mercoledì 31 luglio 2013

L'Italia anti-keynesiana

All'intervento odierno di Keynes Blog, aggiungo l'introduzione dei contratti a tempo determinato, con il risultato che pur in presenza di una maggiore "liberalizzazione", tanto auspicata dai liberisti della domenica, la disoccupazione non è per nulla diminuita.

Sul grado di flessibilità del mercato del lavoro, si possono vedere i seguenti grafici:


Come si vede, la quota dei giovani assunti con contratti a tempo determinato non solo ha superato il livello dell'Unione Europea, ma tale forma contrattuale è imposta a più di un giovane su due.
Ciò nonostante, la disoccupazione giovanile in Italia supera il 39% (15,7 punti percentuali in più rispetto alla media UE).




Segmento rosso: protezione dal licenziamento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Segmento blu: regolamentazioni per gli occupati a tempo determinato. Segmento giallo: requisiti richiesti per i licenziamenti collettivi


Sul grado di "tutela" dei lavoratori è interessante notare che nonostante i soliti lamenti dei liberisti, sempre pronti ad invocare maggiore flessibilità, in realtà il mercato del lavoro italiano è sostanzialmente analogo a quello tedesco e che per i lavoratori a tempo indeterminato le "protezioni" sono inferiori a quelle vigenti in Germania e in molti altri paesi con cui ci confrontiamo.

Se poi si pensasse che il problema dipenda dal costo del lavoro, si vada a vedere il post del 10 aprile scorso e si scoprirà che il costo orario italiano nel 2012 era quasi dell'11% inferiore a quello tedesco. 

Infine, che il mercato del lavoro risponda perfettamente alle logiche della domanda e dell'offerta lo si può desumere dal grafico seguente, ove emerge chiaramente che le retribuzioni reali calano in corrispondenza di un "eccesso di offerta" (ovvero di disoccupazione). Non si vede quindi dove stiano le rigidità del mercato del lavoro.


Se l'occupazione non cresce, non dipende da presunte rigidità del mercato del lavoro, ma da politiche economiche che deprimono la domanda effettiva. Si torni a far crescere la domanda e l'occupazione tornerà a crescere (se aumentano le vendite delle imprese, attuali e in prospettiva, potranno aumentare i livelli produttivi e con essi - forse - anche i posti di lavoro). 

lunedì 29 luglio 2013

Le politiche liberiste e i tagli alla spesa pubblica

Non c’è giorno che qualche opinionista sui giornali o in tv ci spieghi quanto è brutta la spesa pubblica, che deve essere ridotta, che è l’unico modo in cui si possono ridurre – alternativamente – o le entrate fiscali (troppo alte) o il debito pubblico; e che è il solo modo per rilanciare la crescita.

I raffinati (?) al più ti parlano degli sprechi, che vanno assolutamente tagliati (salvo poi scoprire che si tagliano i posti letto, le risorse per la scuola, la ricerca o altri servizi pubblici; ma chissà come mai gli sprechi e i privilegi restano sempre lì dove sono).

Costoro, tanto i primi quanto i secondi, ignorano il ruolo della spesa pubblica. Non hanno idea (e se l’hanno, è peggio, perché mentono) della funzione fondamentale che la domanda collettiva ha (o potrebbe avere) per attenuare la recessione e favorire la crescita.

Tutti continuano a parlare di spesa pubblica in aumento, pur sapendo (o dovrebbero sapere) che in termini reali – se si escludono gli interessi sul debito – è scesa del 4,6% dalla fine del 2009 al primo trimestre di quest’anno.


Ai fini della determinazione del pil, la domanda pubblica è scesa ancor di più: dall’inizio della crisi, i consumi collettivi e gli investimenti pubblici sono caduti del 5,5%. Ma nonostante l’intervento pubblico sia stato tagliato, il pil è tutt’altro che cresciuto: dal 2007 al 2012 è diminuito del 6,8% (vale a dire che abbiamo perso oltre 100 miliardi nella produzione di beni e servizi; 100 miliardi in meno tra stipendi e profitti).

Proviamo ad immaginare cosa sarebbe successo se – per la gioia dei fanatici liberisti – fosse stato possibile eliminare totalmente la domanda pubblica. Scorporando i consumi collettivi e gli investimenti pubblici, il pil del settore privato sarebbe sceso (come in effetti è sceso) del 7,2% rispetto a cinque anni prima. Sicuramente è una magra consolazione che l’intervento pubblico abbia attenuato la caduta al 6,8; ma il “mercato” avrebbe fatto peggio, non meglio, senza la spesa pubblica.




Ma vediamo più attentamente come è stata gestita la parte pubblica della domanda aggregata.

A parte il 2008 (rimasta invariata, nonostante una caduta del pil del settore privato dell’1,5%) e il 2009 (ove è aumentata dell’1,5 attenuando la caduta del pil privato dal -7,6 al -5,5), la domanda pubblica è scesa sistematicamente. Negli ultimi tre anni sono state attuate le politiche che gli ideologi liberisti – attraverso i giornali e le tv – continuano a ripetere ogni giorno. E dopo tre anni di questa cura, che ha comportato un taglio di 7 punti percentuali, il pil non solo era inferiore del 6,8%  rispetto a cinque anni prima, ma non si era nemmeno mosso dal livello più acuto della crisi conosciuta fino all'anno scorso (per la verità, è ulteriormente sceso dello 0,2%).

Nel 2012, addirittura, nonostante il pil del settore privato scendesse del 2,1%, la domanda pubblica è stata tagliata del 3,3%, aggravando la caduta del pil al 2,4%.


Questi sono i risultati delle politiche liberiste. Ed hanno anche il coraggio di dire che non sono mai state applicate. 

Gli ultimi tre anni sono più che sufficienti (anche se è dal 1992 che abbiamo gli avanzi primari). Tre anni in cui, nonostante la spesa pubblica sia stata tagliata in termini reali,  il debito pubblico è cresciuto da 116,4 al 127%. E quest’anno salirà ad oltre il 130%, con il pil che cadrà dell’1,9 (nuovo punto più acuto della crisi), mentre le politiche liberiste continueranno a tagliare la domanda pubblica per più dell’1,5%.

