martedì 29 ottobre 2013

E questi erano i tecnici.

Dopo gli esodati, un altro colpo messo a segno dai soliti "tecnici".


Non è forse il caso di finirla con le deregolamentazioni? Si ritorni al sistema in cui si veniva assunti a tempo indeterminato e si butti al macero queste forme contrattuali che non hanno creato altro che precarietà e ingiustizie, senza che l'economia ne abbia tratto qualche giovamento. Solo dopo aver ripristinato come metodo ordinario di assunzione il tempo indeterminato, si potrà considerare forme alternative, quale il tempo determinato, a condizione che sia pagato di più (e non di meno). Le imprese potranno quindi valutare, in funzione delle loro aspettative, se conviene stabilizzare l'occupazione o ricorrere a forme di flessibilità per soddisfare un aumento stagionale o incerto della domanda, che compensino tuttavia coloro che sono chiamati a svolgere una mansione analoga ad un  lavoratore stabilmente assunto, ma con un orizzonte temporale non garantito.

Socialismo o labourcapitalismo?

Per Karl Marx il capitalismo è quel sistema economico-sociale in cui una classe, la borghesia, detenendo i mezzi di produzione e al fine di conseguire un profitto si avvale del lavoro di un'altra classe, il proletariato, che non ha altri mezzi per vivere che vendere la propria forza lavoro, in cambio di un salario.

Il capitalismo, pur così definito, ha conosciuto diverse evoluzioni ed ha assunto caratteristiche peculiari tali da identificare nuovi precisi modelli. 

Solitamente associato ad un'economia di mercato in cui prevale la libera concorrenza, non ha impiegato molto a trasformarsi in un capitalismo oligopolistico.

Ben prima che ai nostri giorni diventasse familiare parlare di capitalismo finanziario, Rudolf  Hilferding ne delineò le caratteristiche.

Per Lenin, l'imperialismo era la fase suprema del capitalismo.

Lo stesso sistema economico dell'Unione Sovietica può essere definito capitalismo di Stato, al di là del linguaggio comune che la identifica come un paese comunista.

Con il diffondersi delle società per azioni e il venir meno del ruolo direttivo della proprietà familiare, i manager conquistano  un'autonomia nella gestione delle imprese, tanto da poter parlare di capitalismo manageriale. Il passo successivo fu l'acquisto delle stesse aziende (Management Buy Out). 

Oggi, Dario Di Vico, dal suo blog su Corriere.it, ci racconta che in Italia 36 aziende sono state salvate dalla crisi grazie all'intervento degli stessi lavoratori. Siamo passati dal Management al Workers Buy Out.


Sicuramente una buona notizia. Ma difficilmente potrà essere considerato come un passo verso un'economia socialista. Per il momento si può forse solo avanzare l'ipotesi che - se l'esempio si diffondesse - assisteremmo ad una nuova versione del sistema economico nato intorno alla metà del XVIII secolo,  che potremmo chiamare labourcapitalismo.

lunedì 28 ottobre 2013

Emiliano Brancaccio (intervento audio di circa 20 minuti): l'uscita dall'euro non è il paradiso, né una catastrofe. Vi è tuttavia il rischio concreto di una forte riduzione nei primi cinque-sei anni dei salari reali  (riduzione che è comunque in corso grazie alle politiche di austerità e che ora si cerca di conseguire con le "riforme strutturali", ovvero con dosi di flessibilità del mercato del lavoro ancor più massicce).

sabato 26 ottobre 2013



Krugman su Alan Greenspan, gli economisti accademici e i blogger

L'occhio della Confindustria sul modello spagnolo

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco.


Il Sole 24 Ore di oggi dedica numerosi articoli sulla presunta superiorità del modello spagnolo rispetto a quello italiano. Sono stati sufficienti sei punti base a favore dei rendimenti dei titoli spagnoli per dare la stura ai peana, in almeno quattro articoli, sulla maggiore competitività ispanica.

Vediamo allora di vedere meglio ciò che è successo al sistema spagnolo. Sarà anche l’occasione per aggiornare al 2012 il confronto con la Germania effettuato il 24 agosto dell’anno scorso.


Il settore manifatturiero spagnolo

Se il valore aggiunto a prezzi costanti del settore manifatturiero è inferiore al 1999 per meno di quattro punti percentuali, la produttività è cresciuta solo grazie all’espulsione dal sistema produttivo di oltre ¼ dei dipendenti. Non per nulla la disoccupazione supera il 25% (e bearsi di un aumento trimestrale del pil dello 0,1% è semplicemente ridicolo).


Può certamente essere che in precedenza l’occupazione fosse sovrabbondante rispetto alle necessità produttive e che ora si possa produrre praticamente  quanto veniva prodotto nel 1999 con oltre il 25% del personale in meno. Ma in tal caso, più che un “miracolo” di produttività, il sistema spagnolo si sarebbe adeguato agli standard produttivi moderni, dato che tutto questo guadagno di produttività non ha aggiunto nulla a quanto veniva prodotto in precedenza, anzi.

