domenica 29 settembre 2013

sabato 28 settembre 2013

La criminale austerità

Il Sole 24 Ore di oggi pubblica la traduzione di due post di Paul Krugman, tratti dal suo blog "La Coscienza di un Liberal", dedicati alle conseguenze delle politiche di austerità in Europa.

Mentre Gustavo Piga, anche lui ospite del quotidiano della Confindustria, analizza l'aggiornamento del DEF e spiega perché il governo Letta è più austero di quello di Monti.

In compenso potete farvi un'idea di come hanno reagito negli Usa, anche semplicemente con i buoni pasto (che i repubblicani vogliono tagliare, ma contemporaneamente - in nome del libero mercato e del non intervento dello Stato - sono favorevoli ad un aumento dei sussidi agli agricoltori). Ancora una volta grazie a Paul Krugman,  che parla di welfare e dei relativi luoghi comuni smentiti dai fatti.

venerdì 27 settembre 2013

Quando le destre negli Usa e in Italia si assomigliano

Paul Krugman riferisce dell'atteggiamento irresponsabile dei repubblicani verso la riforma sanitaria di Obama, disposti a bloccare l'attività governativa pur di non attuare una legge regolarmente approvata.
E dell'atteggiamento tenuto dai mezzi di informazione e dai presunti commentatori "indipendenti".

Non  vi sfuggiranno alcune analogie con quanto avviene in Italia.

lunedì 23 settembre 2013

Il nuovo monito di Emiliano Brancaccio e Riccardo Realfonzo (e di altri economisti) sulle politiche di austerità e sulle "riforme strutturali" per uscire dalla crisi  ... o dall'euro.

domenica 22 settembre 2013

La politica di bilancio del governo Letta per il 2014 (anche se non ci sarà più).

Fonte: Elaborazioni su dati MEF

La politica di bilancio per il prossimo anno che emerge dall’aggiornamento del DEF (Documento di Economia e Finanza),  effettuato dal ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni, prevede un aumento delle entrate tributarie di 18 miliardi a fronte di una crescita della spesa pubblica di 4,5.


Come una manovra del genere possa essere espansiva per i redditi delle famiglie e delle imprese resta un mistero.

Al netto degli interessi sul debito, previsti in crescita di 2,1 miliardi rispetto agli 83,9 preventivati per quest’anno, la spesa pubblica aumenterà di 2,4 miliardi, quale saldo tra una crescita della spesa corrente al netto degli interessi di 7,9 e un calo della spesa in c/capitale di 5,5 miliardi (salvo gli investimenti fissi che dovrebbero aumentare di 700 milioni di euro, ovvero pari allo 0,04% del pil).

La crescita della spesa corrente al netto degli interessi è sostanzialmente riconducibile ad un aumento delle prestazioni sociali (prevalentemente pensioni) di 9,6 miliardi, mentre gli acquisti di beni e servizi dovrebbero aumentare solo di 500 milioni di euro, ovvero dell’1,2% innanzi ad una crescita del deflatore del pil dell’1,9. In termini reali, la domanda pubblica alle imprese di beni e servizi dovrebbe scendere dello 0,7%.

Scenderanno anche i redditi pagati ai dipendenti pubblici, di 2,2 miliardi, segnando una contrazione sul 2013 dell’1,4% in termini nominali. Innanzi ad un aumento dei prezzi al consumo indicato dal DEF al 2,1%, la riduzione effettiva dei redditi sarà del 3,4%.

Nel complesso la spesa pubblica al netto degli interessi diminuirà in termini deflazionati dell’1,5%.

Viceversa, la pressione fiscale secondo il Tesoro scenderà dal 44,3 al 44,2%, ma solo grazie all’ipotesi di un aumento del pil nominale di quasi il 3%. Di fatto avremo un aumento delle entrate di origine fiscale del 2,6% e dello 0,7 in termini reali.

Dei 18 miliardi di aumento, 11 arriveranno dalle imposte indirette (aumento dell’iva e delle immancabili accise), notoriamente regressive. Oltre il 60% della manovra fiscale ricadrà quindi sui redditi più bassi. Ma non è finita.

Altri 6,1 miliardi arriveranno dalle imposte dirette (addizionali irpef degli enti locali, per lo più anch’esse a carico dei redditi medio-bassi?) e 3 miliardi dai contributi sociali pagati dalle imprese e dai lavoratori.

Diminuiranno invece le imposte sui capitali di 2,3 miliardi rispetto ai 3,2 riscossi quest’anno (-71%). A chi dobbiamo questo generoso regalo?

