venerdì 26 dicembre 2014

I motori della ripresa americana

Il dato finale del terzo trimestre relativo alla crescita del pil americano, pari al 5% in termini annui, ha messo a tacere gli scettici sulla reale consistenza della ripresa economica  al di là dell’Atlantico.

Per chi vive negli Stati Uniti, ove vi sono ancora più di 9 milioni di disoccupati e altri 6 milioni e mezzo di persone disposte a lavorare ma che hanno rinunciato a cercare un’occupazione, la crescita del pil può anche non impressionare: un economista come Paul Krugman può giustamente insistere sulle politiche espansive fin tanto che non verrà assorbito l’output gap.

Tuttavia, dal punto più acuto della crisi, più di 9 milioni di americani hanno ritrovato un lavoro e ciò ha permesso un aumento del reddito complessivo di oltre 3.250 miliardi di dollari. Più del 90% di questo incremento, ovvero quasi 2.980 miliardi, è stato speso, consentendo una crescita dei volumi produttivi (al netto dell'inflazione) di 1.576 miliardi.


Quali sono stati i motori della ripresa americana?

A prima vista, il merito va dato ai consumi delle famiglie e agli investimenti delle imprese. I consumi sono aumentati in termini reali di quasi 1.200 miliardi. Vale a dire che i ¾ dell’aumento della domanda effettiva sono attribuibili ai consumi. Gli investimenti contano per il 40%. Mentre negativi sono stati gli apporti della domanda pubblica e degli scambi con l’estero.


La domanda pubblica è diventata restrittiva a partire dalla fine del 2010. Ma nel 2009, con un deficit prossimo al 10% del pil, aveva contribuito a fermare una caduta che sembrava inarrestabile. Nel 2010 il deficit fu ridotto all’8,9% e all’8,6 nel 2011. Quest’anno sarà solamente del 2,8%.


Merito della ripresa va quindi attribuito anche al settore pubblico. Merito dell’Amministrazione Obama è di aver tirato le redini del bilancio gradualmente.

Chi parla di crescita ma dice che occorre rispettare il vincolo del 3% non fa altro che perpetuare la recessione, come il caso italiano ben dimostra (-8,6% il pil dal 2007).

Un altro motore della crescita è stata la politica monetaria. I famosi QE (quantitative easing) non solo hanno salvato il sistema finanziario americano, ma hanno sostenuto la scalata ai 2000 punti dello S&P. In parte ne hanno beneficiato anche le famiglie, la cui ricchezza finanziaria è cresciuta in termini reali del 31,6% rispetto al secondo trimestre del 2009. Ciò si è riflesso sul clima di fiducia, tanto che i consumi sono aumentati più dei redditi reali, sostenuti da un ritorno all’indebitamento, soprattutto a partire dal 2013.


Gli investimenti più che essere il motore della ripresa sono stati l’acceleratore, ma solo dopo che la domanda era ripartita. Il loro ruolo rimane marginale fino alla fine del 2011. Solo dopo il loro contributo raggiunge il 50% dell’apporto dei consumi.

La scintilla fu quindi innescata dalla crescita dei redditi reali per occupato e quando questa incominciò ad affievolirsi nel 2011 il testimone era già stato preso dalla crescita degli occupati indotti dalla domanda.


La ripresa americana è quindi il frutto di diversi fattori: un massiccio intervento pubblico a sostegno dell’economia e dei redditi delle famiglie, che ha permesso di arrestare prima il declino e poi rilanciare la domanda, coadiuvata da una politica monetaria che ha infuso fiducia e sicurezza. Avviato il motore della ripresa, tutto ha cominciato a girare per il verso giusto e ad un fattore se ne affiancava un altro che rafforzava e rinvigoriva il ciclo: il sostegno dei redditi attraverso la spesa pubblica veniva ampliato dall’aumento degli occupati i quali portavano ad una ripresa degli investimenti. Il tutto in un clima di ritrovata fiducia, indotta da una politica monetaria accomodante che permetteva non solo alle famiglie di guardare con più ottimismo al futuro, ma consentiva alle imprese di ampliare i profitti.


Dal prossimo anno la FED dovrebbe iniziare a tirare le redini della politica monetaria.  L’impressione che il settore finanziario sia salito troppo giustificherebbe un aumento dei tassi.  Bisognerà però vedere se, dopo aver tolto la stampella dell’intervento pubblico, il sistema si reggerà in piedi anche senza la stampella della politica monetaria.

Se così non fosse, Krugman avrà avuto ragione nel mettere in guardia dall’eccessiva fretta di porre fine ai QE, quando il rischio di una caduta è ancora troppo forte rispetto al rischio di una ripresa dell’inflazione.