Inoltre, stranamente, il giornale confindustriale tace sulla impetuosa crescita del costo del lavoro per dipendente. Nello stesso arco di tempo, è aumentato del 57% contro il 37 dell’Italia. Dubito che la corrispondente Confindustria spagnola sia entusiasta del confronto con la dinamica del costo del lavoro italiano. 


In tal modo, la Spagna vede ridurre il vantaggio sul costo del lavoro italiano a poco più del 5% rispetto a quasi il 20% del 1999.




La Germania

La tesi  dominante nei confronti del sistema tedesco verte sull’accusa di aver attuato una compressione della crescita dei salari interni,  che ne avrebbe favorito l’affermazione sui mercati, a danno dei partner europei, inclusa l’Italia.

Il grafico precedente mostra che il costo del lavoro italiano è inferiore a quello tedesco di quasi il 30%. Tale vantaggio  è andato riducendosi fino al 2008, ma nel 2012 aveva già recuperato tre punti percentuali.

Anche la dinamica del costo del lavoro non sembra sufficiente a spiegare la crisi vissuta dal nostro sistema produttivo. Fatto  il 1999 eguale a 100, il costo del lavoro tedesco arriva a 129,5 contro il 136,7 di quello italiano. Non è certo una  differenza del 5,6% che può spiegare il calo del 7,8% della nostra manifattura  e una parallela crescita di quella tedesca del 28.


Né si può invocare la compressione dei salari reali tedeschi; a meno che si riconosca che un’analoga politica di "slealtà salariale" verso i partner europei è stata attuata anche dall’Italia, dato che i redditi reali dei lavoratori italiani non solo erano di fatto invariati rispetto al 1999, ma sono rimasti pressoché sempre inferiori alle dinamiche dei salari reali tedeschi.




L’Italia

Guardando il grafico del settore manifatturiero italiano, emerge chiaramente che la produttività segue le dinamiche del valore aggiunto, ovvero della produzione e quindi della domanda.

Tra il 1999 e il 2012, la produzione è diminuita del 7,8% contro l’aumento appena ricordato della Germania del 28% e la flessione del 3,8 della Spagna. La Germania, nonostante l’aumento dell’attività produttiva, ha tagliato l’occupazione del 5,2%, contro il -8,5 dell’Italia e il -26,9 della Spagna.



Il clup italiano aumenta in questo orizzonte temporale del 33%, contro il calo del 4,2 di quello tedesco, non tanto per il costo del lavoro (che, come abbiamo visto, aumenta sia per l’Italia che per la Germania, rispettivamente del 36,7 e del 29,5), quanto per il calo della domanda rivolta al settore manifatturiero, che si traduce in una caduta della produzione del 7,8% a fronte di una crescita del 28 in Germania.

Negli ultimi anni, anche l’industria italiana ha ridimensionato l’occupazione più del calo della produzione e ciò ha permesso alla produttività di restare sopra i livelli del 1999, ma non ha modificato la stretta relazione con l'andamento dell’attività produttiva. E poiché il calo italiano è stato il più forte tra i paesi qui considerati, la produttività rimane modesta e superata da quella spagnola a partire dal 2009 .



Le leve su cui agire sono pertanto chiare. Il modello spagnolo, tanto esaltato dal quotidiano confindustriale, implica un forte ridimensionamento dell’occupazione (ed ecco perché si insiste sulla flessibilità del mercato del lavoro, sulla falsariga di quanto attuato in Spagna). Il modello tedesco, invece, punta sulla crescita della produzione e l’affermazione sui nuovi mercati. Ciò comporta un riposizionamento delle nostre imprese verso segmenti a maggior valore aggiunto, lo sviluppo di nuovi prodotti o il rilancio di quelli esistenti in termini di qualità, affidabilità e design. Richiede in poche parole investimenti in ricerca e sviluppo. Ma di tutto questo, ovviamente si tace. Come se le nostre imprese fossero già al top dell’efficienza. Peccato che nel 1999 la differenza produttiva tra le imprese italiane e quelle tedesche fosse solo del 10% e che ora sia di oltre il 40%. 

giovedì 24 ottobre 2013

Produzione Auto in Italia, il ritorno ai non più mitici anni '50

Fonte: Il sole 24 ore.com

Dal 1989, quando sono usciti dagli stabilimenti quasi 1 milione e 972 mila autovetture, l'Italia ha perso il 79,9% della produzione di auto

Siamo ritornati alla fine degli anni '50 del secolo scorso. Ma allora le prospettive erano positive. L'Italia viveva in pieno boom. Oggi quei livelli ci indicano solo a che punto siamo della caduta, prima di sfracellarsi al suolo.



Aggiornamento del 27 ottobre 2013
Le statistiche dicono che si vendono più biciclette che auto. Una buona notizia per chi ha a cuore l'ambiente e l'aria che respiriamo. Vi è tuttavia da credere che, al di là delle vendite, le quattro ruote siano ancora il mezzo di trasporto preferito e che la bicicletta venga inforcata solo per i brevi spostamenti urbani o il tempo libero. Sicché gli attuali modelli di mobilità (carenza di mezzi pubblici efficienti) e di produzione (declino industriale) ci regalano il peggio di entrambe le opzioni: le città con l'aria inquinata e bassi livelli di occupazione. 
World car and bicycle production

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mercoledì 23 ottobre 2013

Tutti più ricchi, tranne che nel Regno Unito

In Italia nell'anno corrente, secondo il Global Wealth Databook 2013 del Credit Suisse, il numero dei poveri, misurato sul patrimonio per adulto, dovrebbe essere diminuito.