Nel frattempo, la disoccupazione è aumentata dal 6,1 del 2007  al 10,7% dell’anno scorso e dall’inizio della crisi 967 mila persone hanno perso il lavoro che avevano.

Ma nel 2014 … tutto andrà per il meglio, dice il ministro Saccomanni. Torneremo a crescere. Dello 0,5% (ma c’è che si spinge fino allo 0,7!). La stessa cifra che Monti aveva previsto per quest’anno, mentre ora sappiamo che il pil cadrà dell’1,9.

Se tanto mi dà tanto … prepariamoci per il peggio.

sabato 27 luglio 2013

Banche o Carceri? La politica economica in Italia

Le "mani forti" sulla Borsa.

Una regola molto conosciuta anche da chi non ha mai giocato in borsa recita che bisogna acquistare quando i prezzi sono bassi e vendere quando i prezzi sono alti.

Tuttavia, quasi sempre “i prezzi sono bassi” quando il mercato sta tagliando i valori delle azioni da diversi mesi (se non anni) e alla maggioranza dei “piccoli risparmiatori” sembra che il crollo non debba finire mai, tanto da essere indotti per sfinimento a liberarsi dei titoli in portafoglio, con pesanti perdite. In quel momento entrano in gioco le “mani forti” che acquistano i titoli per un “pezzo di pane”.

Viceversa, “i prezzi sono alti” quando la borsa segna guadagni mese dopo mese, innescando l’avidità dei piccoli risparmiatori – che non volendo essere esclusi dal banchetto – acquistano sull’onda dei rialzi (se le scottature non sono troppo recenti). In quel momento, le “mani forti” esaudiscono i loro desideri e cedono i titoli che hanno in portafoglio e che hanno acquistato quando venivano svenduti. A quel punto, la ruota incomincia a girare nuovamente.

Ma se i piccoli risparmiatori si lasciano prendere dal panico o dall’euforia, le “mani forti” non trasgrediscono (sostanzialmente) mai la regola che dovrebbe guidare gli investimenti azionari.

Il seguente grafico riporta le variazioni annuali dell’indice FTSE-MIB e le variazioni delle posizioni del sistema bancario in azioni e partecipazioni, depurate dall’andamento dei prezzi azionari.


 Notevole è il sincronismo con cui il sistema bancario applica la "regola d'oro". Dalla metà del 2003 alla metà del 2007 e di nuovo tra la metà del 2009 e la metà del 2010 ha ridotto l’esposizione in coincidenza con la crescita del mercato. E' stato invece un acquirente netto quando il mercato ha tagliato i prezzi del 30, del 40 e anche del 50% (dal 2001 alla metà del 2003 e dalla metà del 2007 alla metà del 2009).

A partire dalla metà del 2010, la borsa è entrata nuovamente in crisi e tale è rimasta fino alla prima metà del 2012 (registrando una perdita annua del 39%). E ancora una volta le banche hanno colto l’occasione per accumulare titoli in portafoglio; che hanno provveduto a vendere in quest’ultimo anno (con un guadagno superiore al 30% ad aprile).

Ma anche per le banche sembra che si preannuncino tempi difficili: la forte volatilità del mercato di questi ultimi mesi (da aprile a maggio i guadagni annui sono passati dal 33,7 al 6,8%) rende meno certa la tendenza del mercato. Ma se le incertezze svanissero, basterebbe seguire “le mani forti”: acquistare quando i prezzi sono scesi in un anno di almeno il 30% e vendere quando sono aumentati almeno del 20.

In base a queste soglie, chi è fuori è bene che resti fuori dalla borsa (e attenda il prossimo giro). Chi è dentro … è bene che dia un'occhiata a ciò che fanno le "mani forti"  e non si lasci prendere dall'avidità (ad oggi l’indice FTSE-MIB guadagna oltre il 18% rispetto all’ultima quotazione del luglio 2012).

Torneremo a dare un'occhiata a questi dati abbastanza regolarmente.

venerdì 26 luglio 2013

La Distribuzione dei Redditi nel Mondo

Valori più elevati del coefficiente del Gini (in percentuale può variare tra zero e 100) indicano una maggiore quota dei redditi in poche mani .

L'Italia ha valori simili al resto d'Europa (tra 30 e 39), ad eccezione della Germania, che è più simile ai paesi scandinavi (meno di 30).

Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina hanno una distribuzione dei redditi meno egualitaria (40-49) dei paesi europei.

Il Messico, il Brasile, il Cile e l'Africa sub-sahariana sono i paesi o le regioni ove le disuguaglianze sono più elevate (oltre 50).


World Trade Report 2013 (WTO)

Dal Report pubblicato dall'Organizzazione Mondiale per il Commercio (WTO) riprendo i seguenti dati:

- Maggiori Paesi Esportatori / Importatori 2012


- I giorni necessari per imbarcare un container standard di prodotti destinati all'esportazione

- la quota percentuale delle valute impiegate nelle transazioni con l'estero dal 2001 al 2010

Per un commento al Report del WTO si può vedere qui

domenica 21 luglio 2013

Due piccioni con una fava

Il reddito Y di un paese può essere sostanzialmente diviso tra redditi dei lavoratori W e profitti delle imprese S.

I redditi dei lavoratori W possono essere posti eguale al numero N degli occupati per il loro reddito medio w.

Il reddito Y è generato dalle vendite complessive che derivano dalla domanda dei beni di consumo C, dagli investimenti delle imprese I (ad esempio, in macchinari e attrezzature), dalla domanda pubblica netta (D= G-T, ove G è la spesa pubblica e T le entrate fiscali) e dalle esportazioni nette (X-M, con X che rappresenta le esportazioni ed M le importazioni).

Y = W + S
Y = C + I + D + (X-M)

Se si suppone che i redditi dei lavoratori W siano totalmente spesi per acquistare i beni di consumo, ovvero se

C = W = wN

si ha che i profitti delle imprese sono pari a

S = Y – C

e quindi

S = I + D + (X-M)


I profitti delle imprese sono pertanto determinati dagli investimenti delle imprese, dalla domanda pubblica netta e dalle esportazioni nette.