Ciò che Krugman non considera è che non è detto che si voglia raggiungere a tutti i costi la piena occupazione, poiché per il sistema capitalistico è bene che vi sia sempre ... un esercito industriale di riserva.

mercoledì 17 dicembre 2014

Le imprese estere presenti in Italia nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

L'Istat calcola che  nel 2012 le imprese  a controllo estero presenti sul territorio nazionale fossero 13.328.  Meno di 9.600 operavano nei servizi e oltre 3.700 nell’industria. Rispetto al 2011 sono diminuite del 1,5%, ma il calo si concentra nel settore dei servizi (-2,6), mentre sono aumentate dell'1,7 nell’industria.

L’occupazione in tal modo offerta coinvolgeva poco meno di un milione e duecentomila persone, in calo rispetto al 2011 dello 0,6%. Anche in tal caso la flessione avviene nel settore dei servizi, ove l’occupazione scende dell’1,3%, mentre aumenta dello 0,5 nell’industria.


Il calo delle imprese estere in Italia parte dal 2007. Rispetto ad allora il 7,5% delle imprese a controllo estero ha lasciato il nostro paese, con conseguente calo del 6% dell’occupazione.


Le multinazionali pur essendo solo lo 0,3% delle imprese residenti in Italia, assicurano il 7,1% dell’occupazione e generano il 16,6% del fatturato complessivamente prodotto dalle imprese presenti sul territorio nazionale. 

La quota del valore aggiunto tra il 2007 e il 2011 passa dal 12 al 13,5% (era meno dell’11 nel 2005).

Le spese in Ricerca & Sviluppo sono il 23,6% di quelle realizzate in Italia dal totale delle imprese.


Sono imprese che mediamente occupano 77 persone se operano nei servizi contro i 3 della media nazionale (e i 43 se ci si limita alle aziende di servizi con più di nove addetti). L’occupazione media delle imprese estere operanti nell’industria è di 120 contro i 6 della media nazionale e i 37 delle imprese con più di nove addetti.

I primi dieci paesi presenti in Italia con proprie aziende rappresentano oltre l’80% delle imprese estere e l’85% dell’occupazione offerta dalle multinazionali. Gli Stati Uniti sono il paese più importante. Le imprese americane generano sul nostro territorio oltre 1/5 del fatturato delle imprese estere. Seguono la Francia (18,6%) e la Germania (13,1).

I paesi che nel 2012 hanno ridotto maggiormente la loro presenza in Italia sono l’Austria (-6,7% delle imprese con un calo occupazionale del 22,4%), la Germania (-3,7 le imprese e -1,5 i dipendenti) e la Svizzera (-3,1 e -2,1 rispettivamente).

Rafforza invece la propria presenza la Spagna (+9,5%  di imprese in più), senza che tuttavia si abbia un beneficio per l’occupazione, che crolla del 9,5% rispetto ad un anno prima.  Le imprese giapponesi  aumentano del 7,9% e l’occupazione fa un balzo di oltre il 20%. Quelle francesi crescono del 3,5% e l’occupazione del 3,3.

Si tenga tuttavia conto che le acquisizioni da parte di operatori esteri di imprese italiane comporta statisticamente l’attribuzione al nuovo paese dell’occupazione connessa alle imprese acquisite e che non necessariamente gli aumenti segnalati corrispondono ad effettivi incrementi occupazionali.


martedì 16 dicembre 2014

Ripartizione delle attività finanziarie delle famiglie presso il sistema bancario

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Avvertenza: il seguente grafico cumula i depositi con i c/Titoli entrambi fino a 50 mila euro e così via per le altre classi di intervallo. 

In altri termini, tra depositi e c/Titoli la soglia effettiva giunge a 100 mila euro e analogamente raddoppia per le altre soglie.

E' ovvio che questa classificazione è meramente rappresentativa, poiché ad esempio si può dare il caso che un cliente abbia un deposito fino a 50 mila euro e un c/Titoli superiore a 250 mila. 

E' inoltre evidente che se lo stesso cliente intrattiene più rapporti bancari i suoi valori vengono necessariamente considerati singolarmente dalle statistiche della Banca d'Italia.


Tali valori sono stati ottenuti partendo dai seguenti grafici:


lunedì 15 dicembre 2014

Costo del lavoro all'estero delle multinazionali italiane nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Nel 2012, solo lo 0,5% delle imprese italiane aveva una sede all’estero ed offriva un’occupazione equivalente al 10,5% di quella presente sul territorio nazionale, L'incidenza del fatturato estero su quello realizzato in Italia è del 18%.

Tra le aziende manifatturiere, quelle con stabilimenti all’estero erano l’1,5% di quelle censite  in Italia e garantivano l’occupazione ad un numero di persone equivalente al 21,7% degli addetti nazionali. Il fatturato delle filiali estere era il 23,5% di quello realizzato sul territorio nazionale.

