venerdì 31 gennaio 2014

Uscire dall'euro: è giusto guardare alla posizione netta verso l'estero?

Da un po’ di tempo su twitter è in corso un furioso scambio di opinioni tra coloro che, pur essendo critici verso l’attuale sistema dell’euro, si dividono tra chi vuole ritornare alla lira tout court e chi propone posizioni più sfumate (come l’adozione di un sistema simile al Bancor proposto da Keynes in occasione degli accordi di Bretton Woods ed ora rilanciato ad esempio da Keynes Blog).

Il tema del contendere verte non tanto sul nucleo della questione, che è chiaramente inconciliabile, ma su aspetti di contorno (ma non di poco conto). Si è concentrato in particolare sui problemi che potrebbero derivare in caso di uscita unilaterale dall’euro da parte dell’Italia rispetto al debito estero (escluso ovviamente il debito pubblico, che sarebbe convertito senza problemi nelle nuove lire).

Vediamo di fare il punto della situazione. Cominciamo con definire l’entità del problema. Quant’è il debito verso l’estero? La situazione è sinteticamente illustrata da questa nota della Banca d’Italia, aggiornata a settembre 2013.


Il debito estero lordo ammonta a 1.914,5 miliardi. Subito scatta la reazione e si afferma che occorre tener conto delle attività che vantiamo verso l’estero. 

Sotto trovate un'altra nota della Banca d’Italia in cui si riportano le attività che vantiamo sull’estero e la conseguente posizione netta (negativa), pari a 450,1 miliardi  di euro.


Ora l'assunzione della posizione netta verso l’estero non è l'indicatore più opportuno per valutare l'impatto di una uscita dall'euro. Andrebbe infatti certamente escluso dal computo delle passività il debito pubblico. Questo significa che da un debito estero netto  si passa ad un credito netto di 296,3 miliardi? Non proprio. Perché è sbagliato considerare la posizione netta.


In fase di conversione dei rapporti di debito con l’estero, le attività estere sono poco significative ai fini di un eventuale contestazione internazionale. Se queste sono espresse in valuta estera (da leggersi: in euro, lapsus evidenziato il 2/2/14), la svalutazione che si suppone vi sia in caso di uscita dall’euro, non farà che avvantaggiare il creditore italiano: se vanto un credito di 1€ e la nuova lira passa (per semplicità di calcolo) da 1 a 2 lire per euro, la svalutazione rende le attività estere espresse in lire più vantaggiose, senza che sia danneggiato il debitore estero (che pagherà il suo euro).

Ben diverso è il discorso del debito. Avere un debito di 1 € verso l’estero non è la stessa cosa di un debito di una nuova lira. Il creditore estero vorrà essere pagato con moneta buona (l’euro); noi diremo che avendo riconvertito il debito in lire (1 a 1) dovremo pagare con la nostra nuova moneta. Sicché se il debito scade tra dieci anni e nel frattempo (sempre per semplicità di calcolo) ci vorranno 2 lire per un euro, il debitore italiano penserà di estinguere il suo debito con una nuova lira, ma il creditore estero si vedrà arrivare ½ euro. 

Come si risolve la questione? Vale la lex monetae. Questa afferma che i debiti si pagano con la moneta nel tempo valida per estinguere un debito di denaro (artt. 1277 c.c.). Quindi il creditore estero che si rivolge alla giurisdizione italiana andrà incontro ad una cocente delusione. A meno che ….

A meno che il contratto tra le parti faccia esplicito riferimento ad una legislazione diversa da quella italiana. In quel caso, i guai saranno del debitore italiano che dovrà pagare 2 lire anziché una lira per estinguere il suo debito. Ma su questo ci torniamo dopo.

Avevamo detto che conta il debito lordo (al netto del debito pubblico e a questo punto al netto anche di tutti i debiti privati sotto la legge italiana) e non la posizione netta perché un debito verso l’estero è diverso da un credito vantato verso l’estero.

E’ diverso perché non è possibile compensare i debiti esteri con i crediti esteri. Supponiamo che la banca italiana UC  vanti un credito verso la banca inglese RBS e che l’impresa italiana Mario Rossi sia debitrice verso l’azienda inglese John Smith in euro. E’ evidente che l’impresa Rossi dovrà affrontare il problema del suo debito con l’impresa Smith indipendentemente dal fatto che la banca italiana UC vanti un credito verso RBS. Se il debito segue la legge italiana, Rossi sarà protetto dalla lex monetae, altrimenti dovrà sottostare alla legge inglese che gli imporra di pagare in euro (quale che sia diventato nel frattempo il rapporto di cambio).

I discorsi del tipo che se un azienda ha debiti esteri potrebbe avere anche dei crediti, possono essere utili per valutare la posizione netta di quella azienda (se ci perde o ci guadagna dall’uscita dall’euro), ma non sono utili per determinare l’entità dei problemi a cui occorre far fronte in caso di ritorno alla lira. A livello macro, a livello di paese, i problemi arriveranno dal debito lordo, non dalla posizione netta verso l’estero.

Se è il debito lordo che conta (al netto del debito pubblico e del debito estero sotto legislazione italiana) occorre valutare il debito estero contratto facendo riferimento a legislazioni diverse da quella italiana.

Keynes Blog ha messo su twitter questa tabella. 



