giovedì 30 maggio 2013

Indebitamento delle famiglie (2000-2012)



Solo in Germania e in Giappone le famiglie hanno un debito in rapporto al reddito disponibile inferiore a quello di inizio millennio.
Le famiglie italiane, in questo confronto, mantengono comunque il più basso tasso di indebitamento.
Notevole l'incremento del debito delle famiglie olandesi, che passano da un rapporto decisamente superiore al 150% del reddito disponibile a quasi il 300%. Direi che gli olandesi, sempre pronti a dare lezioni di austerità e rigore agli altri, dovrebbero incominciare a guardare in casa propria. 

L'indice di benessere nei paesi Ocse

martedì 21 maggio 2013

Il dottor Vaciago a Ballarò

Giacomo Vaciago a Ballarò ha sostenuto che l'austerità non è stata inutile e stupida, come dicono gli economisti americani: ora l'Italia ha i conti a posto. Ed ha indicato la Grecia come esempio positivo: il suo bilancio pubblico ha un leggero surplus strutturale.

Alcune considerazioni:
1) per chi non l'avesse capito, per questi signori dobbiamo seguire l'esempio imposto alla Grecia (e arrivare alla sua condizione?)
2) l'austerità non ha risolto i nostri problemi sui conti pubblici, se è vero come è vero che il rapporto debito / pil in Italia salirà quest'anno ad almeno il 130% (nel 2007 era al 103,3%)
3) c'è poco da vantarsi per il deficit sotto il 3% (o del fatto che la Grecia sia addirittura in surplus strutturale): sono come quei medici che dicono "l'operazione è riuscita, ma il paziente è morto". I pazienti sono i disoccupati (in Italia quasi al 12% e in Grecia a più del doppio).

sabato 11 maggio 2013

L'anti-statalismo del Giannino d'Oro

Ieri sera, a "L'ultima parola" su Rai2, abbiamo visto il Giannino che ha frequentato la Boh University attribuire tutte le colpe allo Stato. 

Se ci sono gli esodati è colpa dello Stato. Se c'è l'evasione è colpa dello Stato. Se le multinazionali vanno via e trattano i lavoratori italiani come carta straccia è colpa dello Stato ... e via blaterando.

Peccato che gli esodati siano stati letteralmente creati in seguito ad un intervento legislativo sulle pensioni da parte del ministro Elsa Fornero del governo Monti (proveniente da  una Università privata ad orientamento liberista come la Bocconi).

Peccato che negli ultimi anni vi sia stato un capo del governo che giustificava l'evasione e un ministro dell'Economia che ha saputo solo proporre condoni e scudi fiscali.

Peccato che in Italia manchi una politica industriale da almeno un ventennio.

Forse bisognerebbe allora dire che questi problemi sono stati provocati non da un generico "Stato", ma da ben precisi e identificabili governi.

Bisognerebbe dire che il problema non è lo Stato, ma i governi che si sono succeduti negli ultimi 20 anni e che questi governi sono stati presieduti, in un modo o nell'altro, da persone ad orientamento liberista. Certamente non erano governi keynesiani.

E bisognerebbe dire che è paradossale vedere il nostro Giannino d'oro prendersela con lo Stato quando ha sostenuto fino all'altro ieri i governi presieduti da Berlusconi. 

Ma per il frequentatore della Boh University è più comodo dare la colpa ad un anonimo Stato che dover ammettere di aver contributo al declino del paese, sostenendo politicamente i  governi di centro-destra, che hanno avuto la responsabilità di governare nove degli ultimi undici anni.

sabato 4 maggio 2013

Dobbiamo ridurre il debito o aumentare il pil?

Gustavo Piga, Una visione "alternativa" di ciò che ci chiede l'Europa. 

Produttività ed Euro

Fonte: Elaborazioni su dati Ameco

Il prof. Alberto Bagnai, nel post del 1° maggio scritto per il suo blog, affronta il tema del calo della produttività italiana.


Le cause della bassa produttività sono solitamente ricondotte alle piccole dimensioni delle imprese italiane e/o ai modesti investimenti in ricerca e sviluppo.

Secondo Bagnai, pur essendo certamente vero che questi elementi incidano sulla capacità competitiva del nostro sistema economico, rappresentano un fattore strutturale, che non si è sostanzialmente modificato  nel corso dell’ultimo decennio. Pertanto, le cause del rallentamento della produttività devono essere ricercate in altri fattori.


Illustra quindi uno studio di impronta neoclassica di Francesco Daveri secondo il quale, il calo della produttività si può ricondurre all’introduzione sempre più spinta della flessibilità nel mercato del lavoro, tanto da indurre le imprese a privilegiare formule organizzative labour intensive a basso costo.


