sabato 30 novembre 2013

Tagliare gli extra-profitti, non la domanda pubblica

Anche oggi  Il Sole 24 Ore ci elargisce la solita sfilza di luoghi comuni, errori teorici e lessicali.

Per Alberto Orioli

per far progredire il paradigma di sviluppo dell'Italia (…) lo Stato deve arretrare dall'economia: tagli nella spesa pubblica, tagli nelle partecipazioni dirette e non delle società municipali, tagli nelle spese per acquisti di beni e servizi, uso più razionale degli spazi fisici destinati agli uffici, alienazione degli immobili.

Come si possa ottenere una crescita dell’economia mediante un taglio della spesa pubblica è ovviamente dato per scontato sulla base del più becero luogo comune: meno stato, più mercato. Peccato che gli acquisti di beni e servizi delle pubbliche amministrazioni siano una domanda rivolta al settore privato. Una loro riduzione significa una riduzione delle vendite delle imprese! E per questa via non si ha alcuna crescita.

Sicuramente, dato che tutto si deve intendere per sottinteso, l’editorialista avrà voluto riferirsi ai classici “sprechi”. Bene. Sarebbe allora molto più convincente se dicesse che occorre tagliare gli extra-profitti del settore privato che si aggrappa alla mammella del settore pubblico. Sono sicuro che in casa confindustriale suonerebbe molto meno bene. Ma se vi sono sprechi e sovraprezzi negli acquisti pubblici, significa che vi sono extra-profitti nel settore privato. E non vi è ragione da parte del settore pubblico per favorire un’impresa privata, se non quello di ottenere un vantaggio “esclusivo” da parte di un funzionario pubblico o di un esponente politico colluso. Ma il quotidiano confindustriale sostiene questo governo e lo sprona ad essere più coraggioso nella politica economica. La Confindustria,  di cui Il Sole 24 Ore  è l’organo di informazione, fa parte di quel circolo ristretto che gode dell’ascolto dell’attuale maggioranza politica ed è in contatto quotidianamente con l’apparato burocratico al più elevato livello. Si crede veramente che spingano per tagliarsi gli extra-profitti?

Poi scrive:

Oggi l'Italia produttiva vive – unicum nel mondo – grazie a una sorta di "circolazione extracorporea" affidata alla domanda esterna con la (impossibile) funzione di sostituzione della domanda interna in continuo crollo verticale (la differenza mostrata dall'Istat tra fatturato estero e fatturato interno del settore manifatturiero italiano è ormai di quasi 30 punti, perchè il primo cresce del 12% e il secondo crolla del 15). Ma non potrà durare a lungo questa fase da tenda a ossigeno, anche perché chi vive di mercati esteri è il 20% delle imprese: il nodo della produttività bloccata da due decenni non trova soluzione se la pressione fiscale continua a superare il 45% (…). L'azione sul cuneo fiscale è ormai indifferibile per uscire dalla morsa di un doppio record negativo del costo lavoro tra i più alti dell'Ocse e della retribuzione netta tra le più basse dei Paesi occidentali.


Partiamo dalla fine: il “costo del lavoro tra i più alti dell’Ocse”. Un’altra affermazione non dimostrata. Guardando il seguente grafico, direi che il costo del lavoro per dipendente dell'Italia è leggermente sotto la media; è sicuramente più basso di quello francese, austriaco, olandese, belga e americano.


Ancora una volta, l’editorialista potrebbe riferirsi al costo del lavoro per unità di prodotto (clup). Ma il clup viene influenzato dalla domanda e dalla produzione. Se la produzione cala, se cala il pil, quand’anche il costo per dipendente restasse invariato, il clup aumenta! E in Italia la produzione industriale è scesa di oltre il 25% dal 2007 e il pil del 9% dal primo trimestre del 2008. Ma il pil è rimasto sostanzialmente invariato in Francia, è cresciuto di oltre il 2,5% in Germania e del 6% negli USA. E qual è stata la crescita del costo del lavoro? Ecco il grafico che riporta il livello al secondo trimestre di quest’anno rispetto al 2010.



E’ pertanto evidente che il problema della competitività italiana non è un problema di costo del lavoro. Ma un problema di carenza di domanda. Se non c’è domanda, non ci sono vendite. Se non ci sono vendite, non si produce. Se non si produce, la produttività crolla e l’azienda chiude.

Allora,  anche l’altro discorso, relativo al cuneo fiscale, è solo un palliativo. Non sarà in quel modo che si ridarà competitività alle imprese. Si potrà forse migliorare la redditività (che non è propriamente la stessa cosa della competitività), grazie alla riduzione della quota salari, ma non vi sarà nessun incremento di produttività se la domanda e la produzione non torneranno a crescere.

E sulla crescita della domanda non vi è sostanzialmente nulla nella politica economica di questo governo che possa dare l’impulso necessario per uscire dalla crisi.

