sabato 29 giugno 2013

I risparmi degli italiani sono così sicuri come dice "Il Sole 24 Ore"?

Depositi italiani più tutelati d'Europa. Così titola il giornale della Confindustria a pagina 6. Il motivo di tanto entusiamo è che le banche italiane, qualora fallissero, dovrebbero attingere - oltre che al patrimonio degli azionisti - ai capitali degli obbligazionisti, prima di dover aggredire i conti correnti.

La nuova direttiva Ecofin,  in caso di insolvenza bancaria, prevede infatti che il salvataggio ad opera degli Stati e dell'Europa possa avvenire solo dopo che i privati abbiano coperto almeno l'8% delle passività. I primi chiamati a rispondere saranno gli azionisti, i quali si vedranno azzerare il loro capitale. Se ciò non bastasse, gli obbligazionisti dovranno rinunciare ai loro diritti.  Se ancora non fosse sufficiente, i depositi superiori a 100 mila euro (per persona) saranno aggrediti per la parte restante delle passività fino a coprire la soglia dell'8%.

Poichè in Italia il sistema bancario ha emesso titoli per oltre il 22% delle passività, "Il Sole 24 Ore" esulta per la sicurezza dei nostri depositi. Peccato che qualche riga dopo si ammetta che queste obbligazioni bancarie siano in mano soprattutto ai privati (negli ultimi due anni circa l'80% dei titoli emessi sono stati acquistati dalle famiglie e dalle imprese). Sicchè non si vede motivo per cui ci si debba sentire rassicurati: lasceranno pure intoccati i depositi bancari, ma si prenderanno gli eventuali risparmi investiti in titoli bancari. Una volta si diceva: se non è zuppa è pan bagnato.

E' allora interessante, più che il grafico pubblicato da "Il Sole", andare a vedere non tanto la quota dei bond bancari, quanto la quota dei mezzi propri, poichè se questa è inferiore all'8%, un'eventuale incapacità delle banche a far fronte ai propri impegni verrà affrontata aggredendo i risparmi dei clienti (cominciando dai titoli bancari collocati presso il pubblico).



Si scopre allora che i sistemi bancari meno patrimonializzati sono quelli considerati universalmente più affidabili. In Finlandia e Olanda il patrimonio netto delle Istituzioni Finanziarie e Monetarie (IFM) non raggiunge il 5%. In Germania e in Belgio è intorno al 5,5%. E' sotto il 6% in Lussemburgo e in Francia. Tra i paesi "a rischio", i mezzi propri sono sotto l'8% solo in Slovenia. In Portogallo e Spagna sono rispettivamente  al 9,5 e al 12%. Il sistema bancario greco ha capitali propri per il 13%. Cipro (dopo la ristrutturazione di qualche mese fa) e Malta dovrebbero offrire le migliori garanzie, con una patrimonializzazione abbondantemente superiore al 15%.

Le banche italiane sono relativamente "sicure", oltre il 9%. Ma è ovviamente una media per il sistema nel suo complesso. Ciò vuol dire che se vi fosse una banca in difficoltà è molto probabile che possa essere sotto la soglia dell'8% e che i suoi clienti siano chiamati a ripianare le perdite generate dai manager. 

Non stupiamoci se tra qualche mese scopriremo che gli italiani hanno tanti conti correnti quanti sono i telefonini e gli smartphone.

giovedì 27 giugno 2013

Il settore manifatturiero è ritornato ai livelli di oltre 20 anni fa

La Confindustria ha presentato oggi le sue previsioni economiche. Dello studio vale la pena evidenizare i seguenti due grafici.

Il primo riguarda l'andamento dell'occupazione. E il Centro Studi della Confindustria "scopre" che l'occupazione dipende strettamente dall'andamento del pil.

Se ne dovrebbe dedurre che la politica economica e di bilancio - se vuole favorire l'occupazione - dovrebbe essere orientata alla crescita della domanda.
Eppure ... si continua ad attuare politiche recessive o a chiedere interventi sul mercato del lavoro (spacciate per "riforme") che non avranno di fatto alcun effetto in termini occupazionali, ma saranno molto utili per comprimere i redditi e i diritti dei lavoratori. Ma intanto l'occupazione continuerà a calare anche nei prossimi mesi, in linea con il calo del pil.