Le prescrizioni della politica economica keynesiana vorrebbero che, in presenza di disoccupazione e comunque nelle fasi recessive del ciclo, i profitti S (necessari per incentivare gli investimenti e lo sviluppo economico del paese) siano sostenuti – innanzi alle reticenze dei privati ad intraprendere nuove iniziative imprenditoriali – da un maggior intervento pubblico. Eventualmente potrebbe aiutare anche la svalutazione del tasso di cambio, con il fine di accrescere le esportazioni e deprimere le importazioni. Ma nell’attuale contesto (euro) è una misura che non rientra nelle possibilità del governo nazionale. Sicché le esportazioni debbono essere date per quelle che sono, poiché dipendono dalle decisioni di spesa dei clienti esteri.

Le importazioni possono essere definite come un funzione della spesa interna, che per semplicità limitiamo ai consumi (ovviamente sono  connesse anche agli investimenti, alla domanda pubblica e alle stesse esportazioni; ma complicando lo schema il risultato non cambia):

M = mC

ove m è la propensione alle importazioni.

Sostituendo M si ha

S = I + D + X – mC

ovvero

S = I + D + X –m(wN).

L’attuale politica economica, imposta dalle ideologie mercatiste dominanti, che impone ai governi politiche di rigore nei conti pubblici, ovvero una riduzione di D, ha quale unico mezzo per sostenere i profitti delle imprese la riduzione dei redditi dei lavoratori (wN) o mediante una riduzione degli stipendi (w) o, se ciò non è possibile, mediante la riduzione dell’occupazione N (che a sua volta mitigherà le pretese salariali).

In questo modo, se il calo di m(wN) sarà eguale al calo di D,  i profitti non verranno intaccati dalla manovra messa in atto.

Il guaio di questa assurda politica, che mira esplicitamente alla riduzione dei redditi da lavoro, è che la crescita viene lasciata da un lato alle esportazioni (e quindi al ciclo economico internazionale) e dall’altro alle decisioni di investimento delle imprese, le quali in una situazione di crisi potrebbero non avere alcun motivo per avviare nuovi investimenti.

Ma gli effetti di questa politica sono ben maggiori di quanto si potrebbe immaginare. Se per ottenere il pareggio di bilancio si deve ridurre ad esempio di tre punti percentuali la domanda pubblica netta, per non influire negativamente sui profitti si dovrà comprimere i redditi dei lavoratori ben più di tre punti. Un esempio chiarirà il concetto.

Supponiamo che Y = C+ I + D + X – M 

in termini percentuali siano pari a

100 = 72 + 20 + 3+ 30 - 25.

e quindi i profitti S saranno pari a

S = I + D + X - mC = 20+3+30-25 = 28

Se D deve essere eguale a zero, M deve scendere a 22, per non intaccare i profitti S. Ma essendo

M = mC = mW= 25 = 72*0,347 

(ove m = M/C, ossia il 34,7% della spesa per consumi è importata: 25/72)

per ottenere il risultato “desiderato”, W dovrà scendere a 63,4 (63,4*34,7% = 22; -8,6 punti percentuali di pil), ferma restando la “propensione per i prodotti stranieri” (una loro discesa mitigherebbe l’aggiustamento richiesto).

I fautori del pareggio di bilancio sono perfettamente consapevoli delle conseguenze a cui conducono le loro politiche ed è quello che vogliono. Spingere per il pareggio di bilancio è molto più suadente che non chiedere una riduzione dei salari o dell’occupazione. E’ come voler prendere due piccioni con una fava. Senonchè le loro politiche non sono utili a risolvere i problemi che affliggono il paese, indipendentemente dai danni e dalle sofferenze che queste scellerate politiche economiche infliggeranno alle famiglie. Non sono utili perché non hanno nulla che possano stimolare i profitti. Quand’anche il loro risultato fosse raggiunto (pareggio di bilancio accompagnato da un corrispondente calo dei redditi dei lavoratori), l’effetto sui profitti sarà nullo. Le imprese non avranno motivo di cambiare atteggiamento, perché queste manovre nella migliore delle ipotesi non intaccano il ciclo recessivo (ed è anzi probabile che lo peggiorino, dato che gli aggiustamenti non possono essere automatici). Per cui, se le aziende ritengono che le cose continueranno a procedere nella stessa maniera in cui sono proseguite durante la recessione, non vi sarà ragione per intraprendere nuovi investimenti, i profitti caleranno e altre imprese lasceranno a casa altri lavoratori.

Ma se questa politica è inutile, è non di meno dannosa. Nessuno ripagherà i lavoratori dei danni subiti (economici e umani) in seguito alla perdita del posto di lavoro. Nè  i giovani saranno compensati per aver visto bruciare il loro futuro, inseguendo lavori precari e mal pagati.

Questo è ciò che ci aspetta fintanto che ci lasceremo imbambolare dal mito del rigore fiscale e dal  bilancio in pareggio.

sabato 20 luglio 2013

I liberisti monopolisti

Alberto Bagnai è convinto che il ministro del Tesoro Saccomanni stia utilizzando il “metodo Juncker”. Ovvero si lancia un’idea (la privatizzazione di asset pubblici), si vede l’effetto che fa e la si smentisce subito dopo, ma intanto si prosegue a lavorare in quella direzione, dando il tempo di digerire il rospo e realizzandola alla prima occasione utile.

Per il quotidiano della Confindustria, Saccomanni - intervistato da organi di informazione internazionali - non ha voluto fare la figura dello “statalista”.

E’ solo questione di “bon ton”? Per niente. L’editoriale de “Il Sole 24 Ore” di oggi dice chiaramente in quale direzione si debba andare: lasciamo stare Eni, Enel e Finmeccanica, che agli attuali prezzi di borsa rischierebbero di essere svendute  (che bontà d’animo!). Si pensi piuttosto “al patrimonio di aziende controllate dal settore pubblico in sede locale. Si tratta di oltre 4mila società” che – per rafforzare le motivazioni – sono “spesso malgestite e feudi della politica locale tra malaffare e vera propria corruzione”.