Nel momento in cui la domanda privata langue, le politiche di austerità fiscale comprimono l’unica voce della domanda sotto il controllo delle autorità politiche ed economiche che potrebbe rilanciare l’attività economica. Ci affidiamo in tal modo all’ossigeno della domanda estera, di cui ne beneficiano però – come dice Orioli – poco più del 20% delle imprese.

Un atteggiamento che dimostra la rinuncia di questa classe dirigente a governare il paese e a tracciare un sentiero di sviluppo e crescita.

martedì 26 novembre 2013

I salari in italia (e nei principali paesi Ocse)


Da Internazionale.it: 
Secondo gli ultimi dati pubblicati nel rapporto dell’Ocse Pension at a glance 2013 i salari degli italiani sono al di sotto della media degli altri paesi dell’Ocse. In media in Italia nel 2012 un lavoratore guadagna 28.900 euro, pari a 38.100 dollari. Il salario medio dei paesi dell’Ocse è 42.700 dollari. In Svizzera il salario medio è 94.900 dollari, in Norvegia 91mila dollari, in Australia 76.400 dollari, in Germania 59mila dollari, in Regno Unito 58.300 dollari e negli Stati Uniti 47.600 dollari. Ai livelli più bassi ci sono i messicani con 7.300 dollari e gli ungheresi con 12.500 dollari.

Basta un deficit del 3% per uscire dalla crisi?

Ieri sera ho guardato il finale di “Porta a Porta”, ossia la parte in cui era prevista la partecipazione di Gustavo Piga, presentato dal conduttore come un bastiancontrario. In realtà, seguendo il suo blog e gli interventi televisivi, è un economista piuttosto tranquillo di matrice keynesiana-liberale.

Quello che mi ha colpito del suo intervento, in una corale e ossessiva richiesta di tagli alla spesa pubblica, è la sua proposta di mantenere il deficit del 3% per il prossimo triennio. Una proposta che ai più può apparire blasfema.

Poiché non ho difficoltà ad ammettere che mi piace prendere posizioni da bastiancontrario, dopo averlo sentito gli ho mandato un tweet in cui chiedevo se era convinto che fosse sufficiente un deficit del 3% per uscire dalla crisi, dato che Usa, Regno Unito e Giappone sono andati ben oltre. Gustavo Piga ha avuto la gentilezza di rispondermi durante la trasmissione, e di questo lo ringrazio, sostenendo che con il suo programma, I Viaggiatori, sarebbe stato sufficiente.


Ora, tralasciamo le questioni di bassa cucina politica (del tipo chi potrebbe realizzare un simile progetto) e concentriamoci sulla sostanza della tesi. Anche assumendo che riesca a trasformare ogni spreco e inefficienza in una spesa pubblica produttiva per l’economia, resta il fatto che la cura Piga dovrebbe condurre la pubblica amministrazione ad essere più efficiente di quella americana, se è vero che loro – per uscire dalla crisi – sono dovuti arrivare ad un deficit del 10% (e Krugman diceva che era ancora insufficiente) e sono tutt’ora al 4,  mentre per noi basterebbe un 3%. E tutto questo in un contesto in cui l’economia americana è senza dubbio più reattiva ad accogliere ogni miglioramento proveniente dalla domanda; a differenza dell’Italia, ove non è raro che anche nel settore privato prevalgano forme di corporativismo e relazioni d’affari fondate su stretti circoli di appartenenza o salotti buoni (1).

Professor Piga, con tutto il rispetto, ma i dubbi rimangono.



*  *  *   *   *
(1) Aggiornamento del 3 dicembre 2013: sulle relazioni "particolari" tra le imprese private, si può vedere l'articolo di Luigi Zingales.

Aggiornamento del 3 gennaio 2013: Gustavo Piga applaude alla proposta di Matteo Renzi di sforare il deficit del 3%



lunedì 25 novembre 2013

L'economia italiana vista dai tedeschi

Tobias Piller, corrispondente della FAZ in Italia, in un articolo appena pubblicato racconta ai propri connazionali le vicende politiche e il dibattito economico che è in corso nel Belpaese. Ovviamente il giudizio non è molto lusinghiero. A parte le considerazioni politiche sul governo Letta (inconcludente), i rilievi più forti riguardano la situazione economica.

Secondo quanto riporta il sito Voci dalla Germania, per il giornalista tedesco 
Non serve a molto che il Presidente del consiglio Letta vada all'estero a parlare di riforme, a dire che l'Italia ha rimesso a posto le finanze pubbliche con le proprie forze, "senza aver ricevuto un solo Euro di aiuti dall'Europa". Il primo ministro italiano trascura le garanzie messe sul tavolo da Francoforte e Bruxelles per non far sprofondare l'Italia nel circolo vizioso della sfiducia degli investitori e della speculazione dei mercati. Il premio al rischio italiano è stato contenuto solo grazie alle garanzie del presidente BCE Mario Draghi, all'acquisto dei titoli di stato italiani e al generoso finanziamento delle banche europee. Allo stesso tempo l'Italia ha beneficiato della creazione dei fondi di salvataggio e dei meccanismi per limitare il rendimento dei titoli di stato.
Piller fa passare in tal modo l’idea, del tutto falsa, che l’Italia abbia beneficiato del Fondo Salva-Stati, quando è vero esattamente il contrario. Tra finanziamenti bilaterali e quote di competenza ai fondi europei a sostegno dei paesi in difficoltà, l’Italia ha sborsato (non preso) oltre 50 miliardi. E se qualche banca europea ha acquistato i titoli di Stato italiani (sebbene dal 2010 la quota del debito estero sia scesa – non aumentata – dal 43 al 34%) l’ha fatto non per misericordia o pietà, ma per i rendimenti che si assicurava. 