Quelli che hanno meno di 10 mila dollari (circa 7.400 euro, ovvero meno di 15 mila per una famiglia con due adulti) sono scesi dal 20,8 al 20%. Restano comunque il doppio di quelli censiti nel 2011.

In calo anche il numero di coloro che hanno meno di 100 mila dollari: dal 22,3 al 20,5%. Nel complesso, queste prime due fasce di ricchezza includono oltre il 40% degli adulti.

Sarebbe invece aumentato il ceto medio, definito da un patrimonio incluso tra i 100 mila e il milione di dollari, di due punti percentuali, dal 54,5 al 56,5%.

Parimenti, coloro che possiedono più di un milione di dollari sono aumentati dal 2,4 al 3% della popolazione adulta.


Se nella definizione di ceto medio si include anche chi ha meno di 100 mila dollari (ma più di 10 mila), si nota una relativa stabilizzazione, dopo la forte caduta avvenuta tra il 2011 e il 2012 (dall’86,1 al 76,8%). Tale andamento si accompagna ad un deflusso da questa classe a quella più ricca dello 0,6% degli adulti e ad un ingresso dalla fascia più povera dello 0,8.


Decisamente meglio è andata al ceto medio della Germania. Nell’ultimo anno avrebbe ingrossato le fila di 2,5 punti percentuali, dal 65,9 al 68,4%. L’aumento si deve all’uscita dalla povertà del 3%  della popolazione adulta e ad un deflusso verso la fascia più ricca di solo mezzo punto percentuale.


Dal 2011 la consistenza del ceto medio della Gran Bretagna si è erosa di circa tre punti percentuali, dall’81,7 al 78,8%, nonostante abbia accolto dalla fascia più ricca lo 0,2% degli adulti. Si può quindi dire che oltre il 3%  degli inglesi si è impoverito.


Anche negli USA il ceto medio si è ridimensionato, dal 66,3  del 2011 al 63,7%. Ma a differenza del Regno Unito, ove vi è un generale impoverimento, si assiste al passaggio alla fascia più ricca di quasi il 2% degli americani, non compensati dall’ingresso di 0,8 punti percentuali di poveri.

martedì 22 ottobre 2013

Disoccupazione a lungo termine dal 2007 al 2013




La quota dei disoccupati a lungo termine è aumentata nella maggior parte dei paesi considerati nel grafico. Tra la fine del 2007 e il secondo trimestre di quest'anno è scesa in maniera significativa in soli due paesi: Germania e Svizzera.

In Italia è aumentata di circa 10 punti, da oltre il 45 ad oltre il 55% dei disoccupati.

Particolarmente drammatici sono stati gli incrementi in Irlanda e Spagna (circa 30 punti percentuali). Nel primo caso sono passati da meno del 30 a quasi il 60%. Nel secondo dal 20 al 50%. Ma è in Grecia ove la situazione è più drammatica: circa 2 disoccupati su tre non riescono a trovare lavoro da almeno un anno.

domenica 20 ottobre 2013

Il Fatto Quotidiano
Cronologia della crisi dell'euro. Un articolo di Roberto Marchesi sul FQ.

Quando un alto rapporto spesa pubblica/pil è in realtà un sintomo dei problemi del settore privato

Riprendo l’argomento della spesa pubblica affrontato nel post del 6 ottobre scorso. In quella occasione concludevo che se in Italia fosse speso lo stesso importo di cui beneficia in media ogni cittadino tedesco, potremmo spendere altri 80 miliardi.

Immagino l’orrore dei liberisti anti-statalisti. Vediamo allora di indorare la pillola.

Premesso che  può verificarsi il caso in cui un euro di spesa pubblica sia più inefficiente di una spesa di due euro (dato che l’efficacia e il buon impiego della spesa pubblica non riguardano il livello di spesa, ma la sua qualità), qui affrontiamo l’aspetto macro della questione. In concreto, facendo riferimento sempre all’Italia e alla Germania, se quest’ultima spende mediamente per ogni abitante più di noi e la sua spesa complessiva è inferiore alla nostra in percentuale del pil, si può dedurre che
a) vi è spazio per un aumento della spesa pubblica procapite italiana
b) o che il pil dell’Italia è sotto il potenziale, almeno rispetto a quanto riescono a produrre i tedeschi.

Ed è questo secondo aspetto che oggi affrontiamo. Se due paesi hanno la stessa spesa pubblica procapite, ma il rapporto con il pil è diverso, è evidente che il paese con il rapporto spesa/pil maggiore ha un problema derivante dal sistema economico, non in grado di generare un pil paragonabile al paese con cui viene confrontato. Il caso è ovviamente ancor più eclatante se il paese con il maggior rapporto spesa/pil  è quello che ha una spesa per abitante inferiore.