Infatti, secondo Daveri
“Queste modifiche legislative (il pacchetto Treu) dettero pieno riconoscimento legale a una quantità di forme contrattuali part-time e temporanee, alcune delle quali esistevano da prima, anche se confinate al mercato del lavoro non ufficiale (NdC: un modo elegante per dire “nero”). L’abbondanza di lavoro a buon mercato derivante da queste riforme monche ha determinato un declino del rapporto capitale/lavoro di equilibrio. Potrebbe anche aver scoraggiato la capacità innovativa di molti imprenditori, che sono stati posti a confronto con la tentazione irresistibile di adottare tecniche che usassero in modo intensivo i lavoratori part-time, la cui disponibilità sul mercato del lavoro era aumentata”.

Questa tesi potrebbe essere convincente senonchè lo stesso Daveri pone come punto decisivo per il calo della produttività non la metà degli anni ’90, ma il triennio 2001-2003.


E’ facile quindi per Bagnai far notare che in quel periodo avviene anche l’introduzione dell’euro. E mettendo a raffronto il tasso di cambio con la produttività si ha il seguente grafico:



Ove la linea verde indicata con ALP rappresenta la produttività del lavoro e la linea rossa il tasso di cambio.

La correlazione è molto forte ed evidente: la produttività italiana si ferma con l’introduzione dell’euro.



E’ indubbio che un’economia che fa affidamento per circa il 30% sulle esportazioni possa rimanere azzoppata se il tasso di cambio non è appropriato. Ma a ciò va aggiunto la compressione dei redditi da lavoro in vari modi, ivi incluso l’uso sempre più diffuso di forme contrattuali precarie e prive di tutele.  Tali politiche hanno depresso la domanda privata e, come se non bastasse, negli ultimi anni si è  tagliata  anche la domanda pubblica. In questo modo,  risulta oggettivamente difficile conseguire aumenti significativi del pil e quindi della produttività.


Ed è questa la mia tesi: la produttività non cresce perché non cresce la domanda. E la domanda non cresce perché sono stati compressi i redditi da lavoro. E poiché abbiamo una classe dirigente diabolica, persevera nell’errore comprimendo anche la domanda pubblica.

L’euro e le politiche attuate in suo nome hanno un ruolo importante. Ma non può essere solo un problema di tasso di cambio troppo elevato. Salvo che si sostenga che questo sia stato l’errore specifico commesso dall’Italia.  Ma sarebbe comunque uno dei fattori che insieme agli altri hanno contribuito a deprimere la domanda effettiva.

Questo perché se è impressionante la relazione tra produttività e tasso di cambio, non può essere estesa agli altri paesi della periferia della zona euro.

Il grafico che segue mostra l’andamento del pil per occupato degli ultimi 20 anni per i paesi “periferici” della zona Euro.


Come si può notare, l’Irlanda (linea verde) non ha avuto alcun trauma con l’introduzione dell’euro. Anche la Grecia (linea azzurra) fino al 2007 ha convissuto molto bene con la moneta comune. Il Portogallo (linea marrone) è cresciuto a gradini, ma è cresciuto. La produttività spagnola (linea gialla) è rimasta ferma per un decennio ed è cresciuta con la crisi del 2009 (grazie alla riduzione dell’occupazione che ha condotto ad oltre il 25% i disoccupati).
Quanto all’Italia (linea rossa), è dalla fine degli anni ’90 che la produttività non cresce, al di là delle deboli oscillazioni.

L’euro non ha certo giovato, ma non spiega tutto. I problemi come si è visto sorgono ben prima. Il guaio è che si persevera negli errori.


Addendum del 19 gennaio 2015
Il sito Keynes Blog ha pubblicato oggi un post in cui critica la relazione tra tasso di cambio nominale e produttività, facendo riferimento proprio al grafico di Bagnai, qui ripreso.

Infatti, qualora fosse considerato non il tasso nominale, ma quello effettivo reale - ossia corretto per il differenziale di inflazione - la relazione evidenziata dal professore dell'Università di Pescara perderebbe molta della sua significatività.

Qualora si voglia approfondire l'argomento si legga il post di Keynes Blog

venerdì 3 maggio 2013

Le balle terroristiche di Santoro

Michele Santoro nella sua trasmissione “Servizio Pubblico” su La7 di ieri sera ha definito una sciocchezza l’uscita dall’euro, paventando disastri immani sui mercati finanziari qualora fosse intrapresa questa strada.