Questa tabella ci è utile per evidenziare quella parte del debito che è sotto legislazione estera o non noto. Ha tuttavia un difetto: non ci dice quanto di questo debito, valorizzato in euro, è effettivamente espresso in euro. Ad esempio, il debito del settore finanziario italiano sotto legislazione estera, pari a 173 miliardi, non evidenzia quanto potrebbe essere espresso in $. Nel qual caso, per quanto si ritorni alla lira, non verrà coinvolto da problemi legali, perché dovrà comunque essere pagato in $, sia che sia sotto legge straniera o italiana. Ma tralasciamo questo aspetto e domandiamoci: quant’è il debito che potrebbe generare controversie legali?

Secondo Keynes Blog è quello sotto le colonne Foreign Law (legge straniera). Il totale per l’Italia fa 792 miliardi di euro.

Temo tuttavia che questo debito, comunque sia espresso (in euro, in dollari o altro), proprio perché regolamentato da legge straniera non possa costituire un problema,  almeno da un punto di vista legale: dovrà essere pagato in euro (o in dollari, ecc.). 

Può essere un problema economico? Certo per le imprese italiane che hanno fatto ricorso alla legislazione estera non sarà uno scherzo un’eventuale uscita dall’euro. Il danno potrebbe essere pesante. Però mi si deve spiegare perché una banca o una società debba emettere titoli in euro con legislazione lussemburghese, irlandese, inglese o olandese, quando poteva farlo benissimo con la legislazione italiana (l’euro non è per sempre come i diamanti? Mario Draghi dixit). Se vi hanno visto dei vantaggi (fiscali od altro), quella banca o quella società si dovrà assumere anche i rischi connessi ad un’uscita dell’Italia dall’euro (o all'eventuale dissoluzione della moneta comune da chiunque provocata). E’ inconcepibile che siano accollati ai conti pubblici italiani le posizioni debitorie andate a male da parte di imprese private nel tentativo di ottenere vantaggi offerti da altri sistemi fiscali.

Il vero problema, legale (ma conseguentemente economico), sarà dato dal debito estero in euro che è stato contratto senza aver definito la legge competente per risolvere le controversie (le colonne Unknown). Secondo la tabella ripresa da Keynes Blog sarebbe pari a 332 miliardi. Non è poco. Una svalutazione del 20% - se fosse tutto in euro (ma probabilmente non lo è) – comporterebbe una perdita sui conti delle imprese superiore ai 66 miliardi, ovvero il 4,2% del pil attuale (ma bisogna vedere come si diluisce nel tempo). E’ accettabile? E' una domanda a cui ognuno di noi può rispondere come meglio crede.



Aggiornamento del 1° febbraio

Se tralasciamo le possibili controversie legali in caso di uscita dall'euro e guardiamo invece esclusivamente agli effetti economici complessivi sul sistema economico, allora occorre considerare sia il debito estero (lordo) ma al netto del debito (pubblico e privato) sotto legge italiana sia il credito estero.

Si ritorna in tal modo alla posizione netta? No, ma piuttosto alla posizione netta verso l'estero al netto del debito (pubblico e privato) sotto la legge nazionale.

Quindi dal lato delle passività, facendo riferimento alla tabella ripresa da Keynes Blog, si dovrà tener conto sia dei 792 miliardi che dei 332 miliardi con giurisdizione non ben definita. Il totale del debito estero da considerare è quindi pari a 1.124 miliardi (al lordo del debito espresso in valute diverse dall’euro).

Dal lato dell’attività vi saranno tutti gli asset detenuti all’estero o emessi da operatori esteri. Stando alla Banca d’Italia si tratterebbe di 1.907,8 miliardi (anche qui al lordo delle attività espresse in valute diverse dall’euro).

Nell’ipotesi che sia assunta la tesi degli euristi che paventa una svalutazione generale della lira verso tutte le valute, ci semplifichiamo la vita poiché quale che sia la svalutazione, i vantaggi saranno superiori agli svantaggi.

Se invece la banca centrale con un'opportuna politica valutaria riuscisse a contenere, se non a mantenere stabile, il rapporto con il dollaro e guardasse con benevolenza alla svalutazione della lira verso l’euro(marco), il vantaggio potrebbe non essere così schiacciante.

Ad esempio, gli investimenti diretti all’estero dei primi nove paesi dell’area euro contano per circa il 62% degli investimenti diretti totali (fonte app. Relazione Banca d’Italia 2012 su dati 2011, pp. 100-101). Ora, non è detto che questa percentuale sia valida, per esempio, anche per i titoli esteri posseduti dagli operatori italiani e per gli altri crediti esteri. Ma se fosse un’approssimazione accettabile (lascio ad altri il compito di accertarsene; ma la Banca d’Italia sicuramente conosce bene i dati), le attività estere dell’Italia coinvolte in una ridenominazione si ridurrebbero a  1.183 miliardi.

Viceversa, gli investimenti diretti esteri in Italia dei primi nove paesi dell’euro sono il 78,5% del totale. Applicando la stessa ipotesi, il debito estero (al netto di quello pubblico e di quello privato sotto legge italiana) coinvolto in un possibile aggravio in seguito alla svalutazione sarebbe pari a  882 miliardi.

Pertanto, per ogni punto percentuale di svalutazione verso l’area dell’euro(marco) il sistema economico italiano nel suo insieme potrebbe trarre un giovamento di circa 3 miliardi di euro (in caso di una svalutazione del 20% verso l’area dell’euro-marco si tratterebbe di un vantaggio netto nei rapporti con l’estero in termini di debito/credito di circa 60 miliardi, ovvero il 3,8% sul pil, ma anch’esso da diluirsi nel tempo).