Il grafico che segue riporta sull’asse delle ascisse la spesa pubblica procapite e sulle ordinate il rapporto percentuale con il pil.


E’ stato quindi suddiviso in sei quadranti in funzione del livello di spesa, sia procapite (basso, medio, elevato) sia rispetto al pil (bassa e alta).

Il quadrante 1) include i paesi che hanno una bassa spesa pubblica procapite, ma un elevato rapporto rispetto al pil. Questo gruppo di paesi si confronta con i paesi che pur avendo spese pubbliche procapite simili, hanno un basso rapporto della spesa rispetto al pil (quadrante 2). Emerge quindi che l’Ungheria ha un pil inferiore a quello che possono generare in proporzione paesi come la Polonia o la Repubblica Ceca.

Il quadrante 3) include i paesi che hanno una spesa pubblica procapite di medio livello, ma che in rapporto al pil è più elevata dei paesi inclusi nel quadrante 4). In altri termini, l’Italia pur avendo una spesa pubblica procapite leggermente inferiore a quella tedesca, ha un pil inferiore a quanto riesce a generare in proporzione la Germania, determinando un rapporto spesa/pil superiore. Come dicevo sopra, nulla esclude che pur spendendo meno, si spenda peggio. Ma il fatto evidente è che il nostro sistema economico è incapace di creare un livello di reddito paragonabile a quello tedesco. Quindi il problema non è necessariamente imputabile al settore pubblico. Vi possono anzi essere delle inefficienze ascrivibili al settore privato (e vi sono). Basti pensare alla spesa in ricerca e sviluppo, agli investimenti insufficienti e al posizionamento sui mercati delle nostre imprese.

Il quadrante 5) include quei paesi che oltre ad avere un spesa pubblica procapite strutturalmente elevata possono avere un sistema economico sotto il potenziale di crescita. Per rendersene conto si può guardare al caso della Grecia (quadrante 3) e della Svezia (quadrante 5). Più o meno entrambi i paesi hanno una spesa pubblica pari al 52% del pil, ma la Svezia spende più del doppio della Grecia per ogni abitante. E’ pertanto evidente che la Svezia non esprime tutto il suo potenziale produttivo, dato che difficilmente si può credere che la spesa pubblica greca sia più efficiente di quella svedese. Ovviamente l’assenza di paesi nel quadrante 6) può segnalare il fatto che il gruppo dei paesi inclusi nel quadrante 5) induca un certo “rilassamento” da parte dei privati – favorito dall'elevato sostegno pubblico. In tal caso, più che inefficiente, la spesa pubblica dei paesi inclusi nel quadrante 5) potrebbe essere “sovrabbondante”.

martedì 15 ottobre 2013

Per avere un'idea degli economisti vincitori del premio Nobel, si può leggere l'articolo di Emiliano Brancaccio e Marco Passarella, qui.

Sulle bolle speculative dei mercati finanziari e immobiliari si può vedere l'intervento  di Robert Shiller.

domenica 13 ottobre 2013

Sergio Cesaratto ai piccoli imprenditori: la sinistra non vedo

L'economista esamina i programmi delle forze politiche che dovrebbero essere progressiste e scopre che sui temi economico-sociali come la disoccupazione, il welfare e l'euro c'è il vuoto o ci sono solo chiacchiere.

I disoccupati non inclusi nelle statistiche

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

I disoccupati in  Italia, secondo le statistiche ufficiali, sono il 12,1% della forza lavoro (occupati + persone in cerca di occupazione), pari a poco meno di 3,1 milioni di persone.  Tuttavia, se si includono
a) le persone occupate part time non per loro scelta (ma perché in mancanza di altro o in attesa di altre opportunità),
b) coloro che sono disponibili a lavorare ma non immediatamente
c) coloro che hanno smesso di cercare un lavoro,
i disoccupati salgono ad oltre 6,7 milioni, ovvero il 23,6% della forza lavoro potenziale (corretta includendo queste due ultime categorie di persone).

Non è il livello più alto in Europa, ma in termini assoluti l’Italia è quella che ha il maggior malessere per la mancanza di lavoro non rilevato dalle statistiche ufficiali.

Assai più della Spagna, sebbene nella definizione allargata di disoccupazione superi la Grecia (37,3 contro 33,2).  Nella penisola iberica i disoccupati devono essere aumentati di 3 milioni. Un po’ meno del Regno Unito, che deve includere altri 3,1 milioni di persone alle sue statistiche, facendo salire il tasso di disoccupazione dal 7,6 al 16,5%.

Anche la Germania ignora, in base all’attuale metodologia, 2,9 milioni di persone. Includendole nei conti, le persone in cerca di lavoro salgono dal 5,3 all’11,7%. 


sabato 12 ottobre 2013

Anche a livello mondiale, i ricchi sempre più ricchi: lo 0,7% detiene il 41% della ricchezza

La ricchezza accumulata nel mondo, secondo il Global Wealth Databook 2013 del Credit Suisse, è di 240.900 miliardi di dollari, ovvero 3,24 volte il pil mondiale (stimato in poco più di 74.350 miliardi).