Sembrerebbe che il nostro paese sia in mano a dei gangster e che tutti i comuni italiani siano governati o da delinquenti o da corrotti. Che vi sia clientelismo e corruzione nella vita politica, tanto a livello nazionale quanto a livello locale, non vi è ombra di dubbio. Ma quella locale – a differenza di quella nazionale, ove l’elettorato ha riconfermato più volte gli stessi discutibili personaggi, lasciandosi persuadere che fossero oggetto di persecuzioni giudiziarie - ha avuto almeno il merito di cambiare gli uomini chiamati a gestire le comunità locali (Formigoni è stato “promosso” parlamentare, come pure la Polverini, che non sapeva che i consiglieri della sua maggioranza spendessero in feste e champagne i soldi pubblici; mentre Alemanno è stato accompagnato alla porta).

La recente tornata elettorale, nonostante la bassa affluenza, ha avuto l’indubbio merito di “rinnovare” buona parte delle amministrazioni locali. Insediati da poco più di un mese, si può forse già dire che sono tutti corrotti? Direi che è eventualmente più facile cambiare l’amministrazione inefficiente di un’azienda comunale che non l’assetto proprietario di una società come RCS (almeno stando alle lamentele di Della Valle), che negli ultimi due esercizi ha perso complessivamente più di 830 milioni di euro.

Ma l’argomento forte del quotidiano confindustriale è ovviamente il ritornello liberista: “Privatizzare queste società significherebbe rimpinguare le casse asfittiche degli enti locali e nello stesso tempo aprire il mercato, dando una grande spinta all’economia e agli investimenti in sede locale. Tre benefici in uno: meno debito nel settore pubblico, più benzina nel settore privato, servizi più efficienti per i cittadini”.

Prendiamo allora ad esempio le aziende che erogano l’acqua, prevalentemente a gestione pubblica locale.

La loro privatizzazione non costituisce affatto un’apertura del mercato, dato che per l’intrinseca natura dei servizi prestati, finirebbe sotto un monopolio privato. Per i liberisti da strapazzo, è forse utile sapere che concorrenza vuol dire la possibilità da parte dei consumatori di poter rivolgersi a diverse aziende che offrono lo stesso prodotto o servizio, al miglior prezzo possibile. E dato che è assurdo pensare che le famiglie si dotino di diversi contatori dell’acqua per utilizzare quella erogata dall’azienda al momento più conveniente, il passaggio da una società pubblica ad una privata porterebbe ad un monopolio, tipologia di mercato tutt’altro che aperta ed efficiente. Il monopolista privato potrebbe fissare le tariffe a sua discrezione e non avrebbe motivi di migliorare il servizio, dato che le famiglie sarebbero comunque costrette, per avere l’acqua in casa, a rivolgersi all’unica azienda che in quel territorio offre quel servizio. E non avrebbe modo di poter cambiare. Un’azienda pubblica, invece, se alza le tariffe o lascia deteriorare gli impianti, provocando dei disservizi, dovrà fare i conti con i cittadini, i quali potranno cambiare gli amministratori alla prima occasione.

Anche la raccolta dei rifiuti, se ceduta ad un’azienda privata, diventerebbe un monopolio, dato che potrebbe chiedere tariffe esorbitanti per espletare i servizi. D’altra parte, se questo settore fosse così vantaggioso (leggendo “Il Sole 24 Ore” si potrebbe pensare  che i privati non vogliano far altro che raccogliere rifiuti) che cosa impedirebbe ad un’azienda privata di entrare nel mercato? Faccia un’offerta per lo stesso servizio ad un prezzo più basso di quello dell’azienda locale e avrà sicuramente una domanda adeguata a soddisfare le sue ambizioni economiche.

Simili discorsi potrebbero essere fatti anche per le aziende dei trasporti locali: cosa impedisce di costituire linee di autobus alternativi a quelli pubblici, se si ritiene che siano un settore da cui sia possibile trarre un profitto? In realtà non è raro trovare aziende private di trasporti che restano in piedi solo grazie ai contributi pubblici (un modo assai curioso per intendere l'imprenditorialità privata e l'apertura dei mercati). 

La verità è che questi servizi hanno un senso per i privati solo se non vi è concorrenza, solo se sono esercitati in monopolio, ove possono applicare le tariffe che vogliono. Ma tutto questo è ben lontano dal rappresentare un’apertura del mercato e un servizio migliore ai cittadini.

Infine una considerazione, dedicata ai liberisti della domenica, sul rispetto che si deve alla volontà espressa dai cittadini nel 2011, quando con un referendum dissero molto chiaramente che i servizi pubblici dovevano rimanere pubblici. Si incominci a rispettare la democrazia, prima di spacciarsi per liberali o liberisti.

Resta la questione del debito pubblico. Quest’anno supererà il 130% del pil. Ciò è un problema solo se il paese non può contare sul fatto che lo Stato possa ripagare i propri debiti. In Giappone, il debito è oltre il 240%, ma nessuno mette in discussione la solvibilità del paese del Sol Levante. Perché essendo per lo più espresso in yen, lo Stato giapponese non corre il rischio di non poter far fronte ai propri impegni. Infatti, i tassi sui titoli decennali sono allo 0,8% (i “virtuosi” tedeschi pagano quasi il doppio, l’1,5%). L’Italia, invece, qualche anno fa, ha fatto l'amara scoperta che la valuta con cui emette i propri titoli, l'euro,  non è la valuta nazionale. Sicché, come la Grecia, l'Italia potrebbe correre il rischio di essere insolvente, se non avrà le garanzie  che solo la BCE può offrire. Il problema, quindi, non è il debito pubblico, ma la valuta in cui è emesso. E il nostro debito è al 100% in valuta straniera, su cui non abbiamo alcun potere di controllo o di intervento (stando così le cose).