Insomma, molto rumore per nulla?

giovedì 30 gennaio 2014

Ricchezza netta delle famiglie in calo del 9,2% in termini reali rispetto al 2008

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia  (1) (2)

Le passività in capo alle famiglie sono pari a 895 miliardi, pari al 9,5% della ricchezza complessiva. Equivalgono all’83% del reddito disponibile (57,1 rispetto al pil). 

I mutui rappresentano il 42,5% delle passività delle famiglie e valgono il 7,9% del patrimonio immobiliare in loro possesso.

Le famiglie che sono effettivamente indebitate sono poco più del 26%. Tale percentuale cresce di dieci punti se sono lavoratori dipendenti e di altri sei se sono lavoratori indipendenti. Meno del 12% è indebitato se si trova nelle condizione di non avere un’occupazione. Il debito medio (per famiglia indebitata) è di oltre 51 mila euro, pari a una volta e mezzo il proprio reddito.

Rispetto ai motivi, le famiglie impegnate a ripagare il mutuo per l’acquisto della casa sono il 12,3%.  Un altro 10% si è indebitato per acquistare beni o servizi (auto, mobili, vacanze, ecc.). Sono invece in rosso sul conto corrente o in debito con le carte di credito il 5% delle famiglie. Vi è poi un altro 3% che è indebitato per scopi attinenti alla propria professione. Il 4% si rivolge a parenti e amici.


Al netto delle passività, la ricchezza netta delle famiglie si commisura in oltre 8.540 miliardi di euro, poco meno di 357.500 euro per famiglia (143.100 a testa). 

Fonte: Banca d'Italia
Rispetto al 2011, tenendo conto dell’aumento dei prezzi, il patrimonio complessivo delle famiglie si è deteriorato del 2,7% (e di oltre il 4% al netto dell’apporto del risparmio). Rispetto al 2008, il patrimonio corretto per l’inflazione è diminuito del 9,2% (e del 15% al netto dell’apporto del risparmio). 

Contrazione crediti e aumento propensione alla liquidità in EZ nel 2013

Fonte: BCE


Nel 2013 i prestiti al settore privato non bancario della Zona Euro sono diminuiti dell’1,8%.

Il calo è particolarmente forte per i prestiti alle società non finanziarie (SNF), che nei dodici mesi si vedono ridurre gli affidamenti del 3%.  I prestiti alle famiglie sono stati congelati (-0,1%), inclusi quelli finalizzati all’acquisto dell’abitazione (+0,7).


Il calo dei prestiti al settore privato è più accentuato in Italia (-3,3) che nella Zona Euro nel suo complesso. Modesta, ma positiva, è la crescita in Germania (+0,5),

In Italia la riduzione dei debiti a carico delle SNF sta avvenendo in modo consistente (-5,6%)  e non è trascurabile nemmeno il ritmo imposto alle famiglie (-1,2). Certamente avviene ad un passo superiore a quanto avviene nella zona euro nel suo complesso.


Il calo dei prestiti non ha impedito una crescita dell’1,7% dei depositi del settore privato della Zona Euro. La forte crescita dei depositi a vista (+6,5) segnala un’accresciuta propensione alla liquidità, a scapito di forme di impiego del risparmio più vincolanti.


Nel complesso la M1, che comprende oltre i depositi a vista  il circolante, è aumentata nel 2013 del 5,8%, senza che i prezzi ne siano stati influenzati (0,8% a dicembre). 

mercoledì 29 gennaio 2014

Il portafoglio finanziario delle famiglie per condizione socio-professionale (2012)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia  (1) (2)


Nel complesso, le attività finanziarie al netto delle banconote in circolazione contano per 3.555 miliardi, pari a 148.750 euro a famiglia. Mediamente, i depositi bancari e postali contano per oltre il 29%. I titoli di Stato il 5,2%. Gli altri titoli (obbligazioni bancarie e del settore privato, azioni, fondi di investimento, gestioni patrimoniali e titoli esteri) per il 23,6%. Le altre attività finanziarie, tra cui le quote di partecipazioni in attività imprenditoriali non quotate e le riserve assicurative, per il 42%.

Le attività finanziarie in mano agli imprenditori e ai liberi professionisti ammontano mediamente a poco meno di 585 mila euro.  La quota detenuta in depositi è il 16,5%. I titoli di Stato rappresentano solamente il 4% delle attività finanziarie, gli altri titoli  contano 1/3 del portafoglio. Le  quote di partecipazione nelle attività imprenditoriali, le riserve assicurative  e il resto delle attività valgono il 46,5% del portafoglio finanziario.

I dirigenti detengono attività finanziarie per oltre 400 mila euro. La quota detenuta in depositi è il 22,5%. I titoli di Stato sono il 4,6% e il 32% è la quota degli altri titoli. Le partecipazioni in attività imprenditoriali  e le riserve assicurative coprono il restante 41%.

Gli altri lavoratori autonomi possiedono in media attività finanziarie per poco meno di 188 mila euro. Quasi il 30% è disponibile nei depositi bancari o postali, il 5,5 è in titoli di Stato e il 17,5 in altri titoli. Anche per loro, quasi la metà del patrimonio è destinata a quote di partecipazione in attività imprenditoriali, in riserve assicurative e altri attivi minori.  

I pensionati possiedono in media attività finanziarie per 152.600 euro per famiglia. La loro propensione alla liquidità supera il 31%. Sono sopra la media gli investimenti in titoli pubblici (7  contro il 5,2%). Gli altri titoli contano per il 21,3% del portafoglio. Le altre attività finanziarie rappresentano il 40%.