La combinazione di un aumento delle entrate fiscali in termini reali con il calo effettivo della spesa pubblica al netto degli interessi avrà un impatto negativo sul pil dell’1%.

Il settore privato riuscirà ad invertire questa prospettiva e a generare una crescita dell’1% per il prossimo anno? 

E' lecito più di un dubbio.  

sabato 21 settembre 2013

Il governo Letta prosegue sugli sbagli di Monti

Un anno fa, il governo Monti assicurava che le sue manovre di politica economica avrebbero fatto scendere il pil nel 2013 solo dello 0,2%. Oggi il governo Letta è costretto ad ammettere che scenderà dell’1,7%.

Grazie alle sue rigorose politiche di bilancio, Monti sosteneva che il rapporto debito/pil sarebbe stato pari al 127%. Oggi Letta deve prendere atto che sarà il 133%.

Nonostante sia evidente che le politiche di austerità non facciano crescere l’economia e non fermino il debito, il governo Letta di fatto prosegue sulla stessa strada intrapresa da Monti e ci dice che nel 2014 il pil crescerà dell’1% e che il debito pubblico sarà solo 0,2 punti in più di quest’anno.

Intanto, la media delle previsioni  del pil 2014 risulta già inferiore del 40%, ossia si prevede che il pil possa aumentare dello 0,6 anziché dell’1%. Quanto al debito, se avranno ragione gli altri operatori (il governo nel 2012  non ha “previsto” una caduta del pil di almeno 8 volte superiore!), sarà assai di più del 133,2% previsto dal governo Letta.

Le previsioni successive al 2014? Non hanno alcun fondamento e non sono molto diverse dai numeri al lotto.

mercoledì 18 settembre 2013

Usa: 15% di poveri; 48 milioni senza copertura sanitaria

Fonte: Elaborazioni su dati US Census Bureau


Dal 2007,  anno in cui si può far iniziare la crisi, al 2012  il reddito mediano degli americani è sceso dell’8,3% in termini reali.

Per i bianchi non ispanici, il reddito mediano è sceso del 6,3%. Il loro reddito è comunque dell’11,7% superiore al reddito mediano nazionale (era il 9,3 nel 2007).

Per i neri, il reddito mediano nei cinque anni considerati è sceso dell’11,3% e rappresenta poco più del 65% del reddito mediano nazionale (il 67,5 nel 2007).

Per gli asiatici, il reddito è calato leggermente meno che per i bianchi (-6,2), ma soprattutto è del 34,5% superiore a quello mediano nazionale (31,6 nel 2007).

Per gli ispanici, il reddito è diminuito dell’8,9% ed è pari al 76,5% di quello mediano nazionale (77% cinque anni prima).

In termini di classi di reddito, secondo l’US Census Bureau, il 5% più ricco è riuscito a mantenere i suoi guadagni in termini reali, mentre il 20% più povero ha subito una decurtazione reale del 10,2%.

La “fetta di torta” andata al 20% più ricco è passata dal 49,7 al 51% del reddito  nazionale. Tra questi, il 5% più ricco incrementa la propria quota dal 21,2 al 22,3% Ne hanno fatto le spese il 20% più povero, che si è visto sottrarre 0,2 punti percentuali di reddito e le fasce mediane (quelle incluse tra il 20 e l’80%) che devono rinunciare complessivamente a 1,2 punti percentuali.

L’indice del Gini, che nella circostanza misura la disuguaglianza della distribuzione dei redditi, variando da zero (perfetta equidistribuzione = tutti hanno lo stesso reddito)  ad uno (uno solo detiene tutti i redditi),  è aumentato in termini percentuali dal 46,3 al 47,7% nei cinque anni considerati.




I poveri

L’US Census Bureau calcola in 46,5 milioni le persone sotto la soglia della povertà, ovvero  il 15% degli americani. Dal 2007, quando erano il 12,5%,  sono aumentate del 24,7%.

Dei 46,5 milioni di poveri, il 40,7% sono bianchi; il 29,3 sono ispanici; il 23,5 sono neri e il 4,1 sono asiatici.

La povertà tra i bianchi è al 9,7% (8,2 nel 2007) ed è aumentata negli ultimi cinque anni di oltre il 18%.

Più di un ispanico su quattro è sotto la soglia della povertà (oltre uno su cinque nel 2007), con un aumento del 37,7%.

La povertà tra i neri è arrivata al 27,2% (24,5 nel 2007), in aumento del 18,1% rispetto a cinque anni prima.


