venerdì 28 febbraio 2014

Nell'attesa dell'euroexit ...

Non è raro trovare tra i fautori dell’uscita dall’euro la tesi che una politica fiscale espansiva, qualora vi fosse un governo che la volesse perseguire, non risolverebbe i gravi problemi strutturali che la permanenza nella valuta comune genera (in termini di squilibri della bilancia dei pagamenti e che si tradurrebbero in politiche restrittive).

E' evidente che l’uscita dall’euro modificherebbe completamente il quadro di riferimento entro cui la politica economica potrebbe muoversi. Ed è quindi una possibile soluzione (l’unica per gli euroexit più intransigenti) per porre fine ad una situazione che pone l’Italia in una posizione simile al bacio della morte.

Ma in termini di efficacia, l'invocazione di una politica di bilancio espansiva merita qualche riflessione in più. 

Su questo tema sono intervenuto sia con un post del 2 febbraio scorso sia intervenendo direttamente sul blog di Gustavo Piga.

A dire il vero, in quella occasione estremizzai le conseguenze sulla bilancia dei pagamenti, nel tentativo (chiaramente ingenuo) di far sbilanciare il noto economista. Intendiamoci, l’argomentazione è valida, ma tra i sostenitori più convinti dell’euroexit sta prevalendo la tesi che non si debba far nulla – se non appunto uscire dalla valuta comune – per porre fine alle attuali politiche di austerità, perché – appunto – la crescita della domanda si rifletterebbe in un deficit delle partite correnti, riaprendo il problema della copertura finanziaria e dei relativi spread sui costi di indebitamento.

L’argomento è indubbiamente valido ed è stato evidenziato sia da Brancaccio che da Bagnai.

Ora, non vi è ombra di dubbio che rilanciando la domanda, possano ripartire le importazioni, attenuando in tal modo gli effetti benefici per le attività economiche  interne.

Ma se questi sono i vincoli e le preoccupazioni, occorre dire subito che nel 2013 l’Italia ha avuto un surplus delle partite correnti di oltre 12 miliardi di euro e che ciò offre potenzialmente una chance a chi propone una politica espansiva della domanda.

Prima di vedere come, occorre però affrontare l’altro tema: quello della propensione ad importare del sistema economico italiano.

Rispetto al pil, le importazioni contano circa il 30%. Rispetto alla domanda aggregata (domanda interna + export) valgono il 24% in termini nominali e poco più del 20 in termini deflazionati.

La propensione marginale delle importazioni, ovvero calcolata sulle variazioni annue rispetto alla domanda aggregata,  ha invece escursioni molto forti. Dal 2008,  è stata sotto il 50% in 13 trimestri e sopra in altri dieci.


Cautelativamente può quindi essere assunta pari al 50%, per quanto sia in calo da ben sei trimestri e sia ora sotto il 40%.

Il 50% è una quota consistente ed implica che per ogni euro destinato alla crescita della domanda la metà possa andare a vantaggio delle importazioni.

Ora  noi abbiamo un surplus di 12 miliardi. Lavorando su un'ipotesi  di 10 miliardi, la manovra espansiva potrebbe contare su un intervento quantificabile in 20 miliardi, senza presumibilmente creare problemi alla bilancia dei pagamenti. Una manovra espansiva di 20 miliardi equivale all’1,3% del pil. Ma per effetto dei moltiplicatori della spesa (che ragionevolmente poniamo pari a 1,5) potrebbe innalzare il pil di 30 miliardi, ovvero dell’1,9%.

Se effettivamente si realizzasse anche solo la metà di quel contributo, il pil nel 2014 potrebbe crescere dell’1,5% anziché dello 0,6.

Pertanto, per quanto possa essere condiviso l’obiettivo dell’uscita dell’euro, sarebbe sbagliato assumere un atteggiamento attendista, tale per cui nell’attesa messianica che l’euro si frantumi non si deve fare nulla per evitare una crisi che incide sulla carne viva delle persone.

Tra disoccupati ufficiali, sfiduciati e cassa integrati vi è un 25% della forza lavoro potenziale che non è utilizzata, che rischia di perdere competenze professionali e che deprime i consumi e la domanda delle imprese in un circolo vizioso di cui è difficile vedere il fondo. A costoro non si può dire che le loro sofferenze saranno lenite quando la lira tornerà a circolare nuovamente tra noi.  E comunque, nell’attesa che questo evento si realizzi, varrebbe forse la pena di impegnarsi per far terminare queste assurde politiche di austerità e, ancor meglio, di chiedere che siano attuate politiche di bilancio espansive. Lo spazio c’è.