Il secondo grafico illustra il potenziale produttivo del settore manifatturiero: vent'anni buttati via. Occorre commentare?


lunedì 24 giugno 2013

Alcuni grafici della BRI smentiscono le tesi dei liberisti

La Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) nella sua relazione annuale pubblica due grafici molto interessanti, relativi al grado di rigidità del mercato del lavoro e all'evoluzione della spesa pubblica connessa all'età della popolazione (ovvero sanità e pensioni).

Sul grado di "tutela" dei lavoratori è interessante notare che nonostante i soliti lamenti dei liberisti, sempre pronti ad invocare maggiore flessibilità, in realtà il mercato del lavoro italiano è sostanzialmente analogo a quello tedesco e che per i lavoratori a tempo indeterminato le "protezioni" sono inferiori a quelle vigenti in Germania e in molti altri paesi con cui ci confrontiamo.

Segmento rosso: protezione dal licenziamento dei lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Segmento blu: regolamentazioni per gli occupati a tempo determinato. Segmento giallo: requisiti richiesti per i licenziamenti collettivi


Sull'evoluzione della spesa pubblica italiana legata all'età della popolazione, la BRI stima che la crescita in rapporto al pil sarà nei prossimi decenni abbondantemente inferiore ai due punti percenutali. In Germania la stessa tipologia di spesa dovrebbe crescere poco meno del doppio rispetto a quanto previsto per il nostro paese.
E ciò risponde alle tesi di Alesina e Giavazzi che il 27 dicembre scorso sul Corriere della Sera scrivevano: "Con l'invecchiamento della popolazione la spesa sanitaria è diventata un bomba a orologeria per le finanze pubbliche, un problema non solo nostro ma di tanti Paesi avanzati."
Direi che, ammesso che sia un problema, potrebbe esserlo per molti paesi, avanzati o meno, ma non certo per l'Italia.


Chissà perché i liberisti per sostenere le loro tesi devono sempre falsare i dati. E ciò nonostante sono considerati delle persone serie e responsabili.  Ma con le loro favole o storie "terrorizzanti" (debito o spesa pubblica mostruosa, più disoccupati perché ci sono i lavoratori "privilegiati", ecc.), si comportano come quei genitori che vogliono spaventare i bambini  (ossia gli italiani). Ma per chi non è più un bambino, sono solo dei raccontaballe.

giovedì 20 giugno 2013

Nonostante tutto, i milionari aumentano


I milionari nel mondo sono 12 milioni. Lo afferma  il World Wealth  Report di Capgemini-RBC Wealth Management. Le persone che hanno una ricchezza netta (HNWI) di almeno un milione di dollari  sono aumentate del 9,2% nel corso del 2012.
Gli Stati Uniti ospitano il maggior numero di milionari (3,4 milioni, in aumento del 12%). Seguono il Giappone e la Germania.
I ricchi aumentano anche in Italia,  del 4,5% a 176 mila.
I paesi in cui è "più facile" raggiungere il top sono, oltre agli USA, l'Australia (un 15% in più di ricchi) e la Cina (+14,3%). La Svizzera (+12%) è un'alternativa a portata di mano per chi desidera rimanere in Europa.

venerdì 14 giugno 2013

Il governo Letta e le solite politiche di austerità

Usare l'avanzo primario per la crescita
di Riccardo Realfonzo

Emiliano Brancaccio si confronta con Alessandro De Nicola a TG3-Linea Notte sui provvedimenti del governo Letta e sulle politiche liberiste attuate in Europa

Il debito del settore finanziario nel 2012 cresce del 24,6%

Per fini speculativi

Fonte: Elaborazioni su dati Banca d'Italia

Il debito delle amministrazioni pubbliche (AAPP) a fine 2012 era il 127% del pil (120,8 nel 2011), a un passo dai 2 mila miliardi di euro. Il 5,9% era detenuto da enti delle stesse AAPP e il 4,9% dalla Banca d’Italia. Al netto di questi due settori, il debito scende a 1.775 miliardi (113,3% del pil).