Il numero delle imprese che hanno attività e stabilimenti all’estero è di fatto rimasto invariato rispetto al 2011, quale risultato di un calo delle imprese dei servizi non finanziari (-0,7%) e delle imprese manifatturiere (-0,2) ampiamente compensati da un aumento delle  imprese delle costruzioni (+10,4%) e dall’espansione delle società finanziarie (+9,5%).

Nonostante il calo delle aziende manifatturiere all’estero, i dipendenti sono cresciuti del 3,2%, innalzando la dimensione media da  125 a 130 dipendenti.

Anche il settore dei servizi non finanziari accresce l’occupazione all’estero (+7%). La dimensione media passa da 42 a 45 addetti.

Con l’aumento delle imprese di costruzioni operanti all’estero cresce anche l’occupazione, del 10,9%. La dimensione media rimane invariata a  79 dipendenti.

Il settore finanziario, nonostante la forte espansione delle filiali all’estero, ha ridotto l’occupazione del 5,2%, riducendo la dimensione media delle rappresentanze estere da  157 a 136  addetti.

Nel complesso, l’occupazione estera è aumentata del 3,3%, elevando la dimensione media delle filiali da 78 a 80 addetti.


Il costo del lavoro delle imprese manifatturiere italiane all’estero

Quindici paesi accolgono il 72,8% delle filiali estere delle imprese manifatturiere italiane  (un punto in meno rispetto al 2011), dando lavoro ad oltre il 79% degli occupati stranieri impegnati in questo settore. Il costo annuo per addetto di questi 15 paesi è  stato mediamente di 28 mila euro (+6,4%). In Italia, nel 2012, il costo del lavoro per dipendente era di 39.570 euro (il 40% in più della media dei principali 15 paesi esteri).   

Tra i quindici paesi in cui si sono insediate le aziende manifatturiere vi è la Cina, che accoglie l’8% delle aziende italiane all’estero e il 9% dei dipendenti, grazie ad un costo del lavoro per addetto annuo inferiore ai 6 mila e cinquecento euro.

Segue l’India (il 2,6% delle filiali estere con il 2,7% dell’occupazione), ove il costo del lavoro è di poco superiore a quello cinese.

La Romania accoglie il 16,6% degli stabilimenti manifatturieri italiani all’estero, ma solo il 9,4% dell’occupazione, con una dimensione media di 74 addetti per azienda. Il costo del lavoro per dipendente è di 7 mila euro l'anno.

Dieci dei 15 paesi più importanti hanno un costo del lavoro inferiore a quello italiano ed ospitano quasi il 44% delle aziende manifatturiere che hanno un’attività all’estero,  dando lavoro a poco meno della metà  di coloro che sono stati assunti dalle imprese italiane.

Il costo del lavoro italiano è più basso se confrontato con quello della Francia (56.800 euro), con gli Stati Uniti (50.850 euro), con il Regno Unito (50.700) e con la Germania (49.500).  Infine anche il costo del lavoro  spagnolo (42.450) è di oltre il 7% superiore a quello pagato in media in Italia dalle aziende manifatturiere.


martedì 2 dicembre 2014

Profitti in calo per le imprese dei servizi nel 2012

Fonte: Elaborazioni su dati Istat


I bilanci

Nel 2012, il settore dei servizi rivolti al mercato vedeva in attività oltre 3,3 milioni di imprese, in aumento dello 0,4% su un anno prima. Il fatturato è stato di 1.614  miliardi, in linea con quello dell’anno precedente (+0,1%).

Gli acquisti sono aumentati più di quanto è stato fatturato per i servizi espletati, assorbendo il 75,8% dei ricavi (74,4% nel 2011).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, diminuisce del 5,3% rispetto all'anno precedente, ed equivale al 24,2% del fatturato.

Il costo del lavoro aumenta dello 0,4%, quale effetto combinato di un allargamento della base occupazionale del 2,2% e un calo del costo per dipendente dell’1,9. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato rimane invariata rispetto all’anno prima al 12,8%.

Il margine operativo lordo (MOL) si riduce a causa del maggior peso degli acquisti dei beni intermedi necessari per espletare i servizi, dal 12,9 all’11,4%, con un calo in termini assoluti che sfiora l’11%.


Ridimensionare gli altri oneri della gestione (-4,7%) non è stato sufficiente a compensare il calo dei margini. I profitti si contraggono infatti di oltre il 16%. In rapporto al fatturato passano da meno del 7% al 5,8%.



Struttura e indicatori di competitività

Le imprese dei servizi occupano 10,4 milioni di persone (+0,5% sul 2011), con una media di 3,1 addetti per azienda.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 1,8 occupati per azienda) sono il 96,7% del settore, garantiscono il 54% dei posti di lavoro, ma detengono solamente il 36% del fatturato complessivo.