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L'ipocrisia di chi non ricorda Roosevelt di Gustavo Piga

Disoccupazione effettiva in Italia al 25%

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nell’ultimo trimestre del 2013 gli occupati sono diminuiti rispetto allo stesso periodo del 2012 di quasi 400 mila unità. Il calo ha riguardato 355 mila dipendenti e oltre 40 mila lavoratori autonomi.



Il settore delle costruzioni è quello che ha visto svanire in percentuale il maggior numero di posti di lavoro (-5,7%). Ai 21 mila imprenditori edili che hanno chiuso l’attività si devono aggiungere 75 mila dipendenti.

L’agricoltura ha espulso il 2,2% degli occupati, ovvero poco meno di 20 mila persone. Tuttavia un dipendente su due potrebbe aver deciso di intraprendere l’attività di imprenditore agricolo, dato che i 40 mila lavoratori subordinati in meno vengono compensati da 20 mila nuovi lavoratori autonomi.  

Il settore dei servizi accusa il calo occupazionale più consistente (oltre 250 mila persone, pari all’1,6%), soprattutto per l’espulsione di 220 mila dipendenti e di 33 mila lavoratori autonomi.

Nell’industria il calo dell’occupazione si ferma allo 0,6%, coinvolgendo 8 mila piccoli imprenditori e 22 mila dipendenti.

Dei 355 mila dipendenti che hanno perso il lavoro, 200 mila erano a tempo indeterminato e 156 mila precari (ovvero a tempo determinato). La quota dei precari sul totale dei dipendenti scende dal 13,7 del 2012 al 13,1%.

Ma anche tra coloro che hanno un’occupazione a tempo indeterminato le cose non vanno particolarmente bene. Quelli che lavorano full time sono diminuiti di 305 mila, ma di questi solo una su tre ha potuto  continuare a lavorare part time.

Nel complesso il 28,5% dei dipendenti non ha un contratto permanente o lavora part-time.

I cassa integrati (circa 575 mila equivalenti a tempo pieno; -22 mila rispetto ad un anno prima) sul totale dei dipendenti a tempo indeterminato sono il 3,9%

Nonostante la base occupazione sia stata sfoltita di quasi 400 mila unità, i disoccupati sono ufficialmente aumentati rispetto allo stesso trimestre del 2012 solamente di 267 mila. Gli altri sono confluiti tra gli sfiduciati. Nel complesso oltre 210 mila persone sono sparite dalle statistiche del mercato del lavoro. Tenendone conto, il tasso di disoccupazione aumenta dal 12,7 al 23%. Considerando anche i cassaintegrati (equivalenti a tempo pieno), una persona su quattro, ovvero 7,3 milioni di persone, non ha un’occupazione.


giovedì 27 febbraio 2014

Zona Euro, prestiti giù (-2,1) e liquidità bloccata sui c/c (+6,6%)

Fonte: BCE


L’anno nuovo non ha portato significative modifiche nelle statistiche creditizie della zona euro: i prestiti al settore privato non bancario continuano a scendere del 2,1%, dopo aver chiuso il 2013 a -1,8.

Il calo riguarda in particolar modo i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che nei dodici mesi terminanti a gennaio si vedono ridurre gli affidamenti del 2,9%.  I prestiti alle famiglie restano congelati (-0,2), inclusi quelli finalizzati all’acquisto dell’abitazione (+0,5).


Il calo dei prestiti al settore privato è più accentuato in Italia (-3,2) che nella zona euro nel suo complesso, a causa del crollo dei crediti netti concessi alle SNF (-5,2%), ma non è trascurabile nemmeno il ritmo imposto alle famiglie (-1,2). 

Nonostante il sistema bancario dell'eurozona sembri attuare una sorta di blocco dei finanziamenti al settore privato, il livello dei depositi a gennaio è aumentato dell’1,3% rispetto ad un anno prima, grazie alla forte crescita dei conti correnti (+6,6%). Ciò vale tanto per la Germania (+8,1%) quanto per l'Italia (+4,2) ed è determinato dai bassi rendimenti offerti dagli impieghi alternativi della liquidità.