La copertura sanitaria

Dei 311 milioni di americani, solo 263 hanno la copertura sanitaria (84,6%). Il restante 15,4%, ovvero 48 milioni di persone, ne sono sprovvisti (dal 2007, sono aumentate dell’8,8%).

Le imprese coprono i ¾ degli americani che godono dell’assistenza sanitaria e un altro 11,6% vi provvede personalmente con assicurazioni private.

La copertura governativa si estende  su meno di 1/3 degli americani e si sovrappone talvolta a quella privata. Dal 2007 ha esteso la copertura ad altre 18,3 milioni di persone (+22,1%).

Delle 48 milioni di persone prive di una copertura assicurativa 21,6 sono bianchi (il 45%), 15,5 sono ispanici (32,3%) , 7,6 sono neri (15,8%) e 2,5 sono asiatici (5,2%).  

I bianchi privi di copertura sono oltre l’11% della relativa popolazione (erano il 10% nel 2007).

Sono più del 29% gli ispanici che non ha un’assicurazione sanitaria, in calo rispetto al 31,5 del 2007.

Infine i neri privi di copertura sanitaria sono il 19% (18,6 nel 2007). 

venerdì 13 settembre 2013

Krugman: la Francia (il primo paese europeo prossimo venturo) e le politiche di Olli Rehn

Il Sole 24 Ore ha tradotto due interventi, pubblicati dall'economista americano sul suo blog,  dedicati alla Francia.

In uno di essi vi è anche un grafico, qui riprodotto, che proietta il superamento della Germania ad opera della Francia, che si rifletterà - fermo restando il rapporto tra il pil procapite dei due paesi - anche sul lato economico.  

mercoledì 11 settembre 2013

Nel 2012 l'1% degli americani ha riscosso il 19% dei redditi

Fonte: The World Top Incomes Database

Nel 2012, negli Stati Uniti il reddito medio del 90% degli americani è diminuito dello 0,1%. Per il restante 10% è cresciuto del 6,2%. Ancora meglio è andata all’1% più ricco. Per loro i redditi sono cresciuti del 13,9%. Se poi si è veramente ricchi, ma molto ricchi, tanto da rappresentare lo 0,1% degli americani, i redditi sono cresciuti del 23%.

Negli ultimi dieci anni, il 90% degli americani ha visto ridursi il proprio reddito del 10,7%. Molto meglio è andato al restante 10%, che può godere di un aumento del 12,9 che sale al 28,1 per l’1% più ricco. I ricchissimi, lo 0,1% degli americani, è riuscito ad aumentare gli incassi del 47,6%.


In termini di quote percentuali, l’1% più ricco si è assicurato oltre il 19% del reddito distribuito. Di questo, il 9% confluisce allo 0,1% ancora più ricco . Si noti che sono livelli simili a quelli che hanno preceduto la crisi del ’29.


Se invece consideriamo il rapporto tra il reddito dello 0,1% più ricco con quello 90% degli americani, superiore a 150 volte, vengono lasciati indietro pure i picchi antecedenti alla crisi della Grande Depressione (137 volte).


Dire che i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri è tutto fuorché uno slogan.



Aggiornamento del 12 settembre 2013 - ore 19.45

The rich get richer



Il grafico, preso da The Economist, riporta le variazioni % reali dei redditi relativi all'1% più ricco e al restante 99%, nonché per il 90% degli americani, suddivisi per alcuni cicli economici (dalla Grande Depressione del '29  all'ultima crisi finanziaria del 2007). Si noti che nei periodi di crisi, l'1% più ricco subisce sempre la perdita più consistente, ma recupera quanto perso (e talvolta anche di più) ad ogni successiva espansione. Il recupero avviene anche per il restante 99 e 90%, tranne che per l'ultima crisi. 

Come dice anche il settimanale britannico, i ricchi sono diventati più ricchi. E gli altri, che pure hanno visto decurtati i loro redditi nella crisi finanziaria del 2007, la ripresa non l'hanno nemmeno vista, dato che il 95% dell'aumento del reddito nazionale è andato ad esclusivo appannaggio dell'1% più facoltoso.  

martedì 10 settembre 2013

Meno male che la recessione è finita!



I grafici che seguono riportano il saldo delle risposte degli imprenditori che prevedono di assumere o tagliare i posti di lavoro nel quarto trimestre 2013:

- in Asia

Asia-Pacific_chartbuilder


- nelle Americhe

Americas-Americas_chartbuilder (1)


- in Europa
asdf-Europe_chartbuilder


In Italia gli imprenditori che intendono ridurre l'occupazione superano del 13% quelli che dicono di volerla aumentare. Rappresenta la peggiore variazione non solo in Europa (quasi il doppio della Spagna), ma  anche tra tutti i paesi qui considerati .