Quanto agli sprechi, nessuno li auspica. Ma la spesa pubblica – che piaccia o meno ai liberisti – è una componente della domanda (in termini di redditi, servizi e investimenti pubblici) che concorre alla crescita del reddito nazionale. Tagliarla, pensando di ridurre l’indebitamento, significa ridurre il denominatore del rapporto debito / pil. Come è regolarmente avvenuto dal 2009 ad oggi: nonostante la spesa al netto degli interessi sia stata ridotta in termini reali del 4,6%, il debito pubblico è salito dal 116,4 al 132,7%. E lo dimostra ancor di più la Grecia che, nonostante le draconiane misure di austerità inflitte ai propri cittadini, non solo ha subito un default, ma il debito è balzato nuovamente al 175% e sembra prossima a chiedere una nuova rinegoziazione del debito.

C’è poco da fare: o la BCE diventa una vera banca centrale, come avviene in tutti i paesi, assicurando che i debiti saranno pagati nei tempi e nei modi convenuti oppure continueremo ad imporci questi assurdi sacrifici che non fanno altro che impoverire la gente, in termini di redditi e posti di lavoro persi, senza che il problema venga risolto (Grecia docet).

E alla fine, quando le cose saranno andate troppo avanti, quando le sofferenze diverranno non più sopportabili, l’uscita dall’euro sarà vissuta come una liberazione.
Gustavo Piga, Siamo salvati … dalla spesa pubblica giapponese

mercoledì 17 luglio 2013

Il 45% dei pensionati prende meno di 1000 euro al mese

Dal Rapporto Annuale dell'Inps è possibile desumere che quasi la metà dei pensionati prende meno di mille euro al mese. L'importo medio è, per la precisione, inferiore ai 600 euro. A costoro, 7,2 milioni di persone, pur essendo il 45,2% dei pensionati, viene destinato poco più del 20% delle risorse di quiescenza. Coloro che invece usufruiscono più di 3.000 euro sono poco più di 650 mila e rappresentano il 4,1% dei pensionati. A loro va il 14% delle risorse pensionistiche.



Con riferimento invece al complesso della spesa per la protezione sociale, emerge chiaramente che l'Italia è inserita tra i paesi con minore tutela, rispetto ai paesi nord-europei. Il nostro paese spende in media per ogni abitante 7.670 euro contro i 17.870 del Lussemburgo, i 14 mila della Danimarca, gli 11.360 dell'Olanda, gli oltre 10 mila della Francia e i 9.360 euro della Germania.

Certo, in base a questa ripartizione, l'Italia avrebbe la protezione più elevata tra i paesi del Sud Europa. Ma crogiolarsi in questo "beneficio relativo" vorrebbe dire accettare all'interno dell'Unione Europea che vi sia una distinzione tra "cittadini di serie A" e "cittadini di serie B"  (e anche di "serie C"). Con i paesi più ricchi che godono di una maggiore protezione sociale e i paesi più poveri con una minore protezione (e, come se non bastasse, con i primi che danno lezione ai secondi sulle politiche di rigore dei conti pubblici). Il miglior modo per far odiare l'Europa. 

In Italia quasi 10 milioni di poveri (+17% nel 2012)

Fonte: Istat



lunedì 15 luglio 2013

Gli stipendi dei parlamentari rientrano nei "parametri europei"?




Gli stipendi dei parlamentari italiani sono tra i più elevati al mondo. Dopo gli oltre 200 mila dollari pagati ai legislatori australiani e i quasi 190 mila erogati ai nigeriani, vi sono  i 182 mila dollari percepiti dai nostri deputati e senatori (pari ad uno stipendio base di 11.660 euro al mese).  

In tal modo, superiamo i 174 mila pagati ai legislatori degli Stati Uniti (+4,6%), i 150 mila dei giapponesi (+21,6%), i 120 mila dei tedeschi (+52,3%) e i 105 mila degli inglesi (+72,7%).  Gli "eletti" dagli italiani prendono più del doppio dei francesi, per tacere dei deputati spagnoli che si devono accontentare di 1/3 di quanto prendono i colleghi italiani.

Anche rispetto al pil procapite, i parlamentari italiani sono quelli trattati meglio: quasi 6 volte il reddito medio dei propri connazionali. A parte i casi eclatanti di alcuni paesi africani e di altri paesi in via di sviluppo (in India, ad esempio, pur remunerando i legislatori con 11 mila dollari percepiscono uno stipendio otto volte superiore al reddito medio degli indiani), tutti i maggiori paesi occidentali assicurano una remunerazione che è compresa tra le due e le quattro volte il pil procapite del proprio paese, ad eccezione della Svezia, della Spagna e della Norvegia, ove non si supera il doppio del reddito medio.

Nel complesso, il costo dei nostri parlamentari equivale a 182 milioni di dollari, ovvero a 140 milioni di euro. Costoro, che hanno il potere di  imporre i sacrifici al resto degli italiani, se anche si riducessero lo stipendio al livello medio dei sette paesi europei presenti nel grafico, ovvero a circa 100 mila dollari (77 mila euro annui pari a 6.400 euro al mese), avremmo un risparmio di circa 63 milioni di euro e se si dimezzasse il numero dei parlamentari il risparmio arriverebbe a circa 100 milioni.

Di questi tempi, anche 100 milioni di euro fanno comodo. Ma, come è evidente, non è per questa via che si risolveranno i "problemi" dei conti pubblici. Ciò detto - vista la qualità del personale politico -  un taglio degli onorari dei parlamentari sarebbe opportuno, sia per ragioni di equità sociale, sia per rientrare nei "parametri europei".  

sabato 13 luglio 2013

I fallimentari tabù di A&G

Gustavo Piga, parte prima
Gustavo Piga, parte seconda

A titolo di cronaca, la spesa pubblica al netto degli interessi e deflazionata con i prezzi del pil tra il 2009 e il 2012 è stata tagliata del 4,7% in termini reali ed è scesa dal 47,3 al 45,2% del pil. Ma non sembra aver avuto tutti questi effetti benefici sulla crescita.

giovedì 11 luglio 2013

I titoli di studio dei piccoli imprenditori

Fonte: Censimento Istat

Secondo le rilevazioni censuarie dell'Istat, 20 milioni di persone nel 2011 avevano un'occupazione o un'attività. Di queste 16,4 lavoravano per un'impresa (il 4,5% in più rispetto al censimento del 2001), 2,8 per le istituzioni pubbliche (-11,5%) e meno di 700 mila nel settore no-profit (+39,3%).