Gli impiegati posseggono investimenti finanziari per a 123.500 euro. Il 36,5% è mantenuto disponibile presso  conti bancari o postali.  I titoli di Stato sono solo il 3,8%, mentre gli altri titoli superano il 20%. Quote di partecipazione e riserve assicurative completano il portafoglio per meno del 40%.

Gli operai possono contare in media  su 45.350 euro a famiglia. Il 41,5%  è lasciata sui conti correnti o di deposito. Scarsa la fiducia verso i titoli di Stato, che contano per il 2,1%, mentre gli altri titoli arrivano al 14%. Le coperture assicurative e altre attività finanziarie rappresentano il 42,5%.

Le famiglie dei disoccupati e degli altri non attivi professionalmente possono contare in media su 27.300 euro. I depositi raccolgono  il 42% delle loro disponibilità finanziarie. I titoli di Stato sono presenti per lo 0,6%. Gli altri titoli pesano oltre il 10%.  Le altre attività finanziarie (ovvero 12.800 euro, pari al 47%) sono immobilizzate in polizze assicurative o altre attività poco liquide.


La ricchezza delle famiglie presso le banche (2012)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia (1) (2)


Tra depositi e circolante, le famiglie detenevano nel 2012 poco meno di 1.150 miliardi di euro, pari al 12,2% delle attività, sia mobiliari che immobiliari.

Il 92,8% delle famiglie ha un deposito bancario o postale. Non hanno un conto bancario o postale quasi il 40% di coloro che non hanno un’occupazione, l’8% degli operai, oltre il 7% dei pensionati, il 6% dei lavoratori autonomi (diversi da imprenditori e liberi professionisti), l’1% degli impiegati e un dirigente su 500.

In rapporto al reddito familiare,  quasi una famiglia su quattro non ha conti correnti se si trova tra il 20% più povero. Ma anche tra il 20% più ricco, uno ogni 333 vuole sfuggire ad ogni forma di tracciabilità.

Fonte: Banca d'Italia

Limitatamente ai depositi bancari, pari a 660 miliardi, il 42% dei conti aveva un saldo inferiore a 50 mila euro. Coloro che lasciavano sul conto tra i 50 e i 250 mila euro erano il 40% e il 18% riteneva vantaggioso lasciare sul conto oltre 250 mila euro.

L’importo medio dei depositi (bancari e postali) per famiglia  vede in testa gli imprenditori e i liberi professionisti, con oltre 96.300 euro. Seguono i dirigenti con poco meno di 91 mila e gli altri autonomi con 56.000 euro.  I pensionati hanno in media qualcosa meno di 48 mila, mentre tra gli impiegati si scende a 45 mila. Gli operai sono a 18.800 e tra coloro che non hanno un’attività il saldo è inferiore a 11.500 euro.

Le attività finanziarie delle famiglie, al netto del circolante e dei depositi,  ammontano ad oltre 2.500 miliardi, pari al 26,7% della ricchezza complessivamente posseduta.

Delle attività finanziarie depositate presso il sistema bancario (1), pari circa a 1.025 miliardi, quelle inferiori a 50 mila euro erano il 12%. Un 36% era incluso tra i 50 e i 250 mila euro e il restante 52% superava i 250 mila euro.

Fonte: Banca d'Italia

Assumendo la ripartizione per classi di importo adottata per i depositi e i conti titoli, si ottiene che le attività fino a 100 mila euro (50 mila in depositi  e 50 mila in titoli) rappresentano  il 24% del patrimonio finanziario detenuto presso il sistema bancario; quelle fino a 500 mila (250 in depositi e 250 in titoli) sono il 37%  e il restante 39% supera il mezzo milione di euro.


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(1) Le cifre che seguono poste in neretto sono state riviste il 4/2/2014.

martedì 28 gennaio 2014

Indagine Bankitalia: i proprietari di case per condizione sociale

Fonte: Banca d'Italia

Secondo la Banca d’Italia, le famiglie nel 2012 detenevano un patrimonio immobiliare di 4.830 miliardi di euro, in calo rispetto al 2011 di 194 miliardi. Poiché secondo l’Istat i prezzi sono scesi del 5,2%, comportando un deprezzamento di oltre 261 miliardi, se ne deduce che nel complesso le famiglie abbiano incrementato il patrimonio immobiliare di quasi 70 miliardi. 

Non gioverà alle prossime stime della ricchezza il calo dei prezzi delle abitazioni, proseguito nel 2013 allo stesso ritmo del 2012, dato che al terzo trimestre l’Istat registrava una nuova decurtazione del 5,3%.


Il 67,5% delle famiglie vive nella casa di proprietà. Rispetto all’età,  i giovani con meno di 34 anni proprietari dell’abitazione sono meno della metà (il 44,9%).  Tra gli ultra 64-enni la percentuale sale al 76%.

Un operaio su due ha la casa in proprietà (la stessa frequenza tra chi non è occupato). Solo uno su quattro degli impiegati non è proprietario, come gli imprenditori, i liberi professionisti e i pensionati,  mentre i dirigenti sono proprietari nell’85% dei casi. I lavoratori autonomi lo sono 2 volte su 3.

Tra il 20% delle famiglie più povere, solo due su 100 posseggono la casa. Il secondo 20% delle famiglie è proprietario della casa in cui vive  una volta su due.  Il restante 60% delle famiglie sono praticamente tutte proprietarie.
           
Oltre il 16% delle famiglie possiede altre abitazioni.  I giovani fino a 34 anni che si trovano in questa fortunata situazione sono l’8,5%.  La fascia di età in cui il fenomeno si presenta con maggior frequenza è tra i 55 e i 64 anni, dove quasi una famiglia su quattro possiede altri immobili. Tra gli ultra 64-enni i possessori di seconde  case scende al 15%, forse perché hanno già provveduto a cederla ai figli. 

