venerdì 30 agosto 2013

Stiglitz 50 anni dopo "I have a dream" di Martin Luther King

Le considerazioni del premio Nobel sulle disuguaglianze economiche e razziali che tuttora persistono negli Stati Uniti.


L'Italia dovrebbe emettere quasi-moneta

Interessante proposta dalle colonne de "Il Sole 24 Ore" di Giorgio La Malfa e PierGiorgio Gawronski: 

l'Europa non potrà continuare a ignorare le lezioni di questi anni. Ma se così non fosse, l'Italia dovrebbe essere pronta a fare da sé. Con ciò intendiamo dire che dovrebbe procedere alla creazione di liquidità interna mediante una emissione di quasi-moneta con la quale rianimare la crescita. Pensiamo a circa 25-30 mld l'anno di spesa pubblica e minori tasse - per un massimo di 100-150 miliardi, con un piano di rientro condizionato - finanziati tramite "titoli pubblici" di piccolo taglio (scadenza 2150, tassi prossimi a zero) ad ampia circolazione in quanto utilizzabili per pagare tasse, bollette, ecc., emessi a fronte di pagamenti della Pa.

Gli auspici per un cambiamento di politica economica e fiscale da parte delle istituzioni comunitarie appaiono di fatto irrealistici, stante gli attuali rapporti di forza.

La proposta di La Malfa e Gawronski ha tuttavia l'indubbio merito di offrire una soluzione che, pur non essendo lacerante come l'uscita dall'euro, offre al nostro paese la possibilità di ritornare a gestire - con tutti i limiti del caso - la politica fiscale e quella "monetaria". Un vero e proprio atto di sfida a Francoforte e Bruxelles. 

L'unico problema è quale governo potrebbe eventualmente realizzarla: non certo il governo Letta.

Sicché finisce per essere un'altra proposta che si potrebbe definire bella e impossibile.

L'uscita dall'euro, per quanto traumatica, è probabile che sia assunta solo dopo aver preso amaramente atto che ogni altra strada è sbarrata. Ovvero, quando i danni sono diventati diffusi, insopportabili e irreversibili. Cioè, troppo tardi.

mercoledì 28 agosto 2013

Grecia e Indonesia, due crisi a confronto




Il grafico è preso dal blog di Paul Krugman e mette a raffronto la crisi che ha coinvolto l'Indonesia dopo il 1997 e la Grecia (dal 2007), con gli ultimi anni costruiti sulle ipotesi di ripresa ipotizzate dal Fmi per l'economia ellenica. 

Se queste previsioni si dovessero realizzare (e al Fmi hanno già ammesso di aver sbagliato le previsioni relative agli anni in cui  sono state imposte al governo greco le politiche di austerità),  se queste previsioni si dovessero realizzare - dicevo - il pil della Grecia a dieci anni dall'inizio della crisi sarebbe ancora del 15% inferiore a quello del 2007.

E' invece certo che il pil ellenico quest'anno sarà di oltre il 20% più basso rispetto a sei anni fa.

sabato 24 agosto 2013

Il federalismo all'italiana e la matematica di Repubblica

La CGIA di Mestre ha pubblicato uno studio secondo cui la spesa pubblica è cresciuta dal 1997 ad oggi del 68,7% e individua tale incremento nel modo in cui è stato realizzato il “federalismo all’italiana”.


L’atto di accusa dell’associazione degli artigiani e delle piccole imprese è fondato. Limitandoci al periodo 1997-2012 (loro giungono al 2013 mediante una stima), la spesa pubblica al netto degli interessi è aumentata per il complesso delle amministrazioni pubbliche (AAPP)  del 65,8%. Tuttavia questo è un incremento che incorpora l’aumento dei prezzi per i beni e i servizi acquistati dalle AAPP. Nello stesso periodo l’inflazione è stata del 39,5%, sicché la crescita reale della spesa pubblica è stata del 18,9 (ovvero dell’1,2% annuo).

Ma chi ha contribuito a questo aumento (nemmeno tanto eccezionale)? L’Istat fornisce una suddivisione dei conti pubblici tra amministrazioni centrali, locali ed enti di previdenza.