Dei 16,4 milioni di addetti presso le imprese, oltre il 15% sono ditte individuali. Le aziende da 2 a 9 addetti assicurano quasi 1/3 dell'occupazione complessiva. Quelle medie (da 10 a 249) un altro terzo e le imprese con più di 250 addetti il restante 20%.


Più del 40% dei piccoli imprenditori (a capo di aziende da 3 a 9 addetti) non è andato oltre la licenza media (tale percentuale sfiora il 48% nella stessa classe dimensionale del settore industriale). Un altro 44% è diplomato  e solo il 14,8% è laureato o ha conseguito diplomi post-laurea (solo il 6,6 nell'industria).


E' sicuramente apprezzabile il fatto che chi non abbia conseguito livelli di istruzione elevati sia stato capace di aprire e gestire un'azienda. Né il titolo di "dottore" è garanzia di successo. Tuttavia è lecito dubitare che da una classe imprenditoriale, che per l'85% non ha avuto accesso ad una formazione superiore, possa giungere quello spirito innovativo che consenta di restare al passo con le sempre mutevoli esigenze della clientela, soprattutto se dinamica, in grado cioè di esprime una domanda ad alto valore aggiunto. Nel migliore dei casi, vi è il rischio che si riduca a difendere la  nicchia di mercato conquistata. Ma un'attività da terzista rimane esposta alla concorrenza di prezzo che può giungere dai paesi con basso costo del lavoro.

La piccola impresa in Italia gioca un ruolo importante. Ma affidarsi esclusivamente ad essa, alla lunga, rischia di essere devastante per l'economia del paese. Grande non sarà sempre bello. Ma non lo è nemmeno la piccola impresa. E' importante riuscire  a fare il salto, anche se non è facile. Soprattutto di questi tempi.

martedì 9 luglio 2013

Redditi reali delle famiglie -2,1%. Dal 2007 crollati del 9,8%

Le retribuzioni per dipendente  nel primo trimestre di quest’anno sono aumentate dell’1,8%. Poiché l’inflazione è stata del 2,1%, le retribuzioni reali individuali sono scese dello 0,3%. Inoltre il numero dei dipendenti è diminuito dello 0,6, sicché i redditi da lavoro dipendente sono calati in termini reali dello 0,9%.

Le prestazioni sociali sono invece aumentate del 2,3% e depurate della crescita dei prezzi consentono un aumento del potere d’acquisto complessivo dello 0,2.

Decisamente male è andata per i redditi da capitale e impresa, scesi nell’ultimo anno del 4,8%. Tenendo conto dell’inflazione, crollano del 6,8%.

Nel complesso, il reddito dell’ultimo annuo delle famiglie, sostanzialmente invariato in termini monetari, è sceso  del 2,1% in termini reali. Dal 2007, il potere d’acquisto delle famiglie è sceso quasi del 10%.


I consumi sono stati ridotti in misura superiore al calo dei redditi, del 3,4%. In termini monetari questo si traduce in un calo della propensione media al consumo di oltre un punto percentuale, dall’88,5 all’87,4%. Cresce di conseguenza il risparmio, pari al 12,6% del reddito, indotto dal clima di incertezza attraversato dalle famiglie.  A marzo la fiducia dei consumatori era dell’11,5% inferiore rispetto ad un anno prima.

Ne hanno risentito in maniera più pesante i consumi di beni durevoli, crollati del 6,7%. Rispetto al 2007 il crollo delle vendite arriva al 27%.  I beni non durevoli non si salvano: nell’ultimo anno scendono del 5% e del 4 quelli del comparto alimentare. Arretrano anche gli acquisti dei servizi, dell’1,7%.

Le vendite delle società non finanziarie (SNF) diminuiscono solamente dello 0,5% ai prezzi correnti, ma del 2,7 in quantità. Ne risente il risultato lordo di gestione che in termini monetari scende del 3,3%, a causa – oltre che al calo delle vendite – della riduzione dei margini unitari di profitto dello 0,6% rispetto ad un anno prima.

In un simile contesto, gli investimenti delle SNF sono stati tagliati dell’8,5%. Peggio hanno fatto gli investimenti pubblici, ridotti dell’8,8. Gli altri operatori hanno invece ridotto gli investimenti “solamente” del 5,9.

I tagli maggiori sono stati effettuati sui mezzi di trasporto, scesi del 12%. Ma sono andati male anche gli investimenti in macchinari (-7,3) e nelle costruzioni (-7). Nel complesso gli investimenti sono stati ridotti del 7,5%.


La domanda interna privata (consumi + investimenti) è pertanto scesa nel corso degli ultimi dodici mesi del 4,4% (del 12,2 rispetto al 2007).

Negativo il contributo delle esportazioni, che arretrano dello 0,2%, ma il crollo nettamente superiore delle importazioni (-5,2), consente di mitigare il calo della domanda privata al 2,5%.

La domanda pubblica (al netto degli investimenti) è diminuita dello 0,8% in termini reali (e del 5,3% rispetto ai livelli del 2007).


La domanda effettiva risulta più bassa del 2,2% rispetto ad un anno prima, ma il prodotto interno lordo è stato ridotto del 2,4%, consentendo uno smaltimento delle scorte.

Il calo produttivo è stato particolarmente forte nelle costruzioni (-6,9%) con conseguenze immediate per l’occupazione che si riduce quasi della stessa misura (-6,7).  
Nell’industria al calo del 3,2% della produzione segue una contrazione della base occupazionale del 2,2%.
Nei servizi, nonostante il calo della domanda dell’1,4%, è aumentato il numero degli occupati (+0,6), sicché è lecito dedurre che non siano servizi ad alto valore aggiunto.
Infine l’agricoltura che, sebbene riesca a mantenere la produzione dell’anno precedente (+0,1%), vede sfoltire gli addetti dell’1,3%.