Le imprese con oltre 9 addetti (in media  43 lavoratori per azienda) costituiscono il restante 3,3% delle imprese, ma garantiscono il 46% dell’occupazione e realizzano il 64% del fatturato del settore.

Il fatturato medio per azienda è di 483 mila di euro (-0,3% sul 2011). Sale a 9,3 milioni per le aziende maggiori (ove operano le grandi strutture finanziarie, commerciali e le utilities) e scende a poco più di 180 mila per le piccole aziende o le ditte individuali.

Tuttavia la quota del valore aggiunto è più elevata proprio tra le piccole imprese, pari al 26,5%, e scende al 23 tra le grandi.
Il costo del lavoro nelle piccole aziende di servizi si ferma  all’8% dei ricavi e sale al 15,5 tra quelle più grandi, ove il costo per dipendente è mediamente di 34.700 euro annui (nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 22.900). Per il settore nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco superiore ai 31 mila euro.


L’eterogeneità dei servizi (dal commercio al minuto alle catene distributive, dagli avvocati e i notai a tutti coloro che esercitano un’attività individuale,  dal sistema bancario e finanziario alle grandi aziende di telecomunicazione o della sanità privata, ecc.) rende difficile esprimere valutazioni significativamente coerenti.

lunedì 1 dicembre 2014

Bilanci 2012 imprese costruzioni: solo quelle medie reggono alla crisi (ma non i loro dipendenti)

Fonte: Istat

I bilanci

Nel 2012 sono sparite più di 18.100 imprese del settore delle costruzioni, cancellando circa 105 mila posti di lavoro. Le imprese sopravvissute sono poco più di 572 mila (-3,1% sul 2011) ed occupano poco più di 1 milione e mezzo di persone (-6,4%). Mediamente sono attività portate avanti da meno di 3 persone (titolare più due collaboratori).

Le vendite sono scese del 3,2%. Pur essendo il 30% più numerose delle imprese industriali  fatturano solo il 16% delle stesse, vale a dire meno  di 195 miliardi di euro. 

Nonostante il calo dell’attività, le imprese delle costruzioni non hanno contenuto in maniera corrispondente le spese per i materiali necessari alla loro attività (solo -0,9%), L'incidenza degli acquisti sul fatturato passa così dal 71 al 72,6%.

Il valore aggiunto si contrae drasticamente (-8,6%), commisurandosi al 27,4% delle vendite, contro il 29% del 2011 e il 32,6 del 2009.

Il costo del lavoro è sceso dell’1,2%, quale effetto combinato di un sfoltimento dei dipendenti di poco inferiore al 6% e un aumento del costo per dipendente del 4,8%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato sale dal 16,3  al 16,6%.

Per effetto di tutti questi fattori, ovvero il calo delle vendite non compensato dalla razionalizzazione degli acquisti  e l’aumento del costo del lavoro (nonostante il taglio occupazionale), il margine operativo lordo (MOL) crolla del 18%. In rapporto al fatturato scende dal 12,8 al 10,8%.

Modesto è stato anche il taglio degli altri oneri relativi alla gestione (-2,2%) e il risultato è un dimezzamento dei profitti lordi (-57,6%). Il ritorno sulle vendite si ferma all’1,6% contro il 3,6 dell’anno precedente.



Struttura e indicatori di competitività

Mediamente le 572 mila imprese di questo settore fatturano poco più di 340 mila euro, che scendono sotto i 177 mila per quelle con meno di 9 addetti e salgono oltre i 2 milioni per quelle con 10-50 addetti. Le grandi imprese di costruzioni (oltre i 50 addetti), in prevalenza orientate verso le grandi opere infrastrutturali,  sfiorano i 33 milioni.

Le imprese fino a 9 addetti (in media 2 occupati)  sono quasi il 96% ed occupano i 2/3 delle persone che lavorano in questo settore,  ma in termini di fatturato costituiscono solamente il 50% del mercato.

Le imprese da 10 a 49 addetti (con una media di 16-17 persone) sono meno del 4% ed occupano 1/4 del personale, con una quota di mercato del 28%.

Le imprese con oltre 50 addetti (in media meno di 120 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,2%, garantiscono il 10% dell’occupazione, ma si assicurano oltre 1/5 del mercato delle costruzioni.


Se il fatturato nel 2012 scende sia per le piccole (-2,4) che per le medie imprese edili (-2,3), decisamente più pesante è la flessione per le grandi imprese, -5,8%.

Il valore aggiunto si salva solo tra le medie imprese (dal 29,1 al 29% del fatturato), grazie ad un calo del valore degli acquisti (-2,1) sostanzialmente in linea con le vendite. 