La ricchezza accumulata in Nord America è di 68.500 miliardi, pari al 32,8% di quella mondiale, sebbene gli adulti siano solo il 5,7% di quelli stimati a livello planetario.  La quota di ricchezza detenuta dagli adulti europei è del 31,7%, con una popolazione adulta del 12,5%.

Il 20% si trova nell’area Asiatica e del Pacifico, escluse Cina e India. Le quali possiedono rispettivamente il 9,2 e l’1,5% della ricchezza complessiva.


Seguono l’America Latina con il 3,8 e l’Africa con l’1,1%.


Coloro che possiedono più di un milione di dollari sono solo lo 0,7% degli adulti, ma la loro ricchezza vale il 41% di quella mondiale (un anno fa era il 39,3%). Si tratta di 32 milioni di persone che in media posseggono quasi 3,1 milioni di dollari a testa.

Vi è un altro 7,7% che detiene tra i 100 mila e il milione di dollari e la loro fortuna vale il 42,3% di quella complessiva.

Quelli sotto i 100 mila dollari sono il 91,6% della popolazione adulta mondiale, la quale possiede solamente il 16,7% della ricchezza (17,7 nel 2012). Tra questi, circa il 75% può contare solamente su 2.276 dollari (1.686 euro).



Quelli che possiedono più di un miliardo di dollari sono in tutto il mondo 1.151. Gli Usa ne contano  326. Al secondo posto c’è la Cina con 104.  In  Germania ve ne sono 45,  in Gran Bretagna 28 e 17 sia in Francia che in Italia (5 in più rispetto al 2012).

Per avere un’idea della ricchezza media per adulto, si può far riferimento a questa cartina.


Nel corso di quest’anno, secondo lo studio del Credit Suisse, la ricchezza complessiva è aumentata di 11.300 miliardi (oltre 7 volte il pil dell’Italia), ovvero del 4,9%. Di questi, 8.400 sono andati al Nord America (+11,9%) e 5.500 all’Europa (+7,8). La Cina ne ha accumulati 1.400 (+6,7), mentre America Latina e India ne hanno aggiunti rispettivamente 300 e 200 miliardi. L’Africa è rimasta ferma, mentre il resto dell’area Asiatica e del Pacifico ne ha persi 4.500 miliardi (-8,6%).

Allargando lo sguardo ad un orizzonte decennale, tra il 2003 e il 2013 la ricchezza mondiale è cresciuta del 68%.   Circa 1/3  di questo incremento è avvenuto in Nord America e oltre il 26% in Europa.  Il 17% è andato in Asia e nell’area del Pacifico; il 15% in Cina. La quota toccata all’America Latina è del 5,4% e meno del 2 all’India. Poco più dell’1% è andato in Africa. 
I grafici che seguono mostrano l'evoluzione della ricchezza per adulto dal 2000 al 2013, depurati degli effetti del tasso di cambio.



venerdì 11 ottobre 2013

FMI: Proiezione Spesa Pubblica Sanitaria al 2030


Secondo il FMI la spesa pubblica sanitaria italiana aumenterà per meno di un punto percentuale di pil da qui al 2030 (quando sarà comunque meno dell'8,5%). La crescita sarà imputabile sostanzialmente all'invecchiamento della popolazione. Analoga evoluzione è attesa per la Germania e il Giappone. 

Molto più consistente sarà la crescita  degli USA che, grazie alla riforma di Obama (se resterà invariata nella forma e nelle condizioni), accrescerà l'incidenza sul pil di quasi cinque punti percentuali, partendo tuttavia da un livello iniziale del 4,6% (2012).

L'attuale sistema sanitario italiano, con i suoi venti centri di spesa regionale, può certamente essere migliorato. Ma è tipico dei liberisti denigrare l'intervento pubblico (dipinto - per parafrasare una pubblicità - come tutto sprechi e inefficienze), senza che portino una prova della superiorità della sanità privata (il caso S. Rita,  il San Raffaele e la fondazione Maugeri insegnano).

Vi sono certamente delle inefficienze e degli sprechi, favoriti da un pseudo federalismo regionale, che si esplica anche nella tolleranza dell'attività privatistica da parte dei medici della sanità pubblica. Ma anziché eliminare le storture, si preferisce buttare il bambino con l'acqua sporca.

C'è solo da sperare che il modesto aumento della spesa sanitaria previsto dal FMI non sia riconducibile al trasferimento degli oneri sanitari alle tasche dei privati.

Il successo dei liberisti: far fallire lo Stato

Nicola Porro ieri a Servizio Pubblico, su La7, si chiedeva perché lo Stato non debba avere un bilancio in pareggio come le famiglie.

La risposta è semplice: perché non è una famiglia. Un soggetto privato, nel lungo periodo, deve essere almeno in pareggio, pena il pignoramento dei beni di sua proprietà o il fallimento se è rispettivamente un nucleo familiare o un’azienda.

Un soggetto privato può spendere per ovvie ragioni solo ciò che incassa: redditi da lavoro o capitale per le persone; i ricavi derivanti dalle vendite  per le imprese. Se in un anno spende di più, deve ricorrere al risparmio (famiglie), alle riserve pregresse (per le aziende) o  all’indebitamento (sia per le famiglie che per le imprese).