Il restante 89% era suddiviso tra operatori nazionali (54%) ed esteri (35%). La quota di questi ultimi è scesa rispetto alla fine del 2010 di oltre otto punti percentuali, in seguito ai timori sull’affidabilità del debito pubblico del nostro paese, insorti a partire dalla metà del 2011. In termini assoluti il debito verso gli investitori esteri è sceso di 32 miliardi, che fanno seguito ai 72 miliardi in meno del 2011.

Tra i settori residenti, quello finanziario ha incrementato l’esposizione nel corso del 2012 di quasi 80 miliardi, portando la propria quota dal 40,4 al 42,7% (+ 5,3 punti percentuali sul 2010).

Le famiglie detengono poco meno di 190 miliardi (+0,9%). La loro quota viene limata dal 9,8 al 9,5%.

Decisamente minore è il ruolo delle società non finanziarie (SNF), che accrescono la posizione verso le AAPP dell’8,3%, ma la loro quota sul debito pubblico rimane contenuta al 2%.



Se pensate che il debito pubblico sia il problema vi sbagliate. Il debito del settore privato supera il 233% del pil.

Il settore più indebitato è quello finanziario (oltre il 104,4% del pil), seguito dalle SNF (83,5) e dalle famiglie (45,3%).

Il settore finanziario ha incrementato l’indebitamento per 323 miliardi (+24,6%). Di questi – come si è detto – solo un’ottantina sono stati utilizzati per finanziare il debito pubblico; gli altri 243 costituiscono l’indebitamento netto aggiuntivo sostenuto dal sistema finanziario. E dato che famiglie e SNF hanno ridotto i debiti verso il settore finanziario di quasi 8 miliardi, resta indefinito l’utilizzo di questo afflusso di liquidità. L’aumento dell’indebitamento è in particolare concentrato presso gli operatori finanziari non bancari (+89,4%), mentre il sistema bancario ha accresciuto la posizione debitoria dell’8,1%. E’ quindi lecito attendersi che gli operatori finanziari non bancari abbiano utilizzato la liquidità derivante dalla crescita dell’indebitamento da 267 a 505 miliardi per inseguire guadagni speculativi. E ciò non solo perché il pil è tutt’altro che cresciuto nel 2012 (-2,4%), ma anche perché i principali soggetti economici privati non sono stati coinvolti da questo afflusso di liquidità.

Il debito delle famiglie, pari a 710 miliardi, è diminuito dell’1,1% in complesso e dell’1,2 verso il settore finanziario, con il quale le famiglie sono esposte per il 98,7%. Il debito residuo è verso le AAPP. Il 91,5% del debito è a medio-lungo temine.

L’indebitamento delle SNF, pari a 1307 miliardi, è rimasto di fatto invariato ed è concentrato per poco più dei ¾ verso il settore finanziario, mentre il debito con l’estero rappresenta il 6,7%. I debiti verso le AAPP contano poco meno del 3%, mentre quelli con altre SNF o le famiglie pesano il 12,8%. Quasi 1/3 del debito complessivo è a breve termine.

Il debito del settore privato è superiore a 3.650 miliardi. Di questi, il 17,5% è verso l’estero. I titoli pubblici detenuti in portafoglio costituiscono una garanzia di liquidità che copre poco meno del 30% del debito posto sulle spalle del settore privato.

mercoledì 12 giugno 2013

Quanti giorni deve lavorare un dipendente per guadagnare quanto prende un amministratore delegato in un'ora?


Il grafico che segue, preso dal sito internet dell'Economist, riporta i giorni richiesti ai dipendenti per guadagnare quanto incassa un amministratore delegato in un'ora nei vari paesi europei.