Tra le piccole, il calo del fatturato non si riflette sugli acquisti, che aumentano dell’1,1%. Ne risente il valore aggiunto, che scende di oltre il 10%. 

Tra le grandi, infine, il valore degli acquisti cala (-3,8%) ma non in misura corrispondente alla pesante flessione delle vendite. Il valore aggiunto crolla del 12% e scende sotto il 23% del fatturato.

L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato raddoppia dal 12,8 al 22,5% quando si passa dalle piccole imprese edili a quelle medie e scende a meno del 18% tra le grandi, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (50 mila euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a meno di 29 mila euro (il 42,4% in meno delle grandi e il 19% in meno delle medie). Per il settore delle costruzioni nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di poco inferiore a 35 mila euro annui.

Sia le medie che le grandi imprese sono riuscite a ridurre il costo complessivo del lavoro (rispettivamente del 3,6 e del 2,8%) solo mediante lo sfoltimento del personale (-9% le medie  e -7,7  le grandi). Il costo del lavoro aumenta invece per le piccole, del 2,3%, nonostante il licenziamento del 2,8% dei dipendenti.

Il MOL delle piccole imprese edili, colpito sia dalla flessione delle vendite che dall’aumento dei costi, crolla del 18,6% e scende a meno del 16% del fatturato (18,9 nel 2011).  

Le imprese di medie dimensioni riescono a salvare il mol sia in termini assoluti (+0,1) sia in rapporto al fatturato (dal 6,4 al 6,5%), grazie soprattutto al drastico calo occupazionale.

Le grandi imprese, infine, non riescono a far fronte al forte calo delle vendite, né tagliando gli acquisti né mediante la riduzione degli occupati. Il Mol crolla di oltre 1/3 rispetto al 2011 e scende dal 7,2 al 5,1%  del fatturato.


Nel complesso solo le medie imprese riescono a difendersi dalla crisi, ma solo trasferendola totalmente sull’occupazione. 

Le grandi imprese, nonostante i tagli all’occupazione, non reggono alla bufera che coinvolge il settore (secondo i dati di contabilità nazionale gli investimenti in costruzioni sono scesi nel 2012 del 6,8% in termini reali) e segnano le maggiori perdite sia in termini di vendite che di margini.

Quanto alle piccole, il cui valore annuo della produzione equivale all’incirca alla costruzione di una villetta, soffrono una gestione approssimativa della loro attività e non potendo rinunciare all’unico eventuale collaboratore, si vedono ridurre i margini. Quelle che non hanno retto alla crisi sono oltre 15 mila a cui si aggiungono circa 25 mila finti “imprenditori edili”, ossia collaboratori subordinati che lavorano con partita iva, che non hanno più trovato lavoro.

domenica 30 novembre 2014

Non è questione di politiche economiche sbagliate.

Non vi fidate di Bagnai? Crederete allora a Mario Draghi. E cosa dice il presidente della BCE?

In un discorso tenuto all’Università di Helsinki ha sostenuto che non solo con l’unione monetaria i paesi hanno rinunciato alla sovranità monetaria, ma che affinché l’unione abbia successo, e sia quindi irreversibile, è necessario che i paesi più lenti nel realizzare gli aggiustamenti richiesti cedano anche la sovranità politica, che questa sia cioè esercitata congiuntamente agli organismi comunitari.
Il ragionamento sottostante è molto semplice: 
se vi sono parti dell’area dell’euro che si trovano in condizioni peggiori partecipando all’unione, potrebbe sorgere il dubbio che alla fine si ritrovino a doverla lasciare. E se un paese può potenzialmente uscire dall’unione monetaria si crea un precedente ripetibile per tutti gli altri. Questa situazione a sua volta minerebbe la fungibilità della moneta, in quanto i depositi bancari e gli altri contratti finanziari in un qualsiasi paese sarebbero soggetti al rischio di ridenominazione.
Poiché, però, agli stati membri è stata sottratta la possibilità di procedere mediante aggiustamenti del tasso di cambio, si dovranno utilizzare altri canali per far sì che gli squilibri all'interno dell'unione siano quantomeno attenutati. Quali? I trasferimenti dalle regioni in crescita a quelli che soffrono uno shock recessivo? No. Anche questo strumento non è previsto dall’unione monetaria (non siamo gli Stati Uniti).

Draghi è inoltre convinto che nemmeno la migrazione all’interno dell’area euro sia in grado di alleviare le differenze tra le diverse regioni, a causa delle barriere culturali che si frappongono fra i vari paesi.