Ma se si ricorre a fonti di finanziamento esterne, bisognerà predisporsi a rimborsare quanto ottenuto e ciò solitamente avviene mediante le maggiori entrate future, magari indotte dalle stesse spese finanziate a debito (soprattutto per le aziende). Se le maggiori entrate non si realizzano, bisognerà mettere in conto una riduzione delle uscite correnti. Se tale misura diventa impossibile da sostenere, il soggetto privato andrà in default.

Il soggetto pubblico, con ciò intendendo non solo lo Stato, ma anche l’ autorità monetaria, a differenza dei privati – in forza del suo potere di emissione – può sempre ripagare i debiti.

Il deficit pubblico può essere finanziato non solo mediante emissioni di titoli che confluiscono nel debito pubblico, ma anche emettendo moneta.

I teorici della teoria quantitativa della moneta a questo punto grideranno come le anatre: inflazione! … inflazione! Voi volete depredare i privati svalutando il potere d’acquisto della moneta!

Ma l’aumento dei prezzi, in condizioni di mercato concorrenziali, potrà avvenire solo se la domanda supera l’offerta. Peccato che la condizione ordinaria dei mercati sia di sotto occupazione dell’offerta.

La disoccupazione segnala infatti un impiego sotto il potenziale delle risorse disponibili. E se il settore pubblico aumenta la domanda (mediante immissione di denaro) non vi è ragione per attendersi un aumento dei prezzi, fin tanto che il sistema sarà in prossimità del pieno utilizzo dei fattori produttivi.

D’altra parte, che non vi sia una relazione automatica tra quantità di moneta e prezzi lo si può desumere dal seguente grafico, in cui sono rappresentati oltre alla quantità di moneta M1 (circolante e depositi a vista) il prodotto interno lordo reale (GDP) e i prezzi (deflatore del pil) degli Stati Uniti dal 1960 al 2012.


Come si vede, l’aumento della quantità di moneta (linea rossa) si accompagna in maniera significativa alla crescita del pil  (linea blu) assai più che all’aumento dei prezzi (linea verde).

Ma consapevolmente – con l’introduzione dell’euro – alla BCE  viene impedito di finanziare i deficit pubblici. Alla BCE viene impedito il ruolo di prestatore di ultima istanza, tipico di tutte le banche centrali. Il settore pubblico – nell’attuale modus operandi del sistema europeo –  deve finanziare i propri deficit prevalentemente con l’indebitamento. E, come un soggetto privato, lo Stato può fallire (Grecia). Ma è evidente che una simile impostazione non ha nulla a che fare con le regole di una sana economia, ma molto con il taglio ideologico e politico, volto a ridimensionare l’intervento pubblico, per evitare che un calo della disoccupazione sposti troppo i rapporti di forza dalle imprese ai lavoratori (contenendo in tal modo le dinamiche salariali).

In realtà, l’intervento pubblico aumentando la domanda si auto-finanzia. Infatti la spesa pubblica, innalzando i redditi del settore privato, genera le entrate fiscali necessarie per ripagare il debito (ammesso che debba essere totalmente finanziato). Come lo stesso FMI è stato costretto a riconoscere, la spesa pubblica ha un moltiplicatore superiore ad uno. Per l’Italia[1] il moltiplicatore della domanda autonoma (investimenti, domanda pubblica ed export) è di circa 1,5. Ciò vuol dire che un euro di spesa accresce il pil di un euro e mezzo, creando le risorse utili per ripagare il debito pubblico.

Si sostiene, talvolta, che l’intervento pubblico sottragga risparmio al settore privato, provocando uno spiazzamento delle imprese nell’accesso al credito. Ciò potrebbe essere vero se gli investimenti fossero in grado di assorbire il risparmio disponibile. Ma con una propensione media al consumo del 60%, le risorse disponibili (ovvero il restante 40%) sono sovrabbondanti rispetto agli investimenti (pari al 17,5%, nel 2012). L’intervento pubblico mette quindi in circolo risorse che resterebbero inutilizzate, innalzando la domanda effettiva, il reddito e l’occupazione del paese.

Vi sono quindi buone ragioni affinché lo Stato possa spendere più di quanto incassi, specialmente in situazioni come quelle attuali in cui vi è una estesa disoccupazione.

Ma per quelli come Porro che pretendono il pareggio di bilancio (ora e subito, non nel lungo periodo) direi … magari ci fosse!

Dal 1992 abbiamo i surplus primari di bilancio. Ovvero il prelievo del settore pubblico, in termini di imposte e contributi, è maggiore di quanto ritorna al settore privato in termini di servizi, stipendi, pensioni, acquisti e investimenti. Nel 2012, le uscite al netto degli interessi sono state inferiori alle entrate di quasi 40 miliardi! Quanto agli interessi (87,3 miliardi), sono trasferimenti di reddito che per oltre l’80% affluiscono al settore finanziario interno od estero e che per lo più non contribuiscono alla crescita del pil. E’ una rendita  la cui entità è stata lasciata, per impostazione ideologica, ai mercati finanziari. Infatti, sarebbe del tutto logico attendersi che l’autorità monetaria acquisti i titoli pubblici a tassi di interesse coerenti con gli obiettivi di politica economica. Se così non è, si deve dire grazie ai liberisti e alle loro ideologie. E questi sono i  risultati fallimentari delle loro politiche: debito pubblico oltre il 130%, economia depressa da almeno un ventennio e disoccupazione al 12%.