Si va dalla Romania, dove sono necessari una dozzina di giorni  (ma quelli pagati meno devono lavorare circa un mesetto),  alla Norvegia, ove in due o tre giorni riescono a portare a casa quanto guadagna in un'ora in media il CEO locale.

In Italia sono necessari quasi dieci giorni, che salgono a poco meno di quindici per chi ha le retribuzioni più basse. L'Italia è il secondo paese della zona euro (il primo è la Spagna) ad avere il maggiore divario "retributivo". Ma l'Italia ha il primato dei maggiori guadagni orari degli amministratori in Europa: quasi 1.000 dollari all'ora. In Germania  e in Francia prendono poco più della metà. Nel Regno Unito guadagnano meno di 620 $, in Svizzera si fermano a 660  e in Svezia arrivano a 700 $/h.
Gli amministratori italiani sono forse i più bravi sulla piazza? Da come vanno le imprese vi è da dubitare. Eppure nessuno chiede ai manager la flessibilità salariale, tanto invocata per i lavoratori.

Non è per caso che i veri "garantiti"  e i veri "privilegiati" si debbano cercare tra i nostri manager? Visti i risultati delle imprese italiane, come mai non si assumono i manager stranieri (per di più) a costi inferiori? Vi è forse qualche rigidità nel mercato del lavoro dei dirigenti di azienda?



Le presunte apatie delle classi dirigenti negli USA e in Europa

Paul Krugman è convinto che la classe dirigente sia apatica ai problemi della disoccupazione...
... Ovvero quando i keynesiani ignorano i conflitti sociali insiti nel sistema capitalistico, pensando che sia tutta una questione di personale politico (ma anche Roosevelt si preoccupò dei conti pubblici prima che l'economia americana  tornasse a pieno regime). 
Forse quindi vi è un'altra ragione per le "timidezze" delle politiche economiche portate avanti dai "buoni". 

Osservazioni critiche sulla teoria delle AVO (e sull'euro)

Segnalo un intervento molto interessante dei curatori del Keynes blog dedicato alle Aree Valutarie Ottimali (AVO) e di conseguenza al sistema dell'euro.

domenica 9 giugno 2013

Le colpe della troika

Riporto alcuni brani significativi dell'articolo del Wall Street Journal dedicato al rapporto del FMI sulla gestione del debito pubblico greco.

In un documento “strettamente riservato” il FMI afferma di aver malamente sottostimato i danni che le sue prescrizioni avrebbero arrecato all’economia della Grecia, impantanata in una recessione da sei anni.

Il maggior beneficiario del salvataggio del 2010 non fu tanto la Grecia, quanto la più vasta area dell’euro.

Il rapporto descrive l’intervento come una operazione di salvaguardia, con il fine di guadagnare tempo per predisporre i “firewall” che potessero proteggere gli altri Stati membri vulnerabili ed evitare i potenziali effetti negativi sull’economia globale.

Alcuni potrebbero pensare che tra gli  “Stati membri vulnerabili” vi possa essere il nostro paese. Ciò è vero, ma per un’altra ragione, che vedremo tra poco. I veri Stati membri vulnerabili erano i paesi che detenevano il debito greco. Ovvero Francia e Germania.



 
Il FMI ammette che un taglio del debito prima del 2012 era “politicamente difficile” a causa della resistenza di alcuni paesi dell’euro, le cui banche erano ampiamente esposte verso il debito greco.

Un’immediata ristrutturazione sarebbe stata meno costosa, ma il problema dipendeva dal fatto che il debito non era detenuto, come ora, dal FMI o dai contribuenti europei, ma dalle banche e dagli hedge funds (fondi d’investimento speculativi).

Funzionari dell’eurozona sostennero nel 2012 che il debito sarebbe diminuito se i greci avessero accettato i tagli di spesa, l’aumento delle tasse e le riforme economiche.

Il programma prevedeva un rapporto debito pil al 124% per il 2020 e “sostanzialmente sotto” al 110% nel 2022. Ma quest’anno – dopo la rinegoziazione del marzo 2012 che ha tagliato il 53% del debito in essere - è previsto al 175%.