Nel complesso la M1, che include oltre i depositi a vista anche il circolante, aumenta a gennaio del 6,2% (5,7 a dicembre), ma i prezzi non ne vengono influenzati (0,8%). 


mercoledì 26 febbraio 2014

Come la BCE trasferisce redditi dai paesi periferici alla Germania (e agli altri paesi del nord Europa)

Vale la pena di tradurre il seguente post pubblicato su Real-World Economic Review Blog.

Secondo alcuni economisti, la BCE spreca moneta quando acquista titoli governativi. Secondo altri, i salvataggi sono profittevoli. Chi ha ragione? Dai conti annuali della BCE (enfasi aggiunta):

Gli interessi netti sono ammontati a 2.005 milioni di euro (nel 2012: 2.289 milioni). Questi includono (…) interessi netti per 962 milioni (2012: 1.108 milioni) maturati sui titoli acquistati con il programma SMP (con cui tra il luglio e il novembre 2011 sono stati acquistati anche titoli di Stato italiani, ndt), di cui 437 milioni (nel 2012: 555 milioni) attribuibili ai titoli governativi greci che la BCE detiene mediante il SMP. (…)

Il Consiglio Direttivo ha deciso la distribuzione di profitti, per 1.370 milioni di euro, alle banche centrali nazionali dell’area euro.

La maggior parte di questi soldi va alla Germania, detenendo la quota di capitale più grande della BCE.


Quindi, tanto per intenderci,  i greci,  gli italiani  e gli spagnoli  pur essendo gli unici ad aver pagato gli interessi sui titoli acquistati dalla BCE mediante il programma SMP, assisteranno muti e rassegnati al trasferimento della maggior parte di questi redditi alla Germania e agli altri paesi che detengono le quote maggiori della BCE. 

In altre parole: i paesi più poveri e in difficoltà sovvenzionano i paesi più forti e più ricchi.

W l’euro!

martedì 25 febbraio 2014

Federico Caffè, centenario dalla nascita

Un ritratto di Federico Caffè. Un economista ancora attuale
In un famoso saggio sull’“allarmismo economico”, Caffè denunciò l’uso strumentale che la struttura oligopolistica del potere può fare e solitamente fa dell’informazione economica. 

L’abbiamo visto all’opera con lo spread  e la minaccia terroristica dei mercati, per imporre politiche antisociali. 

Previsioni Commissione Ue

Fonte: Commissione Ue

Pil 2013 e previsioni per il 2014



E per quelli che ripetono come le maestrine del secolo scorso che "dobbiamo fare i compiti a casa", sanno che l'Italia ha l'avanzo primario più alto tra i maggiori paesi euro?


certo che lo sanno, ma sono venduti agli stranieri (UE, Merkel, ecc.) o sono ideologicamente reazionari. Talvolta sono le due facce della stessa medaglia: reazionari traditori dell'Italia

sabato 22 febbraio 2014

Chi è il nuovo ministro del Tesoro

Interessante intervento di Emiliano Brancaccio su Pier Carlo Padoan, che ha avuto l'occasione di avere come professore.

Significativa e divertente la battuta di Paul Krugman con cui si chiude la scheda sul neo ministro dell'economia:


certe volte gli economisti che occupano cariche pubbliche danno cattivi consigli; altre volte danno pessimi consigli; altre ancora lavorano all’OCSE

venerdì 21 febbraio 2014

Oro, il risveglio di una passione finita male

Fonte: Elaborazioni su dati WGC

Nel 2013, la domanda mondiale di oro, secondo il World Gold Council, è aumentata del 5% rispetto all’anno precedente.

L’offerta mineraria ha reagito ampliando la produzione del 5,5%. A sconvolgere l’equilibrio ci hanno pensato gli ETF che da acquirenti netti sono diventati nel 2013 venditori netti per oltre 880 tonnellate di oro. Il calo del prezzo dell’oro (-27,6% la variazione annua a fine dicembre 2013) si è riflesso sull’offerta di oro riciclato, che è crollata del 13,8%.

Nel complesso, l’offerta di oro nel 2013 è aumentata del 18,5%, determinando un’eccedenza rispetto alla domanda del 12,8%.


Il settore finanziario privato può aver abbandonato gli ETF, ma non il possesso diretto dell’oro fisco: le richiesta di lingotti e monete sono infatti cresciute di oltre il 28% e rappresentano il 35,7% della domanda mondiale di oro.


L’aumento della domanda di monete e lingotti è stata particolarmente forte in Turchia (ove è più che raddoppiata), in Thailandia, in Vietnam e in Cina (che ha scalzato l’India dal primo posto nella classifica mondiale; insieme costituiscono quasi il 46% della domanda complessiva).