Gli operai che hanno una seconda abitazione sono uno su dieci. Va meglio agli impiegati (il 18%) e ai dirigenti, agli imprenditori e ai liberi professionisti (tra il 37 e il 40%). Gli altri lavoratori autonomi sono proprietari di un secondo immobile una volta su cinque. Chi non è occupato possiede una abitazione diversa da quella dove vive nel 7,5% dei casi.

Se tra il 20% delle famiglie più povere solo una ogni 500 possiede una seconda casa, il 20%  più ricco possiede un’altra abitazione una volta su due.

Le famiglie tra abitazioni e altre proprietà detengono in complesso 5.768 miliardi di attività reali.

Fonte: Banca d'Italia

Ricchezza familiare degli operai e dei disoccupati (c'est la même chose)

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Secondo l’Istat, il reddito complessivo delle famiglie nel 2012 era di 1.079 miliardi di euro, pari al 68,9% del pil.

La propensione al consumo, ossia il rapporto tra le spese e il reddito, è stata dell’ 88,4%.  Il risparmio delle famiglie ammonta così a 125,3 miliardi di euro. Tuttavia, la Banca d’Italia stima che le attività reali e finanziarie possedute dalle famiglie siano diminuite nel 2012 di 54,6 miliardi, a 9.437,8 miliardi. Ne consegue che il valore medio delle attività  sia sceso in media dell’1,9%.

A carico della famiglie vi è un indebitamento di 895,4 miliardi, pari al 9,5% della ricchezza lorda. Quella netta si quantifica quindi in 8.542,4 miliardi (5,5 volte il pil e 7,9 volte i redditi delle famiglie). La ricchezza netta media per famiglia ammonta ad oltre 357 mila euro e quella procapite ad oltre di 143 mila euro.

Rispetto alla condizione sociale, il valore mediano della ricchezza familiare netta degli operai è uguale a quella di chi non ha un'occupazione, ovvero di circa 26.500 euro. Per gli impiegati è di 182 mila euro e per i dirigenti di 307 mila euro. Per gli imprenditori e i liberi professionisti è di oltre di 475 mila, mentre per gli altri lavoratori autonomi è di quasi 235 mila euro.  Tra i pensionati il valore mediano della ricchezza è di 157 mila euro.

Se ordiniamo le famiglie in modo crescente rispetto alla ricchezza e le suddividiamo in dieci classi equamente ripartite, il primo 50% delle famiglie non possiede nemmeno un decimo della ricchezza complessiva; il 10% più ricco può contare invece sul 46,6%  della ricchezza nazionale e possiede quasi 2 milioni di euro a famiglia (5,5 volte la ricchezza media).

lunedì 27 gennaio 2014

I redditi degli italiani (2012), secondo Banca d'Italia

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia


Il reddito individuale

Secondo uno studio della Banca d’Italia, il reddito medio individuale del 2012 derivante da lavoro, capitale o dai trasferimenti pubblici (prevalentemente pensioni) e al netto delle imposte e dei contributi sociali, è stato di circa 19.370 euro.  

Gli operai hanno guadagnato meno di 13.150 euro. Gli impiegati 17.750 e i dirigenti oltre 32.500 euro annui. Gli imprenditori e i liberi professionisti dicono di guadagnare in media poco più di 24.500 euro. Gli altri lavori autonomi  non vanno oltre i 15.000 euro. I pensionati e coloro che vivono grazie ai trasferimenti pubblici si devono accontentare di 9.330 euro.

Rispetto alla fascia di età,  quelli che sono dipendenti ed hanno meno di 34 anni percepiscono quasi il 27% in meno rispetto alla media dei propri colleghi, mentre a fine carriera (tra i 55 e i 64 anni) usufruiscono di uno stipendio del 19%  superiore alla media dei lavoratori dipendenti.

Per i giovani fino a 34 anni che intraprendono la libera professione o un’attività in proprio  il reddito è sostanzialmente analogo a quello dei loro coetanei che vengono assunti, ma successivamente – a fine carriera – arrivano a guadagnare l’8% in più di chi resta alle dipendenze.

Rispetto al titolo di studio, fatto 100 il reddito medio dei dipendenti, i laureati guadagnano il 33,5% in più, mentre per i diplomati il differenziale si ferma poco oltre il 5%.  Sono penalizzati coloro che si sono fermati alle medie (quasi il 17% in meno) o alle elementari (oltre il 25% in meno). Per questi ultimi non sarebbe andata meglio se avessero intrapreso un’attività in proprio (-5,5% per chi ha la licenza elementare rispetto ai dipendenti con pari studi), ma chi ha la licenza media porterebbe a casa un reddito del 16,3% superiore ai dipendenti, a parità di studio.  Per i diplomati che hanno un’attività in proprio il vantaggio supera il 20%. Mentre essere laureati ed avere una propria attività non sembra essere così vantaggioso (-7% rispetto ai dipendenti laureati).