E’ vero invece che il differenziale con titoli tedeschi è sceso grazie agli annunci – perché tali sono stati e non altro – di Mario Draghi. Il quale nel luglio di un anno fa dichiarava che la BCE avrebbe fatto quanto è necessario per salvare l’euro. Accusare Draghi per queste esternazioni equivale a sostenere che la BCE doveva restare impassibile mentre il sistema monetario europeo andava in frantumi. Se è questo quel che  vuole Piller - che non perde occasione in Italia per difendere l’euro - è bene che si chiarisca le idee.

Contro chi propone politiche di tipo keynesiano, scrive:  
Si dimentica che i politici orientati alle clientele e corrotti in questo modo cercavano solo di legittimare la loro spesa eccessiva. Soprattutto la spesa pubblica irresponsabile dal 1980 al 1992 ha fatto crescere il rapporto deficit/PIL dal 60 al 120%.
Come mai si è fermato al 1992? Sembra quasi che sprechi e privilegi non vi siano più stati da allora. Eppure solo un anno fa esplodeva lo scandalo dei consiglieri regionali laziali, che si davano alla pazza gioia con i soldi messi a disposizione dalla Regione. E non è l’unico caso. Ieri sul Corriere Michele Ainis inizia il suo editoriale elencando le spese più bizzarre che i consiglieri regionali si sono fatti rimborsare. Nel complesso  “le inchieste giudiziarie chiamano in causa 17 Regioni e oltre 300 consiglieri regionali”.

L’Italia è in mano ad una classe politica sfacciata, incapace e collusa. E gli italiani hanno le loro responsabilità nel confermare voto dopo voto l’attuale assetto politico. Ma resta il fatto che il debito pubblico dal 1992 non è cresciuto per una spesa pubblica incontenibile. In tutti questi anni le uscite al netto degli interessi sono state inferiori alle entrate. L’avanzo primario (sì, avanzo, non deficit) avrebbe potuto ridurre il debito dai 750 miliardi  di euro del 1991 a 65 miliardi. Peccato che gli interessi pagati siano stati nello stesso periodo superiori a 1.820 miliardi.

D’altra parte, la spesa pubblica procapite italiana (includendo gli interessi) è inferiore a quella tedesca di circa il 10%, mentre la spesa sociale lo è del 17; quella sanitaria del 30%.



Sull'Italia restano pero' grandi dubbi, data l'estrema inefficienza dell'organizzazione statale. Ogni Euro gestito dal settore privato, di conseguenza, porterebbe maggiori benefici alla crescita economica.
Infatti l’abbiamo vista l’efficienza dei privati: Fonsai, Ilva, Telecom, Alitalia. E’ una gara a chi fa peggio. Ma soprattutto si dimentica che senza la domanda pubblica, il settore privato starebbe peggio, non meglio. Infatti, dal secondo trimestre del 2011 la domanda pubblica è diminuita del 3% in termini reali e il settore privato ha accentuato la caduta dal 5 all’8%.


Per Piller è da escludere anche un aumento dei consumi, perché
se gli italiani continuano a comprare sempre piu' auto e dispositivi tecnici stranieri oppure fanno viaggi all'estero, l'aumento dei consumi porterà con sé un aumento anche dell'import.
Parla contro i propri interessi? Non credo proprio. Si vuole semplicemente favorire l’altra grande voce che compone il reddito di un paese: i profitti. Ma in Italia abbiamo la paradossale situazione che sia il reddito delle famiglie che i margini di profitto sono in calo. Le prime sono scese del 10% dal 2007 e i secondi sono passati dal 44 a meno del 39% del valore aggiunto delle società non finanziarie (SNF). Come è possibile? La risposta è in questo grafico.


Il costo del lavoro per unità di prodotto (clup) balza del 13,6% non a causa del monte salari, che resta sostanzialmente invariato (+2,8% sul 2008), ma per il crollo del valore aggiunto, ossia della domanda (quasi il 10% in meno).

Non vi può essere aumento di competitività o dei margini di profitto, se le vendite continuano a diminuire. Uno dei modi per far crescere la domanda sta in un rapporto di cambio più favorevole, ovvero nella svalutazione (uno strumento di politica economica che però non è nelle disponibilità del governo).