Il problema dei moltiplicatori fiscali – una stima di quanto un’economia si contragga in seguito ad un taglio della spesa pubblica o un aumento delle tasse - (sollevato in un precedente rapporto del FMI) è all'origine delle errate previsioni della troika.

Il Fmi aveva originariamente stimato che tra il 2009 e il 2012 il pil della Grecia sarebbe caduto del 5,5%. Invece è crollato del 17%. Il Piano prevedeva una disoccupazione al 15% nel 2012 ed è invece stata del 25%.

L’assurdo atteggiamento della troika non deriva tuttavia da queste pur gravi ammissioni del FMI, che hanno a che fare – ricordiamolo – con l’imposizione ad uno stato sovrano di politiche bilancio restrittive con il solo scopo di dar tempo all’Eurosistema di predisporre degli strumenti che consentissero alla Francia e alla Germania di recuperare quanto investito nei titoli pubblici greci, senza alcun riguardo sugli effetti che ne sarebbero derivati per le famiglie e le imprese greche.

La gravità deriva dall’assurda posizione tedesca che da un lato vuole evitare di far pagare al proprio sistema bancario le difficoltà insorte in Grecia e dall’altro impedisce alla BCE di adempiere al ruolo di prestatore di ultima istanza verso uno Stato membro dell’area dell’euro. Si arriva così al paradosso che, per evitare di mettere sul piatto non più di 300 miliardi di euro, la BCE sarà poi costretta a metterne 1.000 per evitare che collassi il sistema bancario europeo. Se la BCE avesse garantito il debito pubblico greco, non vi sarebbe stato alcun pericolo di contagio. Ma per i tedeschi il debito equivale a colpa, alla colpa dei greci di avere speso più di quanto fosse entrato e di aver truccato i conti. Dovevano pagare per le loro colpe (e soprattutto i loro debiti).

Questo atteggiamento monomaniacale induceva i mercati a riconsiderare i debiti pubblici dei paesi dell’area dell’euro, poiché diveniva evidente che non vi era alcuna garanzia che questi avrebbero avuto la protezione della BCE. Di fatto i titoli pubblici furono considerati denominati in euro, ma con la garanzia che potevano offrire gli Stati che li avevano emessi. Stati che avevano perso la sovranità monetaria e quindi la capacità di ripagare il debito in ogni circostanza, in quanto emessi in una valuta su cui non potevano intervenire. In tal modo i tassi di interesse, che fino a quel momento erano praticamente allineati a quelli tedeschi, incominciarono a differenziarsi: avere in mano un titolo pubblico tedesco, italiano o spagnolo non era più la stessa cosa, anche se tutti erano denominati in euro. Il rischio di insolvenza e successivamente di ridenominazione dei debiti pubblici – dopo quanto era stato imposto alla Grecia – si tradusse nell’aumento degli spread.

La crisi dell’euro non è superata. Le politiche di austerità hanno depresso le economie ed aumentato la disoccupazione. Sentimenti anti-europei (se non anti-tedeschi) si sono diffusi un po’ ovunque. Ma le classi dirigenti perseverano nelle loro assurde politiche di austerità, magari cercando di diluirne i tempi. Ciò potrebbe dare un po’ di respiro, ma ci vorranno alcune generazioni prima che la ferita inferta dalla crisi al progetto europeo sia rimarginata.

sabato 8 giugno 2013

Nel 2012 più di 2 milioni di nuovi disoccupati in Europa

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat

Nel 2012, l’occupazione nella Unione Europea (UE) è scesa di 1,2 milioni di unità. Tale calo è concentrato tra i lavoratori dipendenti (-1,1 milioni).

A perdere il posto di lavoro sono stati soprattutto i precari, ovvero quelli con contratti a tempo determinato: ad 800 mila di loro non è stato rinnovato il contratto. Altri 300 mila sono quelli che sono stati lasciati a casa e che godevano di un contratto a tempo indeterminato, probabilmente perchè non hanno potuto accettare il part-time o non gli è stata offerta la possibilità. Infatti sono ben 900 mila i lavoratori a tempo pieno che hanno perso il posto di lavoro e solo 600 mila hanno avuto l’opportunità o la necessità di adeguarsi al part-time.