[1] Utilizzando l’equazione del reddito Y = C + I + X-M +G
ove C = aY ed M = mY
si ha (1-a+m)Y = I + X + G
e quindi  Y = (1/1-a+m) *(I+X+G)
con il moltiplicatore dato da (1/1-a+m).
Nel 2012 i consumi deflazionati delle famiglie erano il 58,9%  del pil e le importazioni il 26,9. 
Da [1/(1-0,589+0,269)] si ottiene 1,47.

martedì 8 ottobre 2013

FMI, Previsioni Pil 2013-14



Se non ci fosse stato l'euro chissà dove sarebbe finito il debito ...!

E' quanto ha detto Franceschini, ministro del governo Letta, nel tentativo di "terrorizzare" i telespettatori di Piazza Pulita, talk show di La7.

Poiché non è possibile sapere cosa sarebbe successo, incominciamo a vedere che cosa è  realmente avvenuto. 

Tra il 2002 e il 2013 il debito pubblico è passato dal 105,4 al 133% del pil.

Poiché in questo periodo abbiamo avuto un avanzo primario cumulato di 230 miliardi, possiamo supporre che con questa classe politica l'impostazione economica non sarebbe stata molto diversa da quella che è stata realizzata; con annesse spese allegre dei consiglieri regionali (dalla Regione Lazio alla Lombardia) e i deficit accollati ai contribuenti grazie alle bad company (Alitalia).

E gli interessi sul debito? Sarebbero esplosi, diranno i sostenitori senza se e senza ma dell'euro. Un'altra affermazione che non ha possibilità di riscontro. Mentre è certo che  sono stati pagati, sotto l'ombrello dell'euro, 820 miliardi. A cui si aggiungono gli oltre 50 miliardi che abbiamo dato ai fondi salva-Stato costituiti in ambito euro. Totale 870 miliardi.

E' certo inoltre che i tassi medi sui titoli pubblici con scadenza superiore ad un anno sono balzati da un minimo del 2,9 (giugno 2005) ad un massimo del 6,8% (novembre 2011). Il tasso medio del periodo 2002-2013 è stato del 4%. Depurato dell'inflazione, il tasso di interesse reale è stato dell'1,8 contro una crescita media annua del pil reale negativa dello 0,2%. Gli oneri finanziari effettivi hanno quindi pesato per il 2%.

Non sapremo cosa sarebbe successo se fossimo restati fuori. Ma possiamo vedere cosa è successo alla Gran Bretagna che, come noi, è stata costretta ad uscire dallo SME nel 1992.




Come si vede dal grafico, già prima dell'entrata dell'euro i tassi italiani erano più o meno eguali a quelli inglesi. Si può quindi ritenere che questo confronto non sia del tutto campato in aria.

L'Italia, dopo l'introduzione dell'euro, ha in effetti un vantaggio rispetto al Regno Unito, pari all'area compresa tra le due linee dei tassi evidenziata dall'ovale giallo.

Con lo scoppio della crisi, i tassi inglesi scendono (per una precisa decisione di politica monetaria), mentre quelli italiani - come è noto - aumentano. L'area tra le due linee di tassi a vantaggio del Regno Unito (evidenziata dal cerchio verde)  è però notevolmente più grande dell'area a favore dell'Italia (prima della crisi).

Ora, non è certo che avremmo avuto gli stessi tassi inglesi, ma con la sovranità monetaria nelle mani della Banca d'Italia sarebbe stato possibile prendere le stesse decisioni della Bank of England (riduzione di tassi e acquisto incondizionato di titoli di Stato). Avremmo evitato l'ossessione dello spread e una crisi economica che per l'Italia si è rivelata peggiore di quella del '29. E probabilmente il debito sarebbe stato inferiore.

domenica 6 ottobre 2013

A&G vivono in un altro mondo

La Cassa integrazione, ad esempio, è un ostacolo alla riorganizzazione delle risorse: mantiene i lavoratori legati a un’impresa, anche se questa non riaprirà più, e nel frattempo non li incentiva a cercare lavoro in un’azienda più dinamica. 

Questo è ciò che si può leggere sull'editoriale di oggi del Corriere ad opera del duo Alesina e Giavazzi.

Mi piacerebbe sapere dove vivono questi liberisti della domenica. Se esistono aziende più dinamiche, non è detto che abbiano bisogno di aumentare l'occupazione. E se anche avessero necessità di accrescere la base produttiva, non mancherebbero certo le persone disposte a lavorare, con un tasso di disoccupazione del 12%, e quindi - in questo contesto - incentivati o meno i cassintegrati avrebbero le stesse difficoltà degli altri che sono senza lavoro.