E allora come potrebbe avvenire l’aggiustamento degli squilibri? Ma è semplice, mediante l’adeguamento dei prezzi e dei salari. I paesi 
devono (…) essere sufficientemente flessibili da reagire con rapidità agli shock a breve termine, anche attraverso l’aggiustamento salariale o la riallocazione di risorse tra settori.
Vuol forse dire che, ad esempio, la Germania deve aumentare i livelli salariali e aumentare i prezzi dei propri prodotti, divenuti eccessivamente competitivi, per adeguarsi quantomeno alla media dell’Unione? Certamente no. Non si può chiedere ad un paese di diventare meno competitivo. Saranno gli altri che dovranno ridurre i prezzi e i salari.

Ed ecco quindi le tanto acclamate "riforme strutturali", mai ben definite, ma chiare a tutti: occorre che i salari siano flessibili (ovviamente verso il basso) e se vi sono degli ostacoli (legislativi, sindacali od altro) andranno rimossi con gli opportuni interventi.

Pertanto, 
i paesi dell’area dell’euro non possono disinteressarsi del fatto che gli altri affrontino o meno le proprie sfide sul fronte delle riforme né del modo in cui lo fanno. Il loro stesso benessere dipende in ultima analisi dalla condizione che ciascun paese crei i presupposti per prosperare in seno all’unione. Vi sono perciò ottime ragioni perché la sovranità sulle politiche economiche pertinenti sia esercitata in maniera congiunta. 
In nome dell’euro, questo nuovo totem, verso cui tutti devono rivolgere i pensieri, parole ed opere, dovremo rinunciare ad ulteriori gradi di sovranità, indotti se è il caso da interventi extra-nazionali.

In altre parole, secondo il presidente della BCE, le riforme strutturali – ovvero la rimozione delle barriere (anche sindacali?) che ostacolano la discesa dei salari nominali e reali – dovrebbero essere imposte anche con il sollecito condizionamento degli altri stati membri, qualora gli organismi legislativi nazionali non si adoperino con “rapidità” ad introdurle.

Non è quindi questione di politiche economiche sbagliate o di divergenze macroeconomiche. Ciò che Draghi chiede è essenziale per la sopravvivenza della stessa unione monetaria e dell'euro. E' uno dei requisiti essenziali, senza il quale la moneta comune potrebbe dissolversi.
L’euro è – e deve essere – irrevocabile in tutti gli Stati membri che l’hanno adottato, non solo perché è scritto nei trattati, ma perché senza irrevocabilità non può esistere una moneta realmente unica.
E l’Unione, per essere irrevocabile, deve avere paesi il più possibile omogenei nei livelli e nel ciclo  economico. E se per ottenere questo risultato occorre cambiare gli assetti democratici vigenti, ben venga.

Si dirà: ma è fatto a fin di bene; per migliorare il tenore di vita; per adeguarlo ai paesi più avanzati dell’unione.

Davvero? Portare i redditi degli italiani al livello dei rumeni o dei polacchi migliora forse il tenore di vita? Ci adegua alla Germania?

L’euro, con questi presupposti, difficilmente sarà irreversibile.

sabato 29 novembre 2014

Bilanci 2012 delle imprese industriali: reggono le grandi, male le medie e moria delle piccole

Fonte: Elaborazioni su dati Istat

I bilanci

Secondo l’Istat, nel 2012 le imprese industriali (escluse le costruzioni) erano 437.650 (-1,3% sul 2011) ed hanno conseguito un fatturato complessivo di oltre 1.230 miliardi di euro (+3,4%).

Gli acquisti di materie prime e dei servizi intermedi per l’attività produttiva sono parallelamente aumentati del 4,8%, assorbendo oltre l’80% delle vendite (79% nel 2011).

Il valore aggiunto, ossia l’incremento di valore che l’attività dell’impresa apporta al valore dei beni e servizi ricevuti da altre aziende mediante l’impiego dei propri fattori produttivi, è pertanto sceso dal 21 a meno del 20% del fatturato.

Il costo del lavoro è diminuito dell’1,2%, quale effetto combinato di un calo dei dipendenti dell’1,3% e un aumento del costo per dipendente dello 0,1%. L’incidenza del costo del lavoro sul fatturato scende dal 12,4 all’11,8%.

Nonostante il minor peso del fattore lavoro, il margine operativo lordo (MOL) scende dall’8,6 all’8,1% del fatturato per l’aumento della quota dei beni intermedi utilizzati nella produzione che si è riflesso sul  valore aggiunto per oltre un punto percentuale. In termini assoluti il Mol scende del 2,5% sul 2011.

Il calo del Mol ha indotto le imprese a tagliare gli altri oneri relativi alla gestione del 5,6%, ma non è stato sufficiente ad evitare un calo dei  profitti dell’1,9%. Il ritorno sulle vendite passa dal 7,3 al 6,9%.


Struttura e indicatori di competitività

Le 437.650 imprese del settore industriale occupano oltre 4 milioni e 150 mila di persone (-1,9% sul 2011), con una media di 9,5 addetti per azienda.