I precari rappresentano il 13,7% dei dipendenti. Nella zona Euro salgono al 15,2%. I principali paesi in cui è più elevata la quota dei contratti a tempo sono la Polonia (quasi il 27%), la Spagna (il 23,6) e il Portogallo (20,7). Notevole anche la quota dei precari in Olanda (di poco inferiore al 20%). L’Italia ha la stessa percentuale della Germania (il 13,8%).


Le persone in cerca di occupazione sono aumentate nel corso dell’anno passato di 2,1 milioni. Il tasso di disoccupazione nella UE è salito dal 9,6 al 10,4%. Nella zona Euro dal 10,1 all’11,3%.
 
La Spagna, ancora una volta, detiene una posizione poco invidiabile: i disoccupati sono il 25%, più della Grecia (24,3%). In Italia, la disoccupazione ufficiale è al 10,7%. Leggermente meglio è messa la Francia (sotto il 10). Mentre la Germania è al 5,5%.


In Spagna un disoccupato su cinque ha meno di 24 anni. In Italia lo è uno su 10. In Germania solo uno disoccupato su 25 appartiene alla fascia giovanile.

In Grecia, invece, quasi sei disoccupati su dieci non riescono a trovare un lavoro da più di un anno. Segue l’Italia, ove i disoccupati in questa condizione sono più di uno su due (53%). Tra i principali paesi della zona Euro, l’Austria sembra offrire le maggiori speranze, dato che i disoccupati di lungo periodo sono solo il 24,8%.

Se alle persone in cerca di occupazione si aggiunge coloro che sono disposti a lavorare ma hanno rinunciato a cercare un lavoro attivamente, la disoccupazione effettiva nella UE sale 15,9% (15,1 nel 2011). Si tratta in totale di quasi 41 milioni di persone.

Le ore mediamente lavorate settimanalmente nella zona Euro sono poco meno di 36. In Spagna sono 37 e 39 in Grecia. In Germania lavorano per meno di 35 ore settimanali. Ma gli olandesi mediamente non lavorano nemmeno 30 ore alla settimana, poiché quasi uno su due ha un'occupazione part-time (in Germania è part-time uno su quattro e in Italia uno su sei).



Nel complesso, tra i maggiori paesi europei, in Germania il 72,8% della popolazione è occupata, contro il 63,9 della Francia e il 56,8 dell’Italia. In Olanda, pur con la particolarità del part-time di cui si è detto, hanno un’occupazione tre persone su quattro (con una disoccupazione leggermente inferiore a quella tedesca).  In Spagna e in Grecia lavorano poco più di una persona su due.

lunedì 3 giugno 2013

Il Paese è indietro di 25 anni, ma la Banca d'Italia si è fermata a un secolo fa

La Banca d’Italia non è un organo costituzionale. Né la Costituzione assegna all’ex istituto di emissione o alla BCE il compito di dirigere la politica economica e di bilancio del governo italiano. Eppure leggendo le “Considerazioni finali” del governatore Ignazio Visco si trovano espressioni di questo tenore: “E’ illusorio per [l’Italia] pensare di uscire dalla crisi con la leva del disavanzo di bilancio”. O ancora: “Per quest’anno non vi sono margini di aumento del disavanzo”. Né la BCE ha titolo per imporre ai governi “condizioni” per espletare il “mandato dell’Eurosistema” volto ad evitare il “rischio di ridenominazione” dei debiti sovrani.

La Banca d’Italia e la BCE non sono organi rappresentativi dell’elettorato italiano od europeo. Sono, o dovrebbero essere, organismi tecnici al servizio del paese o dell’area di riferimento. Dovrebbero collaborare con i governi per il raggiungimento degli obiettivi economici-sociali che i cittadini hanno espresso mediante il voto.

Analogo discorso vale per la Commissione Europea, che pur essendo emanazione dei governi, non ha alcuna legittimità per sostituirsi ad essi nelle politiche economiche e di bilancio.