Rispetto al settore di attività, i dipendenti meglio retribuiti sono nei servizi pubblici e nella pubblica amministrazione: fatto 100 la media dei dipendenti, 117,9 è la retribuzione media di questa categoria.  I dipendenti dell’industria percepiscono quasi il 9% in più della media dei dipendenti. Sono invece svantaggiati gli assunti negli altri servizi (con una retribuzione inferiore del 7%) e quelli occupati in agricoltura (oltre il 35% in meno).  Essere un imprenditore agricolo, anziché un dipendente, garantisce quasi il 90%  in più di quanto viene elargito ai propri collaboratori. Nei servizi, essere in proprio assicura quasi il 25% in più rispetto a chi è dipendente nello stesso settore, mentre nell’industria converrebbe essere dipendenti, dato che mediamente dichiarano di avere un reddito di quasi il 20% inferiore ai propri collaboratori. Infine, offrire consulenza nel settore pubblico permette di incassare il 10% in più di chi è occupato nella P.A.




Il reddito familiare

Se ai redditi individuali sono aggregati per unità familiare, il reddito medio sale a poco meno di 30.400 euro.                       

Se suddividiamo le famiglie in dieci classi equamente ripartite, il decile più povero percepisce meno di 7.300 euro. Costoro devono accontentarsi del 2,4% del reddito complessivo. Il 10% delle famiglie più ricche gode di oltre il 26% del reddito familiare nazionale e si assicura in media quasi 80 mila euro annui. Tra il 10% più ricco e il 10% più povero vi è un rapporto di 1 a 11.


Per avere un’idea della disuguaglianza nella distribuzione del reddito, si può mettere a raffronto il reddito assegnato al 10% delle famiglie con il reddito di equidistribuzione. Si ha eguale distribuzione quando il 10% della popolazione usufruisce del 10% del reddito (il 20% della popolazione il 20% del reddito, e così via). Il 10% più povero, usufruendo del 2,4% del reddito complessivo, dista dalla equidistribuzione per il 76%, due punti in più rispetto al 2006.


L’equidistribuzione è raggiunta da quel 10% delle famiglie che è  inclusa tra il 60 e il 70%, una volta che sono state collocate in ordine crescente di reddito.  Il fatto che il reddito medio o di equidistribuzione sia raggiunto tra il 60 e il 70% delle famiglie dà un’idea dello squilibrio nella distribuzione del reddito, dovendosi in teoria collocare sul valore mediano delle stesse.  In altre parole, la circostanza che il reddito medio non sia raggiunto al 50% delle famiglie, dimostra che il reddito finisce per concentrarsi sul 30% più ricco e che ben il 60% delle famiglie usufruisce di un reddito inferiore a quello medio.

Il 10% più ricco può contare sul 163% in più del reddito medio o di equidistribuzione. La loro quota è il 26,3% del reddito complessivamente distribuito in Italia.

domenica 26 gennaio 2014

Eurotitanic

Stefano Fassina su Italianieuropei per quanto urli di cambiare rotta è costretto ad ammettere  che
Lo status quo è il migliore dei mondi possibili per la Germania. Ma è insostenibile. L’alternativa è tra una radicale correzione di rotta e il collasso politico dell’euro e, quasi inevitabilmente, dell’Unione europea. La correzione di rotta appare un’ingenua speranza: l’opinione pubblica e una parte rilevante della classe dirigente tedesca non vedono o non vogliono vedere la dimensione sistemica dei problemi dei PIIGs e degli altri paesi via via “contaminati” (Francia e Olanda).
Ciò nonostante crede ancora che
la politica di bilancio, controllata ex ante da Commissione ed Ecofin grazie al Two- Pack, de[bba] cambiare segno.
Si ha insomma l'impressione che sia andato in panico: si agita affinché si  cambi rotta, ma l'iceberg è sempre più vicino.

venerdì 24 gennaio 2014

Banche: regole e regali

Un bell'articolo di Enrico Grazzini su ciò che potrebbe succedere in Europa nel settore bancario. Mentre si continua a dire che bisogna battere i pugni o fare le alleanze con gli altri paesi, la Germania scrive le regole. 


E dato che ci siamo, consiglio di leggere gli articoli ripresi da Keynes Blog sulla ricapitalizzazione della Banca d'Italia e le conseguenze per i conti del Tesoro.

Sono temi un po' complessi, ma tutto sommato abbordabili anche per il pubblico non specialistico.

mercoledì 22 gennaio 2014

Pil procapite e avanzi primari


Ieri Linkiesta ha pubblicato il grafico che ho riportato qui sopra. Mostra il pil pro-capite dal 1960 rispetto agli Stati Uniti, a parità di potere d'acquisto.

Quello italiano nel 2011 era il 66,5% di quello americano. Un livello che non si vedeva dalla fine degli anni '60. Ciò non vuol dire che il reddito medio per abitante sia ritornato sullo stesso livello di quel periodo, dato che nel frattempo è aumentato. E' sceso il rapporto con il pil procapite degli Usa. Vale a dire, nel 1960 il pil per abitante era poco più del 55% di quello americano ed è salito fino ad arrivare a circa l'80% intorno al 1991/92. Entrambi crescevano, ma quello italiano cresceva un po' di più e quindi si avvicinava a quello statunitense. E cresceva talmente tanto che avevamo superato quello inglese, eguagliato quello svedese e praticamente raggiunto quello francese.

Poi dal 1992 le cose cambiano. Inizia un calo inarrestabile, al di là di qualche rimbalzo, fino a portarci nuovamente ultimi in questo ristretto confronto.

Che è successo a partire da quella data? Non è stata la svalutazione (per gli euristi senza se e senza ma, dato che il pil procapite ha continuato a scendere anche nell'era dell'euro). Nè l'euro è in grado di spiegare i dieci anni che precedono la sua adozione.

Un sospetto ce l'ho. A partire da quell'anno noi abbiamo avuto sistematicamente un avanzo primario del settore pubblico. Ovvero sono state sottratte al settore privato più risorse di quanto ne siano ritornate in termini di servizi pubblici, stipendi, pensioni, investimenti e acquisti presso le imprese.