Il calo del pil si è riflesso sull’occupazione nella misura dello 0,7%. La produttività del sistema economico nel suo complesso inevitabilmente scende dell’1,8%.

sabato 6 luglio 2013

Le ridicole regole che determinano la politica economica europea

Traduco velocemente alcuni brani di un articolo del Wall Street Journal, segnalato da Paul Krugman sul suo blog, dedicato al modo in cui la Commissione Europea valuta i deficit di bilancio e il potenziale produttivo dei vari paesi.
L’Europa sta considerando la possibilità di cambiare le politiche di bilancio, alleggerendo le politiche di austerità per i paesi con le economie più depresse.
L’Unione Europea divide i deficit di bilancio in due categorie: una “ciclica”, che scompare quando l’economia si espande, ed una strutturale. Eliminare il deficit strutturale richiede aumenti di tasse o tagli di spesa.
Con molti dei paesi europei in recessione, ci si domanda quale sia il livello dei deficit strutturali, sui quali occorrerebbe proseguire con le politiche di austerità.
Nel marzo 2012, i governi UE raggiunsero l'accordo di limitare il deficit strutturale a meno dello 0,5% del pil.
Ma ciò non ha fermato le obiezioni dei paesi come la Spagna, secondo la quale quelle regole sottostimano l’impatto della crisi sulle finanze pubbliche. I cambiamenti in discussione – in un oscuro comitato di funzionari europei, denominato Output Gap Working Group - mirano ad affinare le stime per determinare “l’output gap”.
L’output gap è la differenza tra il pil “potenziale” e quello corrente, ovvero ciò che un’economia può produrre in beni e servizi aggiuntivi senza incorrere in un’inflazione più alta. L’output gap è un componente importante per calcolare il deficit strutturale. Se l’output gap è ampio, il deficit pubblico dovrebbe ridursi mano a mano che l’economia ritorna al potenziale tasso di crescita.
Ma con l’attuale metodologia di calcolo l’output gap è relativamente piccolo in Europa. Ad esempio, l’ultima stima della Commissione Europea afferma che il gap spagnolo è appena il 4,6% del pil, malgrado la disoccupazione sia quasi al 27%.
Come può essere? La ragione deriva da un set di assunzioni sul mercato del lavoro che inducono a ritenere al momento “naturale” un tasso di disoccupazione  del 23%. Questo significa che la Spagna raggiungerebbe il suo massimo potenziale quando il tasso di disoccupazione dovesse scendere sotto lo scioccante livello del 23%.
Com'è calcolato il tasso naturale? Più o meno è estrapolato dal trend delle performance del mercato del lavoro degli anni precedenti (di fatto una media mobile, ndt). E dato l’elevato livello dei senza lavoro negli ultimi anni, la trend line è molto elevata.
L’attuale metodologia restituisce il perverso risultato di aumentare il deficit strutturale, imponendo ai governi misure di austerità che tendono ad aumentare sia il tasso di disoccupazione corrente che quello “naturale”.
Ciò genera una riduzione dell’output gap, che determina una quota più elevata di deficit strutturali, che comportano maggiori tagli e così via.

Un’assurdità vestita da parvenza scientifica che, se non fosse per le tragiche conseguenze inflitte alle popolazioni dei paesi che soffrono la recessione, sarebbe ridicola.

Chi ci salverà da questi presunti (e presuntuosi) “tecnici”? Se questo è il modo in cui vengono elaborate le decisioni di politica economica avremmo a che fare con degli incapaci dichiarati. 

L’Europa è in mano a dei folli incompetenti.

Mentono sapendo di mentire

Ieri la Banca d’Italia ha pubblicato il bollettino dedicato alle principali voci dei bilanci pubblici dell’Unione Europea, dal quale risulta che la pressione fiscale italiana è una tra le più alte (al 44% nel 2012) e subito “Il Sole 24 Ore” di oggi non perde l’occasione per dire che le tassazione sulle imprese è del 68,3%.

Peccato che questo valore includa tra le tasse sulle imprese anche i contributi sociali pagati ai lavoratori. In realtà, come dovrebbe essere noto, gli oneri sociali sono un componente del costo del lavoro. E come tale non può essere per nulla assimilato ai profitti aziendali, in quanto redditi differiti spettanti ai lavoratori.

Se dal computo si tolgono i contributi  per i dipendenti, la vera pressione fiscale sulle imprese scende a meno del 25%, in linea con quella tedesca. Ci superano abbondantemente gli Usa (36,7%), il Giappone (32,6) e il Regno Unito (25,3).

Vi sono poi molti altri paesi che hanno una tassazione inferiore a quella italiana. Ma continuare a ripetere che le imprese in Italia siano tassate al 68% è una balla bella e grossa.





Un’altra balla diffusa a piene mani è il debito pubblico,  dipinto come il lupo cattivo, al quale imputare tutte le colpe della bassa crescita, sebbene la favoletta sia stata clamorosamente smentita (per errori teorici, metodologici e sorprendenti errori nelle impostazioni delle formule su Excel).

Ma “Il Sole 24 Ore” continua a diffondere l'idea che quando si supera “certi livelli il debito pubblico schiaccia la crescita”. Ora l’articolista si guarda bene dal dare precise soglie di riferimento (vista la figuraccia rimediata da Reinhart e Rogoff, per opera di un dottorando). Ma senza scomodare gli studi econometrici, vi sono palesi evidenze  che la crescita può sussistere anche con debiti pubblici elevati e che, semmai, l’aumento dell’indebitamento è molto spesso una conseguenza della recessione. D’altra parte, basta guardare all’economia più grande e più avanzata del pianeta, gli Stati Uniti: sebbene abbiano un debito pubblico vicino al 110%,  il pil  l'anno scorso è cresciuto del 2,2%  e quest’anno  si prevede che possa crescere dell’1,9. Viceversa, la zona Euro, ossessionata dal debito e dai conti pubblici, vedrà scendere il pil tra il 2011 e il 2013 di oltre un punto percentuale, sebbene abbia un debito poco sopra il 90%. 