Le Banche centrali hanno continuato ad accrescere le riserve auree di 368 tonnellate, ma con un ritmo di 1/3 inferiore a quello del 2012.  Il loro contributo alla domanda mondiale non supera l’8%. Nel 2013, i paesi più attivi stati la Turchia (160 tonnellate) e la Russia (oltre 77 t.). La Germania le ha ridotte di 4,2.

Nel complesso, gli acquisti di oro con finalità finanziarie sono scesi del 4,3%, innanzi ad una offerta in crescita del 23,8%, al netto dei consumi di gioielleria, industria e odontoiatria.

Il prezzo dell’oro non poteva che risentirne, arrivando a fine anno poco sopra la soglia dei 1.200 dollari l’oncia ($/oz), dai 1.664 di un anno prima. 

Tuttavia, in questi giorni è ritornato sopra i 1.300 $/oz, con un guadagno rispetto all’inizio dell’anno di poco inferiore al 10% e sembra prossimo a tagliare verso l’alto media mobile annuale, segnalando un possibile ritorno di interesse da parte del settore finanziario.


L’oro per impieghi non finanziari è aumentato del 13,5%, trainato dal settore della gioielleria (+16,5), mentre la domanda per uso industriale e odontoiatrico è risultata stagnante (-0,5%).


La gioielleria rappresenta quasi la metà degli acquisti di oro (47,7%). L’Italia ha ridotto gli acquisti del 9,4% e rappresenta meno dell’1% dei consumi di oro per gioielleria. In crescita invece tutti gli altri paesi produttori, soprattutto asiatici. Anche in questo caso la Cina conquista il primo posto a scapito dell’India e insieme richiedono quasi il 60% dell’oro destinato a questo settore.

In un orizzonte decennale,  il rendimento medio annuo dell’oro ai prezzi correnti  è di poco superiore  al 12%, contro il 4,7% dell’indice azionario S&P500, l’1% o poco più dei prezzi delle case così come calcolato dall’indice S&P/Case-Shiller e il 4,2% dei titoli decennali americani se fossero stati acquistati nel gennaio 2004 e portati alla scadenza naturale.



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Loretta Napoleoni: Prezzo dell’oro, l’ennesima frode 


martedì 18 febbraio 2014

Le partite correnti italiane con l'estero tornano in surplus

Fonte: Banca d'Italia

Nel 2013 le partite correnti, che includono non solo la bilancia commerciale, ma anche i servizi e i trasferimenti internazionali dei redditi, sono risultate positive per oltre 12 miliardi (-6 nel 2012).


Sono poi affluiti quasi 30 miliardi da parte di operatori esteri che compensano parzialmente i 31,6 miliardi che i residenti hanno fatto fuoriuscire.


Il settore pubblico ha provveduto a rimborsi netti su prestiti per 6,4 miliardi (6,5 nel 2012).

Il settore finanziario ha generato un afflusso di 19 miliardi, quale frutto di un aumento dell’indebitamento netto  da parte del sistema bancario nazionale di 43 miliardi che si contrappone all’alleggerimento dell’esposizione verso il nostro paese da parte del sistema finanziario internazionale per 24 miliardi.



Il sistema economico nel suo complesso ha prodotto un surplus di 22,9 miliardi (-61,1 nel 2012), che è stato utilizzato dalla Banca Centrale sia per ridurre l’indebitamento (21,3 mld.) sia per incrementare le riserve (1,5 mld.). Queste ultime, pari a 105,5 miliardi a fine 2013 (di cui 73 mld. in oro), equivalgono a poco più di 3 mesi e mezzo di importazioni.



Capitali Italiani


L’annuncio del tapering  ha innalzato i rendimenti sia sui titoli decennali degli Stati Uniti (dall’1,7 di fine 2012 al 3% del 2013) che di quelli tedeschi (dall’1,3 all’1,9%), smorzando i disinvestimenti da parte degli investitori italiani: nell’arco del 2013 sono rientrati 27 miliardi (contro i 77 del 2012). A tali afflussi vanno aggiunti altri 13 miliardi che sono rientrati da attività detenute all’estero da parte di operatori non bancari.

Il buon andamento dei mercati azionari (lo S&P nel 2013 è cresciuto di circa il 30% e l’Eurostoxx50 del 18) ha invece invogliato ad investire sui mercati esteri, drenando poco meno di 50 miliardi (contro i 15 del 2012). A questi  si aggiungono i 24 miliardi di investimenti diretti esteri delle imprese  italiane (6 mld. un anno prima).