Così il tanto famigerato settore pubblico ha avuto sì un ruolo negativo, ma non per le solite sciocchezze sulla spesa pubblica incontrollabile, ma proprio perché da oltre vent'anni abbiamo avuto degli avanzi primari (non dei deficit). E queste straordinarie politiche, volte a ridurre il debito pubblico, hanno solo condotto ad un aumento dello stesso da meno del 98% del 1991 al 133% del 2013.



Abbiamo compresso i redditi del settore privato, senza che il debito pubblico ne abbia avuto qualche giovamento. Continuiamo così, facciamoci del male.

L'inflazione non colpisce tutti allo stesso modo

Fonte: Istat
Nel complesso, tra il 2005 e il 2013, l’indice dei
prezzi al consumo per le famiglie con la spesa media
più bassa è aumentato del 21,8%, a fronte del 17,7%
registrato per le famiglie con la spesa più alta e del
19,0% dell’indice generale.


lunedì 20 gennaio 2014

La ricetta di Puglisi: riduzione dei salari ed emigrazione ... e la pillola va giù


Questo l’intervento odierno del liberista Puglisi.
Una frase in apparenza condivisibile. Posti di fronte all’alternativa: “preferisci essere licenziato o vederti ridurre lo stipendio  del 20%?” qualcuno rinuncerebbe a lavorare? No?

Bene siete delle persone sane di mente, mentre non lo sono i neoliberisti. Perché secondo le loro strampalate teorie una riduzione del salario reale dovrebbe indurre i lavoratori a rinunciare a cercare lavoro, dato che la loro disutilità marginale a lavorare non sarebbe adeguatamente compensata dal salario reale, che per definzione viene posto pari alla produttività marginale del lavoro. Vale a dire, una volta che sono stati ridotti i salari reali, se non vuoi lavorare sono affari tuoi, non puoi definirti disoccupato, perché non sei disposto a lavorare con una retribuzione reale inferiore.

Vi sembra che sia quello che normalmente avviene nella realtà? A me non pare. 

Se vi sono 3,2 milioni di disoccupati e altri 3,8 milioni  di persone che hanno smesso di cercare un’occupazione non è perché non sono disposti a lavorare ad una retribuzione inferiore a quella media. E’ che non trovano proprio nessuno che sia disposto ad assumerli. E non mancano certo le statistiche da cui emerge un calo dell’occupazione anche tra chi è a tempo determinato (oltre a mettere in part time chi prima lavorava a tempo pieno con un contratto a tempo indeterminato).


Ma tant’è, loro sono fatti così. Per i liberisti i fatti sono troppo grezzi per assurgere a dignità teorica; non possiedono quella eleganza intrinseca che le loro menti sopraffine esprimono quando sfornano i loro modelli.

Ma il vero errore di Puglisi è un altro. Lui ritiene che con la riduzione dei salari (ma fa più fine dire flessibilità salariale; la quale flessibilità ça va sans dire è solo verso il basso) e la mobilità dei fattori (assai più accademico di emigrazione) si possa ottenere un aumento dell’occupazione.

Diciamo che con l’emigrazione, il problema viene eliminato alla radice passando il problema ad un altro paese (con annessi problemi da un lato di integrazione per gli emigrati e dall’altro, nei paesi ospitanti, con lo sviluppo di movimenti politici nazionalistici e sentimenti razzisti verso gli stranieri). Un modo indubbiamente efficace per risolvere i problemi, non credete?

Per chi invece si ostina a restare (le solite rigidità dei lavoratori che non comprendono i raffinati modelli teorici) è pronto per loro un peggioramento delle condizioni di vita. Ma tranquilli, assicurano, stando tutti un pochino peggio, staremo tutti un pochino meglio. Dalla riduzione dei salari reali arriverà la crescita dell’occupazione. Come?


Ah si? Vorrei proprio vederle le imprese che assumono il doppio dei lavoratori se il loro stipendio fosse ridotto della metà. Perché – nonostante i loro raffinati modelli – di solito le aziende assumono (data la tecnologia esistente) in funzione della domanda. In altri termini se per produrre 100 occorrono 100 lavoratori, sarebbe irrazionale assumerne uno in più, anche se i salari fossero dimezzati, se dovrò produrre sempre 100.

Ma la domanda resterà invariata? Non proprio. Perché se riduco i salari reali, le famiglie dei lavoratori avranno una minore capacità di spesa. Si ridurranno quindi i consumi e quindi la domanda per le imprese. Perché mai dovrebbero assumere se la produzione dovesse scendere da 100 a 80?

D’altra parte perché gli imprenditori dovrebbero investire (per ampliare la capacità produttiva?) proprio quando la domanda dei loro prodotti sta scemando? Per ridurre i costi? Forse; ma quanto sarà forte  l’incentivo ad indebitarsi ulteriormente con le vendite che calano e con i costi produttivi già ridotti grazie alla riduzione dei salari? Poi, per carità, ognuno è libero di farsi del male come meglio crede. Ma la maggioranza delle imprese sa far bene i propri conti.

In verità vi è un altro canale che potrebbe far crescere la domanda (ma Puglisi, da buon microeconomista, tutto intento a calcolare le disutilità e le produttività marginali dei lavoratori,  lo ha dimenticato): le esportazioni. Le imprese potrebbero trarre vantaggio da una riduzione dei costi mediante le vendite all’estero. Peccato che la domanda estera incida per meno del 30%.  