Anziché ammettere che occorrono politiche economiche attive per la crescita dei redditi e della domanda, a sostegno dell'occupazione, si preferisce continuare a ripetere che ci sono "segnali di ripresa".  Fumo. 

Fumo gettato negli occhi, affinché non si veda la loro criminale gestione della crisi.

domenica 8 settembre 2013

A&G: gli obiettivi raggiunti a loro insaputa (e non è quindi necessario tagliare la spesa pubblica di 50 miliardi)

Dall'intervento del duo Alesina&Giavazzi sul Corriere di ieri si può leggere
avviando una riduzione graduale ma certa della spesa, che liberi, entro un triennio, 50 miliardi da destinare al taglio delle tasse sul lavoro: quanto serve per condurre il nostro cuneo fiscale (la differenza fra la busta paga del lavoratore e il costo per l'impresa) al livello tedesco.
Peccato che lo stesso giorno venisse pubblicato su Il Sole 24 Ore (p. 7) un grafico che riportava il peso della tassazione sul costo del lavoro in cui - secondo  i dati dell'Ocse - in Italia sarebbe del 47,6% contro il 49,8 della Germania.


Indubbiamente il peso sui redditi da lavoro non è basso, anzi. Ma è fenomenale che due "apprezzati" economisti non sappiano che l'incidenza fiscale su cui chiedono di intervenire sia già inferiore a quella tedesca e che pertanto "condurre il nostro cuneo fiscale (...) al livello tedesco" suoni piuttosto come  ... una minaccia. 

Di seguito la versione estesa dei dati Ocse:

Mentre su La Stampa di oggi Francesco Guerrera ritorna sulla balla di una tassazione sulle imprese al 68% (cifra che include i contributi sociali), salvo affermare una riga dopo che la pressione fiscale sui lavoratori (che include ovviamente anche i contributi sociali) è al 42% (c'è qualcuno che offre di più?), aggiungendo:"il doppio dell'Inghilterra" (che come si è visto non è al 21%).

Ecco come viene fatta l'informazione: à la carte (per chi non conosce il francese, a la caz..). I contributi sociali vanno bene sia per determinare la pressione fiscale sulle imprese che sui lavoratori. Il prelievo è unico, ma lo si conta due volte, a seconda della convenienza del momento.

E queste sarebbero le persone serie che pretendono di dare consigli di politica economica?


Aggiornamento del 24 settembre 2013

Il duo A&G ritorna oggi sul Corriere sostenendo che potrebbe essere tagliati 50 miliardi di spesa pubblica se si riduce il cuneo fiscale per un importo analogo, con l'idea di portarci sullo stesso livello della Germania.
 Il ministro del Lavoro Giovannini punta a una riduzione del cuneo fiscale (la differenza tra ciò che paga l'impresa e quanto va in tasca ai dipendenti) di 5 miliardi: ne servono 50 per portarlo al livello tedesco.
Un governo che avesse il coraggio delle proprie convinzioni, anziché rincorrere il 3% con aumenti di tasse, proporrebbe a Bruxelles una riduzione immediata della pressione fiscale di 50 miliardi, accompagnata da tagli corrispondenti, ma graduali della spesa, e riforme coraggiose da attuare nell'arco di un triennio. Il deficit supererebbe per un paio d'anni il 3%, come in Francia. Torneremmo sotto la sorveglianza europea, una ragione in più per garantire che tagli e riforme vengano davvero attuati.
Ma come è possibile scrivere queste idiozie? Come si può dire che il divario italo-tedesco consentirebbe di ridurre gli oneri sociali di 50 miliardi quando già ora quelli tedeschi sono più elevati di quelli italiani di ben 3,2 punti di pil? Con il pil tedesco, per di più, che è quasi del 70% più grande di quello italiano. 


Fonte: Banca d'Italia, Supplemento al Bollettino Statistico.

Inoltre, anche considerando gli oneri sociali per occupato, i tedeschi nel 2012 hanno versato 10.800 euro contro gli 8.763 dell'Italia (il 23,2% in più).

Fenomenale poi l'auspicio di essere commissariati, ovvero di sottrarre alla sovranità popolare l'autodeterminazione nella conduzione della politica economica, così come stabilito dalle regole democratiche che presiedono al governo del paese.

Ci manca solo che scrivano (come qualcuno ripete regolarmente) che  "l'Italia è il paese che amano" e  la cialtroneria è perfetta.