Capitali Esteri 


L’attenuarsi del rischio di “ridenominazione” dei debiti emessi da operatori italiani  ha ridato fiducia agli investitori esteri che, cogliendo l’occasione dei rendimenti più elevati, hanno acquisito 17 miliardi di titoli obbligazionari.

Il buon andamento del mercato azionario italiano (Ftse-MIB +16,6% nel 2013), sulla scia di quanto avveniva nel resto del mondo, ha indotto ad effettuare acquisti netti per quasi 13 mld., che si vanno a sommare agli investimenti diretti delle imprese estere in Italia per 12 mld.
Almeno una parte degli investimenti esteri può essere tuttavia una semplice riallocazione di disponibilità già presenti nel nostro paese, avendo gli operatori non bancari provveduto a ridurre di 13 miliardi altre attività vantate presso il nostro sistema economico-finanziario.



Surplus commerciale italiano a 30,4 mld. Ma solo perché l'import cade più dell'export

Fonte: Istat

Nel 2013 gli scambi con l’estero hanno generato un surplus di  30,4 miliardi. L'anno prima non raggiungeva i 10 mld.

Il miglioramento del saldo commerciale deriva sia da un aumento del surplus con i prodotti finiti (da 65,3 a 75,7 mld.) che da una riduzione del deficit dei prodotti intermedi ed energetici (da 55,4 a 45,3).

Dal punto di vista geografico, gli scambi con la zona euro permangono negativi per 4,6 miliardi e sono praticamente circoscrivibili alla Germania (-4,5 miliardi).



Le importazioni

Gli acquisti dai mercati esteri sono scesi nel 2013 del 5,5% in valore e del 3,7 in quantità.

I prezzi dei prodotti intermedi ed energetici sono scesi negli ultimi dodici mesi del 4,6%. Ciò nonostante, le quantità importate sono state ridotte del 5% (-2,9 i prodotti intermedi; -9,2 l’energia), segnalando le difficoltà che incontrano le attività produttive.

Dal lato della domanda interna, gli acquisti in termini  reali dei beni finali sono stati tagliati del 2,7%: -1,6 i beni di consumo e -4 quelli strumentali.


In termini geografici, il calo delle quantità importate è più forte con i paesi extra-Ue (-5,2%), ma non va meglio con i partner europei (-2,8).


Le esportazioni

Le vendite all’estero sono scese dello 0,1%, ma calano dell’1,2 in quantità, soprattutto per la flessione della domanda dei paesi Ue (-2,7%). Insignificante, ma positiva, la crescita delle vendite reali verso i paesi extra europei (+0,5).

Le esportazioni verso la UE valgono il 53,7% delle vendite complessive all'estero (39,7 l’eurozona); quelle verso i paesi extra-UE il 46,3% (45,7 nel 2012).

In termini merceologici, il calo delle quantità vendute all’estero si concentra tra i prodotti energetici ed intermedi (-4,1) e i beni di investimento (-1,3%).  Solo le esportazioni dei beni di consumo mostrano un andamento positivo (+2,9).


La domanda estera espressa ai prezzi correnti è in forte rallentamento in tutti i mercati di sbocco, ad eccezione dei giganti asiatici, verso i quali le vendite sono cresciute del 4,8% (+9,4 in Cina e +7 in Giappone, ma -11,2 in India).

Le esportazioni sono diminuite del 2,3% tra i paesi della zona euro, mentre tra i paesi Ue non aderenti alla moneta comune si registra un rallentamento della crescita dal +3,8 del 2012 all'1,9.

Ancor più forte è la frenata delle vendite negli Usa (da +16,8 a +1,4) e tra i paesi Opec (da +24,6 a +6,3).

Le esportazioni verso il resto del mondo sono progressivamente rallentate fino a fermarsi a fine 2013 (dal +6,2 del 2012 a -0,3).


Zona Euro, surplus delle partite correnti a 217 miliardi (2,3% del pil)

Fonte: Elaborazioni su dati BCE ed Eurostat

Nel 2013 l’euro si era rivalutato sul dollaro del 4,5%, passando da 1,31 a 1,37. Ciò si è riflesso  sulle esportazioni della zona euro, con il tasso di crescita che è passato dal +7,4 del 2012 al +0,6 dell’anno scorso. Peggio è andata alle importazioni, che sono diminuite del 3,3%, anche per il calo del pil dell’eurozona per il secondo anno consecutivo. L’ampliamento del surplus commerciale da 86,6 a 158 miliardi di euro è quindi più da ascrivere alle difficoltà dell’economia che non alle capacità delle imprese di conquistare nuovi mercati (secondo il rapporto della Banca Mondiale, il commercio internazionale sarebbe aumentato nel 2013 del 3,1% dopo il +2,4 del 2012).