E questo lo si vede anche con i dati diffusi oggi dall’Istat. Nei primi undici mesi del 2013 il fatturato delle imprese industriali verso i mercati esteri è aumentato dell’1,9% in termini reali rispetto allo stesso periodo del 2012. Ma la domanda interna è scesa del 5,5%. Il risultato netto è un calo delle vendite reali del 3%.

Vi è inoltre uno studio dell’ILO che dimostra come per ogni riduzione di un punto percentuale della quota salari si avrà alla fine un calo del pil (per l’Italia dello 0,1%).  


Sicché anche questa strada, oltre che essere molto dolorosa, è anche inefficace. Ma quand’anche vi fosse un effetto positivo, non sarebbe forse meglio ottenere gli stessi risultati, e forse anche di migliori, mediante la svalutazione? Se il problema è la competitività di prezzo verso l’estero, perché non agire mediante un deprezzamento del cambio?

Che dite? Non si può? C’è l’euro!? Ah, ecco.

Quindi è giusto che siano ridotti i salari?! E come si fa a convincere i lavoratori (che sono così tanto rigidi perché non conoscono i modelli di Puglisi)? Ma è semplice: con più disoccupazione. Vedrai che dopo un po’ abbassano la testa (con annesse pretese di aver diritti e quant’altro). Non si sa se l’occupazione poi aumenterà, ma intanto gli imprenditori (una volta si sarebbe detto i capitalisti, ma suona tanto male al giorno d’oggi) avranno l’occasione di rimpinguare il proprio portafoglio.

E’ così difficile da capire? E’ la lotta di classe, ma qualcuno a forza di ripetere che siamo sulla stessa barca l’ha dimenticata (ma alcuni, sempre gli stessi, devono solo remare e ad altri è dato il privilegio di dire in quale direzione andare). 

venerdì 17 gennaio 2014

Disoccupazione effettiva zona euro al 16%. Italia al 22, Spagna oltre il 30.

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

L’Eurostat ha aggiornato i dati al terzo trimestre 2013 sull’entità delle persone escluse dalla forza lavoro, perché pur desiderando lavorare hanno rinunciato a cercare un’occupazione.

Per l’intera area della valuta comune, considerando gli sfiduciati, il tasso di disoccupazione sale dall’11,5 ufficiale al 16% (calcolato sulla forza lavoro potenziale). Si tratta di 19,3 milioni di disoccupati ufficialmente censiti a cui si aggiungono altri 9 milioni di persone. In totale 28,3 milioni di persone non riescono a trovare un lavoro.

L’effetto più consistente sui tassi di disoccupazione si ha in Italia, che passa dall’11,3 al 21,9%. Abbiamo più persone che non rientrano tra le statistiche (3,8 milioni di sfiduciati) che disoccupati ufficiali (3,2). Nel complesso oltre 6,9 milioni di italiani non riescono a trovare un’occupazione.

Il tasso di disoccupazione più elevato tra i maggiori paesi della zona euro è però in Spagna, ove si supera il 30%, lasciando dietro di sé la Grecia (28,8).

In Germania, la disoccupazione viene corretta dal 5,2 al 7,6%.

Ho infine ritenuto opportuno introdurre un intruso, il Regno Unito, ove la disoccupazione estensivamente intesa passa dal  7,7 a poco meno dell’11%.

giovedì 16 gennaio 2014

UE Immatricolazioni auto 2013 a -1,7%; Italia -7,1; Fiat scavalcata in Europa da BMW

Fonte: Anfia


Nel 2013 le immatricolazioni di auto nuove nell’Unione Europea sono scese dell’1,7% rispetto al 2012. Tra i principali paesi, l’Olanda subisce un crollo del 17%. Pesanti anche le cadute in Italia (-7,1) e in Francia (-5,7). In Germania le vendite scendono del 4,2%, mentre è fermo il mercato belga (-0,1). Tra i maggiori paesi è sorprendentemente in crescita la Spagna (+3,3), mentre il Regno Unito  sorprende per l’entità dell’aumento, vicino all’11%.


Nonostante il consistente calo del mercato tedesco, le perdite della Volkswagen si fermano allo 0,6%, permettendole di arrotondare la quota sul mercato europeo al 25%.

Ne ha fatto le spese il gruppo Peugeot, la cui quota scende da poco meno del 12 all’11,1%, in seguito ad un calo delle vendite dell’8,4%, la più pesante tra le principali case automobilistiche. Va meglio all’altro gruppo francese, la Renault, che si porta sopra il 9%, grazie ad un aumento delle immatricolazioni del 4,4%. La quota dei due gruppi francesi nel loro insieme resta comunque inferiore alla VW.

In calo anche i produttori di origine americana. La GM arretra del 4,3 e la Ford del 3,2%. Le quote scendono rispettivamente all’8 (dall’8,2) e al 7,4 (dal 7,5%).


BMW scavalca la Fiat al sesto posto, pur mantenendo le stesse quote  di mercato del 2012, al 6,4%.


Le vendite della Fiat nella UE diminuiscono del 7,1%. La quota di mercato cala dal 6,5 al 6,1%. La casa automobilistica torinese convive certamente con la debolezza del mercato italiano, ma vi mette del proprio dato che le perdite sul mercato nazionale sono quasi del 10% contro il 7,1. Nel resto d’Europa il calo si ferma al 4% e la quota di mercato (esclusa l’Italia) resta invariata al 3%. Le vendite Fiat in Italia rispetto al mercato europeo scendono da oltre il 53 al 51,6%.


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da Quartz.com

var. % 2013 per marche


Vendite Auto 2013 negli USA