Le imprese fino a 19 addetti (in media meno di 4 occupati per azienda) sono il 92,7% del settore ed occupano il 37,6% delle persone.  Il loro fatturato vale il  17,8% delle vendite complessive.

Le imprese tra 20 e 249 addetti (con una media di 50 persone) sono il 7%, occupano il 37,2% del personale e fatturano il 36,5% delle vendite complessive. 

Le imprese con oltre 250 addetti (in media quasi 744 lavoratori per azienda) sono solo lo 0,3%, ma garantiscono oltre il 25% dell’occupazione e realizzano il 45,7% del fatturato del settore industriale.


Il fatturato per dipendente delle imprese industriali è mediamente superiore a 342 mila euro (+4,8% sul 2011). Tale rapporto sale a quasi 538 mila per le grandi imprese, mentre scende a 210 mila per le piccole.

Il fatturato delle piccole imprese aumenta del 4,8% e del 6% tra le grandi. Le medie imprese, quelle da 20 a 249 addetti, vedono invece rimanere sostanzialmente invariate le vendite (-0,2% sul 2011).

L’incidenza del valore aggiunto è più elevata tra le piccole imprese (25,3%) e scende al 21 tra le medie e al 17 tra le grandi. 

La debolezza delle vendite tra le medie imprese si è riflessa sul valore aggiunto che scende del 5,3% rispetto al 2011. Non va meglio alle grandi, ove l’aumento del fatturato si accompagna ad  un aumento  dei beni intermedi, lasciando di fatto invariato il valore aggiunto in termini assoluti rispetto all’anno precedente (-0,1%). Migliore (rispetto alle medie e alle grandi) è l’efficienza produttiva delle piccole imprese, ove il valore aggiunto riesce a crescere del 2%.

Il costo del lavoro è diventato più pesante tra le medie imprese (13,7%) che tra quelle piccole (13,6) , mentre tra le grandi scende al 9,6% del fatturato, sebbene tra queste ultime il costo per dipendente sia più elevato (51.600 euro annui). Nelle piccole imprese il costo del lavoro per dipendente scende a 28.600 euro (il 44,6% in meno delle grandi e il 30% in meno delle medie imprese). Per il settore industriale nel suo insieme il costo del lavoro per dipendente è di 40.400 euro annui.


Sono state quasi 1.690 le ore mediamente lavorate da ogni dipendente delle piccole imprese (l’1,6% in più delle medie e il 5,8% in più delle grandi). 

Per il complesso del settore industriale le ore mediamente lavorate sono state quasi 1.650 per dipendente.

Nel 2012, gli investimenti delle piccole imprese sono stati pari al 3,3% del fatturato, come per le grandi, e il 2,7% delle medie, sebbene in termini assoluti le piccole spendano solo 7.200 euro per addetto contro i 12 mila delle medie e i 18.650 delle grandi. 

Gli investimenti delle piccole imprese contano per meno di un quinto degli investimenti complessivi del settore industriale, mentre per le grandi la quota rasenta il 50% di quelli complessivi.

Nel complesso, le grandi imprese riescono ad arrotondare le quote di mercato senza sacrificare eccessivamente i margini (-0,5% il mol), sebbene non abbiano esitato a ridurre i dipendenti di oltre un punto percentuale.

Le medie imprese non hanno retto alla crisi (il pil nel 2012 è sceso del 2,3%). Accusano un calo delle quote di mercato e un forte calo dei margini (oltre il 10%), nonostante la drastica riduzione degli organici (-1,9%).

Meglio, relativamente parlando, è andata alle piccole imprese, che riescono a tenere la concorrenza e a salvaguardare i margini, riducendo i dipendenti solamente dello 0,6%. Tuttavia questi dati si riferiscono inevitabilmente a quelle che sono sopravvissute alla crisi, dato che oltre 28 mila piccoli imprenditori o artigiani (ovvero il 5,2%) hanno dovuto chiudere l’attività.

venerdì 28 novembre 2014

Ad ottobre la disoccupazione supera il 13% (quella vera è oltre il 25%)

Fonte: Istat (1) (2) ed Eurostat


Nel terzo trimestre di quest'anno vi sono stati 124 mila occupati in più rispetto allo stesso periodo del 2013. L'aumento è concentrato  tra i lavoratori dipendenti (+172 mila), mentre sono 48 mila i lavoratori autonomi che hanno abbandonato l'attività.

E' il settore industriale che fornisce il maggior incremento occupazionale, assumendo 126 mila dipendenti. Hanno invece abbandonato l'attività 23 mila piccoli imprenditori.

Positivo l'apporto dei servizi, che nell'ultimo anno assumono 110 mila dipendenti. Tuttavia sono ben 44 mila i lavoratori autonomi che hanno deciso di porre termine alla loro esperienza professionale.