Le partite correnti hanno seguito l’evoluzione della bilancia commerciale ed hanno generato un avanzo  di poco inferiore a 217 miliardi. A tale surplus si contrappone un deflusso di capitali da parte del sistema finanziario di 263 miliardi, compensato da investimenti netti nell’area della valuta comune di 112 miliardi.

Il saldo positivo degli investimenti per 112 miliardi deriva da investimenti dei residenti al di fuori della zona euro per quasi 347 miliardi e da afflussi esteri per poco meno di 459 miliardi.

Il deflusso di capitali dei residenti è dovuto in gran parte agli investimenti diretti all’estero (IDE, per quasi 200 miliardi) e agli investimenti azionari di portafoglio (per 137). Negativo, ma modesto, l'apporto degli acquisti di titoli di debito extra-euro.

I non residenti hanno investito 82 miliardi direttamente nelle attività economiche ed imprenditoriali della zona euro ed altri 247 in acquisti sulle borse azionarie continentali, a cui si aggiungono acquisti di titoli di debito emessi nell’eurozona per 130 miliardi.

Nel complesso, tra partite correnti e movimenti di capitali, inclusi quelli del sistema finanziario, l’economia della zona euro è passato da un pareggio di bilancio con l’estero ad un avanzo di 65,5 miliardi,  dando un forte impulso al rafforzamento dell’euro.

domenica 16 febbraio 2014

L'anomalia italiana

L’aumento del pil nell’ultimo trimestre del 2013 è l’occasione per Fabrizio Galimberti su Il Sole 24 Ore di ieri per esaminare le cause de “l’anomalia italiana”. E le anomalie sono individuate confrontando il nostro paese con quanto è avvenuto in Germania.

E i plus dell’economia tedesca sarebbero, nell’ordine:

a) un mercato del lavoro più flessibile
quel Paese seppe avviare un processo di riforme, specie nel mercato del lavoro, che rese l'economia più flessibile. E sindacati lungimiranti accettarono sacrifici in termini di salari e di condizioni di lavoro (basti pensare alle spregiudicate minacce di molte imprese metalmeccaniche di spostare fabbriche nella Repubblica Ceca in assenza di concessioni).

b) le esportazioni, fortemente orientate verso le economie emergenti
che sempre più - ormai coprono oltre la metà del Pil mondiale - facevano da locomotiva e da "ultima spiaggia" per l'export dei Paesi emersi. E l'import degli emergenti aveva bisogno di quei beni capitali in cui eccelle la Germania, mentre l'export faceva concorrenza ai nostri prodotti.

c) l’efficienza della pubblica amministrazione
Quando l'economia è in ginocchio, come successe a tutti nel 2009, per rimetterla in carreggiata conta soprattutto l'apporto del settore pubblico. E qui conta l'efficienza della Pubblica amministrazione, la rapidità nel rimettere in gioco progetti e stimoli. Una burocrazia che sa solo negare e ritardare, un'organizzazione dello Stato che con le "competenze concorrenti" - portato sciagurato di un federalismo male inteso - si fa nemica dell'intrapresa, ha mantenuto in ginocchio l'economia italiana molto dopo che altre si erano risollevate.

Al di là di queste belle parole, mancano i dati che possano confermare queste tesi che sono alla base dei classici luoghi comuni.

Partiamo dalle esportazioni, indubbiamente punto di forza dell’economia tedesca, dato che incidono per oltre il 50% del pil contro il 30 dell’Italia. Dal 2007 al terzo trimestre dell’anno scorso sono aumentate in termini reali di oltre il 15%. Quelle italiane, invece, nonostante la retorica sulla creatività e lo spirito imprenditoriale italico, sono tuttora al di sotto del livello di sei anni prima.



In questa evoluzione influisce indubbiamente – come dice Galimberti – l’orientamento dei mercati di sbocco, con le economie emergenti che contano nel caso della Germania per circa l’11% del pil contro l’8 dell’Italia (grafico pubblicato da Freemaninrealword su twitter)


Si può inoltre convenire che il grado tecnologico delle esportazioni tedesche sia superiore o comunque più richiesto di quello che può offrire l’Italia. Ma si dovrebbe tener conto anche del vantaggio implicito di cui gode la Germania grazie all’euro. 