Le amministrazioni centrali hanno aumentato la spesa del 46,8%, ovvero del 5,2% in termini deflazionati, nell’arco di 15 anni (+0,3% annuo).

Gli enti di previdenza del 59,2  che scendono al 14,1% al netto della crescita dei prezzi (ovvero dello 0,9 annuo). Per di più, le prestazioni pensionistiche sono strettamente connesse all’invecchiamento della popolazione (gli ultra 65enni sono aumentati tra il 1997 e il 2011 del 26,9%), sicché la variazione procapite reale è in realtà diminuita nel periodo considerato di almeno il 10%.

Abbiamo infine le amministrazioni locali, le quali hanno accresciuto la spesa del 72,6% e del 23,7 al netto dell’inflazione (+1,4 all’anno). Se andiamo a vedere in dettaglio le  voci di spesa, al contrario di quanto si potrebbe pensare, i redditi dei lavoratori pubblici delle amministrazioni locali sono aumentati meno dell’inflazione (37,5 contro 39,5), sicché in termini reali sono scesi dell’1,4% rispetto al 1997. Sono invece più che raddoppiati gli acquisti di beni e servizi richiesti al mercato (ovvero alle imprese e a taluni “consulenti”). Una volta che sono stati deflazionati la crescita supera il 50%. Ed è difficile non pensare che in questi “acquisti” e “servizi” non vi siano sprechi e altri fenomeni di malaffare che impattano sui conti  pubblici. Ma questo è il risultato del “federalismo all’italiana”, come dice la CGIA di Mestre.

Vediamo come questo studio viene presentato dal sito di Repubblica:



L’accento viene spostato sull’aumento della spesa pubblica, lasciando intendere che è eccessiva e deve essere tagliata (vi lascio immaginare l’impatto sulla domanda e sull’occupazione).

Vorrei invece farvi notare la perla di questi giornalisti “economici” (nel senso che valgono poco): 

“Come si è arrivati ad indebitarsi per un valore pari a 130 volte il proprio prodotto interno lordo?”.


130 volte?
Non sanno distinguere il 130% da 130 volte?
Il 130% vuol dire 1,3 volte il pil non 130 volte!

Così è se vi pare (ma  per i "giornalisti" la matematica è un’opinione).

giovedì 22 agosto 2013

Le garanzie offerte dal governo Letta ai prestiti dubbi del sistema bancario. Come accollare ai conti pubblici le perdite del settore privato. Un articolo di Luigi Zingales. 

venerdì 16 agosto 2013

Gli investimenti finanziari in oro permangono deboli

Fonte: Elaborazioni su dati WGC

L’offerta di oro nel primo semestre di quest’anno è scesa del 3,8% rispetto allo stesso periodo del 2012, a causa soprattutto del crollo dell’offerta di oro riciclato (-12,9), mentre la produzione mineraria è aumentata dell’1,4%.

Nonostante la flessione dell’offerta, il prezzo dell’oro è sceso dai 1.600 $/oz. del giugno dell’anno scorso a meno di 1.200 $ (-25,4%) per il calo ancor più consistente della domanda (-11,3%), determinando un eccesso di offerta di oltre 200 tonnellate, ovvero dell’11%.


Il calo della domanda  è da ricondursi agli acquisti per scopo di investimento, praticamente dimezzati rispetto ai primi sei mesi del 2012 (-46,5%) ed in particolare agli ETF specializzati nel metallo giallo, che da acquirenti netti sono diventati venditori netti per ben 580 tonnellate.

Ma se gli investitori di breve periodo hanno alimentato la caduta dei prezzi, gli investitori di lungo periodo hanno colto l’occasione per accumulare monete e lingotti (gli acquisti sono aumentati del 45%).

Agli investitori di lungo periodo si sono accodate le banche centrali, sebbene i loro acquisti siano risultati del 35% inferiori rispetto al primo semestre del 2012. I maggiori acquirenti sono stati la Turchia (quasi 82 tonnellate), la Russia (38,7 tonn.)  e la Corea (20 tonn.)

Il calo dei prezzi ha stimolato il settore della gioielleria, favorendo un aumento della domanda della preziosa materia prima del 23,6%.