Ma per Piller
con una svalutazione dei prodotti italiani non sarebbe cosi' semplice aumentare le vendite, perché in questo segmento di mercato a basso prezzo si affollano concorrenti provenienti da altri continenti.
Una logica veramente stringente: è forse in grado di spiegare come un cambio sopravvalutato favorisca le esportazioni? Perché anche escludendo facili automatismi derivanti dalla svalutazione, a maggior ragione  non si vede come un'euro-lira forte possa favorire la domanda estera.

Ma la cosa veramente paradossale è che la Germania, da tutti riconosciuta come  tecnologicamente avanzata e che quindi non avrebbe avuto bisogno di "aiutini" sui tassi di cambio, ha usufruito abbondantemente della svalutazione. Dal 1999, anno in cui sono state fissate irrevocabilmente le parità delle monete nazionali con l’euro, il tasso di cambio reale tedesco (deflazionato con i prezzi al consumo) è stato quasi costantemente sottovalutato e a tutt’oggi gode di un vantaggio comparativo verso l’Italia superiore al 9%.


Spesa pubblica procapite superiore alla nostra e svalutazione implicita dell’euro-marco. Eppure sono qui a darci lezioni di politica economica.

Dagli amici ci guardi Iddio, che dai nemici …
Bisogna solo stabilire se sono amici o no.

venerdì 22 novembre 2013

Il tasso di cambio appropriato dell'euro

Tratto da Macropolis.gr

Stime effettuate della Morgan Stanley lo scorso settembre. 

Per l'Italia, il limite per evitare la perdita di competitività sarebbe di 1,19$. Ieri era a 1,347$, ovvero il 13% più forte di quanto dovrebbe essere.

La Germania, invece, non risentirebbe delle difficoltà derivanti dal cambio fino a 1,53$. Le esportazioni tedesche sono quindi avvantaggiate da un euro implicitamente "svalutato", in base all'attuale cambio dell'euro, del 12%.

giovedì 21 novembre 2013

L'ossessione tedesca e l'incubo europeo

La Germania è accusata di aver attuato una politica di compressione della crescita  salariale interna che le avrebbe permesso di sconfiggere la concorrenza dei paesi più deboli, espropriati della possibilità di svalutare la  loro moneta, ma che ha finito per innescare la crisi dell’euro, avendoli portati in recessione e a livelli sempre più insostenibili di disoccupazione.

Krugman ed altri chiedono  alla Germania di rilanciare la domanda interna, anche a costo di un’inflazione più alta, quale mezzo per evitare che l’euro si frantumi.

La Germania, a solo sentir parlare di inflazione, si chiude a riccio ed indica agli altri paesi di procedere con le “riforme” del mercato del lavoro, come ha fatto lei, quale modo per recuperare competitività e conseguente crescita dell’occupazione.

In effetti il tasso di disoccupazione tedesco (5,3% a giungo) è ad un livello che potrebbe riflettere una situazione di piena occupazione. In questa circostanza, ogni ulteriore aumento della domanda si confronterebbe con una base produttiva già stressata, che potrebbe innescare rivendicazioni salariali con conseguenti riverberi sui prezzi. L’invocazione di più domanda si tramuterebbe quindi abbastanza prevedibilmente in incrementi nominali, ma non reali, venendo meno l’effetto traino per le esportazioni dei paesi periferici dell’eurozona.

Tuttavia il tasso di disoccupazione attualmente in uso nelle statistiche ufficiali internazionali esclude dal computo della forza lavoro coloro che hanno rinunciato a cercare attivamente un'occupazione. Come pure esclude, considerandoli a tutti gli effetti occupati, coloro che hanno accettato un lavoro part-time solo perché non hanno trovato nulla di meglio.

Nella definizione ufficiale di disoccupati vi entrano in Germania 2,3 milioni di persone. Ma se si aggiungono le altre categorie escluse dalle statistiche ufficiali, i disoccupati salgono a 5,1 milioni, ovvero l’11,7% della forza lavoro ridefinita per includere gli scoraggiati. In altri termini, per ogni disoccupato ufficialmente censito ve ne sono altri 1,3 che vengono ignorati (il rapporto più alto tra i maggiori paesi europei, dopo l’Austria. Praticamente sullo stesso livello si colloca il Regno Unito e l’Italia).


L’ossessione tedesca per l’inflazione non ha quindi ragion d’essere. Una politica orientata alla crescita della domanda interna riattiverebbe infatti coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro senza che – automaticamente – si inneschi una spirale inflazionistica. Sarebbe una crescita sana, basata su incrementi reali di occupazione e redditi. Ma in tal modo anche gli altri partner europei potrebbero agganciarsi alla domanda proveniente dal Nord Europa e invertire l’attuale trend recessivo.

Un sogno? Forse. Ma l’alternativa è un incubo.  

Aumenta la spesa sanitaria ... in Germania

In Italia se non parli male della spesa sanitaria, non sei credibile. Devi dire tutto il male possibile: che ci sono sprechi, inefficienze, tangenti e corruzione e ovviamente loschi affari con i politici.

Non mancano i fatti che avvalorano ogni singola accusa. Esperienze di malasanità e "incongruenze" nelle forniture ospedaliere tra le diverse regioni vengono citate per sostenere i tagli alla spesa sanitaria. 