In modesto progresso è il settore agricolo, che si avvale di 14 mila nuovi imprenditori agricoli, mentre l'occupazione alle dipendenze diminuisce di un migliaio di unità.

Infine il settore delle costruzioni, che perde 63 mila dipendenti, mentre si aggiungono 3 mila nuovi imprenditori edili.

Dei 172 mila dipendenti in più rispetto ad un anno fa, oltre 250 mila sono precari o part time. I dipendenti full time a tempo indeterminato sono così privilegiati che ben 80 mila di loro non hanno più un lavoro. 

I lavoratori precari (ovvero a tempo determinato) sono aumentati di oltre 150 mila unità e rappresentano il 14,2% dei dipendenti (13,4 nel terzo trimestre 2013). Se si tiene conto anche di chi lavora part time con un contratto a tempo indeterminato la percentuale sale al 29,3% dei dipendenti.



I dipendenti in  cassa integrazione sono diminuiti del 9,2% rispetto ad un anno fa, a 513 mila, pari al 3,5% dei dipendenti a tempo indeterminato.

I disoccupati sono 3 milioni, in crescita del 5,8% rispetto ad un anno prima. Il tasso di disoccupazione del terzo trimestre è all'11,8%. Tuttavia se si tiene conto di coloro che hanno rinunciato a cercare un'occupazione, ma sono disponibili a lavorare (ovvero quasi 4 milioni di sfiduciati), nonché i cassintegrati, la disoccupazione effettiva raggiunge il 25,3% e coinvolge 7 milioni e mezzo di persone.





Al netto degli effetti stagionali, la disoccupazione ufficiale ad ottobre ha superato la soglia del 13%,  con quella giovanile (che coinvolge oltre 700 mila ragazzi) abbondantemente sopra il 43%.


Nella zona euro, la Grecia ha un tasso di disoccupazione (ufficiale) di poco inferiore al 26% (ad agosto). La Spagna è al 24 e la Francia al 10,5% (entrambe a ottobre). La Germania ha tagliato verso il basso la barriera del 5%.


Nel complesso della zona euro, la disoccupazione è all'11,5% e riguarda 18,4 milioni di persone, di  cui 3,4 milioni sono giovani con meno di 25 anni. 

Negli Stati Uniti, il mese scorso la disoccupazione era al 5,8%.


domenica 16 novembre 2014

Il circolo vizioso della svalutazione fiscale

Fabrizio Galimberti, su Plus (l’inserto finanziario de “Il Sole 24 Ore”), riprende uno studio del Fmi in base al quale si propugna la svalutazione fiscale in alternativa alla svalutazione dei redditi da lavoro.

Non si tratta affatto di avviare una concorrenza tra sistemi fiscali europei, anche perché porrebbe seri problemi sulla tenuta dei conti (tanto cara alla Commissione Europea) o sulla tenuta politica e sociale dei paesi che avviassero corrispondenti tagli alla spesa in misura tale da compromettere definitivamente i servizi pubblici, alimentando malcontento tra i ceti più poveri della popolazione, già martoriati dalla crisi.

L’idea contempla invece la possibilità di ridurre il costo (fiscale) del lavoro recuperando il gettito mediante l’aumento dell’iva.

Diminuendo i contributi sociali e finanziando la perdita di gettito con un aumento dell’iva (che non è pagata dall’export) si riduce il costo del lavoro.

E’ ciò che il governo italiano ha fatto in questi anni con la riduzione degli oneri sociali a favore delle imprese, ma aumentando contemporaneamente le accise e le aliquote iva.

Con il governo Renzi la musica non è cambiata: si vuole ridurre l’Irap sul costo del lavoro, ma si provvederà ad aumentare l’iva al 25% nei prossimi anni, quale “clausola di salvaguardia” per tenere i conti “in ordine”.

Peccato che le esportazioni contino per meno del 30% del pil, per cui il beneficio – al di là di ogni altra considerazione sull’efficacia o meno di simili misure sulle capacità competitive delle imprese – appare alquanto limitato e per converso l’aggravio fiscale sul mercato interno intacchi i redditi delle famiglie e quindi i consumi.

Il calo del potere d’acquisto, oltre a comprimere la domanda interna (che costituisce il principale mercato di sbocco delle imprese italiane), riduce anche il gettito fiscale complessivo e compromette quella compensazione tanto auspicata e voluta dai sostenitori delle politiche di austerità.

La “svalutazione fiscale” in Italia alla fine non ha avuto altro effetto che comprimere la domanda interna e generare buchi di bilancio, che hanno richiesto altre misure restrittive, che andavano ad ampliare la recessione.

Ciò nonostante non sembra che si voglia uscire da questo circolo vizioso o, più precisamente, da questo apparentemente geniale stratagemma che si è rivelato solo folle.