La domanda di oro per uso industriale e odontoiatrico resta invece debole e insensibile all’andamento dei prezzi (-1,4%). 


Negli ultimi giorni, il prezzo dell’oro è ritornato sopra i 1.300 $, ma rimane quasi del 20% inferiore alle quotazioni di dodici mesi fa.

Nello stesso periodo, l’indice S&P500 è aumentato per più del 18%, mentre i prezzi delle case così come misurati dall’indice S&P/Case-Shiller sono tornati a crescere (+12,2%).

In un orizzonte di lungo periodo,  l’oro ha permesso un ritorno medio annuo nell'ultimo decennio del 14% contro il 5% del mercato azionario americano e l’1,1% dei valori immobiliari. Chi avesse acquistato nel luglio 2003 i titoli del Tesoro statunitensi e li avesse portati a scadenza avrebbe conseguito un rendimento del 4,5% (oggi offrono un rendimento  di poco superiore al 2,6). L’inflazione media degli ultimi dieci anni negli Usa è stata del 2,4%.

martedì 13 agosto 2013

Quelli che lo spread ...

Che i tassi di interesse non siano strettamente legati all'ammontare del debito pubblico dovrebbe essere noto: in Giappone - secondo il FMI - il rapporto Debito / Pil supera il 245% ed eppure pagano sui titoli pubblici decennali lo 0,75%; meno dei "virtuosi" tedeschi che con un debito di poco superiore all'81% pagano più del doppio (1,67%).

Ma in questi giorni, dopo aver propagandato a piene mani che noi paghiamo alti tassi di interesse perché abbiamo un alto debito pubblico, ci si meraviglia che lo spread scenda, sebbene il debito pubblico raggiunga nuove vette mai esplorate prima. Per i mercatisti è un fenomeno inspiegabile.


Ma se anziché propagandare ideologie si fosse guardata in faccia la realtà, si avrebbe dovuto ammettere che il problema dello spread non era legato al debito pubblico (che continua ad aumentare tranquillamente), ma al rischio percepito dai mercati finanziari circa una possibile dissoluzione dell'euro o - per usare l'espressione della Banca d'Italia - al rischio di ridenominazione del debito sovrano in una valuta diversa da quella dell'euro.

Questo rischio raggiunse il culmine nel novembre 2011. Un mese dopo la BCE rilasciò la prima tranche di liquidità alle banche commerciali europee e replicò l'intervento nel febbraio 2012, per un totale di mille miliardi di euro. Ciò permise al sistema bancario di acquistare i titoli di Stato (ad alto rendimento) pagando la liquidità concessa dalla BCE solamente l'1%. 

Rimane un mistero perché una simile operazione non sia stata fatta direttamente dalla BCE, ma si sia dovuti ricorrere a questo meccanismo di dubbia efficacia e un po' barocco. Infatti, l'effetto si esaurì in pochi mesi.

Nel luglio 2012, Mario Draghi è costretto nuovamente ad intervenire assicurando i mercati che sarà fatto tutto il necessario per evitare la dissoluzione della valuta comune.

E i mercati si tranquillizzano nuovamente. Nel giro di un anno lo spread dei titoli italiani è sceso di 200 punti base (da 480 a 280), nonostante il debito pubblico sia salito dal 125 al 132,5%.

Peccato che tutto questo (e le connesse politiche economiche che hanno impoverito molti paesi del Sud Europa) poteva essere evitato fin dall'inizio, se la BCE avesse garantito che il debito greco sarebbe stato pagato nei tempi e nei modi convenuti. Al più, avrebbe dovuto anticipare 300 miliardi allo Stato ellenico allo stesso tasso riservato alle banche (e non vi sarebbe mai stato il rischio di "ridenominazione").

E invece ... per evitare che la BCE sia a tutti gli effetti una banca centrale, prestatore di ultima istanza, come avviene in tutti i paesi del mondo, si è preferito infierire sulle popolazioni, aumentando le tasse, licenziando i dipendenti pubblici, tagliando i servizi. Pur di ridurre l'intervento dello Stato (la loro vera ossessione) hanno preferito dare mille miliardi alle banche che 300 al ministero del Tesoro greco, allo stesso tasso di interesse.