Con il risultato di ridurre i posti letto, salvo poi lamentarsi se la gente muore perchè rimane in attesa di un'autoambulanza o perchè non riesce a trovare accoglienza in un ospedale specializzato nella propria provincia. 

A parte il fatto che se abbiamo 20 sistemi sanitari, anzichè uno (con annessa riduzione del potere contrattuale verso le imprese fornitrici), lo si deve proprio ad un sistema politico che ha inseguito un pseudo federalismo (che qualche liberista avrà pur votato) e che ha coltivato le "amicizie giuste" utili per reciproci scambi di favori (finanziamenti politici in cambio di concessioni e autorizzazioni); e a parte il fatto che la spesa sanitaria procapite è tra le più basse dei paesi avanzati; a parte tutto questo, l'Ocse ha certificato che la spesa sanitaria italiana per abitante tra il 2009 e il 2011 è scesa dello 0,4% all'anno in termini reali



Certo non è scesa come in Grecia (-11,1% all'anno  in termini pro-capite reali), ove curarsi è diventato un privilegio per chi se lo può permettere. 

Ma se questo è quello che si vuole, non si dica che l'aumento della spesa pubblica ci porta verso la Grecia, dato che - con tutta evidenza - è chi continua a parlare di tagli che vuole imitare il modello greco. 


Se invece si deve seguire l'esempio della Germania, come ci viene ricordato ogni volta quale fulgido esempio di efficienza e di successo se solo si azzarda ad esprimere una critica all'attuale Eurosistema e alle connesse politiche economiche di austerità, si sappia che la spesa sanitaria tedesca nell'ultimo decennio è aumentata del 2,1% all'anno in termini reali e che è quasi del 50% superiore alla nostra in termini pro capite.

mercoledì 20 novembre 2013

La ripresa della Spagna

La Stampa di oggi riporta un'intervista al ministro dell'economia spagnolo, il quale sostiene - stando al titolo dell'articolo - che "Madrid torna a crescere grazie alla cura da cavallo".

In effetti il pil spagnolo del terzo trimestre è aumentato dello 0,1%. Peccato che nell'ultimo anno sia sceso dell'1,2 e del 7,4% rispetto al primo semestre del 2008 (soprassediamo sulla disoccupazione, che negli ultimi cinque anni è passata dal 9 al 26,6%).

Direi che la "cura" stia ammazzando il cavallo.

Più macchinari? Meglio più ricerca

Un interessante studio sulla qualità degli investimenti in Italia e in Europa, ripreso da Keynes Blog

La Germania Egoista

Fonte: Elaborazioni su dati Ocse


Anche nel 2013 gli Stati Uniti sono stati il maggior volano alla crescita economica mondiale. L’Ocse stima che il deficit delle partite correnti, pur ridotto di circa 20 miliardi rispetto al 2012,  resti ampiamente sopra i 400 miliardi di dollari. Dal 2004 un sostegno al commercio mondiale è venuto anche dai maggiori paesi in via di sviluppo (senza contare Cina ed economie asiatiche più dinamiche). La loro domanda netta verso il resto del mondo è passata da 6,6  ad oltre 275 miliardi di dollari. 



I maggiori beneficiari della crescita mondiale restano i paesi produttori di petrolio, che vantano un surplus di oltre 780 miliardi di dollari. Segue la zona Euro che ha portato l’avanzo delle partite correnti a 330 miliardi di dollari, oltre 100 in più sul 2012 (+44,6%). Si affidano alla crescita estera anche la Cina (surplus di 208 miliardi) e le economie asiatiche più dinamiche (ovvero Taiwan, Hong Kong, Malesia, Filippine, Singapore, Thailandia e Vietnam), con un avanzo di quasi 140 miliardi. Il Giappone ha ridotto progressivamente la propria dipendenza dalle esportazioni.

In un’ottica di lungo periodo, gli andamenti cumulati delle partite correnti mostrano gli Stati Uniti come il principale volano alla crescita della domanda mondiale, a tutto vantaggio delle altre principali aree economiche. Tale ruolo deve competere giustamente al paese che possiede una valuta accettata internazionalmente nei rapporti economico-finanziari.


Ruolo che non può essere giocato dagli altri paesi che hanno visto aggravare le partite correnti. Un deficit persistente non solo brucia riserve valutarie, ma comporta un crescente indebitamento estero, che espone agli shock finanziari. Tra i maggiori paesi, il Brasile, la Turchia e l’India sono i paesi più esposti. Preoccupante anche l’indebitamento del Messico.


Il Sudafrica può prendersi una certa libertà perché può contare sulla produzione mineraria di oro, mediante la quale si  procura la valuta estera necessaria per pagare il proprio fabbisogno; ma non può evitare la svalutazione strisciante della propria valuta (come avviene al dollaro).

Anche il Regno Unito, per quanto la sterlina non possa essere paragonata al dollaro, possiede una valuta accettata internazionalmente. E come gli Usa può rimanere ragionevolmente in deficit, senza subire gli shock dei mercati finanziari, salvo la progressiva svalutazione della propria moneta.