Nel merito della questione sono un “possibilista”, sebbene non sia un fervente adepto di Bagnai.
Ma il terrorismo di Santoro non ha alcun fondamento e le sue esternazioni sono totalmente infondate.

Chi propugna l’uscita dall’euro – se è una persona seria – prevede un piano ben preciso di interventi che dovrebbero essere intrapresi a corollario di una simile decisione.

Tanto per cominciare, il riacquisto della sovranità monetaria dovrebbe essere accompagnata dall’abolizione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. In tal modo, i tassi di interesse sul debito pubblico potrebbero essere ridotti al minimo, come avviene negli Usa (1,7% sui decennali) o in Giappone (0,6%). Su questo fronte non vi sarebbe quindi nessuna ragione per temere qualsivoglia tracollo dei mercati finanziari. Basta solo che siano compiuti i passi giusti, fino in fondo.
Del resto il Giappone ha un debito pubblico superiore al 200% e non ha alcun problema con i mercati finanziari e il suo debito non corre alcun rischio di insolvenza.

Dobbiamo preoccuparci dei mercati azionari? Direi che sarebbe opportuno occuparsi dei disoccupati, pari all’11,5% della forza lavoro (senza contare i cassintegrati e coloro che hanno rinunciato a cercare un lavoro perché scoraggiati).

E’ forse meglio continuare con le politiche che la troika ha imposto alla Spagna o alla Grecia, che hanno condotto i disoccupati ad oltre il 25%, solo per non spaventare i mercati azionari?

Un governo che, per assecondare i mercati azionari, lasci salire la disoccupazione a quei livelli sarebbe folle ed etero diretto: quale legittimità democratica avrebbe la borsa valori rispetto ai cittadini che non riescono a trovare un lavoro e fanno fatica a mantenere le loro famiglie? Quale fondamento politico democratico avrebbe un governo del genere?

Ma al di là delle considerazioni politico-morali, anche questo spauracchio non avrebbe alcun fondamento. Per la semplice ragione che i mercati azionari tendono a replicare gli utili delle aziende. Se quindi non si guarda alla reazione di un giorno, ma alle conseguenze macroeconomiche che ne deriverebbero per le imprese, potremmo anche avere una ripresa dei corsi azionari.

La svalutazione che tutti paventano, nel caso si ritornasse alla lira, favorirebbe le esportazioni e gli utili delle aziende. Si potrebbe sollevare l’obiezione che una svalutazione alzerebbe i prezzi delle materie prime ed energetiche importate. Attualmente si ritiene che la svalutazione possa essere di circa il 20% (e chi propone di uscire dall’euro prevede anche che vi siano dei controlli sui movimenti dei capitali, tanto in entrata quanto in uscita).

Ma l’incidenza delle importazioni sul pil non supera il 30%. Questo significa che l’impulso inflattivo sarebbe all’incirca del 6%. Se supponiamo che il reddito dei lavoratori venga difeso dall’inflazione avremmo un ulteriore impulso del 3% (ovvero il 50% del 6%, essendo la quota del lavoro inferiore alla metà del pil). A star larghi i costi aumenterebbero del 10% a fronte di una un guadagno dal lato delle esportazioni del 20%. Direi che i margini di profitto avrebbero un significativo incremento. Ma l’aumento dei costi non è detto che si trasmetta completamente sui prezzi: dipende anche dalla produttività. Più aumenta, minore è l’impatto sui prezzi finali.

Vi potrebbe poi essere qualcuno che crede alla favoletta della teoria quantitativa della moneta, secondo la quale ogni aumento della base monetaria  (impiegata per finanziare il debito pubblico) si rifletterà – prima o poi – sui prezzi.

Come Keynes ha dimostrato, non vi è alcun automatismo. Dato che tendenzialmente non vi può essere un’inflazione indotta dalla domanda, almeno fino a quando non si è prossimi alla piena occupazione. Ma con quasi il 12% dei disoccupati (ufficiali), vi è ampio margine per accrescere l’attività produttiva (che i monetaristi del tutto illogicamente danno per immutata).

Inoltre, all’atto pratico, non vi è alcuna relazione evidente tra moneta e prezzi, come si può desumere dai seguenti grafici, che mettono a raffronto sia per la zona Euro che per gli Usa le variazioni percentuali annue della quantità di moneta con l’inflazione.





 
Quelle di Santoro sono pertanto solo delle balle utili per spaventare gli ingenui e gli sprovveduti.


L’uscita dall’euro non è sicuramente una passeggiata ed ha implicazioni politiche con i paesi europei non indifferenti. Ma sollevare lo spauracchio dei mercati finanziari è una emerita sciocchezza (non voglio credere che Santoro abbia altre motivazioni).