Sono d'accordo che, in determinati casi (non in assoluto e sempre, come sostengono A&G), potrebbe essere utile
sostituirla con sussidi alla disoccupazione basati su incentivi a cercare attivamente lavoro.
Ma se ciò può alleviare le difficoltà delle persone in cerca di un lavoro (attualmente prive di un sussidio; mentre dubito che questo sarebbe maggiore rispetto alla CIG), il problema della disoccupazione non viene risolto in questo modo. 

Solo quando si prenderà atto che il settore privato in questo momento non ha convenienza ad assicurare un livello di occupazione soddisfacente (non dico di piena occupazione), solo allora forse ci si renderà conto che vi è solo un altro soggetto che può avere interesse ad ottenere il maggior benessere possibile per i cittadini: lo Stato. Solo l'intervento pubblico può innalzare la domanda effettiva in misura tale da ridurre significativamente la disoccupazione. I sussidi di disoccupazione vanno benissimo. Meglio sarebbe se, direttamente o indirettamente, si riuscisse a mettere  al lavoro tre milioni di persone. 

Quello che i liberisti non vogliono comprendere

Questa mattina Nicola Rossi, al programma televisivo Omnibus di La7, rispondendo a Riccardo Realfonzo, che chiedeva di abbandonare le fallimentari politiche di austerità attuate in Europa, ha riproposto i classici luoghi comuni dei montiani, dei bocconiani e dei liberisti: 
a) un euro è speso meglio dal settore privato piuttosto che dal ministero del Tesoro
b) la spesa pubblica deve essere tagliata perché è inefficiente.

Quello che i mercatisti  non comprendono, o fanno finta di non comprendere, è che anche ammesso che l’euro speso dal settore privato sia meglio di quello speso dal Tesoro, la spesa pubblica è una domanda al settore privato: è reddito che entra nelle tasche del settore privato. Gli stipendi dei lavoratori pubblici, le pensioni e i pochi sussidi per le persone in difficoltà, vengono anch'essi spesi e si traducono in consumi, ovvero in vendite effettuate dalle imprese. Gli acquisti di beni e servizi per il funzionamento della pubblica amministrazione, non sono altro che una domanda rivolta alle imprese. Gli investimenti pubblici che si esplicano in opere infrastrutturali (scuole, ospedali, strade, ecc.) non sono altro che redditi che si riversano al settore privato, sia direttamente mediante il pagamento degli stipendi e dei profitti delle imprese chiamate a realizzare gli investimenti pubblici, sia indirettamente mediante gli acquisti dei materiali necessari per la realizzazione delle opere (e quindi pagano  i salari e i profitti delle imprese del settore privato che sono coinvolte). La spesa pubblica consente al settore privato di avere un euro in più da spendere!

In Italia la spesa pubblica è inefficiente? I servizi pubblici sono scadenti? Verissimo. Ma da quando tagliandoli, si migliorano? Non è tagliando i fondi per i servizi o gli stipendi al personale che si migliorerà la qualità della spesa pubblica. Anzi. In questi anni, gli stipendi pubblici sono stati tagliati (si vedano i post di ieri e del 29 luglio scorso). Gli investimenti pure. Eppure non è migliorata. La qualità può migliorare solo cambiando le logiche e i metodi che presiedono alla gestione della pubblica amministrazione. E cambiando le persone, se inaffidabili, incapaci o peggio corrotte.

Come ha ricordato, ahimè inascoltato, Realfonzo la spesa pubblica in Italia è fin troppo bassa. Includendo gli interessi passivi - che non sono altro che un trasferimento di denaro da una categoria sociale (i contribuenti onesti)  ad un'altra (per oltre l’80% il sistema finanziario interno od estero) – la spesa pubblica procapite italiana è inferiore a quella tedesca, olandese, austriaca e finlandese (tutti paesi che non si sa a quale titolo si permettono di dare lezioni sui conti pubblici).

Spesa pubblica per abitante 2011. Fonte: Istat



Se la spesa pubblica è inefficiente, la si migliori. Ma tagliarla significa solo tagliare e comprimere ulteriormente la domanda del settore privato. E in una situazione in cui vi è il 12% delle persone che non riesce a trovare un lavoro è solo una immane sciocchezza.


Aggiornamento delle 17:00
A corredo delle risposte date nei commenti allego il seguente grafico che mette in relazione la spesa pubblica procapite con il pil procapite espresso in parità di poteri d'acquisto (PPA). E' evidente che più è elevata la spesa pubblica per abitante, maggiore è il contributo dato al reddito individuale (si noti che l'R2 assume un valore superiore all'85%). Qualora la spesa pubblica italiana fosse portata allo stesso livello procapite della Germania, avremmo un potenziale di spesa di oltre 80 miliardi di euro, pari al 5% del pil. 

Fonte: Eurostat.



sabato 5 ottobre 2013

Gustavo Piga: il Paese ha bisogno di un vero Ministro del Tesoro e di un vero Governo

Non solo le previsioni successive al 2014 espresse dall'aggiornamento del DEF  sono - come dicevo nel post del 21 settembre scorso - prive di alcun fondamento, ma non si esita ad assumere da parte del ministro del Tesoro del governo Letta ipotesi del tutto arbitrarie circa l'evoluzione futura dei tassi di interessi sui titoli pubblici.
Ecco le considerazioni di Gustavo Piga.