Se gli USA e in proporzione il Regno Unito fanno la loro parte per sostenere la crescita mondiale, così non si può dire per l’area Euro, dato che con i sui surplus sottrae domanda al resto del mondo. Le accuse rivolte nei giorni scorsi dal Tesoro americano e riprese da Paul Krugman sono quindi fondate. 



Ma il grafico qui sopra mette in luce un altro aspetto, relativo alla Germania e agli altri paesi dell’area dell’euro. I paesi “periferici”, ovvero Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, dal 2008 hanno ridotto – volenti o meno – i propri squilibri nei conti con l’estero (e con esso l’indebitamento estero), tanto da ritornare in pareggio. Ma questo aggiustamento non ha intaccato il surplus “eccessivo” della Germaia, che è rimasto stabilmente sopra i 200 miliardi di dollari (il 7% del pil; la Cina è al 2,3). Ciò vuol dire che la contrazione della domanda dei PIIGS, che inevitabilmente si riflette in un calo delle esportazioni tedesche nell’area euro, è stata compensata estendendo il surplus verso il resto del mondo. In tal modo, però, si contribuisce a deprimere la domanda mondiale e si va al traino della crescita degli altri paesi. I quali, a differenza della Germania, non possono contare su una valuta come l’euro.

In altri termini, la Germania non collabora con gli Usa (e il Regno Unito) ad adempiere al proprio ruolo di “domanda di ultima istanza”, contribuendo ad aggravare lo squilibrio degli altri paesi più deboli (sia in termini valutari che industriali), ovvero esporta disoccupazione. E la esporta non solo all’esterno, ma anche all’interno dell’area euro, con l’imposizione delle politiche di austerità che comprimono la domanda, senza che migliori per questo la competitività dei paesi "periferici".

Istat, nel 2013 oltre il 50% delle famiglie ha visto peggiorare la propria situazione economica


Fonte: Istat

lunedì 18 novembre 2013

Disuguaglianze dei redditi per provincia

La lotta di classe esiste. Ma tutto va bene, madama la marchesa

In un articolo allegato al Bollettino della BCE di questo mese  si contempla senza alcun pudore l’aumento della disoccupazione quale strumento per la compressione dei livelli salariali. Ed è vergognoso che tale auspicio sia espresso quasi con disappunto verso coloro che, scoraggiati, hanno rinunciato a cercare un’occupazione, poiché la loro uscita dal mercato del lavoro allevia la pressione per una riduzione dei salari!


Un atteggiamento, questo, che svela senza ambiguità il ruolo della BCE a fianco degli imprenditori e contro i lavoratori. La lotta di classe esiste ed è condotta dalle classi dirigenti europee, dai tecnocrati e dalle imprese.

Dall’altra parte, però, impressiona il silenzio assordante di chi dovrebbe rappresentare le istanze dei lavoratori.

Tutto va bene, madama la marchesa.  

sabato 16 novembre 2013

Meno del 30% vuole uscire dall'euro

Il Sole 24 Ore di oggi riporta alcuni risultati del sondaggio internazionale Transatlantic Trends 2013 a cura del German Marshall Fund dedicati alle politiche economiche. Ma stranamente è alquanto reticente per l’Italia.

Recuperandoli ed integrandoli con i principali paesi europei emergono alcune conferme e alcune cose interessanti.

Partiamo da ciò che può apparire scontato. Coloro che si dicono personalmente colpiti dalla crisi sono ovviamente i paesi del Sud Europa. In Italia sono il 76% e in Spagna l’82 (ma in Portogallo si arriva al 90%). I francesi coinvolti sono il 65%. Per tutti i paesi la crisi ha avuto un effetto domino, coinvolgendo sempre più persone rispetto al 2009, quando mediamente le persone toccate dalla crisi erano il 20% in meno. Unica eccezione la Germania: rispetto a quattro anni fa sono diminuiti dal 56 al 44%.


Le colpe sono attribuite soprattutto ai governi nazionali, dato che  i giudizi favorevoli  verso l’Unione Europea (UE) permangono maggioritari, con la sola eccezione della Spagna e del Portogallo (al 49%), escludendo gli inglesi.

Quasi l’80% degli spagnoli giudica negativamente la politica economica del governo. Si potrebbe pensare che subito dopo vengano gli italiani. Invece sono molto più delusi i francesi, quasi tre su quattro.

Solo il 60% degli italiani si dichiara insoddisfatto dell’azione governativa. E’ curioso notare che, a differenza degli altri paesi, ove i critici negli ultimi anni sono aumentati,  in Italia siano diminuiti mano a mano che si passava dal governo Berlusconi a Monti e da questi a Letta. 



Per quanto la maggioranza in tutti i paesi europei si dichiari favorevole a mantenere nelle mani nazionali le politiche di bilancio, queste non dovrebbero discostarsi molto dalle prescrizioni che arrivano da Bruxelles: tagliare la spesa pubblica.