Tutti questi enti, banche centrali e commissioni, si ammantono di una veste tecnica e di una presunta indipendenza, che non è per nulla dimostrata.

La Bce è veramente indipendente o non è piuttosto fortemente condizionata da un paese come la Germania? E a quale titolo un governo straniero può imporre, attraverso l’intermediazione della Bce, condizioni alle politiche economiche e di bilancio del governo italiano? A quale titolo la Banca d’Italia può permettersi di dire che non vi sono margini per aumentare il disavanzo?

Se si è giunti al punto che organismi non democratici, autoreferenziali, possano imporre delle condizioni per svolgere il loro mandato originario ai governi democraticamente eletti dai cittadini, lo si deve alle ideologie liberiste che hanno spacciato per indipendenza della banca centrale l'accentramento del potere in mano ad una casta di presunti tecinci, dando veste istituzionale alla tecnocrazia.

Il ritornello che viene ripetuto in ogni circostanza, ad ogni proposta di intervento è: dove si prendono i soldi? Con quali risorse? L’ossessione liberista del pareggio di bilancio blocca ogni iniziativa e demanda ad organi, che non hanno ricevuto alcun mandato dagli elettori, la possibilità di imporre sanzioni o di negare l’intervento necessario per contrastare le ondate speculative che le loro stesse politiche monetarie ed istituzionali hanno generato.

Lo spread, divenuto così popolare l’anno scorso, non è una legge divina o il frutto di una superiore ed inviolabile legge economica naturale. Lo spread diventa il problema della zona euro, perché alla BCE è stato imposto di non acquistare i titoli pubblici. Operazione che è invece del tutto ordinaria e normale presso le altre banche centrali, a cominciare dalla FED per finire con la BOJ, passando dalla Banca d’Inghilterra o da quella svizzera.

Nel momento in cui la BCE non intervenie a sostegno del debito pubblico di un paese membro di un’unione monetaria, è inevitabile che il mercato consideri i debiti degli Stati di quell’unione come dei debiti “nazionali” (non europei) espressi in una valuta estera (l’euro). E se sono considerati debiti nazionali, anziché dell’Unione e garantiti da una banca centrale dell’Unione, è inevitabile che i tassi di interesse siano riparametrati sulle valute antecedenti all’Unione. Se poi, quegli stessi organismi che hanno provocato gli spread con le loro assurde imposizioni istituzionali, dettano - per sovrappiù - le politiche economiche e di bilancio che sfiancano le economie, le imprese e le famiglie, è inevitabile che gli investitori internazionali e i mercati finanziari finiscano per dubitare della capacità di sopportare simili manovre finanziarie e che si accentuino i movimenti politici che invocano l’uscita da un’unione monetaria, capace solo di imporre inutili sofferenze. Questo è il “rischio di ridenominazione”. Lo hanno creato loro, con le loro assurde (e false) pretese di indipendenza della banca centrale dai governi.

D'altra parte,  questi organismi tecnici non sembra che possano meritarsi la guida della politica economica, monetaria e di bilancio. Quale merito possono vantare? Ignazio Visco ci dice che dal 2007 il pil italiano è caduto del 7%, il reddito disponibile delle famiglie del 9, la produzione industriale di un quarto.

Se questi sono i risultati, in politica si direbbe: andate tutti a casa!

La politica economica non è una scienza esatta, unanimemente condivisa. Affermare come fa Visco che “Un bilancio pubblico in equilibrio, al di là delle contingenze cicliche (…) è il presupposto di ogni politica efficace ed equa” dimostra come sia rimasto fermo a teorie superate dai fatti e dalla storia.  Per la Banca d'Italia  è come se non vi fosse mai stata la crisi degli anni ‘30 e da quella non avesse imparato nulla.

Sostenere – e di fatto imporre senza alcuna legittimazione democratica – il pareggio di bilancio, senza riguardo alla fase ciclica attraversata dall’economia, dimostra l’arretratezza culturale del personale “tecnico” chiamato a dirigere la politica economica. Ma soprattutto dimostra il fallimento delle loro prescrizioni.