Non hanno risolto nulla (il debito greco viaggia verso il 175% e quello italiano supererà il 130%), ma avranno la soddisfazione di aver "affamato la bestia". Ma soprattutto avranno aumentato il numero degli affamati.

W l'Europa, W l'euro.


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Emiliano Brancaccio, La Germania dopo le elezioni non cambierà linea.

domenica 11 agosto 2013

L'Autorità per l'Energia: le "liberalizzazioni" non funzionano

Dal sito del "Corriere della Sera":

La concorrenza non funziona. A dieci anni dalla liberalizzazione dell'energia e del gas i prezzi di luce e riscaldamento sul mercato libero sono più alti di quelli del «tutelato». Esattamente del 12,8% per l'energia elettrica e del 2% per il gas. Questa la conclusione a cui è arrivata l'Autorità per l'energia in base a una indagine che ha radiografato i prezzi nel 2011.

venerdì 9 agosto 2013

Bilanci Grandi Imprese 2012: Fatturato +1,1%; Utili +46,6%

Fonte: Elaborazioni su dati MBRES

L’ufficio Studi di Mediobanca ha pubblicato l’annuale rapporto sui bilanci delle maggiori società operanti in Italia, per il periodo che va dal 2003 al 2012.

L’anno scorso il fatturato delle grandi aziende è cresciuto solamente dell’1,1% (+ 7,7 per le imprese pubbliche; - 0,8 per quelle private).

Gli acquisti necessari per espletare l’attività produttiva sono aumentati più del fatturato (+2,8%), ed assorbono mediamente più dell’80%.  

Il valore aggiunto si attesta al 19,4% del fatturato (15,2 per le imprese industriali), in calo del 5% sull’anno precedente.

Il costo del lavoro è diminuito dello 0,7% e pesa il 10,4% del fatturato (9,1 per quelle industriali).

Il margine operativo lordo (Mol), nonostante la riduzione del costo del lavoro, risente della flessione del valore aggiunto  e arretra del 9,5%. Il Mol in rapporto alle vendite scende dal 10,1 al 9% (per le società in utile dal 13,3 all’11,9; per le industriali dal 7 al 6,1).





Gli altri oneri connessi alla gestione sono stati tagliati quasi di ¼. Per le società in utile nell’ultimo decennio il taglio dei costi è arrivato al 78% e al 92,7 per le imprese pubbliche; mentre i risparmi si sono fermati al 7,7% nelle imprese private.

Nonostante la riduzione del Mol, la forte riduzione degli oneri connessi alla gestione aziendale ha consentito una crescita dei profitti lordi del 18,7%, grazie soprattutto alle imprese pubbliche che accrescono gli utili del 75% (le private vedono ridurre i profitti quasi del 20%). In rapporto al fatturato, il Ros passa dal 3,4 al 4% (dal 10,6 all’11,3 per le aziende in utile; dal 6 al 9,7 per quelle pubbliche e dal 2,6 al 2,2 per le private).

Le imposte sul reddito delle 2035 società censite da Mediobanca è mediamente del 43,8%, che scende  a poco oltre il 35% se si tratta di imprese private e industriali e al 25,9 se sono aziende con risultati positivi.

mercoledì 7 agosto 2013

Il commento di Alberto Bagnai sulla ripresa tanto strombazzata dal ministro Saccomanni.

martedì 6 agosto 2013

Lo "strano" modo in cui la Banca Mondiale determina la tassazione sulle imprese

Keynes Blog illustra in maniera ironica l'attendibilità (ovvero l'inattendibilità) di certe statistiche rilasciate dalla Banca Mondiale (WB), e ampiamente riprese dai media nazionali, secondo le quali in Italia le imprese sarebbero tassate al 68%.
Sulle stranezze che ne conseguono, utilizzando i criteri della WB, rinvio all'articolo citato.

Qui aggiungo solo che codeste scempiaggini si ottengono solo considerando gli oneri sociali come una tassazione sui profitti (anziché un componente del costo del lavoro), come ho documentato il 6 luglio e il 6 aprile scorsi e il 14 settembre di un anno fa.