Queste prescrizioni sono diventate senza più alcun pudore uno strumento di pressione verso i governi nazionali (come dimostra la bocciatura della legge di stabilità, dato che si pone come condizione per lo sblocco degli investimenti pubblici un taglio strutturale delle altre voci di spesa). E Il Sole 24 Ore senza tanti giri di parole afferma che questa è solo la prova di un programma che prevede un “coordinamento delle politiche economiche e il controllo del centro sulla periferia”! Ma si guarda bene dal chiedersi dove sia scritto nei trattati che il “centro” debba avere un potere di “controllo sulla periferia”. 

D'altra parte se da una posizione teorica e giuridica di equivalenza si passa ad una di inferiorità, qualche responsabilità sarà pure dei governi che hanno supinamente accettato di subordinare la loro azione alle pressioni degli altri paesi. E i governi italiani  hanno rinunciato alla propria sovranità (e alla propria dignità) da diverso tempo.

Devono quindi far ingoiare i diktat europei ai propri cittadini ed è per questo che viene ripetuto ad ogni ora del giorno nei Tg e nei dibattiti televisivi o sui giornali che occorre tagliare la spesa pubblica. E il 61% degli italiani è favorevole a tagliarla. Non la pensano così gli spagnoli, per i quali questo orientamento è sceso dal 64 al 42% (la stessa percentuale dei tedeschi).


Ma se poi si chiede dove tagliare concretamente ... sorpresa! Le spese militari. Si va dal 31% dei francesi al 56 della Spagna, passando dal 53% degli italiani. Di ridurre il welfare non ci vogliono nemmeno pensare, tanto gli spagnoli (solo il 5% è favorevole) come i tedeschi (favorevole il 9%). Alta, ma comunque minoritaria, la quota di chi vuole ridurre la spesa sociale in Italia (18%) e in Francia (27%). Folle sarebbe tagliare ovviamente la spesa per la ricerca e l’istruzione. Quanto al taglio degli investimenti per le infrastrutture, non sono al top delle priorità (nemmeno in Italia).


E’ stato poi chiesto di esprimersi sull’euro. A parte la Germania, ove prevalgono i giudizi positivi, Francia e Spagna esprimono una valutazione negativa su questa esperienza (oltre il 60%). Anche in Italia è maggioritario un atteggiamento critico, ma rimane inferiore a quelli dei nostri cugini latini.

Nonostante  lo scetticismo verso l’euro sia ampiamente diffuso, coloro che sostengono l’uscita dalla moneta comune non riescono a conquistare la maggioranza nemmeno tra i critici, tra i quali prevale comunque l’opportunità (?) di rimanere nell’euro. Salvo che in Germania, ove però i critici sono solo il 44%.

Ad ogni modo, chi propone l’uscita dall’euro rimane una minoranza sul totale della popolazione (non supera il 30%).


Krugman, la recessione europea è peggiore della Grande Depressione degli anni '30

I sostenitori europei dell’austerità proclamano che le loro politiche incominciano a dare i primi frutti. 

Non pare proprio, stando alle ultime cifre che mostrano tassi di crescita sostanzialmente nulli (+0,1%).

E bisogna tener a mente che siamo quasi al sesto anno dall’inizio della recessione.

Confrontando la produzione industriale con gli anni ’30, si ottiene questo grafico.




Il mio slogan scherzoso a favore di Obama era “Non è così male come la Grande Depressione!”. Ma l’Europa non può dire altrettanto. In questo momento soffre come quando c’era la Grande Depressione – con la differenza che negli anni ’30 l’economie europee a questo punto stavano recuperando fortemente, mentre oggi sono stagnanti. 

Molte persone diranno che la situazione è differente, che all’epoca l’Europa si stava riarmando. Se è questa la vostra opinione dovete sapere che le spese militari non hanno nulla di speciale in termini di stimolo rispetto ad altre spese pubbliche. Così, se voi ritenete che la ripresa degli anni ’30 sia merito delle spese militari, state affermando che l’economia aveva bisogno di una politica fiscale espansiva – e ne aveva così bisogno che anche una spesa distruttiva aveva avuto effetti positivi.

Oggi la buona notizia è che abbiamo la pace. La cattiva notizia è che i leader europei hanno ascoltato i profeti dell’austerità ed hanno tagliato la spesa pubblica quando avrebbe dovuto essere aumentata. Il risultato è che la depressione, che sta ben ricalcando quella degli anni ’30, potrebbe essere peggiore.

Fare peggio degli anno' 30 è un traguardo ragguardevole.

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venerdì 15 novembre 2013

Stipendi spropositati e incrollabile fiducia

Ha molto indignato nei giorni scorsi uno studio dell'Ocse, secondo il quale il top dei dirigenti pubblici è quello meglio pagato tra i paesi avanzati.