Le conseguenze le pagano i lavoratori che perdono il posto di lavoro e gli imprenditori che si suicidano.


domenica 2 giugno 2013

Joseph Stiglitz: La disuguaglianza uccide la crescita
Un articolo di Roberto Petrini su "la Repubblica" illustra il teorema del premio Nobel.



sabato 1 giugno 2013

In Italia la spesa sociale è troppo bassa

Fonte: Elaborazioni su dati Eurostat (1) (2)

Nel 2011, le persone a rischio povertà nella zona euro erano circa una su quattro. L’Italia era poco al di sotto di questo rapporto (al  24,4%). Rispetto ai paesi considerati nel grafico era al 23mo posto, preceduta – tra gli altri – dalla Spagna (al 4° posto), dalla Finlandia (11ma), dalla Germania (18ma ) e dall’Austria (20ma). Tra i principali paesi della zona euro, solo l’Olanda poteva vantare una percentuale di persone a rischio povertà inferiore all’Italia.


L’intervento pubblico per mitigare i disagi sociali modifica la fotografia della povertà in Europa in questo modo:





L’Italia – dopo i trasferimenti sociali – sale al 7.mo posto: l’intervento pubblico riduce il rischio di povertà da una persona su quattro a una su cinque.
Ma nettamente più efficace è l’intervento in Germania, ove il rischio povertà scende dal 25,1 al 15,8%, o in Finlandia, che dall’11.mo posto arretra in questa speciale classifica al 23.mo (il posto che occupava l’Italia).
In definitiva, grazie ai trasferimenti sociali la classifica della povertà viene nettamente ribaltata (ad eccezione della Spagna), mentre peggiora per l'Italia e la Grecia.

Ciò può essere meglio evidenziato dal grafico seguente, ove è indicata la percentuale delle persone che vengono beneficiate dagli interventi pubblici.


I paesi più “virtuosi” o quelli ossessionati dal rigore fiscale (per gli altri) sono anche quelli che riescono, grazie ai trasferimenti sociali, ad incidere di più. L’intervento pubblico finlandese toglie dalla povertà il 13,7% della popolazione. Il 12,3% degli austriaci migliora le proprie condizioni di vita grazie alla spesa pubblica.  L’Olanda riesce praticamente a dimezzare i poveri.
In Italia, meno del 5% della popolazione ha un beneficio significativo dal sostegno pubblico. Peggio di noi, solo la Grecia.

Come mai?
Due possono essere le cause:
a) un uso non efficiente della spesa pubblica;
b) risorse insufficienti.

Il primo caso si può verificare ad esempio quando, a parità di risorse rispetto agli altri paesi, siano distribuite dando troppo poco a molti, rendendo inefficace l’intervento pubblico (gli aiuti essendo pochi per tutti non cambiano la vita della gente).

Il secondo caso si ha se, nonostante i luoghi comuni diffusi a piene mani dai media e dai liberisti, la spesa sociale italiana risultasse decisamente inferiore a quella dei principali paesi europei.

Ora, si può anche convenire che gli interventi a sostegno delle famiglie debbano essere resi più efficaci (si può sempre migliorare). Ma per ridurre in misura considerevole la povertà è necessario avere almeno le stesse risorse degli altri paesi.


Si scopre allora che la spesa sociale procapite a parità di potere d’acquisto dell’Italia è quasi del 30% inferiore a quella dell’Olanda e di oltre il 20% rispetto a quella dell’Austria.
Spendiamo quasi il 18% in meno di quello che spende la Germania e la Francia.
Anche la spesa sociale procapite dell’austera Finlandia supera per più del 14% quello che spende l’Italia. 

Con una disoccupazione effettiva che coinvolge quasi 7 milioni di persone e con un anziano su due che percepisce una pensione inferiore ai 1000 euro al mese, senza un deciso aumento della spesa sociale, l’Italia continuerà ad avere il non invidiabile primato di una  povertà diffusa.