Ma secondo l’articolista de “Il Sole 24 Ore” il problema del debito italiano sono gli interessi: superiori in rapporto al pil anche a quelli greci (5,5 contro il 5% ellenico). Cosa può terrorizzare di più gli italiani se non finire come la Grecia? Peccato che il debito greco sia di circa 300 miliardi di euro, mentre quello italiano sia di quasi duemila. Sicché dovrebbero essere i greci a preoccuparsi (dato che i tassi medi 2012 sui titoli decennali erano al 22,5% contro il 5,5 dei titoli italiani). Ciò detto, se i tassi dei GIPS (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo) sono stati mediamente superiori di quasi 10 punti percentuali ai tassi tedeschi lo si deve non a un debito pubblico elevato (il Giappone con un rapporto debito/pil del 240% paga tassi inferiori a quelli tedeschi (0,85 contro 1,72%), ma al fatto che nella zona Euro non si è voluto che la BCE fosse garante dei titoli pubblici emessi dagli Stati membri. In una situazione siffatta, i mercati finiscono per considerare i titoli della zona euro non come europei (dotati della garanzia della BCE), ma dei singoli paesi emittenti, con l’aggravante che gli Stati sono totalmente esposti ai mercati finanziari, privi di qualsiasi arma di difesa, se non il fallimento o l’uscita dall’euro. Due soluzioni che per essere accettate dagli investitori comportano dei premi per il rischio assai elevati. Ed è per questo motivo che i tassi dei paesi periferici sono più elevati di quelli tedeschi, sebbene il debito tedesco sia superiore ai duemila miliardi (quasi il doppio del debito greco e spagnolo messi insieme).

La soluzione non sta quindi nella riduzione del debito, ma nello sciogliere i nodi che hanno portato alla crisi dei debiti sovrani, ovvero nelle politiche economiche e nelle istituzioni che presiodono all'Eurosistema. Invece, con l'obiettivo di ridurre il debito mediante il taglio della spesa pubblica, non si fa altro che aggravare la situazione. Poiché come si è visto in questi ultimi anni, nonostante l’avanzo primario sia passato dallo 0,1% del 2010 al 2,5 dell’anno scorso, il debito pubblico è salito dal 119 al 127%, a causa della contrazione del pil (di quasi due punti) e dagli alti tassi di interesse, fatti pagare dai mercati  per aver rinunicato ad una BCE che fosse garante dei titoli pubblici europei.

Il taglio in termini reali  della spesa pubblica al netto degli interessi (-4,6% dal  2009) e l'aumento della pressione fiscale hanno contribuito ad aggravare la recessione. Quest’anno si prevede che il pil possa scendere di un altro 1,8% dopo il -2,4 dell'anno scorso. Non sorprende che il debito pubblico possa salire sopra il 130%.

Ma nonostante gli errori ormai evidenti, si persevera in politiche economiche sbagliate. Nel nome di ideologie liberiste, fallimentari  sotto tutti gli aspetti, si continua ad imporre politiche recessive che aggravano i problemi anziché risolverli e si ignorano volutamente i disagi inferti alle famiglie, in termini di redditi, imposizioni fiscali, tagli dei servizi pubblici, disoccupazione e precarietà. Mentono sapendo di mentire.

giovedì 4 luglio 2013

Spesa Pubblica reale tagliata dell'1,3% nell'ultimo anno ...

 ... e del 4,6% dal 2009


Fonte: Elaborazioni su dati Istat

Il governo Monti ha lasciato l’incarico con un deficit pubblico rispetto al pil del 3%. Era subentrato a Berlusconi con un disavanzo del 3,6%.

Il “miglioramento” è dovuto all’avanzo primario per 1,1 punti percentuali, dato che passa dall’1,2 al 2,3%, compensando più che abbondantemente l’aumento degli interessi passivi dal 4,8 al 5,3% del pil.


L’avanzo primario significa che – al netto degli interessile spese delle amministrazioni pubbliche sono state inferiori alle entrate. Il fatto che il surplus primario sia cresciuto implica che il governo Monti abbia sottratto una quantità di risorse superiore al settore privato.
 
I sacrifici richiesti hanno coinvolto tanto la pressione fiscale (salita dal 42,6 al 44,1%) quanto l’erogazione dei servizi e della spesa pubblica. L’impatto sul pil dell’aumento delle entrate fiscali, tenendo conto dell’aumento dei prezzi, si traduce in un calo delle disponibilità del settore privato dello 0,7% nel corso dell’ultimo anno terminante a marzo.
 
La spesa pubblica al netto degli interessi, parallelamente, è stata tagliata negli ultimi dodici mesi del’1,3% in termini reali. Ciò nonostante, l’incidenza sul pil è cresciuta nell’ultimo anno dal 44,9 al 45,5%, per la caduta assai più accentuata del prodotto interno lordo (-2,6%).


La spesa pubblica al netto degli interessi, espressa in termini reali, è scesa dal 2009 del 4,6%. I redditi complessivamente pagati ai dipendenti, anch’essi deflazionati, sono scesi dell’8,7% dal terzo trimestre del 2008 (e del 3% nell’ultimo anno a marzo). I consumi intermedi e le altre spese pubbliche sono state tagliate del 7,3% dal primo trimestre del 2010 (e del 4% negli ultimi dodici mesi). Solo le prestazioni sociali sono aumentate al netto della crescita del deflatore del pil dello 0,7%, ma tale incremento deve essere messo a raffronto con l'invecchiamento della popolazione (+0,8% gli ultra 65enni tra il 2010 e il 2011).



Come queste politiche di bilancio possano costituire un mezzo per rilanciare la domanda e l'attività economica rimane un mistero. Nè si vede come il rientro dalla procedura di infrazione della UE per l'indebitamento eccessivo possa essere motivo di orgoglio, dato che quasi un milione di persone dall'aprile 2008 hanno perso il lavoro, anche in seguito a queste scellerate politiche di austerità, che hanno contribuito a deprimere il pil di quasi un punto percentuale nel corso dell'ultimo anno del governo Monti.

Si dice che ora avremo margini di manovra più ampi. Tra pochi mesi, con il DEF, vedremo le intenzioni del governo Letta. Ma se il giorno si vede dal mattino, difficilmente potremo vedere qualcosa di diverso da quanto portato avanti finora.