Al di là di tutte le precisazioni (è espressa in dollari - ma anche quelle degli altri paesi sono in dollari - ed è relativa al 2011, quando a partire dal 2012 sarebbe stato posto un tetto), resta il fatto incomprensibile e scandaloso di quanto vengano retribuiti gli alti burocrati di Stato, per un servizio reso alla collettività che - come è ben noto a chi vive in Italia - è chiaramente insoddisfacente e talvolta paradossale.

Ma la cosa veramente sorprendente è l'incrollabile fiducia che gli italiani mostrano verso chi governa questo paese. Nonostante si sia sempre pronti a scandalizzarsi per gli stipendi spropositati, sotto ogni parametro, che vengono erogati agli alti dirigenti pubblici, i veri responsabili (ossia coloro che permettono con i loro atti legislativi questi scempi) conservano inalterata la fiducia dei loro concittadini. 


E' una fiducia, per la verità assai modesta, accordata da meno di un italiano su tre. Ma immutabile rispetto al 2007, nonostante gli scandali intervenuti a tutti i livelli (dai consiglieri regionali ai ministri) e nonostante una crisi che ha falcidiato il 10% del reddito reale delle famiglie e portato la disoccupazione dal 5,8 al 12,5%.

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Come è possibile che nonostante tutto questo la fiducia nel governo, per quanto bassa, non sia scesa ulteriormente?

La risposta ci viene da un altro grafico dell'Ocse, in cui si mette in relazione la fiducia al governo con quella accordata ai media.


Il grafico è diviso da una diagonale. Se un paese si trova al di sotto significa che i cittadini concedono maggiore fiducia ai media piuttosto che al governo. Se si trova al di sopra, la fiducia verso l'esecutivo è maggiore di quella accordata ai media (che dovrebbero fungere da "cani da guardia" dell'opinione pubblica).

Ebbene, nel 2010 la fiducia accordata al governo italiano era praticamente la stessa riservata ai media.  Ed è giusto che sia così, dato che il capo del governo (Berlusconi) controllava sia la televisione pubblica che il principale network televisivo privato. 

E poi dicono che le televisioni non contano. Ma intanto, grazie all'influenza sui principali mezzi di informazione, la fiducia  nel governo rimaneva solida come una roccia. Nonostante gli scandali e nonostante la crisi.

martedì 12 novembre 2013

Emissioni di CO2 e prezzo dell’energia (2013-2035)

Da Quartz.com

Il grafico che segue riporta a sinistra le emissioni di CO2 dall’inizio del secolo scorso ad oggi e quelle previste fino al 2035, distinguendo tra paesi avanzati (Ocse) e non. Il grafico a torta sulla destra indica i limiti di emissione, se si vuole contenere l’aumento della temperatura globale entro i 2° nei prossimi 20 anni.

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Da dove arriverà il petrolio nei prossimi anni? Se il Medio Oriente può apparire scontato (ed acquisterà via via maggior importanza soprattutto a partire dal 2025), significativa sarà la quota del Brasile, almeno nel prossimo decennio. Il resto del mondo vedrà calare inesorabilmente la propria produzione. Diverranno inoltre rilevanti le modalità di estrazione non convenzionali,  più costose e a maggior impatto ambientale. 

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Il costo dell'energia resterà almeno il doppio di quello sostenuto dagli Stati Uniti. Attualmente il gas naturale costa da 2,5 a 4 volte e mezzo quello che costa agli americani. Da qui al 2035 non si prevedono miglioramenti nei prezzi relativi per l'elettricità in Europa o in Cina, sempre rispetto agli USA.

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giovedì 7 novembre 2013

Bilanci 2011 delle Medie Imprese

Fonte: Elaborazioni su dati MBRES

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Il fatturato delle medie imprese industriali (quelle con fatturato da 15 a 330 milioni di euro) è aumentato nel 2011 del 6% (6,5 è l’incremento rilevato dall’Istat per l’universo delle imprese italiane).

Un po’ più consistente è stato l’acquisto dei beni e dei servizi intermedi, cresciuti del 6,9%. Il valore aggiunto aumenta pertanto del 3,3% e passa  dal 23,1  al  22,4% delle vendite.

Il peso del costo del lavoro scende dal 14,5 al 14,2% del fatturato. Ciò nonostante il margine operativo lordo (MOL) riflette la flessione del valore aggiunto e si colloca all’8,2%, dall’8,5 del 2010.

Le imprese hanno focalizzato i loro interventi di razionalizzazione nelle altre voci inerenti alla gestione, riuscendo a comprimerle dell’1,2%. La loro incidenza passa del 5 al 4,7%, consentendo un aumento dei profitti del 7,8%. Il ritorno sulle vendite è del 3,6%.

La pressione fiscale tra il 2010 e il 2011 passa dal 52,9 al 53,3% degli utili. Questi ultimi al netto delle imposte aumentano del 6,9%. La loro quota sul fatturato resta invariata all’1,7%.



Tassi BCE al minimo storico

La BCE ha portato i tassi ufficiali allo 0,25%.


Per un commento sull'efficacia della decisione della BCE si può vedere l'articolo pubblicato sul sito Sbilanciamoci

mercoledì 6 novembre 2013