno investito oltre 460 miliardi, portando il peso delle azioni oltre il 20% delle attività finanziarie.



Dell’andamento dei mercati si giovano, oltre che il risparmio gestito (+11,7%), anche le stime relative alle partecipazioni in società e imprese non quotate (+8,1%), per quanto il loro peso sul totale delle attività finanziarie venga limato di oltre mezzo punto percentuale, dal 13,6 al 13%.

Insignificante al crescita dei titoli obbligazionari (+11,4 miliardi), con  i titoli del Tesoro americano prevalentemente venduti (-17,6 mld.). La quota dei titoli pubblici sul totale delle attività finanziarie delle famiglie rimane confinata sotto l’uno e mezzo per cento.

Visti i modesti rendimenti dei titoli, le famiglie hanno preferito incrementare la liquidità, con i depositi che crescono di  oltre 245 miliardi (+2,7% rispetto al 2012).


Quanto alle passività delle famiglie, se i mutui sono stati ridotti, è cresciuto l’indebitamento legato ai consumi (+5,3%). Nel complesso l'indebitamento aumenta dell’1,2% e rappresenta meno del 15% della ricchezza complessiva delle famiglie (16,1 a fine 2012).

La ricchezza netta, pari a più di 80.660 miliardi di dollari, aumenta del 13,8%. Mediamente i 317 milioni di americani possiedono oltre 254 mila dollari a testa (più di 184.500 euro). 

mercoledì 5 marzo 2014

Zona euro, Pil 2013 -0,5%.

Fonte: Eurostat

Nel 2013 il pil dell'eurozona è sceso dello 0,5%. Dal livello del primo trimestre del 2008 dista  ancora il 2,7%. Negli Stati Uniti, invece, nonostante la crescita annua dell'ultimo trimestre dell'anno scorso sia stata ridimensionata dal 2,7 al 2,5%, il pil supera di oltre il 7% il  livello antecedente l'inizio della crisi.


Entro la zona euro, il pil dei maggiori paesi mostra andamenti assai differenziati. La Germania, cresciuta dell'1,4% nella parte finale del 2013, ha superato del 3% il livello del primo trimestre 2008. La Francia lo riconquista solo ora. Male va per la Spagna che dista l'8,2%, ma è l'Italia - nonostante tutta la retorica della ripresa, una ripresa che è comunque inferiore dello 0,8% rispetto ad un anno prima - che soffre di più tra i maggiori paesi europei, dato che il pil che è del 9% inferiore al livello del primo trimestre del 2008.

  

lunedì 3 marzo 2014

Nel 2013 le grandi imprese riducono l'occupazione (-1,2%) e la produttività (-1,6) per il calo domanda (-2,7)

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2013 il fatturato delle grandi imprese industriali è sceso del 3,8%. Al netto della variazione dei prezzi alla produzione (-1,1%), le vendite reali segnano un calo del 2,7%, quale effetto di un crollo della domanda interna del 5,1%, non compensata dall’aumento della domanda estera (+2,1%; in controtendenza rispetto alle esportazioni complessive nazionali che segnano una caduta dell’1,2). La produzione industriale si è adeguata al calo delle vendite reali, segnando una flessione del 3%.


Ne hanno pagato le conseguenze i dipendenti che, al netto di quelli in cassa integrazione (-0,4% le ore utilizzate), sono diminuiti dell’1,2. Ma ciò non è stato sufficiente: le imprese hanno dovuto rallentare i ritmi produttivi orari dell’1,6%, dato che le ore lavorate per dipendente sono rimaste sostanzialmente invariate (-0,1).


Nel complesso, le ore lavorate sono diminuite dell’1,3% in linea con il calo degli occupati. Il crollo delle ore di sciopero (-35,9%) compensa infatti quasi completamente il calo degli straordinari, diminuiti del 6,1%.  

Il costo orario del lavoro è aumentato nel 2013 dell’1,1%, ma innanzi al calo delle ore lavorate il costo complessivo scende dello 0,2%. Ciò nonostante, a causa del calo dell’output del 3%, il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) aumenta del 2,8%.

Le retribuzioni orarie sono aumentate dello 0,8%. Se si tiene conto del calo delle ore effettivamente lavorate per dipendente, i guadagni medi individuali registrano un aumento dello 0,7%. Poiché i prezzi al consumo (Ipca) sono cresciuti dell’1,3 i lavoratori del settore industriale subiscono una riduzione del potere d’acquisto di 0,6 punti  percentuali (che fa seguito al calo dell'1% del 2012).