Fermo restando il rapporto di cambio con la valuta comune, i prezzi alla produzione dei manufatti italiani sono aumentati di quasi il 20% nel decennio che termina nel 2009, contro un incremento inferiore al 5 di quelli tedeschi, (che si è realizzato peraltro solo negli ultimi dodici mesi del 2009).


La valuta comune, con il suo cambio irrevocabile, ha impedito alle esportazioni italiane di poter contare su possibili adattamenti nei rapporti con l’estero, determinando prezzi sempre meno vantaggiosi rispetto a quelli tedeschi.

E’ facile prevedere a questo punto l’obiezione secondo la quale il sistema industriale italiano avrebbe dovuto competere migliorando l’efficienza e la produttività, più che confidare in una ormai impossibile svalutazione relativa dei prezzi, ottenendo per questa via una contenimento del costo del lavoro per unità di prodotto (clup).

Il discorso del clup racchiude tutti gli aspetti critici che deve affrontare un’impresa, in quanto incorpora sia i fattori che determinano la produttività, sia quelli inerenti al costo del lavoro. Infatti – vale la pena ricordarlo – il clup non è altro che il rapporto tra il costo complessivo del lavoro (CL) e la produzione (Q):

(1) Clup =  CL/Q.

A sua volta il costo del lavoro può essere espresso come il risultato che si ottiene moltiplicando il numero dei dipendenti (N) con il salario medio (w, comprensivo di tutte le voci dirette e indirette), ovvero

(2) CL = Nw

Analogamente, le quantità prodotte possono essere riscritte come il frutto della produttività per dipendente (Q/N) per il numero dei dipendenti impiegati

(3) Q/N * N

Sostituendo la (2) e la (3) nella (1), si ottiene:

Nw / N*(Q/N)

ovvero che il clup è dato dal rapporto tra il costo del lavoro per dipendente (w) e la produttività per dipendente (Q/N).

(4) clup = w / (Q/N)

Si tratta quindi da un lato di esaminare l’evoluzione del costo del lavoro per dipendente (con le annesse cantilene sulle riforme del mercato del lavoro) e, dall’altro, l’andamento della produttività.

Quanto al costo del lavoro, in Italia è aumentato tra il 1999 e il 2012 quasi del 37% contro il 29,3 della Germania. Ciò ha ridotto il vantaggio  delle imprese italiane rispetto a quelle tedesche, quando pagano i lavoratori, dal 38% del 2000 al 29%. Ma resta il fatto che il costo del lavoro in Italia è inferiore a quello tedesco.


Non si può quindi dire che il problema sia il costo del lavoro. E’ sicuramente cresciuto di più, ma rimane un ampio margine di vantaggio rispetto a quello tedesco.

D’altra parte, se è vero che è cresciuto di più è anche vero che se depuriamo l’andamento del costo del lavoro dall’inflazione, i redditi reali dei lavoratori italiani sono rimasti sostanzialmente sempre inferiori alle dinamiche dei redditi reali dei lavoratori tedeschi.


Parlare di svalutazione salariale competitiva della Germania non è quindi propriamente esatto, almeno rispetto all’Italia, dato che i redditi reali dei lavoratori italiani sono sostanzialmente sugli stessi livelli del 2001, mentre quelli tedeschi sono aumentati in termini reali del 3,7% rispetto al 1999.

Ne hanno senso le solite richieste di maggiore flessibilità del mercato del lavoro italiano, sia perché – come abbiamo visto – non è quello il problema, sia perché in base ai parametri OCSE le nostre normative sono già allineate a quelle tedesche e finanche più favorevoli (per le imprese) a quelle in vigore in Germania, soprattutto per i licenziamenti individuali (grafico pubblicato da Freemaninrealword su twitter).


Il problema non è il costo del lavoro, la flessibilità o il cuneo fiscale (il quale, se ridotto a favore delle imprese, potrebbe far crescere i profitti netti, ma non le vendite; mentre non saranno i 10 o i 20 euro in più nelle buste paga che faranno aumentare i consumi, soprattutto se poi per coprire il buco di bilancio che così si crea si aumentano iva, addizionali e accise). Il problema è la produttività.

Ma da cosa dipende la produttività? La produttività, data la tecnologia impiegata nei sistemi produttivi, dipende dalla domanda: le imprese aumenteranno la produzione solo se vedono che quanto producono viene venduto, anziché accumularsi nei magazzini.

La produttività è strettamente connessa con le vendite, con la domanda; tanto in Italia quanto in Germania. E se in Italia la produttività è sugli stessi livelli del 2000 lo si deve al fatto che il calo della produzione (in grafico rappresentato dal valore aggiunto reale del settore manifatturiero) si è riflesso interamente sull’occupazione. Abbiamo mantenuto la produttività di inizio millennio, ma produciamo (e vendiamo) il 7% in meno. Non vi è modo di aumentare la produttività riducendo il numeratore (Q), ossia la produzione, ossia le vendite, ossia la domanda, salvo che riducendo ancor di più la base occupazionale (N). Che a sua volta, però, influisce sulla domanda, ossia sulle vendite delle imprese, ossia sulla produzione e quindi sulla produttività. Una simile politica non ci porta da nessuna parte, se non alla miseria.  


Anche in Germania, la produttività segue le vendite (ossia la domanda). Ma il valore aggiunto reale del settore manifatturiero è in questo caso cresciuto di oltre il 32% e per sovrappiù hanno ridotto l’occupazione del 5,2%. Produrre 1/3 in più con 1/20mo di persone in meno significa aver rinnovato gli impianti.


Non si possono ignorare questi fatti. Il diverso atteggiamento della classe imprenditoriale tedesca e di quella italiana (in termini di innovazione di prodotto, di processi produttivi, di mercati, ecc.) si riflette sulla diversa efficienza delle imprese, con annesse ricadute produttive e occupazionali.

Ma se gli imprenditori italiani hanno le loro colpe, bisogna ancora determinare perché la produzione tedesca è potuta aumentare di oltre il 30% e quella italiana è scesa del 7.

Come abbiamo detto, si produce se si vende. E le vendite sono determinate dalla capacità di spesa espressa dalla domanda interna privata, da quella estera e da quella pubblica.

La domanda estera è già stata esaminata. In Germania l’export conta per la metà del pil contro il 30% dell’Italia. Ciò espone quel paese al ciclo internazionale. Ma questo a partire dal 2010 è stato ampiamente favorevole. Su questo fronte, la vera differenza la fa, oltre all’inadeguatezza della classe imprenditoriale italiana (che comunque non è circoscrivibile all’ultimo decennio), proprio il venir meno del ruolo compensativo esercitato dai rapporti di cambio. L’introduzione dell’euro – in presenza di una sistema imprenditoriale miope e culturalmente arretrato  - è stato svantaggioso per il sistema produttivo italiano, in quanto ha reso sempre meno convenienti le nostre esportazioni.

La domanda interna del settore privato in Italia è stata penalizzata da una crescita dei salari reali inesistente, ma soprattutto dal calo occupazionale (sono stati persi 1 milione e 250 mila posti di lavoro; -5,3% rispetto al 2008) che ha depresso i consumi delle famiglie (-7,8% sul 2007). Vista l’importanza della domanda interna, gli investimenti non ne potevano che risentirne e sono crollati del 27,5%.

In Germania, i consumi sono cresciuti di oltre il 6% in termini reali, mentre gli investimenti sono ritornati praticamente sugli stessi livelli del 2007. Nel complesso la domanda interna privata è aumentata per poco meno del 5% (contro il -13,1 di quella italiana).


Ma la vera differenza l’ha fatta la domanda pubblica. Mentre in Italia si seguivano le ricette imposte da Francoforte e Bruxelles, con il risultato di ridurla in termini reali del 3% rispetto ai livelli del 2007, a Berlino la domanda pubblica cresceva di oltre il 10%.




E’ facile vedere che quando tutte le componenti della domanda sono in calo è impossibile conseguire significativi aumenti di produttività, salvo che aumentando il numero dei disoccupati. Ma queste sono le politiche che sono state imposte all’Italia (e agli altri paesi periferici dell’eurozona). Ed è questa l’anomalia italiana: essere in un sistema che anziché guardare al benessere dei propri cittadini e alla piena occupazione ne impone il progressivo impoverimento mediante un rigore fiscale che deriva da un’ideologia che guarda a parametri privi di qualsiasi fondamento, come il deficit al 3% o il debito pubblico al 60%, piuttosto che preoccuparsi di impostare delle politiche per ridurre la disoccupazione.